giovedì, 24 Giugno 2021

MARGHERITA

Mi chiamo Margherita, Marghe per gli amici. Una volta mi sono vista allo specchio, mi ci ha messa davanti un esserino tutto felice. Mi ha scartata, tolta dall’involucro di bollicine e allora, per la prima volta, vidi la luce. Sara stava su delle gambe, mi spiegava, e aveva i capelli marrone scuro, diceva, e le braccia e le mani e la faccia e un sorriso, perché era felice di avermi. Io invece, avevo una base, un collo lungo tutto verde e una corolla di petali rossi con una lampada al centro. Saremmo diventate grandi amiche noi. La sera non avrebbe più avuto paura grazie a me. Mi mise sul suo comodino, che era casa mia, e Mamma attaccò la spina. Succedeva che quando faceva buio fuori, Sara si metteva a letto e mi leggeva una storia, poi si addormentava e Mamma mi spegneva. Le storie di Sara erano le più belle del mondo, magari un giorno ve ne racconterò una. Oggi, però, voglio narrarvi i Tragici Eventi che mi hanno condotta qui.

Tutto cominciò un giorno in cui tanti oggetti vennero spostati in cameretta. Scatole, sedie, secchi. Sara era molto felice, saltellava chiedendo a Mamma e Papà se poteva tenere un pennello anche lei, se poteva provare il rullo anche lei. Stavano ridipingendo la cucina.

Una mattina, in tutto quel trambusto, Sara si vestì tutta contenta perché sarebbe andata a fare colazione al Bar e avrebbe preso il latte col cacao e una brioche che non sapeva ancora se la voleva alla marmellata o alla cioccolata o alla crema, anzi le voleva tutt’e tre. Mi dava le spalle mentre, pronta per uscire, chiamava Mamma. Quando Mamma entrò non sembrava aver sentito Sara, infatti aveva gli occhi tristi e vuoti. Subito la seguì Papà. Parlavano a voce bassissima e concitata. Finché Mamma non si girò verso Papà di scatto e gridò:“Basta!”. Papà alzò un braccio in alto, come a prendere la rincorsa, ma non so cosa stesse per fare e non lo scoprì mai perché Sara, per lo spavento, sussultò e mi fece cadere a terra. Così, mentre il mio petalo si spezzava intravidi Papà lanciarci uno sguardo, abbassare il braccio quasi deluso e avvicinarsi per abbracciare Sara che stava per mettersi a piangere mentre mi guardava.

Tornata dal Bar Sara mi disse che Mamma e Papà, per consolarla, nel pomeriggio l’avrebbero fatta dipingere e che le avevano preso tre brioche mignon, una alla marmellata, una alla cioccolata e una alla crema.

Da allora nessuno volle aggiustarmi e quando Mamma o Papà passavano per la cameretta dicevano: “Ma perché non la butti quella lampada rotta?”. Fu così che cominciò un lungo periodo in cui Sara prima di addormentarsi leggeva in silenzio e spesso non mi teneva più accesa fino a tardi. Non aveva più paura di addormentarsi anche se restavo spenta. Ora erano altre cose che le facevano paura e aveva deciso di non dirle più a me. Le diceva a un libro di pagine bianche che ogni tanto mi lasciava aperto accanto ed io potevo sbirciare cosa ci scriveva, però non sapevo leggere e non so cosa avrei dato per saperlo fare.

Fu in quel periodo che cominciò l’Era delle Mostruose Voci, prima di quest’Era avevo conosciuto solo la voce di Sara in tutte le sue meravigliose sfumature, ora scoprivo che strani e certamente terribili esseri infestavano le altre stanze della casa.

Ai tempi delle Mostruose Voci casa mia non era più la stessa. C’era polvere ai miei piedi, i libri di storie erano spariti, mi si accalcavano attorno calzini, riviste e tubetti colorati che ogni tanto Sara si spalmava sulle labbra. Anche un cellulare, la sera.

