L’UOVO

 

No Banner to display

Il sangue mi filtrava attraverso le dita.

M’ero abbandonato fra i rami di un tasso con l’ultimo respiro che avevo in gola.

Premevo forte la ferita. La chiazza nera che s’allargava sul fianco dei pantaloni mi faceva paura, anche se non sentivo troppo male.

I tedeschi, guidati dai repubblichini, mi stavano cercando. O almeno, così credevo. C’eravamo fatti sorprendere, e molti miei compagni erano morti da stupidi.

Morti ridicole, con le braghe calate o con un fante di coppe in mano.

Io non volevo morire, era l’unica cosa che riuscivo a pensare in quel momento. Perciò schiacciavo la ferita con le mani, e cercavo di non far rumore respirando.

Ma sapevo che mi avrebbero trovato, e che non ci sarebbe stata pietà.

In quella guerra non poteva esserci pietà.

Non doveva.

Io non l’avrei avuta, loro non l’avrebbero avuta.

Ormai stava arrivando la notte, e cominciai a sperare che ce l’avrei fatta a non farmi trovare. Ma avrei dovuto uscire da lì, e chiudere il taglio aperto dal proiettile prima di finire dissanguato. Tentai di alzarmi alcune volte, ma sentii un chiodo penetrarmi nell’anca. Il dolore era lancinante, e mi ricacciò a terra. Quando l’adrenalina cominciò a defluire venni colto da una stanchezza senza appelli. Caddi in un sonno senza sogni.

Il buio mi protesse fino all’alba.

Mi svegliai con le mani attaccate ai pantaloni dal sangue incrostato. Prima che tentassi di alzarmi, sentii un rumore. Qualcuno si stava avvicinando. Trattenni il fiato, fino a che non vidi una gallina razzolare al di là dei rami del tasso. Istintivamente, desiderai arrostirla e mangiarla. Nient’altro. Avevo fame, e le labbra secche. Non bevevo da parecchio. Soffocando la mia pulsione, capii che – se c’era una gallina – avrebbe dovuto esserci anche un pollaio, ed un padrone. Avevo solo una possibilità: che fosse dei nostri, che aiutasse la lotta partigiana.

Dovevo essere poco sopra Casigno, calcolai, ma non avrei potuto giurarci: nella fuga avevo solo pensato a correre, senza sapere dove.

Non avevo le forze per fare altro che alzarmi, e sperare che il proprietario della gallina fosse un antifascista.

Sentii dei passi avvicinarsi, e la vidi.

 

*

 

Come tutte le mattine mi ero alzata molto, molto prima del sole.

Il mio Franco pretendeva che la sua uniforme fosse impeccabile, e fresca. Dato che tornava sempre tardi, la notte, non potevo fare altro che alzarmi, recuperarla dalla sedia sulla quale la lasciava e rinfrescarla. Stirarla con le braci e lavarla, se necessario.

Poi c’erano le bestie da accudire, e le galline cui dar da mangiare. Accendere il fuoco, raccogliere le uova e fare una frittata per Franco, che lui era abituato così.

Da quando si alzava a quando usciva di casa non faceva altro che gridare il mio nome:

“Maria! Mariaaaaa! Vieni qui subito!”

E se non andavo, o non sentivo, erano botte.

Sembrava un bambino, incapace di fare anche la cosa più elementare da solo. Gli allacciavo le scarpe mentre lui finiva la colazione. Una volta mi inginocchiai, ma lui si accorse che avevo le mani sporche di farina.

Mi spaccò un labbro con un calcio.

“Volevi sporcarmi le scarpe, stupida?”

Tamponai il sangue, andai a pulirmi le mani e tornai per allacciare le scarpe.

All’inizio non era così. Era gentile, ed educato. Lo sposai convinta che potesse essere un buon marito. Fino alla caduta del Duce le cose andarono abbastanza bene. Poi venne la Repubblica di Salò, e lui riuscì a ritagliarsi un ruolo importante. Cambiò all’istante. Tornava a casa sempre più tardi, puzzava di fumo e di sudore. In poche settimane sentii sempre più spesso anche la colonia di qualche donna. Non sempre lo stesso odore. Non cercava nemmeno di nascondere le tracce, non si toglieva nemmeno i capelli dalla giacca. Anzi, li faceva togliere a me.

Ma quella mattina sembrava particolarmente di buon umore. Mi rivolse addirittura la parola.

“Ieri ho ucciso due di quei banditi, sai?”

