mercoledì, 12 Maggio 2021

ANESTESIA

Ancora una, tre volte, mille

                                                                                                 da giorni, ore, secoli

                                                                                                                    gli alfieri infilzano regine.

 Lo fanno anche se non lo sai

 anche ora mentre pensi.

 Lo rifanno dall’alba del tempo

che si espande come ombra della sera

 nel silenzio del terrore

 in tutti i mondi possibili.

 

Mi hanno inchiodata in due contro quel muro sudicio, trascinata qui, nella casa degli alfieri, rinchiusa in questa stanza buia, occhi imprigionati, finestre sprangate, lordura ovunque. La ascolto, la vivo, la respiro: sono io, chiusa nella scatola del mio terrore.

A volte tengo gli occhi appiccicati come pugni stretti, perché non vorrei che fosse vero. E quando li riapro, spero di svegliarmi. Ma il puzzo di piscio ha ormai invaso la stanza, insieme col fetore del mio corpo e di ciò che è rimasto del mio grembiule stracciato, macchiato di sangue e di tutto il resto che mi cola lungo le cosce, dritto sul pavimento.

Mi riempiono la bocca di pastiglie. Me le sbattono in gola a manciate, come pastone nel collo di un’oca. Ma… gli alfieri no, non possono spezzare lance dentro le regine. I re solo, solo loro  possono  prenderle per mano.

Cerco di salvarmi come posso. Scrivo parole, messaggi sui muri, con le dita intinte nei miei stessi escrementi, nella saliva e nel sangue che mi rimane. Scrivo per terra e contro queste pareti che mi stritolano, alte e appuntite come muraglie che avanzano verso me, crollando sul mio corpo accartocciato.

Ma poi, a ore indefinite, li sento arrivare. Avverto i loro passi avvicinarsi come lupi, finché non sono dietro alla porta. La chiave ruota lentamente nella toppa, e allora le fauci infuocate dell’inferno si spalancano, e io so di non avere scampo.

Gli alfieri invadono la stanza, a volte uno, a volte due, a volte a frotte,  immensi armadi scaraventati su di me.

Cerco di fuggire, cozzo addosso al buio come un ratto impazzito, ma mi sovrastano sempre, mi premono sul letto o sul pavimento, dove capita. Mi bloccano i polsi, le gambe, gli spasmi, e come pistoni mi trapassano da parte a parte, sbattendomi la testa per terra o contro il muro.

Sento le loro mani ingigantirsi e diventare piovre mostruose. Le sento farsi largo nei miei anfratti, in mezzo alle pietre di terrore del mio corpo. Vedo le loro bocche muoversi addosso a me, murene enormi che emettono veleni. L’alito appestato e i gemiti approdano come boati contro il mio viso schiacciato di lato. Allora attaccano la gola e scendono bramosi al seno, coprendolo di lividi.

Io vorrei essere un insetto spiaccicato sul pavimento, per sparire in una crepa e dissolvermi come un granello di polvere o una briciola di pane raffermo o una bestemmia contro il vuoto. Mi trasformo in straccio per non soffrire o  divento dura come un bastone o insensibile come la lingua, gonfia di pastiglie, grossa come un uovo.

Allora mi schiaffeggiano, alcuni mi prendono a pugni. Annaspo, tremo, e dalla gola non passa più un filo d’aria. Un terrore sordo si incolla al mio ultimo pensiero: ora mi uccidono. Invece tornano a calarsi i calzoni e mi usano ancora, ancora, ancora.

Tutto gira vorticosamente. La ventola aggrappata al soffitto è  un’enorme libellula che danza e ruota in continuazione. Io soffoco e  divento un pesce che boccheggia travolto dall’alta marea. Annego. Guardo il soffitto, il silenzio, il nulla, e penso che non esisto e che forse sono morta e che questo è solo un assaggio dell’inferno e che gli alfieri sono demoni mandati da un dio.

Eppure, per rari miseri istanti,  spero qualcosa. Devo sopravvivere. Me lo dico, me lo ripeto. Prima o poi qualcuno mi libererà, forse qualcuno mi cercherà.

Mi chiedo il perché di tanto orrore, ma non riesco a trovare risposte.

Per salvarmi provo a morire, in queste notti e in questi giorni che si confondono, accecati dal dolore.

Mi trascino verso il letto intriso di liquidi maleodoranti, cullata dall’universo che c’è in me, che rifiuta di chiudere gli occhi e non sa più misurare il tempo. Mi raggomitolo, abbraccio me stessa, mi stringo forte,  ancora più forte, domandandomi se vivo e se avrò un’altra vita.

Invento frustate di speranza, senza dove e senza quando.

Talvolta il pavimento si inclina, avverto le pareti scivolare, scorrere silenziose, come sipari su un palco devastato. Però i riflettori non si accendono mai. E io scivolo da un capo all’altro della stanza, come un battello ebbro di buio, senza bussola, senza meta.

Sento un alfiere, sbarro gli occhi. Dopo un’eternità apre la porta, non per liberarmi: mi sembra che la sposti ancora più in alto, in modo che io, infimo essere, non possa mai più fuggire.

Mi lega a una seggiola e le mie grida, le lacrime, si mescolano ai suoi ansimi bestiali. Urlo con tutte le mie forze, con ogni nota possibile alle mie corde vocali. Grido fino a trasformarmi in animale, ma sembra che nessuno al mondo possa udirmi oltre queste mura.

Dopo avermi usata, mi getta in terra del pane. Poi mi rinchiude e i giri di chiave echeggiano come trombe di un arcangelo.

D’un tratto si apre uno squarcio in terra, vedo le fauci dell’inferno. Ho paura di caderci dentro. Mi avvicino facendo attenzione, e le braccia di un salvatore si agitano dal fondo della fossa per dissolvermi nei suoi abissi.

Farneticando guardo il mio grembiule, così sporco che mi si appiccica addosso. Striscio, mi stendo al suolo, ma non provo dolore.

Chiudo gli occhi finalmente. Nonostante il mio torpore cupo, riesco ancora a immaginare. A tratti intravvedo le ciglia, che accarezzano mura appuntite. I lividi si staccano dal corpo, involandosi in mille colori. E sogno di fuggire oltre ogni guerra, lievito oltre ogni coercizione. Spero sussurrando, minuscoli mondi di pace, melodie di albe rosa e sorrisi, al di là delle mie mani morsicate, fuori dall’esercito muto cui appartengo.

Sto mutando in gocce di anestesia, salgo in alto aggrappata alla luce, trapassando la ventola e il soffitto, diretta verso il sole. E’ incredibile, ma non mi eclisserò, non mi inabisserò: se qualcuno  leggerà, finalmente, malgrado tutto, prima o poi io sarò libera.

 

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LIBERI DI SCRIVERE
ECCO I VOLTI E I NOMI DEI VINCITORI

Il lungo viaggio nel mondo di “liberi di scrivere” è arrivato alla sua ultima tappa. Il grande impegno del bibliotecario Corrado Alberti, l’attento lavoro della giuria e l’attesa dei partecipanti, si sono sciolti sabato sera nell’auditorium del Centro Socioculturale Atrion di Carugate. Barbara Cannetti di Ferrara è la vincitrice della quarta edizione.
In Nomine Patris, il suo racconto, è stato giudicato all’unanimità il migliore dei 142 pervenuti.
Rossella Zanini di Brescia, è invece stata la vostra prescelta, portandosi a casa ben 176 voti con il racconto “Anestesia“, su 433 preferenze espresse online proprio da voi lettori. A breve la conosceremo meglio con un’intervista dedicata interamente a lei.

PICCOLE TENSIONI E GRANDI EMOZIONI
E’ stato un pomeriggio lungo, iniziato alle 17.30 e protrattosi oltre le 19.30.
Wally Franceschin, ex assessore che tanto cuore ha lasciato in questa iniziativa, e cui va il merito di aver proposto e sostenuto con passione l’argomento del concorso (come per altro ha sottolineato il Sindaco Umberto Gravina nell’aprire la serata), nel suo intervento conclusivo non ha potuto trattenere le emozioni in merito alle recenti vicende politiche che l’hanno vista uscire dalla maggioranza dopo il ritiro delle deleghe da parte del Sindaco.
Ciò nonostante, non ha scordato di rimarcare: “Quanto la cultura sia fondamentale per la società, e quanto importanti siano gli investimenti in merito, per garantire alle generazioni future di ripudiare con ogni forza qualsiasi tipo di violenza”
A parte questo momento di tensione politica, cui il primo cittadino Umberto Gravina ha preferito non replicare, le premiazioni sono proseguite in grande stile. Gli incipit dei sette migliori racconti, sono stati letti dagli attori del Gruppo Teatro Tempo in ordine decrescete. Gli autori presenti in sala non sapevano fino a che punto fossero piaciuti i loro lavori, e lo hanno scoperto insieme al numeroso pubblico presente, via via che si ascoltavano le prime parole di ogni incipit, in un crescendo di curiosità, aspettative e pathos. Simpatiche e interessanti sono state le presentazioni che i componenti della giuria hanno dato ai racconti premiati, con aneddoti e retroscena sui cruciali momenti delle scelte finali. “Potevano risultare scontati dei racconti su un tema di cui così tanto si sente parlare -ha raccontato la presidente di giuria Elisabetta Bucciarellie invece ci è sembrato chiaro che tutta la sofferenza percepita da queste parole, sia sintomo del fatto che di questo spinoso e doloroso argomento, si debba ancora parlare, anche attraverso la scrittura. Se pensiamo ai racconti finalisti, devo dire che le discussioni hanno animato non poco le serate, ma alla fine i posti più alti del podio ci hanno trovato concordi al cento per cento. Dal quarto posto in poi ammetto che i confronti sono stati piuttosto animati“.

IL PODIO:
Come abbiamo detto, Barbara Cannetti ha conquistato tutti con le parole del suo “In Nomine Patris“, storia di violenza tra le pareti domestiche, dove il padre amorevole e bravo capo famiglia, è in realtà l’incubo da cui tutti vorrebbero svegliarsi per scoprirlo falso. La vincitrice ci ha tenuto a precisare che non si tratta di una storia biografica, ma di un modo per raccontare un dolore, che lei, costretta su una sedia a rotelle per un vecchio e rovinoso incidente sul lavoro, ha spiegato così:
Il dolore e la sofferenza, di qualsiasi tipo, sono comprensibili e condivisibili da chi a sua volta prova dolore, e per questo riesce a dargli voce“. Elisabetta Bucciarelli premiando Barbara ha poi ricordato: “Questo è l’esempio di come la scrittura sia un modo per mettere su carta i propri sentimenti, e superare ostacoli insormontabili con la cultura. E lei ne è la prova“.
Al secondo posto si è posizionata Zoe Aselli Pellegrini, insegnante di Sesto San Giovanni, che da quando ha avuto problemi alle corde vocali, ha deciso di parlare e dare più corpo alla sua voce… scrivendo. Il suo racconto “Il cerchio di fuoco”, ha suscitato consensi generali e ha trovato il plauso particolare della scrittrice Cristina Obber, che ha commentato: “Hanno colpito molto i continui cambi di tono del racconto, intensità poi pacatezza, urla e silenzio, alti e bassi, che sono poi elementi che caratterizzano queste situazioni“. Al terzo posto è salito Simone Schiavi, giovane torinese che ha colpito la giuria con il racconto di una violenza osservata da un uomo in un vagone del metrò. “L’angelo divelto della metropolitana” ha così convinto i giurati e si è aggiudicato la pergamena del terzo posto, consegnatagli dalle mani del Sindaco Gravina.

leggete i racconti vincenti :

“In Nomine Patris”
“Il cerchio di fuoco”
“L’angelo divelto della metropolitana”

I MAGNIFICI SETTE,  I MIGLIORI 21 E IL PODIO POPOLARE:
Letture e riconoscimenti sono arrivati per i primi sette racconti dunque, alcuni premiati anche dalla giuria popolare,
come “Margherita” di Natalia Marraffini, 6° per la giuria e votata dagli utenti web come terza miglior classificata con 108 voti. Tra i migliori 21 inoltre, segnaliamo “La Collina” di Smeralda Mantegazza, arrivata seconda alla votazione popolare con 149 voti, e giunta al 18° posto nella classifica ufficiale stilata dalla giuria. Oltre ai primi sette posti comunque, e dopo aver ricordato il podio popolare, va detto che sono stati nominati e molto applauditi dalla giuria, tutti e 21 i racconti finalisti.
leggete i racconti premiati da voi :

“Anestesia”
“La Collina”
“Margherita”

 QUI L’ELENCO COMPLETO DI TUTTI I VINCITORI E DEI RACCONTI

 

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BARBARA CANNETTI 1° CLASSIFICATA
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SIMONE SCHIAVI 3° CLASSIFICATO

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L’UOVO

 

Il sangue mi filtrava attraverso le dita.

M’ero abbandonato fra i rami di un tasso con l’ultimo respiro che avevo in gola.

Premevo forte la ferita. La chiazza nera che s’allargava sul fianco dei pantaloni mi faceva paura, anche se non sentivo troppo male.