Sara si tagliò i capelli corti corti e aveva spesso gli occhi anneriti dal trucco. Capitava, inoltre, che si comportasse in modo strano. Ad esempio, un pomeriggio si sedette sul bordo del letto, le Mostruose Voci si facevano i fatti loro mentre i suoi neri occhi colavano davanti a me che non potevo più fare nulla per la sua paura. La vidi prendere da una cartelletta un righello, appoggiarne al polso il lato sottile e sfregare lentamente. Mi parlò di nuovo dopo anni di silenzio e la sua voce, pure lei, era diversa: “Hey, Marghe, chi sa come sarebbe se…” ma non capii cosa disse perché in un’altra stanza le Mostruose Voci si erano spente e un boato di cose rotte giunse fino a noi. Piatti rotti, bicchieri rotti, piastrelle rotte. Sogni, forse, rotti. Quello fu Il Giorno del Boato.

Dopo Il Giorno del Boato accadde che potei vedere sempre più spesso in cameretta anche la Mamma. Dormiva con noi e parlava tanto con Sara tra i singhiozzi. Non so cosa le facesse singhiozzare tanto, non capivo bene quello che si dicevano. Era che piangevano, certo. Però, non sembrava che si fossero fatte male. Sara da piccola si sbucciava un ginocchio o si faceva La Bua e allora piangeva. Dopo Il Giorno del Boato non mi fu chiaro il perché di tutte queste lacrime.

Una sera, tra questi singhiozzi, le Mostruose Voci si riaccesero e fu allora che mi accorsi che una di queste era della Mamma che si alzò dal letto di Sara e sparì fuori dalla porta per ore. Intanto Sara accese il suo stereo nuovo e mi stette accanto, seduta per terra, canticchiando la canzone che passavano alla radio. Il Terribile Evento non fu però questo. Accadde qualcosa di esorbitante: dalla porta cominciarono a entrare Oggetti Volanti. Le Mostruose Voci erano sempre più vicine mentre dalla porta entravano vestiti, flaconi, scarpe col tacco e senza, una lampada molto diversa da me e tanto altro ancora. Scoprii che il mondo conteneva oggetti molto vari e misteriosi: gli Oggetti Volanti. Per ultima entrò la Mamma sbattendo la porta e chiudendola a chiave. Fece un grande stanco sospiro. Poi, leggermente zoppicando si avvicinò allo stereo, lo spense e massaggiandosi un braccio si avvicinò a Sara. Cercò di abbracciarla come poteva, col braccio buono, ma lei si divincolò e si nascose nel suo letto, sotto le coperte. Voleva sparire, disse. Allora la Mamma promise che se ne sarebbero andate di lì, che le cose sarebbero cambiate. Io lo speravo proprio, con tutta quella polvere a soffocarmi non ce la volevo più e non sopportavo tutti quei singhiozzi notturni. Però prima del Grande Giorno passò ancora qualche settimana o forse addirittura mesi.

Fatto sta che il Grande Giorno arrivò, fu quello degli Uomini in Divisa. L’ultimo dei Terribili Eventi che mi hanno condotta qui avvenne La Sera del Mio Secondo Petalo Rotto, l’ultimo. Di nuovo le Mostruose Voci imperversavano da ore in un’alta stanza della casa, l’unica cosa diversa questa volta era che Sara non era con me, al sicuro. La vidi entrare di corsa, mi gettò a terra nel prendere il cellulare che mi stava accanto e fu così che si spezzò il mio ultimo petalo. Mentre mi guardava cadere a terra Sara compose un piccolo numero e con lucidità diede il suo indirizzo di casa, disse che aveva quattordici anni e che delle persone si stavano picchiando in casa sua. Il campanello suonò pochi minuti dopo, nel silenzio più totale. Le Mostruose Voci devono aver avuto paura del campanello perché quella fu la loro ultima notte. Gli Uomini in Divisa entrarono chiedendo della minore, come stava la minore. Arrivati in cameretta chiesero a Sara se stava bene e lei disse che, sì, stava bene. Allora uscì dalla stanza con uno degli Uomini in Divisa. Poi, entrarono tutti gli altri. La Mamma, il Papà e un altro degli Uomini in Divisa. Trascorsero ore a parlare. L’uomo in divisa, più che altro. Diceva che cazzo state facendo, che cazzo state facendo, che cazzo state facendo. La Mamma disse che voleva andarsene da questa casa ma l’Uomo in Divisa scosse la testa e disse che cazzo fa una donna sola, non è un cazzo una donna sola, che cazzo state facendo. Il resto non me lo ricordo, ero preoccupata per il mio petalo. A tarda ora se ne andarono tutti. Sara tornò in cameretta e restò sola con la Mamma. Fu allora che si dissero che loro due, non sole ma in due, se ne dovevano andare perché non era vero che non erano un cazzo. Accadde che rimasi lì a terra e così restai per lungo tempo.