Rimasi impietrita. Avevo visto già abbastanza di quella guerra, ma non pensavo che mio marito potesse uccidere. Non pensavo ne avesse il coraggio. Non seppi come reagire. Non sapevo se dirgli ‘bravo’, o cos’altro. Mi limitai a inclinare la testa e stiracchiare un sorriso ebete, da mamma compiacente.

Non aggiunse altro e uscì lasciandomi sola.

Mi sedetti al tavolo e piansi in silenzio per un po’ sotto al crocifisso che troneggiava in sala da pranzo. Se non ci avesse pensato la guerra a cambiare qualcosa, quella sarebbe stata la mia vita per sempre.

Uscii a cercare la gallina che prima, raccogliendo le uova, non avevo trovato. Ne avevamo sei, ma quella mattina ce n’erano solo cinque nel pollaio. Fu facile. Era la più vivace, ma anche la più rumorosa. Razzolava vicino ad un arbusto.

Fu quando mi chinai per prenderla che lo vidi.

Emisi un grido e la gallina corse via con le ali spiegate, nell’eterno vano tentativo di prendere il volo.

 

*

 

La donna urlò, lasciando scappare la gallina, e fece due passi indietro.

“Stia tranquilla” – dissi con un filo di voce – “non le farò del male.”

Sembrava avesse pianto. Sotto l’aspetto sciupato sembrava piuttosto giovane. Non disse nulla, si limitò a tenere una mano davanti alla bocca, e l’altra sul ventre.

“Sono ferito. Mi può aiutare?”

Guardò verso la casa, poi fissò la ferita, poi ancora la casa. Non smetteva di coprirsi la bocca e la pancia. Infine sussurrò:

“Venga.”

Non mi portò in casa, ma nella stalla. C’era una mucca tutta ossa e un somarino. Mi fece sdraiare su un cumulo di paglia e disse subito:

“Non può restare qui.”

Sospirai. Mi sentivo addosso tutta la fatica del mondo e della guerra.

“Immagino. Ma, la prego, mi aiuti soltanto a pulire e disinfettare la ferita. Andrò via prima che torni suo marito.”

“Come sa che sono sposata?”

“La fede, no? Anche se è di ferro, è pur sempre una fede. Ma lei non sembra avere l’età per aver dato l’oro alla Patria.”

“È della prima moglie di mio marito” – disse lei con l’aria imbarazzata.

“Mi scusi. Mi scusi, davvero. Può aiutarmi, allora?”

“Non ho nulla per disinfettarla. Mi dispiace.”

“Basterà un po’ di acqua e sapone. Una garza per fasciarmi e andrò via.”

“Lei è un bandito, se l’aiuto sono guai.”

“Non sono un bandito, e se non m’aiuta morirò nella sua stalla.”

Si ritrasse, come se l’avessi offesa, e uscì dalla stalla. Non feci in tempo a chiederle un bicchiere d’acqua. Mi lasciai andare sulla paglia, sperando che tornasse.

 

*

 

Rientrai in casa con l’affanno.

Non avrei dovuto farlo entrare nella stalla. Dio mio, se Franco lo trova ci uccide. Aiutami tu, Dio, aiutami tu. Cosa devo fare?

Pensai che l’unica cosa da fare fosse curarlo e farlo andare via subito. Aveva ragione lui, su questo: se fosse morto nella stalla, da sola non sarei riuscita a spostarlo. Non era un uomo grosso, ma era piuttosto alto. E aveva gli occhi verdi, come se ne vedono pochi.

Presi una bacinella d’acqua, e una scaglietta di sapone. Avevo anche un vecchio asciugamano di cotone grezzo, ormai liso. Sarebbe andato bene per fasciare la ferita.

Mi venne in mente, uscendo dalla porta, chi fosse. Probabilmente era uno di quegli uomini che Franco e i suoi avevano attaccato il giorno precedente. Si, non c’erano dubbi, doveva essere uno dei banditi che non era riuscito ad ammazzare.

Rientrai nella stalla.

L’uomo aspettava sdraiato. Quando entrai non riuscì neanche a sollevare la testa. Si girò verso di me e sorrise.

“Grazie” – disse, prendendo la bacinella e portandosela alla bocca.

“Ma che fa? L’acqua è per lavare la ferita.”

“Ho sete.”

Cominciò a sciogliere il sapone nella poca acqua che aveva lasciato.

Poi mi guardò con aria interrogativa.

“Che c’è?”

“Sono ferito qui” – mi disse, indicando il fianco.

“Sì, lo vedo.”