I tedeschi, guidati dai repubblichini, mi stavano cercando. O almeno, così credevo. C’eravamo fatti sorprendere, e molti miei compagni erano morti da stupidi.

Morti ridicole, con le braghe calate o con un fante di coppe in mano.

Io non volevo morire, era l’unica cosa che riuscivo a pensare in quel momento. Perciò schiacciavo la ferita con le mani, e cercavo di non far rumore respirando.

Ma sapevo che mi avrebbero trovato, e che non ci sarebbe stata pietà.

In quella guerra non poteva esserci pietà.

Non doveva.

Io non l’avrei avuta, loro non l’avrebbero avuta.

Ormai stava arrivando la notte, e cominciai a sperare che ce l’avrei fatta a non farmi trovare. Ma avrei dovuto uscire da lì, e chiudere il taglio aperto dal proiettile prima di finire dissanguato. Tentai di alzarmi alcune volte, ma sentii un chiodo penetrarmi nell’anca. Il dolore era lancinante, e mi ricacciò a terra. Quando l’adrenalina cominciò a defluire venni colto da una stanchezza senza appelli. Caddi in un sonno senza sogni.

Il buio mi protesse fino all’alba.

Mi svegliai con le mani attaccate ai pantaloni dal sangue incrostato. Prima che tentassi di alzarmi, sentii un rumore. Qualcuno si stava avvicinando. Trattenni il fiato, fino a che non vidi una gallina razzolare al di là dei rami del tasso. Istintivamente, desiderai arrostirla e mangiarla. Nient’altro. Avevo fame, e le labbra secche. Non bevevo da parecchio. Soffocando la mia pulsione, capii che – se c’era una gallina – avrebbe dovuto esserci anche un pollaio, ed un padrone. Avevo solo una possibilità: che fosse dei nostri, che aiutasse la lotta partigiana.

Dovevo essere poco sopra Casigno, calcolai, ma non avrei potuto giurarci: nella fuga avevo solo pensato a correre, senza sapere dove.

Non avevo le forze per fare altro che alzarmi, e sperare che il proprietario della gallina fosse un antifascista.

Sentii dei passi avvicinarsi, e la vidi.

 

*

 

Come tutte le mattine mi ero alzata molto, molto prima del sole.

Il mio Franco pretendeva che la sua uniforme fosse impeccabile, e fresca. Dato che tornava sempre tardi, la notte, non potevo fare altro che alzarmi, recuperarla dalla sedia sulla quale la lasciava e rinfrescarla. Stirarla con le braci e lavarla, se necessario.

Poi c’erano le bestie da accudire, e le galline cui dar da mangiare. Accendere il fuoco, raccogliere le uova e fare una frittata per Franco, che lui era abituato così.

Da quando si alzava a quando usciva di casa non faceva altro che gridare il mio nome:

“Maria! Mariaaaaa! Vieni qui subito!”

E se non andavo, o non sentivo, erano botte.

Sembrava un bambino, incapace di fare anche la cosa più elementare da solo. Gli allacciavo le scarpe mentre lui finiva la colazione. Una volta mi inginocchiai, ma lui si accorse che avevo le mani sporche di farina.

Mi spaccò un labbro con un calcio.

“Volevi sporcarmi le scarpe, stupida?”

Tamponai il sangue, andai a pulirmi le mani e tornai per allacciare le scarpe.

All’inizio non era così. Era gentile, ed educato. Lo sposai convinta che potesse essere un buon marito. Fino alla caduta del Duce le cose andarono abbastanza bene. Poi venne la Repubblica di Salò, e lui riuscì a ritagliarsi un ruolo importante. Cambiò all’istante. Tornava a casa sempre più tardi, puzzava di fumo e di sudore. In poche settimane sentii sempre più spesso anche la colonia di qualche donna. Non sempre lo stesso odore. Non cercava nemmeno di nascondere le tracce, non si toglieva nemmeno i capelli dalla giacca. Anzi, li faceva togliere a me.

Ma quella mattina sembrava particolarmente di buon umore. Mi rivolse addirittura la parola.

“Ieri ho ucciso due di quei banditi, sai?”

Rimasi impietrita. Avevo visto già abbastanza di quella guerra, ma non pensavo che mio marito potesse uccidere. Non pensavo ne avesse il coraggio. Non seppi come reagire. Non sapevo se dirgli ‘bravo’, o cos’altro. Mi limitai a inclinare la testa e stiracchiare un sorriso ebete, da mamma compiacente.

Non aggiunse altro e uscì lasciandomi sola.

Mi sedetti al tavolo e piansi in silenzio per un po’ sotto al crocifisso che troneggiava in sala da pranzo. Se non ci avesse pensato la guerra a cambiare qualcosa, quella sarebbe stata la mia vita per sempre.

Uscii a cercare la gallina che prima, raccogliendo le uova, non avevo trovato. Ne avevamo sei, ma quella mattina ce n’erano solo cinque nel pollaio. Fu facile. Era la più vivace, ma anche la più rumorosa. Razzolava vicino ad un arbusto.

Fu quando mi chinai per prenderla che lo vidi.

Emisi un grido e la gallina corse via con le ali spiegate, nell’eterno vano tentativo di prendere il volo.

 

*

 

La donna urlò, lasciando scappare la gallina, e fece due passi indietro.

“Stia tranquilla” – dissi con un filo di voce – “non le farò del male.”

Sembrava avesse pianto. Sotto l’aspetto sciupato sembrava piuttosto giovane. Non disse nulla, si limitò a tenere una mano davanti alla bocca, e l’altra sul ventre.

“Sono ferito. Mi può aiutare?”

Guardò verso la casa, poi fissò la ferita, poi ancora la casa. Non smetteva di coprirsi la bocca e la pancia. Infine sussurrò:

“Venga.”

Non mi portò in casa, ma nella stalla. C’era una mucca tutta ossa e un somarino. Mi fece sdraiare su un cumulo di paglia e disse subito:

“Non può restare qui.”

Sospirai. Mi sentivo addosso tutta la fatica del mondo e della guerra.

“Immagino. Ma, la prego, mi aiuti soltanto a pulire e disinfettare la ferita. Andrò via prima che torni suo marito.”

“Come sa che sono sposata?”

“La fede, no? Anche se è di ferro, è pur sempre una fede. Ma lei non sembra avere l’età per aver dato l’oro alla Patria.”

“È della prima moglie di mio marito” – disse lei con l’aria imbarazzata.

“Mi scusi. Mi scusi, davvero. Può aiutarmi, allora?”

“Non ho nulla per disinfettarla. Mi dispiace.”

“Basterà un po’ di acqua e sapone. Una garza per fasciarmi e andrò via.”

“Lei è un bandito, se l’aiuto sono guai.”

“Non sono un bandito, e se non m’aiuta morirò nella sua stalla.”

Si ritrasse, come se l’avessi offesa, e uscì dalla stalla. Non feci in tempo a chiederle un bicchiere d’acqua. Mi lasciai andare sulla paglia, sperando che tornasse.

 

*

 

Rientrai in casa con l’affanno.

Non avrei dovuto farlo entrare nella stalla. Dio mio, se Franco lo trova ci uccide. Aiutami tu, Dio, aiutami tu. Cosa devo fare?

Pensai che l’unica cosa da fare fosse curarlo e farlo andare via subito. Aveva ragione lui, su questo: se fosse morto nella stalla, da sola non sarei riuscita a spostarlo. Non era un uomo grosso, ma era piuttosto alto. E aveva gli occhi verdi, come se ne vedono pochi.

Presi una bacinella d’acqua, e una scaglietta di sapone. Avevo anche un vecchio asciugamano di cotone grezzo, ormai liso. Sarebbe andato bene per fasciare la ferita.

Mi venne in mente, uscendo dalla porta, chi fosse. Probabilmente era uno di quegli uomini che Franco e i suoi avevano attaccato il giorno precedente. Si, non c’erano dubbi, doveva essere uno dei banditi che non era riuscito ad ammazzare.

Rientrai nella stalla.

L’uomo aspettava sdraiato. Quando entrai non riuscì neanche a sollevare la testa. Si girò verso di me e sorrise.

“Grazie” – disse, prendendo la bacinella e portandosela alla bocca.

“Ma che fa? L’acqua è per lavare la ferita.”

“Ho sete.”

Cominciò a sciogliere il sapone nella poca acqua che aveva lasciato.

Poi mi guardò con aria interrogativa.

“Che c’è?”

“Sono ferito qui” – mi disse, indicando il fianco.

“Sì, lo vedo.”

Rimase zitto.

Sembrava imbarazzato.

Mi guardò e fece per sbottonarsi i pantaloni.

“Oh mio Dio, mi scusi!”

Mi alzai con un sussulto, mi segnai con la croce e uscii dalla stalla.

Fortunatamente la nostra casa era isolata. Nessuno avrebbe visto i miei spostamenti. Andai al pozzo e pescai un secchio d’acqua. Decisi di portarlo intero a quell’uomo.

 

*

 

Erano parecchi mesi che non mi spogliavo davanti ad una donna, e certo non ero nella condizione ideale. Staccando la stoffa dalla ferita dovetti soffocare un urlo. Il sangue aveva incollato il panno al taglio. Uscì un nuovo fiotto, che fermai alla meno peggio con la paglia.

Ero in un bagno di sudore. Riuscii a pulire la ferita, e a verificare che non sembrava troppo profonda. Mi tranquillizzai e mi fasciai con l’asciugamano vecchio. I pantaloni erano praticamente inservibili. Oltre al sangue, il culo era pieno di fango secco, e due strappi si aprivano in corrispondenza delle ginocchia. Con la poca acqua saponata che era rimasta decisi di lavarmi le ascelle e il collo. Mi spogliai e improvvisai quella toeletta, sentendomi subito meglio.

Poi la donna bussò alla porta.

“Un attimo” – dissi, usando la giacca per coprirmi le gambe.

“Si può?”

“Venga, certo, venga.”

La vidi ondeggiare per il peso del secchio.

“Acqua” – disse.

La ringraziai e infilai la testa nel secchio, bevendo ancora avidamente. Con quel che era rimasto mi sciacquai ancora le mani e la faccia, e mi ravviai i capelli.

“Grazie.”

“Si sente meglio?” – chiese, restando mani nelle mani in piedi, ad un buon metro da me.

Quella domanda poteva essere pericolosa. Sapevo bene di non potere ancora uscire da lì. Ero ferito, debolissimo e anche senza pantaloni.

“Avrei bisogno di mangiare qualcosa.”

“Non ho molto in casa.”

“Qualunque cosa.”

La donna annuì lentamente, comprensiva. Mi regalò un piccolo sorriso, dolce. Di più, quasi pietoso.

“Vedo cosa posso portarle.”

 

*

 

Non era vero che non avessi molto. Ma non potevo far mancare nulla dalla cucina, o Franco avrebbe potuto accorgersene. Una fetta di pane, avrei potuto dargliela, quella sì. E magari un uovo. Avrei detto che la Rosina s’era allontanata e l’aveva deposto chissà dove, se avesse chiesto. Lo faceva spesso, e in parte era vero.

Ma cosa stavo facendo? Stavo dando da mangiare ad un bandito. Addirittura, mi preoccupavo per lui. Non riuscivo a riconoscermi. Io non sono coraggiosa, non lo sono mai stata. Non voglio esserlo, è troppo pericoloso.

Buttai l’uovo in una padella, che misi sulle braci di fianco al fuoco acceso, poi lo feci scivolare sulla fetta di pane.

Portai il piatto nella stalla.

Questa volta non pensai a bussare, e trovai l’uomo che controllava la garza, già intrisa di sangue. Non aveva i pantaloni.

“Oh mio Dio!”

Mi segnai, ritraendomi dietro la porta.

“Mi scusi” – sentii che diceva – “entri, la prego.”

Entrai piano, mettendo il piatto davanti a me. Aveva la giacca sulle gambe, cosa che prima non avevo notato.

“Mi scusi lei” – dissi, allungando il pane.

Guardò l’uovo con amore, quasi, poi me. Aveva gli occhi lucidi.

“Un uovo…” – fu tutto quel che riuscì a dire.

Mangiò tutto in un attimo.

Presi il mastello e munsi un po’ la mucca. Quella mattina ancora non l’avevo fatto, così riuscii ad avere abbastanza latte. Lo porsi all’uomo che lo bevette avidamente. Si passò la lingua quattro o cinque volte attorno alla bocca, gustando il latte.

“Cos’è successo ai suoi pantaloni?”

Mi indicò quell’ammasso di fango e sangue incrostato. Lo presi ed uscii senza dire una parola. Dovevo coprire quelle gambe e quella ferita prima che fosse troppo tardi.

 

*

 

Il sapore dell’uovo e quello del latte mi avevano riportato ad un mondo senza guerra. Era il pasto più sereno che consumavo da parecchi mesi. Mi sentivo protetto, e non so perché. Non ce n’era motivo. In realtà sapevo che la sera sarebbe arrivata presto, e che avrebbe portato con sé il marito della donna. Avrei dovuto cercare di convincerla a farmi restare. Non potevo ancora muovermi, e un paio di giorni di riposo e di uova mi avrebbero fatto bene.

