ANESTESIA

Ancora una, tre volte, mille

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                                                                                                 da giorni, ore, secoli

                                                                                                                    gli alfieri infilzano regine.

 Lo fanno anche se non lo sai

 anche ora mentre pensi.

 Lo rifanno dall’alba del tempo

che si espande come ombra della sera

 nel silenzio del terrore

 in tutti i mondi possibili.

 

Mi hanno inchiodata in due contro quel muro sudicio, trascinata qui, nella casa degli alfieri, rinchiusa in questa stanza buia, occhi imprigionati, finestre sprangate, lordura ovunque. La ascolto, la vivo, la respiro: sono io, chiusa nella scatola del mio terrore.

A volte tengo gli occhi appiccicati come pugni stretti, perché non vorrei che fosse vero. E quando li riapro, spero di svegliarmi. Ma il puzzo di piscio ha ormai invaso la stanza, insieme col fetore del mio corpo e di ciò che è rimasto del mio grembiule stracciato, macchiato di sangue e di tutto il resto che mi cola lungo le cosce, dritto sul pavimento.

Mi riempiono la bocca di pastiglie. Me le sbattono in gola a manciate, come pastone nel collo di un’oca. Ma… gli alfieri no, non possono spezzare lance dentro le regine. I re solo, solo loro  possono  prenderle per mano.

Cerco di salvarmi come posso. Scrivo parole, messaggi sui muri, con le dita intinte nei miei stessi escrementi, nella saliva e nel sangue che mi rimane. Scrivo per terra e contro queste pareti che mi stritolano, alte e appuntite come muraglie che avanzano verso me, crollando sul mio corpo accartocciato.

Ma poi, a ore indefinite, li sento arrivare. Avverto i loro passi avvicinarsi come lupi, finché non sono dietro alla porta. La chiave ruota lentamente nella toppa, e allora le fauci infuocate dell’inferno si spalancano, e io so di non avere scampo.

Gli alfieri invadono la stanza, a volte uno, a volte due, a volte a frotte,  immensi armadi scaraventati su di me.

Cerco di fuggire, cozzo addosso al buio come un ratto impazzito, ma mi sovrastano sempre, mi premono sul letto o sul pavimento, dove capita. Mi bloccano i polsi, le gambe, gli spasmi, e come pistoni mi trapassano da parte a parte, sbattendomi la testa per terra o contro il muro.

Sento le loro mani ingigantirsi e diventare piovre mostruose. Le sento farsi largo nei miei anfratti, in mezzo alle pietre di terrore del mio corpo. Vedo le loro bocche muoversi addosso a me, murene enormi che emettono veleni. L’alito appestato e i gemiti approdano come boati contro il mio viso schiacciato di lato. Allora attaccano la gola e scendono bramosi al seno, coprendolo di lividi.

Io vorrei essere un insetto spiaccicato sul pavimento, per sparire in una crepa e dissolvermi come un granello di polvere o una briciola di pane raffermo o una bestemmia contro il vuoto. Mi trasformo in straccio per non soffrire o  divento dura come un bastone o insensibile come la lingua, gonfia di pastiglie, grossa come un uovo.

Allora mi schiaffeggiano, alcuni mi prendono a pugni. Annaspo, tremo, e dalla gola non passa più un filo d’aria. Un terrore sordo si incolla al mio ultimo pensiero: ora mi uccidono. Invece tornano a calarsi i calzoni e mi usano ancora, ancora, ancora.

Tutto gira vorticosamente. La ventola aggrappata al soffitto è  un’enorme libellula che danza e ruota in continuazione. Io soffoco e  divento un pesce che boccheggia travolto dall’alta marea. Annego. Guardo il soffitto, il silenzio, il nulla, e penso che non esisto e che forse sono morta e che questo è solo un assaggio dell’inferno e che gli alfieri sono demoni mandati da un dio.

Eppure, per rari miseri istanti,  spero qualcosa. Devo sopravvivere. Me lo dico, me lo ripeto. Prima o poi qualcuno mi libererà, forse qualcuno mi cercherà.

Mi chiedo il perché di tanto orrore, ma non riesco a trovare risposte.

Per salvarmi provo a morire, in queste notti e in questi giorni che si confondono, accecati dal dolore.

Mi trascino verso il letto intriso di liquidi maleodoranti, cullata dall’universo che c’è in me, che rifiuta di chiudere gli occhi e non sa più misurare il tempo. Mi raggomitolo, abbraccio me stessa, mi stringo forte,  ancora più forte, domandandomi se vivo e se avrò un’altra vita.

Invento frustate di speranza, senza dove e senza quando.

Talvolta il pavimento si inclina, avverto le pareti scivolare, scorrere silenziose, come sipari su un palco devastato. Però i riflettori non si accendono mai. E io scivolo da un capo all’altro della stanza, come un battello ebbro di buio, senza bussola, senza meta.

Sento un alfiere, sbarro gli occhi. Dopo un’eternità apre la porta, non per liberarmi: mi sembra che la sposti ancora più in alto, in modo che io, infimo essere, non possa mai più fuggire.

Mi lega a una seggiola e le mie grida, le lacrime, si mescolano ai suoi ansimi bestiali. Urlo con tutte le mie forze, con ogni nota possibile alle mie corde vocali. Grido fino a trasformarmi in animale, ma sembra che nessuno al mondo possa udirmi oltre queste mura.

Dopo avermi usata, mi getta in terra del pane. Poi mi rinchiude e i giri di chiave echeggiano come trombe di un arcangelo.

D’un tratto si apre uno squarcio in terra, vedo le fauci dell’inferno. Ho paura di caderci dentro. Mi avvicino facendo attenzione, e le braccia di un salvatore si agitano dal fondo della fossa per dissolvermi nei suoi abissi.

Farneticando guardo il mio grembiule, così sporco che mi si appiccica addosso. Striscio, mi stendo al suolo, ma non provo dolore.

Chiudo gli occhi finalmente. Nonostante il mio torpore cupo, riesco ancora a immaginare. A tratti intravvedo le ciglia, che accarezzano mura appuntite. I lividi si staccano dal corpo, involandosi in mille colori. E sogno di fuggire oltre ogni guerra, lievito oltre ogni coercizione. Spero sussurrando, minuscoli mondi di pace, melodie di albe rosa e sorrisi, al di là delle mie mani morsicate, fuori dall’esercito muto cui appartengo.

Sto mutando in gocce di anestesia, salgo in alto aggrappata alla luce, trapassando la ventola e il soffitto, diretta verso il sole. E’ incredibile, ma non mi eclisserò, non mi inabisserò: se qualcuno  leggerà, finalmente, malgrado tutto, prima o poi io sarò libera.