Dal Grande Giorno degli Uomini in Divisa, vidi Sara e la Mamma solo due o tre volte. Vennero con scatole e borsoni a portare via le cose che servivano. Io non servivo più.

Accadde che Papà una sera disse a qualcuno che doveva mettere della roba in cantina e mi mise in uno scatolone sospirando che non aveva il coraggio di buttarmi via. È così che sono finita qui, con voi Amici Oggetti Dimenticati. Questi sono stati i Terribili Eventi che mi hanno condotta qui. Ora raccontatemi la vostra storia.

 

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LIBERI DI SCRIVERE
I GIUDICI HANNO SCELTO IL VINCITORE. LA LORO RIFLESSIONE

Manca ormai pochissimo. Il 31 ottobre, data delle premiazioni del concorso nazionale di scrittura Liberi di Scrivere, è alle porte e i componenti della commissione giudicante hanno terminato il loro lavoro. I nomi dei tre vincitori sono nel cassetto chiusi a chiave, così come quelli degli altri racconti che verranno pubblicati nel volumetto conclusivo.

GIUDICI SEVERI ED ESIGENTI PER QUESTA EDIZIONE
Va detta subito una cosa, a testimonianza del valore della giuria e della serietà del concorso, le valutazioni di questa edizione sono state piuttosto esigenti e non è stato facile incontrare il gusto di tutti i giudici, che sembrano aver rilevato un leggero calo nella qualità più finemente letteraria degli scritti, almeno rispetto ai racconti ricevuti due anni fa in occasione di quel tema così particolare come quello della violenza di genere. Forse in quel caso le penne intingevano più a fondo nell’animo, mentre in questo caso il tema centrale legato al cibo, consentiva di restare anche più in superficie.

Confrontando i racconti letti con quelli di altri concorsi dove ho giudicato, questi restano comunque di un livello più alto” ha commentato il giudice Elisabetta Bucciarelli, scrittrice. Più severi i due giudici storici del concorso, entrambi fini frequentatori delle lettere sebben con percorsi differenti, Mauro Raimondi, scrittore e professore, e Alberto Figliolia, giornalista, scrittore e poeta: “Il dato quantitativo è assolutamente rilevante, e per questo il concorso è davvero un successo con un’edizione da record -hanno sottolineato- ma alcuni racconti sono risultati poco curati formalmente, magari con spunti interessanti rispetto all idee, ma questo è pur sempre un concorso letterario e non si può giudicare solo l’argomentazione. Comunque abbiamo trovato alcune eccellenze senza dubbio”. E queste eccellenze sono balzate ai primi tre posti della classifica, trovando l’accordo unanime di tutti e gli otto i giudici.

Sempre in merito alle aspettative della giuria, anche per lo scrittore Lello Gurrado c’è un’idea disattesa compensata da una piacevole sorpresa: “In generale mi è sembrato di ritrovare temi molto ricorrenti, piuttosto comuni, poco fuori dagli schemi. Ci sono state molte autobiografie, però poco rappresentative di una condizione universale, mentre devo dire che ho trovato delle belle prove e sforzi meritevoli che mi hanno colpito laddove si è provato ad utilizzare un contesto storico come sfondo delle vicende”.

IL CIBO: MENO RACCONTI GIOIOSI E TANTA SOFFERENZA
“Sono sorpreso dalla cupezza dei racconti letti
-ha commentato il Presidente di Giuria Valerio Massimo Visintin, Critico Gastronomico del Corriere della Serami sarei aspettato qualcosa di più gioioso legato al cibo, di più conviviale, mentre sono state tante le storie di dolore, persino di malattia”. Meno sorprese a proposito le donne della giuria, Elisabetta Bucciarelli, Cristina Borgonovo e Paola Di Andrea del Settore Cultura di Città Metropolitana e Anna Perina, docente di Lettere e componente del gruppo di lettura incrociARTI: “Ci aspettavamo racconti di patologie legate al cibo, è significativo questo perché conferma la capacità della scrittura di tirar fuori temi forti, hanno spiegato le giurate concordi, “Credo tra l’altro che proprio il disagio alimentare si presti a veicolare una scrittura più piatta, più asettica, magari più infantile -ha aggiunto Bucciarelli- mentre con la violenza di genere c’era una letteratura più rabbiosa e violenta”.