Rientrò con un paio di pantaloni in mano che non erano i miei.

Mentre me li porgeva le chiesi se suo marito non se ne sarebbe accorto.

“Franco ha occhi solo per la sua divisa” – rispose, non senza lasciarmi sentire la sua tristezza.

Divisa, aveva detto. Cercai di restare calmo.

“E così ora conosco il nome di suo marito, ma non il suo. Io mi chiamo Rino.”

“Io sono Maria.”

Dicendolo sembrò allungarmi la mano. Forse lasciò il movimento a metà. Ma io la presi lo stesso, e la baciai da vero cavaliere.

“Sei un bandito, Rino? Vai in giro ad ammazzare le persone?”

Mi sforzai di ridere.

“Ammazzare le persone? No, no, mai ammazzato nessuno” – mentii – “e non sono un bandito. Noi ci chiamiamo partigiani, e vogliamo liberare l’Italia dal Fascismo e dal Nazismo. Vogliamo la Pace.”

“Mio marito dice che siete degli assassini.”

“Ci difendiamo solo, ma siamo in guerra.”

“Voi avete tradito l’Italia e il Duce.”

Il discorso stava prendendo una brutta piega. Non avevo gli argomenti giusti per toccare il cuore di una donna, fingendo intanto di essere un santo.

“Sono solo un uomo, Maria. I fascisti hanno mandato mio fratello in Russia, e là ci è morto. Mio padre è morto nella guerra d’Africa, quella per l’Impero, e mia madre s’è uccisa di fatica. M’è rimasta una sorella e un fratello più piccolo. Combatto per loro, e basta. La politica non c’entra.”

Aveva le lacrime agli occhi.

“Anche io ho perso mio padre in Africa.”

“Allora mi capisci.”

“Sì. Forse.”

 

*

 

Lo capivo, ma sapevo anche che mio marito era con la Repubblica del Duce. Mi diceva cose che non avevo sentito da nessuno. Che per far l’Impero avevamo ucciso coi gas. Che i tedeschi facevano cose immonde, e noi li aiutavamo. Che nelle città erano sparite tante persone.

I suoi occhi verdi mi tenevano imprigionata. Mi sentivo guardata, come donna, come non succedeva da anni.

Decisi di lasciare che rimanesse qualche giorno nella stalla. Lo feci spostare di sopra, dalla scala, dietro al fieno accumulato. Lo andavo a trovare un paio di volte al giorno, portandogli un pezzetto di pane, una patata, una fettina di polenta. Me li toglievo di bocca per darli a lui, che Franco non doveva sospettare nulla.

Poi un giorno capitò, mio Dio.

 

*

 

Con Maria riuscivo a parlare liberamente. Anche troppo. Mi sembrava, per la prima volta nella vita, di essere l’educatore e non l’educato. Ignorava cose che mi sembravano talmente ovvie da non riuscire nemmeno a spiegargliele. Aveva attenzione per me, e sapevo che quel che mangiavo non l’aveva mangiato lei.

E poi mi piaceva. Non toccavo una donna da un anno.

La volevo.

Forse avrei voluto chiunque, in quel momento.

Quella mattina ero certo che, prima di entrare nella stalla, si fosse sistemata i capelli. Quando mi porse il bicchiere di latte ne approfittai per trattenerle la mano. La attirai a me e si lasciò baciare. La bocca si schiuse come un bocciolo.

Non ci fermammo fino alla fine.

Prima di scendere la scala a pioli mi guardò dritto negli occhi, e fece lo stesso sorriso che mi aveva dedicato il primo giorno, dolce e pietoso.

Un brivido mi percorse la schiena, poi mi addormentai.

 

Successe di nuovo il giorno dopo. E ancora.

Pensai che fosse giunto il momento di andare, ormai stavo meglio.

L’ultima volta che facemmo l’amore lei non mi guardò negli occhi. Tenne gli occhi bassi mentre si staccava, e scendeva le scale. Sfiorò il rosario che portò legato al polso, e io capii.

Feci appena in tempo a spingerla con forza giù dalla scala.

Fece un tonfo secco e si spezzò l’osso del collo. Non emise un singolo suono.

In quella guerra non poteva esserci pietà.

 

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LA COLLINA

 “ Non c’è giustificazione …
ricorda .. non c’è giustificazione alla violenza …
nessuna giustificazione
”.

 

C’era una volta … mia nonna Irma. Aspettavo l’estate tutto l’inverno, per potermi recare nella casa ai piedi della collina. Un casolare robusto con una grande cantina, in cui si viveva per sfuggire alla calura d’agosto.
Nonna Irma era una donna sola, aveva cresciuto sua figlia da sola e non sentiva il desiderio di avere qualcuno accanto: l’esperienza della guerra aveva lasciato in lei un solco profondo e non solo sul viso.
In quei luoghi mi sentivo libera, potevo diventare la regina delle amazzoni,  tra le canne di bambù; con la bicicletta correvo a perdifiato fino alla piazza del paese,  dove i bambini mi aspettavano per giocare a mondo o cucinare  le torte di fango: le più buone della terra.
Ricordo che un giorno tornai a casa con un occhio pesto: cercai di spiegare alla nonna che, quel prepotente di Luigi, aveva fatto cadere la mia  bicicletta nuova e quindi io gli avevo dato uno spintone facendolo precipitare a terra, lui di tutta risposta mi aveva sferrato un pugno proprio sullo zigomo; senza pensarci neanche un istante gli avevo piantato un calcio là, dove sapevo  avrebbe fatto più male; se l’era meritata…Lei mi guardò profondamente negli occhi e disse: “ Nessun oggetto, nessun discorso,  nessun pensiero giustifica un atto di violenza, neanche la tua bicicletta nuova.. Non ci sono scuse.”  Io comunque avevo ragione.
La sera, seduta sulle sue ginocchia, davanti al portone aperto della casa, l’interno della quale era nascosto da una tenda verde, ascoltavo le storie della collina.
– Sulla collina- narrava- si sentono bisbigli e parole sommesse.
Io chiedevo se fossero fantasmi e la nonna rispondeva che erano racconti … racconti  di persone abbandonate a se stesse.
– A volte le voci fanno paura e allora ci si tappa le orecchie con le mani, si gira canale per non vedere, si mette la musica a tutto  volume per non sentire; ma le voci sussurrano al cuore e non si può non ascoltarle.
Adesso che la nonna non c’è più e io sono una donna, ho deciso di andare sulla collina.
Mi arrampico faticosamente lungo una stradina irta e abbandonata da tempo: nessuno sale più là in alto, nessuno crede più che, nel cammino verso il terzo millennio, queste voci esistano ancora. Arrivo in una radura, gli alberi lasciano intravedere … qualcosa … qualcuno …
Qui il tempo si è fermato. Il cancello arrugginito si apre con un sinistro cigolio. Tra gli autobloccanti dei vialetti crescono ciuffi d’erba ingiallita dal susseguirsi delle stagioni. Mi guardo intorno e, nascoste tra le pieghe dei sassi, leggo storie dimenticate, impigliate tra i rami. Mi avvicino lentamente ad un angelo con un’ala sola e ascolto il frusciare del vento tra le foglie:
“Mi chiamo Maria, mi sono sposata nel duemilaotto a ventidue anni. Il mio compagno è gentile e sensibile, mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Mi sono innamorata di lui per una rosa rossa, non un unico fiore ma una pianta intera.
L’ho posata sul balcone della nostra casa, tra i profumi del rosmarino e della santoreggia.
Era avvolta in un sacchetto di carta del pane, l’ho estratta delicatamente per non rompere neanche una spina e l’ho infilata nella terra umida e ambrata, nell’enorme vaso che avevo acquistato per lei.
Ci ricorda ogni giorno il nostro amore.
Io e il mio compagno stiamo bene insieme.
Facciamo lunghe passeggiate mano nella mano.
Non vuole che guardi gli uomini che passano è un po’ geloso e questo mi lusinga.
Vuol dire che mi ama.
La casa diventa il nostro nido e lui mi vuole tutta per sé.
La notte si risveglia sudato e affannato, impaurito come un uccellino in gabbia, mi fa giurare che non lo lascerò mai.
Io gli accarezzo i capelli e lui si addormenta sul mio seno.
Passiamo molto tempo da soli io e lui.
Gli amici si allontanano perché è geloso degli sguardi che giudica indiscreti e delle amiche che mi portano sulla cattiva strada.
Il suo amore è come un cuscino di piume bianche e leggere, a volte mi sostiene e mi fa sognare; a volte si posa sul mio viso fino a bloccarmi il respiro.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere, durante il tragitto mi chiede di tenere gli occhi bassi, di non guardare e non provocare: io sono solo sua.
La rosa sul davanzale cresce rigogliosa.
Quel giorno ero andata da sola a fare la spesa nel supermercato sotto casa e mi ero trattenuta a parlare con la mia vicina, che ancora non conoscevo.
Entro in casa e lo trovo sconvolto sulla poltrona ad aspettarmi, il pavimento è cosparso da pezzettini rossi, che assomigliano a mille gocce di sangue: è la rosa strappata, divelta dalla sua terra e ridotta in minuscoli frammenti ….
Mi abbraccia forte, mi chiede di non lasciarlo più solo per così tanto tempo; ha avuto paura, tanta paura di perdermi. Lo consolo, gli faccio capire quanto lo amo … un bacio lungo un respiro diventa una stretta serrata, che mi comprime come una morsa d’acciaio.
Il silenzio è ormai il nostro discorso preferito.
Senza più fiori, privata delle sue foglie e del suo odore, la rosa rossa appassisce sul balcone.
Piango, la raccolgo, la depongo nella pattumiera del nostro appartamento.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Niente più passeggiate mano nella mano.
La casa diventa la mia prigione e le stanze sono vuote e fredde, senza amore. Allora decido di parlargli, di aprire il mio cuore: non si può andare avanti così, questa non è vita e il nostro amore sta morendo; ma la discussione diventa violenta e sono costretta a chiudermi in camera da letto.
Forse ho esagerato, dovevo essere più discreta … Sento il suo respiro dietro la porta,  mi chiede perdono, dice che non accadrà più … non voleva … e comunque anche io dovrei sapere quanto mi vuol bene, dovrei rispettare il suo amore così immenso e unico.
Il giorno dopo non vado in fabbrica, non saprei cosa dire, come spiegare quei segni sul viso.
Penso al fiore appassito nella spazzatura, a quel profumo sepolto tra i resti di cibo andato a male.
Scendo le scale in fretta, mi avvio verso il fioraio e acquisto una magnifica pianta dal cuore rosso.
Il nostro balcone si ricolora, ma quando guardo quel bocciolo, che ancora deve spuntare, capisco che non sarà mai più quello di prima.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Il tempo passa e nulla cambia, tra urla, grida, pianti, perdoni e incomprensioni, i giorni si susseguono sempre uguali. Finalmente mi guardo allo specchio: la tristezza è dipinta sul mio viso, niente trucchi … solo sofferenza. Mi sento vuota, inutile, stanca …
Ho paura di affrontarlo allora lascio un biglietto: “ Mi dispiace”.
Cammino lentamente sotto una pioggia sottile, distinguo le mie lacrime dall’acqua solo dal sapore salato. La strada è quella della mia vecchia casa … mia madre mi aspetta, mia madre sa …
Nel tragitto mi accorgo di non riuscire ad alzare gli occhi da terra è l’abitudine …
Sono inquieta penso a lui e mi dispiace … ma il ricordo degli schiaffi inutili mi rassicura. È giusto così!