Rimase zitto.

Sembrava imbarazzato.

Mi guardò e fece per sbottonarsi i pantaloni.

“Oh mio Dio, mi scusi!”

Mi alzai con un sussulto, mi segnai con la croce e uscii dalla stalla.

Fortunatamente la nostra casa era isolata. Nessuno avrebbe visto i miei spostamenti. Andai al pozzo e pescai un secchio d’acqua. Decisi di portarlo intero a quell’uomo.

 

*

 

Erano parecchi mesi che non mi spogliavo davanti ad una donna, e certo non ero nella condizione ideale. Staccando la stoffa dalla ferita dovetti soffocare un urlo. Il sangue aveva incollato il panno al taglio. Uscì un nuovo fiotto, che fermai alla meno peggio con la paglia.

Ero in un bagno di sudore. Riuscii a pulire la ferita, e a verificare che non sembrava troppo profonda. Mi tranquillizzai e mi fasciai con l’asciugamano vecchio. I pantaloni erano praticamente inservibili. Oltre al sangue, il culo era pieno di fango secco, e due strappi si aprivano in corrispondenza delle ginocchia. Con la poca acqua saponata che era rimasta decisi di lavarmi le ascelle e il collo. Mi spogliai e improvvisai quella toeletta, sentendomi subito meglio.

Poi la donna bussò alla porta.

“Un attimo” – dissi, usando la giacca per coprirmi le gambe.

“Si può?”

“Venga, certo, venga.”

La vidi ondeggiare per il peso del secchio.

“Acqua” – disse.

La ringraziai e infilai la testa nel secchio, bevendo ancora avidamente. Con quel che era rimasto mi sciacquai ancora le mani e la faccia, e mi ravviai i capelli.

“Grazie.”

“Si sente meglio?” – chiese, restando mani nelle mani in piedi, ad un buon metro da me.

Quella domanda poteva essere pericolosa. Sapevo bene di non potere ancora uscire da lì. Ero ferito, debolissimo e anche senza pantaloni.

“Avrei bisogno di mangiare qualcosa.”

“Non ho molto in casa.”

“Qualunque cosa.”

La donna annuì lentamente, comprensiva. Mi regalò un piccolo sorriso, dolce. Di più, quasi pietoso.

“Vedo cosa posso portarle.”

 

*

 

Non era vero che non avessi molto. Ma non potevo far mancare nulla dalla cucina, o Franco avrebbe potuto accorgersene. Una fetta di pane, avrei potuto dargliela, quella sì. E magari un uovo. Avrei detto che la Rosina s’era allontanata e l’aveva deposto chissà dove, se avesse chiesto. Lo faceva spesso, e in parte era vero.

Ma cosa stavo facendo? Stavo dando da mangiare ad un bandito. Addirittura, mi preoccupavo per lui. Non riuscivo a riconoscermi. Io non sono coraggiosa, non lo sono mai stata. Non voglio esserlo, è troppo pericoloso.

Buttai l’uovo in una padella, che misi sulle braci di fianco al fuoco acceso, poi lo feci scivolare sulla fetta di pane.

Portai il piatto nella stalla.

Questa volta non pensai a bussare, e trovai l’uomo che controllava la garza, già intrisa di sangue. Non aveva i pantaloni.

“Oh mio Dio!”

Mi segnai, ritraendomi dietro la porta.

“Mi scusi” – sentii che diceva – “entri, la prego.”

Entrai piano, mettendo il piatto davanti a me. Aveva la giacca sulle gambe, cosa che prima non avevo notato.

“Mi scusi lei” – dissi, allungando il pane.

Guardò l’uovo con amore, quasi, poi me. Aveva gli occhi lucidi.

“Un uovo…” – fu tutto quel che riuscì a dire.

Mangiò tutto in un attimo.

Presi il mastello e munsi un po’ la mucca. Quella mattina ancora non l’avevo fatto, così riuscii ad avere abbastanza latte. Lo porsi all’uomo che lo bevette avidamente. Si passò la lingua quattro o cinque volte attorno alla bocca, gustando il latte.

“Cos’è successo ai suoi pantaloni?”

Mi indicò quell’ammasso di fango e sangue incrostato. Lo presi ed uscii senza dire una parola. Dovevo coprire quelle gambe e quella ferita prima che fosse troppo tardi.