ALTRI TEMI
In un momento in cui il cibo, al di là di EXPO’, è catalizzatore di attenzione in televisione, nei manuali, nei libri così come al cinema, le declinazioni che di esse ne hanno dato i partecipanti sono diverse. Oltre al disagio alimentare sono comparsi anche temi come la povertà, l’omosessualità, ricette interne al racconto, menzioni di numerosi piatti stranieri, tantissimi temi legati al ricordo e al passato, con qualche punta nella letteratura horror, pochissimo fantasy e forse un caso di cibo umanizzato protagonista della vicenda. Ma un dato è stato tra i più ricorrenti e gettonati: la nonna, figura presente in tantissimi dei pezzi inviati dai partecipanti, che unita al dato malinconico,ci fa ritornare al quel “confort food” di cui avevamo parlato questa estate (qui).

QUALCHE DATO SUL CONCORSO
Per riassumere in dati e snocciolare qualche curiosità, vi diciamo che i racconti pervenuti sono 173 ma i partecipanti 174 perchè uno è stato composto a due mani. E’ per questo che nella conta degli autori, risultano 87 donne e 87 uomini, una parità perfetta rarissima. Per un età media dei partecipanti di 45 anni, ne ha 18 l’autrice più giovane, una ragazza albanese residente a Garlasco (PV), mentre è di Bologna lo scrittore più anziano con i suoi 78 anni. I cinque carugatesi sono sicuramente i partecipanti che hanno fatto meno strada, mentre viene dalla provincia di Reggio Calabria (Bova Marina) la donna il cui racconto ha viaggiato più a lungo per finire in biblioteca a Carugate. Lombardia, Piemonte e Toscana sono risultate le regioni più ispirate, rispettivamente con 112, 11 e 11 racconti, mentre ricordiamo la presenza di uno scritto del Canton Ticino in Svizzera.

Appuntamento dunque al 31 ottobre alle ore 17.00 presso l’ Auditorium del Centro Socio Culturale Atrion di Via San Francesco 2 a Carugate, dove verranno premiati i vincitori di questa edizioni di Liberi di Scrivere, compreso il vincitore del premio popolare assegnato attraverso la votazione online sul nostro quotidiano (vota qui).

 

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IN NOMINE PATRIS

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”

(S. Quasimodo)

 

Guardandoti, ritrovo immutata sul tuo volto la maschera di sempre, rigida e imperscrutabile come quelle che venivano usate nel teatro antico. La tua espressione, scolpita nel gesso delle buone maniere, ha sempre fatto di te un ottimo teatrante, su questo non ci sono dubbi.