E’ tardi e lui sarà arrivato a casa. Il telefono squilla … ha saputo … piange … vuole che torni, ma io non posso e allora m’insulta, urla … Mi dispiace.
Per giorni la sua figura si staglia davanti alla casa di mia madre come un’ombra oscura, così io sono ancora una volta sua prigioniera, segregata dalla paura.
Mia madre mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Il telefono manda messaggi offensivi, mi dispiace e sono terrorizzata … Gli chiedo ripetutamente di firmare le carte della separazione.
Ti prego … lasciami libera … lasciaci liberi.
Chiedo aiuto ma poche persone prendono la cosa sul serio:
Passerà …
Abbi pazienza …
Ci vuole tempo per queste cose.
In fondo ti vuole bene.
Mia madre non risponde alle mie domande, è preoccupata ma non capisce e attende.
Una mattina squilla il citofono: è lui. La sua voce è calma, tranquilla sembra il ragazzo sensibile di cui ero innamorata; dice che ha capito, sa che ha bisogno di aiuto e firmerà la separazione.
Mi chiede di scendere nel portone.  Ho quasi voglia di riprovare … ma ho paura. Passo un po’ di rossetto sulle labbra, raccolgo  i capelli per non farlo arrabbiare, mi diceva sempre che lasciare i capelli sciolti è segno di civetteria …. in fondo ci siamo voluti bene.
Scendo le scale con le carte in mano, sono serena, la sua voce è così morbida.  Apro il portone con il sorriso sulle labbra. Sento un dolore improvviso e lancinante …  mi chiedo da dove venga, mi tocco con le mani il cuore e percepisco un calore appiccicoso e un odore nauseabondo, mi viene da svenire.
Mentre chiudo gli occhi, lo intravedo con un coltello in mano e penso Mi dispiace …”.
Mi sveglio accoccolata su un tappetino verde, tra le mani lo scheletro di una rosa rossa, una lacrima scende sul mio viso. Strappo i fili d’erba che ricoprono il nome sulla lapide e lascio che il sole lo inondi di calore.
Riprendo il mio cammino lungo i sentieri di questo paese senza nome, cerco di farmi strada tra i rovi, cresciuti a dismisura per non permettere al mondo di vedere la tristezza e la solitudine di queste vite spezzate. Il profumo di fiori d’arancio mi conduce sotto una zagara bianca. Mi siedo, abbasso le palpebre e percepisco il canto del mare lontano.
“Mi chiamo Giada frequento la prima liceo di un paese vicino al mare. Al termine della scuola mi piace correre con i miei compagni sulla spiaggia,  fino alla riva e tuffarmi tra le onde.  Amo sentire la musica a tutto volume e vestirmi alla moda,  con i Jeans attillati e le magliette che lasciano intravedere la pancia. Sono molto coraggiosa, mi sono appena tinta i capelli di rosso per andare a una festa. Attraverso la strada felice: ho promesso ai miei genitori che tornerò a casa presto …. Mi dispiace che mi stiano ancora aspettando …”.
Tutto questo è assurdo … in cima a questa collina sento discorsi di donne che chiedono soltanto di essere ricordate, la loro voce è la mia voce; mille storie di questo secolo appena cominciato e già così amaro.
Ormai è pomeriggio e io cerco di togliere la ruggine dalla  statua di una giovane, inchinata a raccogliere una spiga di grano:
“ Mi chiamo Irina sona nata in Ucraina ventiquattro anni fa. Sono venuta in questo paese, con i miei sogni nella valigia, per trovare un po’ di serenità. Chiusa in quel camion pensavo al futuro, al lavoro e ai miei figli che presto mi avrebbero raggiunta. Quella strada non era sicura e io volevo soltanto riavere la mia dignità. Mi dispiace di non esserci riuscita”
… di fianco una piccola scultura bianca, con il disegno di un albero di Natale e un CD di musica POP appoggiati sopra:
“Mi chiamo  Lina, ho sedici anni: io ero sola … loro erano in tanti”.
Percorro pochi passi …  un velo impigliato ad un ramo sussurra parole inizialmente incomprensibili per me poi,  lentamente, quei suoni acquistano significato:
“Mi chiamo Miriam ho voluto togliermi il velo e amare un uomo straniero. Mio padre e i miei fratelli non erano d’accordo …”.
MI  gira la testa … sento sussurri ovunque … percorro di corsa un lungo tappeto rosso, al termine del quale un elegante vestito azzurro mi attende …
“Mi chiamo Ethel: non ero mai abbastanza magra per le sfilate!”
Mi chiamo … Mi … Mi…. dispiace.
All’improvviso mi accorgo di non essere più sola, uomini e donne, sono saliti fin quassù per cambiare l’aspetto del luogo: ripuliscono statue e piantano rose rosse,  togliendole dal sacchetto del pane, si chinano ad ascoltare, strappano  erbacce, si scambiano sguardi; cantano nenie e canzoni come questa:
“Non aver paura/parla alla tua vicina/all’amica che ti sta accanto/alla guidatrice del tram, alla fioraia/alla professoressa, all’incantatrice di serpenti/alla zingara che legge la mano, alla donna con il velo/alla madre con il figlio, alla passeggiatrice, alla strega. //Non aver paura/esci di casa /e sussurra nell’orecchio/di ogni donna che incontri//Alza la testa /solleva le braccia/e urla il tuo dolore. //Non aver paura/non aver vergogna/di dire al mondo /la rabbia che hai dentro/la tua storia è la loro storia. “
Anche il mio compagno mi ha raggiunto sulla collina e mi tiene la mano quando si ode l’ultimo tenue sussurro:
“Mi chiamo Irma e sono stata violentata dalle SS, in un campo di concentramento ….  Non c’è giustificazione … ricorda .. non c’è giustificazione alla violenza … nessuna giustificazione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIBERI DI SCRIVERE
SI E’ CHIUSA NEGLI APPLAUSI LA 5° EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Quella di quest’anno è stata l’edizione di maggiore successo e con la più alta partecipazione dal 2007: con la cerimonia di premiazione di sabato 31 ottobre al centro socio culturale Atrion si è concluso con grande soddisfazione da parte di tutti gli organizzatori il concorso letterario “Liberi di scrivere”. Il giorno non è stato scelto a caso, infatti la data e l’ora erano gli stessi della chiusura dell’Expo, a cui il concorso dal titolo “Mangiare e bere, uomini e donne” era legato.

La cerimonia è stata aperta da Corrado Alberti della Biblioteca Civica di Carugate, seguito dall’assessore alla Cultura Michele Bocale e dal giornalista e critico gastronomico del Corriere della Sera, nonché presidente della commissione di valutazione dei racconti, Valerio Massimo Visintin (qui l’intervista rilasciata al nostro quotidiano).

Quest’anno il concorso letterario Liberi di scrivere è arrivato alla quinta edizione, che è stata quella di maggiore successo– ha detto l’assessore Bocale- Ricordo ancora la prima edizione, quella del 2007, organizzata in occasione dell’apertura del centro socioculturale Atrion. Allora il tema era la multiculturalità e il presidente della commissione il professore Alfredo Tornaghi, scomparso da poco. Quest’anno abbiamo investito più risorse degli anni passati, perché crediamo fortemente nel fatto che iniziative come queste vadano implementate”.

Anche il presidente della commissione si è dimostrato soddisfatto di com’è andato il concorso. “Sono ben contento che i racconti pervenuti parlassero di cibo, e non di food. Il cibo è il protagonista che accompagna vicende storiche, intime, anche sentimentali. È consolatorio che in nessuno dei racconti sia stato messo in scena uno chef stellato, un ristorante di cucina chimica, e tutto quel mondo che è l’aspetto becero del tema” ha detto Visintin.

Erano presenti in sala anche gli altri membri della commissione e gli ospiti che hanno premiato i primi classificati: la scrittrice Elisabetta Bucciarelli, il poeta e giornalista Alberto Figliolia, Cristina Borgonovo del settore cultura della Città Metropolitana di Milano e la docente di lettere Anna Perina. Purtroppo non hanno potuto presenziare alla premiazione gli altri tre membri della commissione, Paola Di Andrea del settore cultura della Città Metropolitana e gli scrittori Mauro Raimondi e Lello Gurrado.

Prima di arrivare alla premiazione vera a propria, sono stati fatti i numeri di questa quinta edizione, con tanto di notizie curiose ad essa legate. Per esempio il partecipante più vicino e quello più lontano alla biblioteca, il primo residente in via Pascoli a Carugate e il secondo di Bova Marina, in Calabria; lo scrittore più giovane e quello più anziano, una ragazza di 18 anni di Garlasco e un 78enne di Bologna. Uno dei 173 partecipanti al concorso è un detenuto del carcere di Opera, un racconto è stato scritto a 4 mani e c’è stata una perfetta parità di genere, con 87 scrittori e 87 scrittrici.

La premiazione dei primi 7 classificati e del vincitore del premio speciale di Fuori dal comune, si è alternata alla lettura degli incipit dei racconti in questione, a cura degli attori del Gruppo Teatro Tempo accompagnati dalla chitarra di Sergio Prada. 

La classifica della giuria

1)      “La rivoluzione del gusto” di Matteo Pisaneschi, di Lamporecchio (Pistoia), che purtroppo non è potuto presenziare alla premiazione.
2)      “Pablo Maria Sotèro che non morì da solo” di Andrea Zarroli, di Livorno.
3)      “Pamela” di Sofia Menfalout, di Trezzano sul Naviglio (Milano).
4)      Ex equo, “Kuknia” di Davide Depalo, di Sesto San Giovanni (Milano) – “I mangiatori di patate” di Davide Fusi, di Parabiago (Milano).
6)      “Hai mangiato?” di Monica Dazzi, di Cernusco sul Naviglio (Milano)
7)      “Sassi di patate” di Massimiliano Finorio di Carugate (Milano)

Premio Speciale del Pubblico – Fuoridalcomune.it
“Sassi di Patate” di Massimiliano Finorio, si è aggiudicato il primo posto con 806 voti sui 1759 pervenuti. Dietro di lui con 685 voti, si è posizionato “Kuknia” di Davide Depalo.

La collaborazione di enti diversi e la bravura dei 174 scrittori che hanno partecipato hanno reso questa edizione del concorso la più speciale dalla sua nascita, sancendo definitivamente la sua maturità, in attesa di essere battuta per numeri e partecipazione dalla prossima che verrà organizzata.

 

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LIBERI DI SCRIVERE
ECCO IL TEMA DEL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Dopo una quarta edizione tra meglio riuscite e più partecipate della storia del concorso letterario nazionale indetto dal Comune e dalla Biblioteca di Carugate, Liberi di Scrivere torna quest’anno con la sua 5° edizione, inserita nelle iniziative di EXPO in Città e per questo legata al cibo.

Mangiare e Bere, Uomini e Donne“. E’ questo il titolo del concorso aperto a tutti i cittadini della penisola (modalità di partecipazione qui), che l’Assessore alla Cultura Michele Bocale spiega così:

“Ad ogni edizione è sempre stato proposto un tema sociale. Seguire il filone conduttore di EXPO, è il preteso per invitare a due riflessioni di questo tipo, una sui temi dell’alimentazione e delle risorse, e l’altra più legata alla nostra società e al cibo come elemento che nei tempi attuali è ormai diventato un fenomeno sociale, televisivo, letterario, comunitario. Gli Chef sono divi, i ragazzini si iscrivono in massa agli Istituti Alberghieri, le trasmissioni sulla cucina si moltiplicano, i giovani vivono la cena con gli amici non solo come un momento di ritrovo, ma ormai come un rito che pretende determinati standard qualitativi. Con questo titolo apriamo quindi anche all’analisi dei cambiamenti nelle abitudini sociali legate al cibo, e delle interpretazioni che la gente ne da”.

Proprio perché inserito a calendario tra gli eventi letterari di EXPO in Città, il concorso quest’anno vedrà un accorciarsi dei tempi, che porterà a conoscere i vincitori entro il 31 ottobre. Ma con un tema così ampio e predisposto a mille sfaccettature, cosa ci si aspetta dunque, dai testi che arriveranno ?

Innanzitutto speriamo di avere anche quest’anno una così folta partecipazione, e che come nella passata edizione, i manoscritti pervenuti siano di tale qualità da mettere in difficoltà la giuria nella valutazione -ha dichiarato l’Assessore BocalePer il resto, proprio per quanto detto prima, ci aspettiamo di ritrovare nei testi le tante visioni diverse del mangiare, del bere, legate ad altrettanti numerosi punti di visita di uomini e donne; di ritrovare le declinazioni di questo argomento legate alle diverse età dei partecipanti e alle sensibilità differenti.”

E proprio sull’età dei partecipanti, Michele Bocale, che è anche Assessore alle Politiche Giovanili, fa un’altra riflessione: “Il concorso è aperto a tutti ovviamente, ma confesso che non mi dispiacerebbe vedere una folta presenza di autori giovani, che da un tema come questo potrebbero essere davvero attratti oggi come oggi. Sarà interessante capire, una volta in mano i testi, come il cibo si concretizza nell’estro delle diverse generazioni, e soprattutto scoprire che idea hanno i giovani di questo argomento, immaginando così come lo porteranno nella società futura”.

La Giuria di qualità sarà come detto presieduta dall’illustre critico gastronomico del Corriere della Sera, e collaboratore di Terre di MezzoValerio Massimo Visitin, che impareremo a conoscere in modo molto particolare. “Anche attraverso gli aperitivi con gli autori -ha spiegato ancora Bocale- la nostra biblioteca ha consolidato rapporti importanti nel mondo letterario, e quindi Liberi di Scrivere può fregiarsi anche stavolta di una giuria che è garanzia di qualità”.

Dunque non resta che aprire il cassetto e sfoderare il romanzo di una vita che avete sempre pesanti legato al “”Mangiare e Bere, Uomini e Donne“.

 

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NEI SUOI OCCHI

Sabato sera abbiamo visto un film pornografico schifoso. Quando si è eccitato ha voluto che facessimo delle cose anche noi. Mi ha fatto fare cose che sa che non mi piacciono, mi umiliano e mi fanno soffrire. So che è inutile cercare di parlarci, di convincerlo a non farlo. Nei suoi occhi non c’è più nulla per me. Non c’è amore, non c’è pietà, non c’è compassione. E’ difficile per me ricordare se ci siano mai stati. Prima di iniziare si è tolto la vera e l’ha appoggiata sul comodino. Forse per fare come se non fosse mio marito. In realtà perché a volte mi ha lacerato la pelle colpendomi, anche sulla faccia. Non vuole che ci siano segni che poi io debba giustificare di fronte agli altri. Perché mi prende a schiaffi, sul corpo e sul viso, quando non sono abbastanza pronta ad ubbidire. Quando piango, o quando si accorge che mi sta venendo da piangere.