 

*

 

Il sapore dell’uovo e quello del latte mi avevano riportato ad un mondo senza guerra. Era il pasto più sereno che consumavo da parecchi mesi. Mi sentivo protetto, e non so perché. Non ce n’era motivo. In realtà sapevo che la sera sarebbe arrivata presto, e che avrebbe portato con sé il marito della donna. Avrei dovuto cercare di convincerla a farmi restare. Non potevo ancora muovermi, e un paio di giorni di riposo e di uova mi avrebbero fatto bene.

Rientrò con un paio di pantaloni in mano che non erano i miei.

Mentre me li porgeva le chiesi se suo marito non se ne sarebbe accorto.

“Franco ha occhi solo per la sua divisa” – rispose, non senza lasciarmi sentire la sua tristezza.

Divisa, aveva detto. Cercai di restare calmo.

“E così ora conosco il nome di suo marito, ma non il suo. Io mi chiamo Rino.”

“Io sono Maria.”

Dicendolo sembrò allungarmi la mano. Forse lasciò il movimento a metà. Ma io la presi lo stesso, e la baciai da vero cavaliere.

“Sei un bandito, Rino? Vai in giro ad ammazzare le persone?”

Mi sforzai di ridere.

“Ammazzare le persone? No, no, mai ammazzato nessuno” – mentii – “e non sono un bandito. Noi ci chiamiamo partigiani, e vogliamo liberare l’Italia dal Fascismo e dal Nazismo. Vogliamo la Pace.”

“Mio marito dice che siete degli assassini.”

“Ci difendiamo solo, ma siamo in guerra.”

“Voi avete tradito l’Italia e il Duce.”

Il discorso stava prendendo una brutta piega. Non avevo gli argomenti giusti per toccare il cuore di una donna, fingendo intanto di essere un santo.

“Sono solo un uomo, Maria. I fascisti hanno mandato mio fratello in Russia, e là ci è morto. Mio padre è morto nella guerra d’Africa, quella per l’Impero, e mia madre s’è uccisa di fatica. M’è rimasta una sorella e un fratello più piccolo. Combatto per loro, e basta. La politica non c’entra.”

Aveva le lacrime agli occhi.

“Anche io ho perso mio padre in Africa.”

“Allora mi capisci.”

“Sì. Forse.”

 

*

 

Lo capivo, ma sapevo anche che mio marito era con la Repubblica del Duce. Mi diceva cose che non avevo sentito da nessuno. Che per far l’Impero avevamo ucciso coi gas. Che i tedeschi facevano cose immonde, e noi li aiutavamo. Che nelle città erano sparite tante persone.

I suoi occhi verdi mi tenevano imprigionata. Mi sentivo guardata, come donna, come non succedeva da anni.

Decisi di lasciare che rimanesse qualche giorno nella stalla. Lo feci spostare di sopra, dalla scala, dietro al fieno accumulato. Lo andavo a trovare un paio di volte al giorno, portandogli un pezzetto di pane, una patata, una fettina di polenta. Me li toglievo di bocca per darli a lui, che Franco non doveva sospettare nulla.

Poi un giorno capitò, mio Dio.

 

*

 

Con Maria riuscivo a parlare liberamente. Anche troppo. Mi sembrava, per la prima volta nella vita, di essere l’educatore e non l’educato. Ignorava cose che mi sembravano talmente ovvie da non riuscire nemmeno a spiegargliele. Aveva attenzione per me, e sapevo che quel che mangiavo non l’aveva mangiato lei.

E poi mi piaceva. Non toccavo una donna da un anno.

La volevo.

Forse avrei voluto chiunque, in quel momento.

Quella mattina ero certo che, prima di entrare nella stalla, si fosse sistemata i capelli. Quando mi porse il bicchiere di latte ne approfittai per trattenerle la mano. La attirai a me e si lasciò baciare. La bocca si schiuse come un bocciolo.

Non ci fermammo fino alla fine.

Prima di scendere la scala a pioli mi guardò dritto negli occhi, e fece lo stesso sorriso che mi aveva dedicato il primo giorno, dolce e pietoso.

Un brivido mi percorse la schiena, poi mi addormentai.

 

Successe di nuovo il giorno dopo. E ancora.

Pensai che fosse giunto il momento di andare, ormai stavo meglio.

L’ultima volta che facemmo l’amore lei non mi guardò negli occhi. Tenne gli occhi bassi mentre si staccava, e scendeva le scale. Sfiorò il rosario che portò legato al polso, e io capii.

Feci appena in tempo a spingerla con forza giù dalla scala.

Fece un tonfo secco e si spezzò l’osso del collo. Non emise un singolo suono.

In quella guerra non poteva esserci pietà.