Agli occhi di tutti eri il capo famiglia perfetto, il marito irreprensibile, il padre amorevole, l’uomo dai sani principi, il cristiano devoto, l’avvocato incorruttibile, l’intrattenitore dalla barzelletta sempre pronta. Perfetto sotto tutti i punti di vista. Diverso da me che, dentro e fuori casa, alzavo la voce per un nonnulla, facevo a botte con i maschi, prendevo brutti voti a scuola, e non sapevo il rispetto per i genitori. Te ne do atto, nell’ars oratoria, come la chiamavi tu, non avevi rivali. Riuscivi a forare la mente delle persone con la sola forza del verbo, appoggiando la voce sugli accenti giusti. Io no, sapevo solo urlare. Oppure stare zitta, raggomitolata dentro un mondo tutto mio in cui le parole non avevano peso. Un mondo in cui sarebbe bastato uno sguardo per sondare la profondità di un disagio. Un mondo in cui io riuscivo perfino a immaginare che i malesseri potessero scoppiare come una bolla di sapone. Più mi rintanavo e più invece affondavo. Più cercavo l’ombra e più diventavo fantasma a me stessa. Nelle tue mani la mia paura diventava un’arma. Per sentirmi libera ho dovuto fare i conti con la realtà, capire che, a differenza di quello che andavi sostenendo tutte le volte in cui ti capitava di perdere una causa, il giudice non si sarebbe lasciato gettare fumo negli occhi tanto facilmente. Si è comportato da uomo di scienza e coscienza ed è andato oltre i ruoli e le apparenze. Ha creduto ad altri uomini di scienza, i dottori, che per primi mi hanno aiutata ad alzare il velo dell’ipocrisia. L’ultima volta che sono ricorsa alle loro cure, infatti, non hanno permesso che mamma ti giustificasse. Sempre pronta a difendere te e la sua stessa tranquillità, lei aveva il brutto vizio di parlare anche quando non le veniva rivolta alcuna domanda. Raccontava della mia distrazione, delle cadute giù dalle scale, della bicicletta che sbadatamente facevo rovinare a terra. Ti scusava come fanno i deboli, a occhi bassi e senza lacrime. Ripeteva sempre la stessa litania mandata a memoria senza fede e senza cuore.

Lo ammetto, non deve essere stato facile per nessuno alzare un polverone contro di te. Nemmeno il parroco aveva saputo prendere una posizione quando, protetta dalla grata del confessionale, in un bisbiglio, avevo trovato la forza di denunciare le tue colpe e la mia disperazione. Ero alla mia prima confessione, quella che avrebbe dovuto portarmi alla prima comunione, ma, nonostante avessi ottenuto la piena assoluzione, era stata anche l’ultima.

“Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris et filii et spiritus sanctus sancti”, aveva detto don Pierino.

In nomine patris, con questa formula lui mi aveva rispedita, più indifesa che mai, a te che mi aspettavi fuori, perfettamente a tuo agio alla luce del sole. Eppure avrei dovuto saperlo, poche ore prima mi avevi avvertita, non osare aprire bocca, avevi bisbigliato nel mio orecchio, tanto nessuno ti crederà. Nella penombra del confessionale, convinta di essere al sicuro, avevo ugualmente trovato la forza per disubbidirti. Da giorni cercavo le parole giuste, ci provavo e ci riprovavo, mescolavo i sentimenti alle preghiere, scomodavo i santi, invocavo il mio angelo custode senza mai ottenere risposta, eppure alla fine avevo vuotato il sacco.

Ero stata rimandata indietro, come se avessi parlato di una birichinata qualsiasi. Ancora stordita dall’odore dell’incenso, dei fiori, della cera sciolta e della vergogna, mi ero chiesta da cosa fossi stata assolta, ma più mi ponevo domande e più mi sentivo confusa. Eri un avvocato. Più influente che stimato.

Ora però le cose sono cambiate. Le parti si sono invertite. Io ho puntato il dito e sono diventata l’accusa. Tu l’accusato. Non sono don Pierino, non ho nessuna intenzione di assolverti purificando la tua anima con la leggerezza di due dita lanciate in aria a tracciare una croce. Non l’ho fatto anni fa in tribunale, e non lo farò nemmeno adesso. Non ha importanza che tu sia qui, in questo letto d’ospedale, con i piedi ormai incamminati sulla via dell’ultimo giudizio. Mi fa un certo effetto rivederti dopo diciassette anni, questo sì.

Tanti ne sono passati dal giorno in cui, spinta dal bisogno di trovare un luogo tutto mio in cui tu non avresti mai potuto intrufolarti, sono sparita dalla circolazione. Per impedirti di rompere i sigilli della mia pace, rossa e fragile come la ceralacca, potevo solo mettermi in viaggio evitando accuratamente le strade che tu avevi scelto e spianato per me a suon di botte. Sapendo quanto tu odiassi la montagna, ho camminato in quella direzione. Non è stato difficile. Senza rendertene conto, mi avevi insegnato a vivere in salita, a posare passi brevi e pesanti, a trattenere l’aria nei polmoni, a cadere e a rialzarmi senza far caso alle ferite, a tenere lo sguardo puntato a terra per essere salda come una cerva che si muove tra un salto di roccia e l’altro. Avevo letto da qualche parte che, secondo Dante, del paradiso non erano rimasti altro che i fiori, le stelle e i bambini, per questo mi ero trasferita in un casale isolato, a due passi dal cielo.