 

Aiuto non l’ho mai chiesto. Ne ho parlato qualche volta, all’inizio, con le amiche. La mia migliore amica era  turbata quando gli raccontavo certe cose. Non sapeva cosa consigliarmi, era evidente che preferiva non sapere. Avrebbe preferito non essere mia amica, piuttosto che stare ad ascoltarmi. Mia madre mi diceva che dovevo ragionare con lui, farlo ragionare, spiegarmi. Ci ho provato, all’inizio. Quando le ho detto che non serviva a niente, anche lei non sapeva più cosa dirmi. Le ho chiesto più di una volta se ne aveva parlato con papà. Mi ha detto di no. Che, se gliel’avesse detto, papà l’avrebbe ammazzato. Sappiamo tutte e due che mio padre non riuscirebbe ad ammazzare nessuno. Dirglielo io non sono mai riuscita. Non ci ho mai nemmeno provato. Morirei di vergogna. Anche se muoio di vergogna lo stesso, anche se non lo dico più a nessuno. Mentre aspetto che la faccia si sgonfi per poter uscire di casa, quando devo guardare negli occhi le persone, quando mi chiedono come va. Quando rispondo che, normale, va abbastanza bene.

 

Non riesco ad andare alla polizia. Dubito che mi sarebbero d’aiuto. Anche mia madre mi dice che aiuto vuoi che ti possano dare. Rovinerebbero solo il tuo matrimonio e basta; così le cose si metterebbero in modo che poi non si potrebbe più rimediare. Con lei è inutile parlare. Però leggo le notizie sui giornali, di donne che aiuto l’hanno chiesto e sono finite male lo stesso. A volte mi sono immaginata la scena. Io seduta su una sedia in un ufficio, le luci al neon sopra la testa, un poliziotto o una poliziotta che cerca di guardarmi negli occhi, mentre io non riesco nemmeno ad alzare la testa. E intanto cercare le parole per fare in modo che la mia vergogna non sia più grande della sua colpa. Senza riuscirci. E sapere in ogni istante che non sarei sola. Che ci sarebbe lui, dietro la spalliera della sedia, ad ascoltare le mie parole. A riaccompagnarmi a casa quando avrei finito la deposizione. Ad aspettarmi a casa. A venirmi a cercare. A farmela pagare.

 

Ho cominciato a pensarci quando stava per scadermi il contratto a tempo determinato. Non ci sarebbe più stato un posto di lavoro dove venire a cercarmi. Mentre lui era in studio a casa io ho riempito una valigia e un borsone con la mia roba. Ho preso i miei documenti, i soldi che ho prelevato questo mese e il mese scorso. Non gli ho lasciato scritto niente. Non ho detto niente a mia madre, niente alle amiche, niente alle colleghe. Ho preso un taxi e sono andata a casa di Anita. Mi ha detto che posso stare da lei finché sarà necessario. Mi ha detto che mi accompagnerà lei in un centro antiviolenza, quando e se mi sentirò pronta ad andarci. Sul taxi ero rabbiosa, felice. Mi sentivo calma, decisa, avevo il cuore in tumulto. L’autista ha intuito qualcosa, non so cosa. Ha cercato i miei occhi nello specchietto retrovisore. Poi li ha distolti per guardare la strada. Sì sto piangendo, avrei voluto dirgli, e allora?

 

Non so come ha fatto a trovarmi. Non ho mai risposto al telefono. Non ho detto a nessuno dov’ero. Ero uscita a fare la spesa mentre Anita era al lavoro. Ho messo giù le borse per cercare le chiavi. Mentre giravo la chiave nella toppa ho sentito i passi che scendevano a rotta di collo le scale dal piano di sopra. Non so nemmeno dire se ho capito subito. Mentre mi voltavo me lo sono trovato addosso. Ho aperto la bocca senza riuscire ad emettere un suono e lui mi ha spintonato dentro. Le borse sono cadute sul pavimento, lui ha chiuso la porta dell’appartamento alle sue spalle. La paura mi ha gelato. Ho pensato che mi avrebbe fatto del male. Ho sperato che qualcuno avrebbe visto le borse rovesciate sul pianerottolo, le chiavi ancora infilate nella toppa dall’esterno, che sarebbe venuto a vedere cosa succedeva. Ho indietreggiato. Sono stata io a parlare. Gli ho chiesto cosa voleva. Gli ho detto che ero stufa di lui, che volevo che uscisse da quella casa. Sentivo una morsa nella pancia, la voce mi tremava. Mi ha detto che era venuto a prendermi, che ero una brutta puttana, di fare le valigie. Gli ho detto che non ci pensavo nemmeno, di non avvicinarsi e di non osare toccarmi che mi sarei messa ad urlare e chiamato la polizia. Prova ad urlare e ti ammazzo, ha detto. Non so se ci sarei riuscita, avevo la gola bloccata, ho cercato di andare verso la stanza di Anita per chiudermi dentro. Mi ha sbarrato il passo, io ho cercato di lanciarmi verso la porta d’entrata ma lui era più vicino. Mi ha tirato uno schiaffo ma io mi stavo muovendo, mi ha preso solo di striscio, le  punte delle sue dita dure hanno urtato contro la mia guancia. Allora sono corsa all’indietro, verso la porta della cucina. Non sono riuscito a chiuderla dietro di me, c’era lui in mezzo, mi ha dato un’altra spinta. Ho gridato, ho chiesto aiuto, era la prima volta che lo facevo. Lui ha preso una padella per il manico e mi ha vibrato un colpo sulla testa, sul lato sinistro della faccia. Ho sentito uno schianto nella testa, ho perso l’equilibrio, ho cercato di aggrapparmi al banco della cucina ma sono caduta. Ho sentito una maniglia urtarmi nella schiena, con la nuca ho battuto contro uno spigolo. Il fiato mi mancava e nell’orecchio sinistro sentivo un doloroso ronzio metallico. Ma ho sentito lo stesso che diceva, se urli ancora ti ammazzo. Ti ammazzo e poi mi ammazzo. Vuoi questo, mi ha chiesto chiamandomi troia, vuoi morire? La cosa più strana era che era mio marito. Il suo volto, la sua voce, mi erano ancora familiari, malgrado tutto. Sono scoppiata a piangere per il dolore, per la rabbia, per la paura, lì seduta sul pavimento della cucina. Ho gridato ancora, ho chiesto aiuto, pensavo che la mia voce rotta dal pianto non l’avrebbe sentita nessuno. Anche lui si è messo a urlare, mi è arrivato un calcio sul braccio sinistro, ho sentito il rumore disordinato delle posate rovesciate sul piano della cucina. Mi è venuto sopra, scavalcando le mie gambe con un piede. Ho pensato che volesse picchiarmi ancora e ho alzato le braccia sopra la testa per proteggermi, mugolando. Il primo colpo non l’ho visto arrivare. Ho sentito solo un forte dolore al braccio sinistro, all’avambraccio, e ho visto anche qualche schizzo di sangue che mi cadeva sulla camicetta. Sono scivolata a terra, sulla schiena, cercando di allontanarmi da lui, tenendo le braccia alzate per proteggermi. Il secondo colpo l’ho visto con i miei occhi. Me l’ha sferrato con il coltello che teneva in mano, chinandosi in avanti, passando al di sotto delle mie braccia alzate, al centro del petto. Ho guardato in giù e ho visto l’assurda irrealtà della lama del coltello infilzata all’altezza del mio sterno. Ho alzato gli occhi per guardare il suo viso, che era vicinissimo. Ho cercato di prendergli il braccio con le mani, ma non sono stata capace di afferrare niente, lui stava già sfilando la lama dal mio corpo, quando ha tolto il coltello ho visto il sangue sgorgare dalla ferita. L’ho guardato ancora in faccia, i miei occhi dovevano essere enormi, perché sentivo la testa che mi stava esplodendo. Ho pensato che non poteva essere vero. Che non stava succedendo davvero. Ma poi l’ho visto nei suoi occhi e così lo sapemmo tutti e due. Che ora che mi aveva colpito e che il mio sangue macchiava i vestiti e le piastrelle l’avrebbe fatto ancora, e ancora, e ancora, finché l’avesse voluto, che io fossi ancora viva o fossi già morta, o finché il braccio non gli avesse retto più.

 

All’inizio ho pensato che andava tutto bene. Mi piaceva stare dov’ero. Mi sentivo al sicuro. Né lui né nessun altro avrebbero potuto venire a farmi del male. Non sentivo né caldo né freddo, né stanchezza né paura né dolore. Se aprivo gli occhi c’era sempre il buio intorno a me. Non so quanto tempo fosse passato. Non c’erano più i giorni né le notti, né lo spazio intorno né il mondo. C’ero solo io e me stessa, e questo era sufficiente. Poi, non so cosa è cambiato. Ho sentito il bisogno di uscire. Ho mosso le braccia, come pensavo di non poter fare, e ho spinto con le mani. Ho spinto finché il coperchio non si è mosso, è scivolato da parte. Ero sdraiata e la terra ha cominciato a franarmi addosso, ma non mi sono preoccupata. Mi sono riparata la faccia e poi ho cominciato a scavare con le mani, a risalire attraverso la terra, poi ho spinto di lato la lapide e sono uscita fuori. Avevo la faccia, le mani, il corpo e i vestiti tutti sporchi di terra, ma ero fuori. Anche lì era buio, però riuscivo a distinguere il cielo e le nuvole, gli alberi, le sculture le croci e le lapidi e le masse informi dei fiori sulle tombe. Ho provato a camminare. Ho fatto un po’ di fatica solo all’inizio, come per riprendere un’abitudine perduta. Ho camminato attraverso il cimitero, sui vialetti deserti, fino al cancello chiuso. Sono uscita nel piazzale del parcheggio, dove c’era solo qualche macchina qua e là. Conoscevo la strada e ho cominciato a camminare. Piano piano il terriccio che mi si era appiccicato alla pelle e ai vestiti ha cominciato a staccarsi e a cadere. Dopo un po’ perfino sotto le unghie con cui avevo scavato nella terra non c’era più nulla. Le vie periferiche della città erano vuote. Ho incrociato qualche auto, i fari mi hanno illuminata per un istante mentre passavano. Senza fermarmi, mi guardavo le braccia, le mani, le gambe, sotto i vestiti. Le ferite erano guarite quasi del tutto, stavano scomparendo, anche quelle più orrende che mi ero vista infliggere mentre ero ancora cosciente. Mi sentivo tranquilla, continuavo a camminare verso il mio quartiere. Incrociai qualche persona, nessuna mi degnò di uno sguardo. Solo i fari delle rare automobili gettavano su di me ogni tanto qualche lama di luce. Sono arrivata all’incrocio con la via dove avevo vissuto tanti anni con i miei genitori, ma ho continuato a camminare. Volevo andare a casa, non avevo fretta, ma volevo andare a casa. Il mio quartiere dormiva come il resto della città. Le case erano buie, solo qualche finestra era illuminata nelle facciate scure. Qualche luce l’ho vista spegnersi al mio passaggio. Per tutta la strada non sentii che pochi rumori, il rumore del motore delle macchine, il brusio di un traffico più lontano, un volta per un breve momento l’ululato di una sirena, a volte l’abbaiare di un cane. Sono arrivata davanti al mio portone. Non sapevo se lui fosse in casa o no, forse era in un posto dove l’avrebbero punito per quel che mi aveva fatto. Il portone si aprì e quando entrai vidi che ora indossavo il mio abito da sposa. La gonna era molto ampia e feci quasi fatica ad entrare nell’ascensore, la stoffa frusciò contro gli stipiti. Nella cabina l’abito era grande quanto il pavimento. La luce bianca pioveva dall’alto e illuminava la corolla quasi abbacinante della gonna candida intorno alla mia vita. Mi sono voltata per guardarmi nello specchio dell’ascensore, e ho visto che ero diventata giovane, giovane come allora, come quando meritavo un marito, quando avrei meritato dei bambini, un futuro migliore. Sono arrivata al mio piano, le porte si sono aperte e sono uscita sul pianerottolo. Vedevo la mia porta, lo zerbino davanti all’uscio, il nome di mio marito sopra il campanello. Sulle scale non si sentiva nessun rumore, se non un ronzio elettrico di fondo. Volevo vedere se la porta era aperta e sono entrata in casa. Il corridoio era buio, ma dalla sala in fondo proveniva il lucore di una televisione accesa. Mi sono avvicinata e mi sono affacciata sulla soglia. Lui era semidisteso sul divano, che guardava verso lo schermo del televisore, le palpebre semiabbassate. Avrei voluto dirgli che ero tornata, invece sono stata zitta. Ho fatto solo un passo avanti. Adesso la luce dello schermo investiva anche me. Non sapevo se lui mi vedesse, ho aspettato, e l’ho guardato fino a che lui non ha volto lo sguardo assonnato. Allora sono stata sicura che mi avesse vista. Ho pensato che mi vedesse uguale a me stessa sulla foto del matrimonio che avevamo sul comò della camera da letto; io ero uguale, ma non c’era lui al mio fianco. Non ha parlato, e neppure io. Solo ho continuato a guardarlo. L’ho guardato negli occhi, e poi ho scavato nei suoi occhi, sono andata oltre il suo sguardo, oltre alla sua indifferenza, oltre alla sua sorpresa, oltre alla sua paura; ho scavato oltre ai suoi ripugnanti occhi, oltre alla sua fetida violenza, sono arrivata fino in fondo, dove non c’era più nulla, e allora ho visto che ha capito: che sarei tornata ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora; che mi avrebbe visto finché i vermi non avessero divorato i suoi occhi; che un tempo io l’avevo amato. L’avevo amato per nulla, e ora lui sapeva quanto.

 

 

 

 

 

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LIBERI DI SCRIVERE
CONOSCIAMO L’AUTRICE DEL VOSTRO RACCONTO PREFERITO

Anestesia“, il racconto che avete votato voi lettori come migliore tra i 21 prescelti dalla Giuria, ha un nome e un volto:
Rossella Zanini, insegnante figlia di insegnanti, dalla commozione facile davanti alle opere d’arte, con una passione per il gelato alla cannella e marron glacé più panna montata, e con le Fresie e il Caprifolgio come fiori preferiti.

La giovanile cinquantaseienne di Gussago, piena Franciacorta, zona bresciana immersa nei vigneti, ci ha raccontato qualcosa in più sulla sua vita, la sua passione per le lettere,  e il suo racconto presentato a “Liberi di Scrivere“.

UN’EDUCAZIONE ARTISTICA
In realtà tutta la vita di Rossella è stata permeata di arte e cultura, sin da quando sua madre dipingeva con lei sassi e bottiglie, o suo padre, insegnante di arte, sfogliava con lei libri di pittori come Botticelli e Caravaggio, momenti di cui conserva ancora splendidi e intensi ricordi: “Con loro si andava in vacanza al mare e a visitare città d’arte, gallerie, Uffizi,  chiese… Ed è così che anche oggi, ogni volta che vado ad una mostra, per me è quasi come essere in un sogno, tornare all’infanzia o proiettarmi in un’altra dimensione, e ogni volta che leggo in libro, ci trovo associazioni con questo o quel pittore“. Ora Rossella insegna Lingua e Letteratura Francese all’istituto Superiore Lunardi, è quasi bilingue, e da tempo ormai lascia correre i suoi pensieri e le sue sensazioni sulla carta.

L’INCONTRO CON LA LETTERATURA
L’arte dunque si è legata alla vita di Rossella, che comunque ha sempre avuto una certa predilezione per la letteratura: “Sin da bambina inventavo testi per gli spettacoli di burattini che proponevo alle compagne di giochi che mi sopportavano di buon grado, e poi scrivevo poesiole e un diario segreto, come credo tanti altri a quell’età“. Ma il primo vero amore letterario è arrivato impacchettato con un regalo di una sua vecchia docente di letteratura, che le regalò un volumetto di 19 poesie di Garcia Lorca: “S’intitolava Cinque lire di stelle , e sulla prima pagina, proprio la mia docente preferita aveva scritto: “Anche solo cinque… soldi di poesia bastano per vivere felici”… Voilà,  l’amore associato alla lettura. Fu questa la magica alchimia che mi portò poco dopo alla scoperta di Neruda, Pasternàk, Majakovskij e soprattutto di  Décartes, perché a quell’età, cercavo soprattutto un metodo di vita, non solo di analisi testuale. Ed è così anche ora: quando leggo io sono felice, mi sento arricchita e talvolta anche ignorante. C’è  sempre da imparare nella vita.“. Questo episodio, unito alla sua educazione letteraria, ha portato una forte consapevolezza in Rossella: “A me, insegnante figlia di insegnanti, ha fatto capire l’importanza del nostro ruolo nella società, e la nostra certa o possibile influenza sulla delicata vita dei ragazzi“.

GRUPPI DI LETTURA E SCRITTURA CREATIVA 
Alla biblioteca di Paderno Franciacorta, un paesino vicino a casa sua, Rossella coordina da due anni un gruppo di Lettura: “Spero che anche altri trovino lo stesso piacere, gli stessi stimoli e i tanti mondi da esplorare e con cui confrontarsi. A febbraio condivideremo la lettura de L’urlo e il furore di Faulkner, da conoscere anche solo per la levatura dell’autore, che meritò il Nobel nel 1949. Ma qui devo ringraziare chi lavora e collabora con me, amici con cui condivido la stessa passione“.
E’ grazie invece ad un corso di scrittura creativa che Rossella ha iniziato a scrivere: “Dalla lettura alla scrittura il passo è breve, anche se mi sono messa in gioco solo da qualche anno. Mi sono detta: stimo chi scrive buone storie e forse posso farlo anch’io; se ho qualche messaggio da lanciare, la scrittura è un mezzo duttile e potente; Così mi sono ritrovata intorno a un tavolo con altre persone che come me avevano voglia di provarci, e alla fine del corso è nata una raccolta di racconti e poesie, Pretesti sensibili  pubblicata da Besa.”
Ora l’insegnante bresciana organizza anche per i suoi studenti delle superiori, corsi di scrittura creativa: “Anche perché scrivere utilizzando il sistema linguistico in modo corretto è un’abilità trasversale a tutte le discipline, quindi utile e piacevole non solo in sé, ma anche per la comunicazione in senso più lato. La scrittura creativa poi aggiunge l’elemento importante dell’invenzione

I PRIMI CONCORSI
Liberi di Scrivere non era la prima esperienza per Rossella, che in precedenza aveva spedito alcuni testi ad altri concorsi nazionali, portando a casa un primo premio al concorso Il settimo giorno, sul tema del lavoro in epoca postmoderna, con il racconto Il dono.  Qualche anno prima inoltre, era arrivato un altro primo premio al Carmagnola d’oro, con la poesia Parole (per noi), e un terzo e settimo premio ad altri due concorsi nazionali con il racconto Dissonanza.

ANESTESIA, LE TEMATICHE FEMMINILI E LA SPERANZA
Un’interruzione di gravidanza, una crisi di coppia sorta da un problema di fertilità, una lavoratrice precaria, una madre disperata che abbandona il figlio dopo averlo partorito, e una donna più violate abusata in un paese in guerra. Queste sono alcune delle tematiche che Rossella ha affrontato nei suoi racconti. Tutte situazioni profondamente femminili: “Mi sono accorta che emergono spesso, quasi sempre. Credo che ciò sia dovuto alla mia formazione politico-esistenziale, ma anche al mio vissuto personale: la generazione a cui appartengo è quella post-sessantottina, dove la liberazione femminile, se non vogliamo chiamarla femminista per non essere antistoriche, era un tema scottante, e credo di averlo vissuto profondamente”.
Anestesia parla appunto di di una donna rinchiusa, torturata, imbottita di sedativi e più volte violata in un paese in guerra : “L’ho scritto in poco più di una notte. Mi rendo conto della sua durezza, ma ciò che è veramente crudele non è il racconto in sé, quanto la realtà che rappresenta. Ma come diceva Kafka, abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia“.
Nel racconto premiato con il voto della giuria popolare però, il finale lascia grande spazio alla speranza, e l’autrice ci spiega perché: “Perché nonostante la prigionia, le torture e le violenze subite e iterate, la protagonista ha una forza enorme trova la forza di immaginare e di sognare, e si salva grazie alla scrittura, alla denuncia e al fatto che lei stessa si sa trasformare in mezzo per non soffrire, anestesia appunto, con la sua voce salvifica. La protagonista conclude il racconto dicendo che se qualcuno leggerà, finalmente, prima o poi lei sarà libera. E poiché il racconto è stato letto da molte persone, è evidente che sia stata salvata“.
Ecco dunque da dove arriva Anestesia, da quale lungo percorso d’amore ed educazione all’arte di una donna che ama i classici della letteratura così come il suo divano arancione, la sua strana collezione di statuette di gatti di ogni forma e dimensione, e la sua vera gatta. Ma soprattutto sua figlia, con la quale parla in francese, e che tempo fa le ha scritto una dedica su un regalo, che lei tiene in cucina:

“ La forza delle donne deriva da qualcosa che la psicologia non può spiegare” – Oscar Wilde

 

 

 

 

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UNA SU TRE

Stando a un rapporto dell’Onu, una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza; l’ho sentito al giornale radio. Quando avevo vent’anni, litigando col mio fidanzato di allora diedi e ricevetti uno schiaffo. Eravamo entrambi esasperati, stremati, consumati da un amore difficile che cercavamo di mantenere vivo a tutti i costi.  Quello per me non significò subire una violenza, semmai fu uno scambio reciproco di violenza, anche se il mio fidanzato era più forte di me e riuscì sicuramente a causarmi più dolore di quanto gliene avessi procurato io con le mie manine da intellettuale. Dieci anni dopo un altro uomo, incapace di impormi a parole il suo punto di vista, mi schiaffeggiò più di una volta, con tutta la rabbia e la frustrazione che gli venivano dall’impossibilità di sottomettermi. Questo per me significò subire una violenza.

Quando sei cresciuta in una famiglia dove tutti si rispettano e si vogliono bene, vezzeggiata  e viziata dai genitori, dai nonni, e dai fratelli più grandi, quando sei abituata ad avere intorno persone che nei tuoi confronti nutrono solo le migliori intenzioni, il primo schiaffo che prendi ti sorprende, non senti neanche il dolore, non hai paura, non provi rabbia. Lo stupore ti coglie;  ti domandi: “Che cosa ho fatto?” Se senti l’odio dell’altro che dai polpastrelli si irradia lungo la tua guancia, se una vampata di collera per te inspiegabile ti si rovescia addosso con la forza d’urto di una mano maschile pilotata dal rancore, rimani immobile a domandarti: “Che cosa ho fatto?” Non porgi l’altra guancia, non ti difendi nemmeno, e non ti chiedi che cosa puoi fare per fermarlo, cerchi soltanto di capire la ragione di quella reazione inconsulta, pensi che forse hai fatto davvero qualcosa di sbagliato, di terribile, di inaccettabile per quest’uomo così diverso da te, così imprevedibile. Se reagisci così, se sei come me, pur indignata e sconvolta sei già disposta a perdonarlo prima ancora che lui abbia chiesto scusa, sei già pronta a parlarne, a metterti in discussione, a ripartire da capo su nuove basi. Sei pronta ad asciugare le sue lacrime, perché sai che lui si pentirà, e piangerà quando si renderà conto di averti fatto male. Sei già pronta a consolarlo. Sei pronta a ricevere un altro schiaffo.

Perché è così che andranno le cose, solo che la seconda volta sarà molto peggio della prima, perché stavolta non sarà lo stupore il tuo sentimento più forte. La seconda volta ti lascerai contagiare dall’odio. Così è stata la mia storia. Preferirei non raccontarla, ma una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza. Una su tre. Che tipo di violenze? E quante lo vanno a raccontare in giro?

La violenza fisica è umiliante. Lo so perché al terzo schiaffo il mio sentimento più forte, dopo l’odio, fu la vergogna. Per lui, che si era ridotto a picchiarmi nel tentativo vano di ridurmi in suo potere, ma anche per me, che l’avevo lasciato arrivare fino a quel punto, che non me ne ero andata subito dopo il primo schiaffo. è umiliante perché ti senti risospinta in una condizione sub-umana, una condizione a cui non sei abituata, e che non riesci a gestire; e dopo il terzo schiaffo viene subito il quarto, perché ormai anche per lui uno tira l’altro, come le ciliegie.

Quattro schiaffi, questa è tutta la violenza che ho subito fino ad oggi. Non  lo so se rientro nel conteggio dell’ONU, se posso considerare la mia esperienza affine a quella vissuta da una donna su tre.  Sono certa che in quel rapporto si celino storie di sopraffazioni e di abusi ben più agghiaccianti della mia. Purtroppo ci sono ancora realtà al mondo in cui una donna che ha preso solo quattro schiaffi da un uomo in tutta la sua vita può ritenersi fortunata, e difficilmente avrà la possibilità di tagliare ogni rapporto con chi potrebbe arrivare a compiere gesti ben più efferati dell’ennesimo ceffone. Io non ho aspettato di ricevere il quinto, ma sono nata in un luogo e in un’epoca in cui il ricorso alla violenza per affermare il dominio di un sesso sull’altro è arrivato ad essere – nel comune sentire, come nel diritto – inaccettabile. L’uomo che mi ha schiaffeggiata quattro volte veniva da un’altra epoca, da un altro contesto, da un’altra concezione del rapporto tra i sessi. Per lui  amarmi significava esercitare un controllo assoluto su ogni aspetto della mia esistenza, non solo all’interno delle mura domestiche, ma anche sul lavoro, nelle relazioni familiari, nelle amicizie. Significava anche aspettarsi che io gli dessi retta su tutto, che accettassi senza discutere ogni sua decisione; significava poter sindacare sul mio comportamento, sul mio modo di parlare, di muovermi, di vestirmi, in una parola su ogni minimo dettaglio della mia vita e della mia persona. Eppure era un uomo colto, sensibile, garbato; l’avevo incontrato nella sede di un’associazione che si occupava di immigrati, dove facevo un po’ di volontariato. Non era uno dei miei allievi al corso d’italiano, era uno dei volontari dell’associazione, e già da diversi anni. Aiutava gli insegnanti, organizzava eventi di autofinanziamento e spettacoli, dava una mano in tutte le iniziative. Mi innamorai di lui per la passione che metteva in ogni sua attività; era anche un uomo intelligente, tanto che dall’inizio aveva già capito come sarebbe andata a finire tra noi.

“Sei mai stata con un musulmano?” mi aveva chiesto.

“No, mai, perché?”

“Dovresti leggerti qualcosa su noi uomini musulmani; siamo diversi da tutti i fidanzati che hai avuto finora.”

Io non credevo nelle differenze culturali, ero convinta che l’indole e le inclinazioni personali contassero molto di più dell’origine etnica o confessionale, perciò feci spallucce e non ascoltai il suo consiglio; a me non interessavano i suoi correligionari, a me interessava lui, e lui mi pareva aperto e affidabile molto più di tanti italiani che avevo conosciuto.

“Guarda che io sono geloso” mi disse anche “sono possessivo”.

“Magari” pensavo io “magari avessi trovato un uomo che sa quello che vuole e lotta per avermi.”

Amir in Egitto si era laureato, ma a Milano faceva il portinaio in un palazzo di lusso; dopo un mese che stavamo insieme, perse il lavoro. Probabilmente gli inquilini mal sopportavano il portinaio immigrato, nonostante il suo aspetto bello ed elegante. Mi indignai, mi rammaricai, e senza che lui dovesse chiedere, gli proposi di venire a vivere con me. Allora stavo scrivendo la  tesi di dottorato; passavo molto tempo in casa, mi ero allestita una postazione PC nell’anticamera del mio bilocale in affitto. Amir si portò dietro i suoi mobili, i suoi tappeti, i suoi vestiti eleganti, e sopratutto il suo giro di amici e amiche che mi piombavano in casa a tutte le ore del giorno e della sera e a cui dovevo, secondo lui, fare sempre e comunque gli onori di casa. Persi la pace e la tranquillità che mi erano necessarie per lo studio, e non riuscivo a fargli capire quanto fosse grave  per me.

“La mia ex era una dottoranda anche lei” mi diceva “ma riusciva lo stesso a prepararmi un tè quando tornavo a casa e a stirarmi le camicie”.

“Ma io non sono una casalinga, Amir” ribattevo “e non lo sarò mai!”

Amir si innervosiva perché non corrispondevo al suo ideale di donna, ma se ne aveva voglia cucinava e lavava i piatti senza battere ciglio. Era come lacerato e sospeso tra due modelli culturali opposti: non si riconosceva più nella sua cultura di origine, ma non riusciva ad accettare completamente la nostra.

Il primo schiaffo lo presi per un futile motivo; ma dopo un mese di convivenza lui era come una pentola a pressione a cui nessuno avesse fatto sfiatare la valvola. Quel pomeriggio mi aveva chiesto di passargli il suo pacchetto di sigarette, ma io ero di cattivo umore, e in più stavo lavorando.

“Perché non te lo prendi da solo?” gli avevo risposto “visto che sei lì a far niente…”

“Vuoi darmi per favore quello stupido pacchetto?” aveva ripetuto lui, scandendo le parole con una calma eccessiva che avrebbe dovuto mettermi in allarme.

“No, non te lo do.”

Amir si era alzato dalla poltrona senza replicare. Mi si era avvicinato da dietro, prendendomi per il braccio. Mi ero girata a guardarlo, aveva un’espressione dura, ma con un velo di tristezza.

“Togliti gli occhiali” aveva detto.

“Perché?”

“Tu toglili e basta.”

Li avevo tolti. Mi era bastato un attimo per capire che se avessi tentato di difendermi sarebbe stato peggio. Potevo cercare di divincolarmi, potevo gridare, ma la certezza della sua superiorità fisica mi aveva annichilita.  Il dolore era arrivato dopo, e insieme al dolore le sue scuse infinite e un racconto patetico di come solo un’altra volta nella vita avesse picchiato una donna, e di come avesse giurato a se stesso di non farlo mai più.

“Perdonami” mi supplicò, è un brutto periodo.”

Mi confessò che stava prendendo degli psicofarmaci, e mi chiese di aiutarlo. Come potevo rifiutare?

Dopo un altro mese di vita insieme, gli schiaffi erano diventati più forti e le scuse meno convinte; certo, lui sbagliava, ma ero io a provocarlo, io che mi ostinavo a non fare quello che mi chiedeva, frequentando i miei amici maschi anche senza di lui, telefonando al mio ex fidanzato, presentandomi alle feste vestita di jeans invece che con la gonna. Alle amiche che mi chiedevano: “Come va?” rispondevo sempre: “Tutto bene. Sì insomma, ogni tanto c’è qualche divergenza, litighiamo un po’, ma poi facciamo sempre pace.” Gli schiaffi erano il nostro segreto, non volevo che pensassero troppo male di lui, non volevo che mi spingessero a lasciarlo. Fino a quell’ultima sera. Mi ero lasciata vestire da lui: gonna lunga, abbinata alla mia unica camicia elegante, pettinatura fresca di parrucchiere, e un trucco discreto sugli occhi.

Alla festa ricevetti un sacco di complimenti dalle amiche: “Come sei bella”, “Come sei elegante” , “Si vede che ti fa bene l’amore”. Amir e io ballammo insieme allacciati; mi pareva che le altre mi guardassero con invidia, sembravamo una coppia felice. A un certo punto andai a sedermi in un angolo con la mia amica Giulia. Mi girava la testa, e mi davano fastidio le scarpe; me le tolsi e appoggiai le gambe su quelle di Giulia, che cominciò a massaggiarmi con dolcezza la pianta dei piedi, mentre chiacchieravamo ad alta voce, cercando di sovrastare la musica. Vidi Amir che dall’altro lato della sala si sbracciava, facendo cenno di no col capo.

“Cos’ha il tuo fidanzato?” chiese Giulia “si sente male?”

“Che ne so?” feci io “mica capisco il linguaggio dei segni”. In realtà avevo capito benissimo; Amir voleva che tirassi giù i piedi e mi rimettessi le scarpe, ma non avevo nessuna intenzione di dargli retta. Di colpo me lo ritrovai alle spalle.

“Vieni con me” mi disse.

“Dove?”

“Tu vieni.” Il suo tono non ammetteva repliche.

Lo seguii fino a un salottino appartato, davanti al bagno; mi ritrovai con le spalle al muro.

“Perché non hai fatto quello che ti chiedevo?”

“Non stavo facendo niente di male.”

“Lascia giudicare a me cos’è male. Quando siamo con gli altri devi fare quello che ti dico; le discussioni, dopo.”

“Decido io come comportarmi in pubblico, sono una donna adulta, non sono una bambina.”

La bocca di Amir assunse una piega amara.

“Togliti gli occhiali” ordinò.

“Non voglio.”

Lo schiaffò mi arrivò netto e doloroso sulla guancia sinistra; gli occhiali schizzarono per terra. Erano infrangibili, ma qualcos’altro si spezzò dentro di me, con un rumore di vetri rotti proprio all’altezza del petto.

Non volevo piangere, ma sentivo le lacrime colarmi giù fino agli angoli della bocca. Mi chinai a raccogliere gli occhiali e mi infilai nel bagno senza dire niente. Chiusi a chiave la porta e cominciai a vomitare; vomitai la cena, e tutto il vino che avevo bevuto; vomitai l’euforia della festa, e poi lo stupore, l’odio, l’umiliazione, e la vergogna. Con un ultimo groppo acido vomitai dal naso anche l’ultimo residuo d’amore; alla fine mi sentivo completamente vuota. Tornai nel salone; Amir non c’era. Vidi Giulia sulla porta, con su il cappotto. Le corsi incontro e  mi aggrappai letteralmente alla sua manica.

“Giulia, ti prego, fammi dormire da te stanotte.”

“Sara, ma cos’è successo, ti senti male? Sei cadaverica!”

“Domani ti racconto tutto, te lo prometto, ma adesso andiamo via, per favore”.

In macchina mi rannicchiai sul sedile accanto a Giulia; fuori cadeva una pioggia sottile e silenziosa. Sapevo che il giorno dopo avrei dovuto affrontare una serie di questioni, non ultimo come riprendere possesso della mia casa e della mia vita senza farmi trascinare in una sequela infinita e lacerante di recriminazioni. Adesso però non avevo voglia di pensarci; preferivo pregustare il momento in cui a casa di Giulia avrei tolto le scarpe e la gonna per infilarmi un pigiama comodo preso in prestito dalla mia amica. Con quest’immagine confortante nel cuore, cullata dal rumore ritmico del tergicristalli, abbandonai la testa contro lo schienale e mi addormentai.

Amir, non l’ho perdonato.

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LA FURIA DELLE ACQUE

– Dovete aiutarmi, brigadiere.

Nunziata era seduta su una delle due sedie di legno, davanti alla scrivania. Era spaventata e scarmigliata, e aveva un occhio nero.

– Te l’ho detto, Nunziata, – ripose il brigadiere Nerucci con voce paziente – senza una denuncia io posso fare ben poco. Ma tu non ti vuoi decidere…

– Se lo denuncio finisce in galera – ribatté lei con voce sorda – e io come li sfamo i figli miei? Bene o male, quando è sobrio, qualche soldo a casa lo porta.

– Non puoi prendere le botte per tutta la vita, per quattro soldi. So che lavori, che in paese ti danno una mano e puoi cavartela anche senza di lui.

– Sì, ma quando poi esce di galera mi ammazza.

Il brigadiere Nerucci sospirò.

– Affrontiamo un problema alla volta, vuoi? Firmami questo benedetto foglio…

– Brigadiere, guardate che non m’importa delle botte. A quelle ormai ci sono abituata. C’è un’altra cosa…

– Cosa? –

Nunziata si torse convulsamente le mani.

– Ecco… la mia Giovanna ora s’è fatta grande… e non mi garba come la guarda. Non mi garba per niente.

Il brigadiere si avvicinò al viso della donna.

– Vuoi dire che Gervasio  ha messo le mani addosso a Giovanna?

– No…. ancora. Ma da un po’ di tempo fa dei discorsi… degli apprezzamenti…. Io ho paura, brigadiere. Ho paura che la rovini. Quando è ubriaco, è capace di tutto. E poi non è il suo vero padre… anche se lei non lo sa.

– Lo vedi che devi firmare la denuncia?

– Io non le metto per scritto queste cose. Sono cose tremende, mi vergogno. Dovete aiutarmi, brigadiere… perché se tocca Giovanna, io lo ammazzo.

Il brigadiere sospirò.

– Vuoi che ci parli?

– Magari…

– Va bene, anche se io la vedo in un’altra maniera. Vai a casa, ora, Nunziata, che s’è fatto quasi mezzogiorno.

La donna si alzò con gli occhi lucidi.

– Grazie… se lo potete fare, grazie.

 

 

 

 

 

 

 

– D’Ascenzi!

L’appuntato D’Ascenzi scattò in piedi e si precipitò nell’ufficio attiguo, da dove veniva la voce tonante.

Il brigadiere Nerucci contemplò il giovane alto e dinoccolato, che passava a malapena dalla porta. In quei giorni d’autunno erano soli: il maresciallo s’era operato d’urgenza d’appendicite, un carabiniere era in licenza matrimoniale e un altro s’era beccato l’influenza. Per fortuna, in quella stazioncina di paese noioso non accadeva  mai nulla. A parte le beghe familiari.

– Hai sentito, vero?

D’Ascenzi accennò un sì incerto con la testa.

– Andiamo a mangiarci un boccone da Gilda, poi andiamo a fare due chiacchiere con quel Gervasio.

– Bene – disse l’appuntato con un largo sorriso.

– Ovviamente, tu resterai in macchina.

Il sorriso di D’Ascenzi si spense.

 

Gilda la vedova gestiva l’unica osteria del paese, fumosa, unta e annerita, ed era famosa per la trippa. Nerucci però aveva la gastrite e proibiva anche al suo sottoposto di consumare cibi di dubbia provenienza.

– ‘Giorno brigadiere, il solito?- disse Gilda con finto entusiasmo.

Il solito era costituito da due insalate di campo, prosciutto e formaggio locali, mezzo bicchiere di vino al brigadiere e rigorosamente acqua all’appuntato, che annusava vanamente gli odori densi della trippa e dei fagioli con le cotenne.

– ‘Giorno Gilda, il solito, grazie.

– Avete visto che tempo, brigadiere? Pioverà anche oggi…

– Anche oggi, e anche domani, e anche dopo di domani – disse un vecchio torvo che faceva il solitario a un tavolo di fondo.

– Che dite, Osvaldo? – chiese il brigadiere – Non cambia?

– Per me, pèggiora  – rispose il vecchio, cambiando l’accento al verbo – Sono stato in bicicletta alle Trasubbie, e non m’è garbato per niente. E’ gonfio, e anche l’Ombrone dev’essere quasi al livello di guardia…

– Via, via, quanto sei pessimista! – brontolò Gilda –  Sarà quel che Dio vorrà.

Dopo aver consumato il solito, i due carabinieri salirono sulla vettura in dotazione dove l’appuntato entrava a fatica e, attraverso una strada a sterro, dietro il paese, arrivarono al podere di Gervasio. Nell’aia scorrazzavano marmocchi di varie età e galline spernacchiate. Sotto una tettoia di lamierino, Giovanna, la bella figlia adolescente, ricamava un improbabile corredo; la madre non c’era, il padre, o patrigno che fosse, più in là, in maniche di camicia, spaccava legna con una grossa ascia. Si voltò un attimo a guardare i nuovi arrivati, poi riprese il lavoro.

 

 

 

 

 

– ‘Giorno, Gervasio – disse il brigadiere in tono asciutto.

Con un colpo secco e preciso l’uomo spaccò in due un grosso legno, poi disse, senza voltarsi:

– Qual buon vento, brigadiere?

– Vento di pioggia – rispose lui, sentendo una goccia.

– C’è stata per caso una rissa all’osteria? Guardate che io non…

– Tua moglie ha un occhio nero – lo interruppe il brigadiere –  e mi piaceva sapere com’è successo.

Gervasio posò l’ascia e lo guardò:

– Le donne che lavorano si fanno male – rispose lentamente – alle gran dame del paese non succede.

– Sicuro di non aver niente da raccontarmi?

– Sentite, a me non l’ha detto, io mi faccio i fatti miei… e penso che tutti dovrebbero fare lo stesso.

– Io rappresento l’autorità qui, e ho il dovere di informarmi. Non è un passatempo. Allora, perché tua moglie ha sempre qualche livido?

Gervasio rise sinistramente.

– Glielo dico sempre io, di non farsi troppi bicchieri, che non lo regge più come prima. Che volete, anche lei ha i suoi anni, è sbadata… sbatte dappertutto.

Il brigadiere sentì prudere le mani.

– Credevo fossi tu, quello che beve.

Gervasio smise di ridere.

– Sentite, brigadiere,  state perdendo tempo e lo state facendo perdere a me. Bevo, e con questo? Io i soldi me li sudo, non me li manda lo Stato per andare a confondere la gente, e anche se un pochi li do alla Gilda per qualche cicchetto, non c’è niente di male. Nunziata è una chiacchierona, dovrò darle una lezione…

Il brigadiere si avvicinò e disse in tono minaccioso:

– Fai che non sappia che hai messo le mani addosso a tua moglie… e a tua figlia!

Gervasio si fece scuro in volto e riprese l’ascia.

– Non mi lascio intimidire da nessuno in casa mia. E non accetto consigli su come allungare e non allungare le mani, da uno che non tiene nemmeno famiglia.

Il brigadiere Nerucci si bevve la cattiveria gratuita, senza fiatare; trent’anni prima sua moglie era morta di parto, col bambino, e anche se all’epoca stava in un’altra città, in paese lo sapevano tutti.

–           Va bene Gervasio, farò finta di non avere sentito. Ma vedi di rigare dritto, e di lasciare in pace le donne di casa, se non vuoi più avermi tra i piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro grugnì e riprese a spaccar legna.

D’Ascenzi, che dal finestrino dell’auto non si era persa una  parola, vide il brigadiere tornare indietro, ricurvo, sconfitto, come invecchiato.

 

Mentre come ogni giorno ricominciava a piovere, e i figli correvano a ripararsi in casa, Gervasio guardò la macchina allontanarsi e poi vide la moglie farsi sull’uscio. Fece qualche passo verso la porta e disse, con odio:

– Puttana. Li hai chiamati tu, vero?

Nunziata avrebbe voluto scappare, ma era stanca di scappare.

– Li ho chiamati io, sì – rispose con un filo di voce – sono stufa, Gervasio, stufa di te, delle tue sbronze, della tua puzza di maiale. Non voglio che mi tocchi mai più.

Con un urlo l’uomo si lanciò verso di lei, ma sulla porta apparve Giovanna che fece scudo alla madre col suo corpo.

– Lasciala stare! Lasciala stare!

–  Dannata puttana bastarda! Siete uguali, tu e lei! Sai che ti dico, Nunziata? Che hai ragione,   da oggi   non  ti toccherò più. C’è di meglio, di molto meglio…

Gervasio sogghignando entrò in casa mentre le donne indietreggiavano. Mentre si voltava a chiudere la porta, Giovanna afferrò i suoi ferri da calza, sul  tavolinetto vicino all’entrata, nascondendo la mano dietro la schiena.

Fuori aveva ricominciato a piovere, una pioggia triste, torrenziale, continua e senza speranza.

 

– Brigadiere! Presto, guardi qui.

Nerucci entrò in ufficio e si tolse l’impermeabile fradicio.

Pioveva ininterrottamente da quarantotto ore.

– Che c’è, D’Ascenzi?

– Un fonogramma della Prefettura! Siamo in stato d’allerta, forse ci sarà un’inondazione! Accidenti, siamo soli, non c’è neanche il maresciallo…

– Stai calmo, D’Ascenzi, non ti agitare! Adesso prepariamo un bel volantino, facciamo un giro del paese e lo attacchiamo a tutti i portoni, poi parliamo con tutti quelli che incontriamo e li avvertiamo di non scendere in città. Comunque domani è festa e le scuole sono chiuse… Sai  che facciamo, dopo? Facciamo un bel giro fino all’Ombrone, per vedere se davvero il fiume vuole farci lo scherzo, o se sono solo i soliti inutili allarmismi.

– Signorsì… – balbettò l’appuntato.

 

 

 

 

 

All’ora di pranzo, il proclama steso a macchina era bell’è pronto, e i due carabinieri, sotto la pioggia battente, fecero il loro giro attaccandone copie dovunque, parlarono con tutti gli abitanti che riuscirono a incontrare, e si fermarono dalla vedova per il solito.

Dalla finestra dell’osteria, si vedeva il podere di Gervasio, l’aia fangosa deserta, il camino acceso.

– Quando il briaco è fori, Nunziata gli brucia tutta la legna – commentò Osvaldo.

– Perché, Gervasio è via? – chiese il brigadiere, sorpreso.

– Non si vede da un paio di giorni – disse Gilda – e visto che con quest’acqua non si lavora, vuol dire che è partito…

– Difatti, non c’è nemmeno l’Ape davanti casa – disse il Nerucci, pensieroso.

Come stabilito, verso le due, Nerucci e D’Ascenzi partirono in automobile per la loro ricognizione. La campagna circostante era immersa in una desolazione senza limiti, il cielo invariabilmente grigio prediceva solo sciagure. A un certo punto, lasciarono la provinciale e imboccarono una stradina che conduceva verso la sponda dell’Ombrone; il brigadiere esclamò:

– Merda, D’Ascenzi! Prima di notte il fiume tracima. Torniamo indietro, presto!

Sudato,   l’appuntato   innestò   la       retromarcia,      fece l’inversione e aveva percorso poche decine di metri quando  arrestò l’auto bruscamente.

– Che cavolo fai?

– Guardi là, brigadiere, in quella radura!

Tra le frasche, in una piccola radura, c’era un vecchio Ape blu, tutto fangoso.

– E’ di Gervasio – disse il brigadiere – viene, scendiamo.

I due si accostarono al mezzo e dentro, riverso contro il parabrezza, videro il guidatore.

– Accidenti brigadiere, è morto?

– Chissà. Aiutami, tiriamolo fuori.

I due, con fatica, tirarono fuori quello che  era stato una montagna d’uomo e lo adagiarono sotto una pianta che offriva un minimo di riparo.

– Andato. Gli sarà preso un infarto – disse il Nerucci.

– No, brigadiere. Hai dei buchi nella schiena. Del sangue raggrumato. Non ha visto?

–  Chissà con che diavolo…

– Sono dei ferri, brigadiere – lo interruppe l’appuntato – ferri da calza, direi… uno gli ha trapassato il cuore.

– Perbacco, ragazzo, ma sei un fenomeno! Quindi…

–           Quindi siamo davanti a un omicidio, signore – disse D’Ascenzi  – e secondo me, se permette, è andata così: quest’uomo ha aggredito la moglie, o la figlia, e lei l’ha colpito alla schiena con una cosa che teneva nascosta, i ferri, appunto. La ragazza si è difesa con la prima arma che ha trovato…

 

 

 

 

 

– Perché dici la ragazza?

– Beh, ecco,… ho sentito dei discorsi, l’altro giorno… pare che non fosse proprio il padre e che, insomma, se mi permette, se la volesse fare…

– Però hai sentito anche, caro il mio fenomeno, che Nunziata diceva io lo ammazzo

– E’ possibile, ma senz’altro i ferri con le impronte li hanno fatti sparire, e poi la ragazza essendo minorenne se la caverà più facilmente.

– Cavolo, D’Ascenzi, non ti facevo così perspicace.

L’appuntato sorrise luminosamente sotto la pioggia.

– Per forza, da che sono con lei, in quel paese di morti di sonno, a parte questo, non è mai successo niente di interessante!

– Resta da chiarire come ha fatto il morto ad arrivare qui.

– Qualcuno della famiglia ha caricato il cadavere e condotto l’Ape fin qui. Nessuno se n’è accorto, con questo tempaccio non girava molta gente per il paese. Ora che ci penso… la figlia  ha  un   ragazzo  del    paese vicino, che quando non c’è il padre, viene in motorino e glielo fa pure provare! Quindi   s’è   data   coraggio   e   ha guidato l’Ape. Per una che ha appena commesso un delitto, cosa vuole che sia guidare senza patente?

– Co… come diavolo fai a sapere tutto questo?

– Osservo. Osservo i miei compaesani. Li studio.

– E… perché l’avrebbe portato qui?

D’Ascenzi si concentrò:

– Probabilmente l’assassina confida nella furia delle acque. La complice l’ha aiutata a caricarlo nel cassone… anzi, è salita anche lei, il cadavere era pesante. Una volta qui, l’hanno messo al posto di guida e sono tornate in paese a piedi. Tagliando per il bosco, non è lontano…

– Bingo! Sei proprio bravo, D’Ascenzi, hai un futuro nell’Arma.

– Grazie, signore. Che facciamo ora? Guida lei la macchina, e io riporto l’Ape in paese?

Il brigadiere lo fissò con un’espressione indecifrabile.

– Lo rimettiamo dove l’abbiamo trovato. E ce lo lasciamo.

– Cosa?!?

– Hai capito bene, D’Asce’.

– Ma…ma… brigadiere, se lei dice che qui fra qualche ora il fiume straripa… si porta via tutto, cadavere, Ape, tracce, prove…

– Appunto.

Il giovane, allibito, fissò il suo superiore.

–           Le…le…lei mi sta chiedendo – balbettò – di infrangere la legge?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– Ascolta, D’Asce’. Stanotte l’Ombrone strariperà e si porterà via il cadavere. Quando lo ritroveranno, se lo ritroveranno, sarà difficile stabilire di cosa è morto. Fra tre anni me ne vado in pensione; non ho potuto far niente per quella povera donna e non voglio neanche rovinarla. Lo capisci?

– Non so se ce la faccio, brigadiere.

– Hai una madre, una sorella, D’Asce’?

– Lo sa benissimo, le ho mostrato le foto.

– Tuo padre le picchia? Le violenta?

– Ma che dice!

– Pensa a loro, appuntato; pensa che qualcuna è meno fortunata, e noi ci siamo anche per dare una mano. Vuoi che Giovanna finisca il suo corredo e si sposi il motociclista, o vuoi che marcisca in galera?

– La prima, signore.

– Bravo. Allora dammi una mano a rimettere dentro il defunto.

– Sa, brigadiere? Ancora non sono convinto…

– Convinciti, D’Asce’, o ti lascio qui col morto.

– D’accordo, ma mi chiami col mio cognome completo, è più rassicurante. Oggi lei è strano…

– Oggi è oggi. E non si ripeterà.

Verso le cinque,  il brigadiere e l’appuntato, fradici fino al midollo, tornarono in paese e finirono di allertare gli abitanti, che per fortuna erano tutti al sicuro.

 

La notte tra il 3 e il  4 novembre 1966 il fiume Ombrone straripò, travolgendo la città di Grosseto e le sue frazioni, Quando la furia delle acque si fu calmata, impantanato vicino alla foce, fu trovato l’Ape di  Gervasio; ci fu un funerale senza il morto, perché non fu mai trovato, durante il quale Don Giuseppe fece una bella predica, dicendo che dopotutto il defunto era stato un buon padre di famiglia e comunque il lavacro purificatore del fiume lo aveva ripulito delle sue colpe.

Nunziata trovò posto come bidella nell’asilo comunale. Tre anni dopo, Giovanna sposò un ragazzo che aveva la passione per le moto.  Il brigadiere andò in pensione e l’appuntato chiese e ottenne il trasferimento. In un paese dove succedesse pure di tutto, tranne, per carità, le beghe familiari.

 

 

 

 

 

 

 

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