Nei primi tempi non riuscivo a fidarmi di nessuno, vivevo con tutti i sensi in allerta, pronta a scansare pericoli e crepacci, rocce ruvide e intrigo di sottobosco. Eppure, essendo convinta che ci fosse un porto per ogni destino, continuavo a cercare una traccia. Avevo scelto la solidità della roccia per costruirvi il mio nido e la quiete della montagna per erigere il mio eremo, perché volevo sentirmi come un’aquila reale che, quando apre le sue grandi ali, traccia ampie figure di libertà nell’aria.

Riesci a immaginare come sia andata a finire, papà? Per anni non sono riuscita a lanciare sguardi giù, a fondo valle, né a puntare gli occhi nell’azzurro del cielo. Ho semplicemente vissuto la tenacia della terra, cercando e trovando conferme del fatto che i veri lupi non si nascondono nella ruvida asperità della roccia, ma nella falsità che morde e sbrana l’anima, fino a trasformare il cuore di un uomo in un pugno di granito. In montagna, nella mia bella montagna, ci sono tappeti di bosco e infinite sfumature di verde, prati da sfalcio e intrighi di luce. Poco più su c’è il grigio del sasso nudo su cui, dall’alba al tramonto, gioca e rimbalza il sole. Nei castagneti i frutti maturano dentro agli astucci dei ricci, nessuno li forza a cadere prima del tempo.

A me è successa esattamente la stessa cosa. A poco a poco la mia mente, mai del tutto sgombra dai pensieri tristi, ha iniziato a sconfinare, finendo per rifiorire in pensieri di leggerezza. In quel tacere di monti sono perfino riuscita a udire il canto timido del mio cuore. Mi è costata una enorme fatica emergere da quel mondo incantato per venire qui oggi. Ma dovevo farlo. Sentivo che per chiudere definitivamente col passato avrei dovuto, per forza di cose, darti un’altra possibilità.

Nonostante la vecchiaia, tu sei però rimasto quello di sempre. Esprimono molto più delle parole gli occhi, e i tuoi, in questo preciso momento, mi avvertono che non sono la benvenuta. E come potrebbe essere altrimenti? Non mi hai convocata, non mi parli, non cerchi il mio perdono. Ti limiti a fissarmi. Usi lo sguardo come se fosse una spada, non è così papà? So leggerti dentro, per questo non mi è difficile comprendere che, indipendentemente dall’esito della sentenza, credi di avere ancora ragione. Mi hai condannata tanto tempo fa, dal tuo punto di vista io sono l’aguzzina e tu la vittima. La mia querela ti ha portato via fama e prestigio, corte e maniero. Non è più tempo di falsità e messinscena, di accuse e di recriminazioni, sappi però che io ho perso molto più di te. Pur non sentendomi in colpa e non aspettandomi nulla dalla vita, non sono mai riuscita a sentirmi del tutto libera. Non fraintendere, la montagna, colla sua gente, mi ha accolta e difesa. Pian piano ho imparato a rispettarmi. A rispecchiarmi nelle ferite della roccia. Ferite che, anno dopo anno, diventano sempre più profonde. A provocarle sono uomini senza scrupoli che disboscano e bruciano e zittiscono e spopolano e spaccano e mettono a nudo il sasso e distruggono tutto quello che capita loro a tiro. Uomini come te, papà. Uomini che ti frugano nelle viscere per poi disconoscerti ed esporti alla pubblica gogna. Uomini che, alla prima occasione, ti vendono al miglior offerente. Credo sia per questo che più i tuoi occhi odiano, più i miei si vanno riempiendo di montagna e di luce. Come vedi, la distanza che da sempre ci divide, si ripropone di nuovo a ruoli invertiti. Tu, disteso tra le lenzuola candide come un manto di neve che ricopre la tua debolezza e la malattia che ti consuma, sei più orizzontale, piatto e gelido di una pianura aggredita dall’inverno. Io ti osservo, ferma ai piedi del letto, con la fragile solidità di un carpino aggrappato a un salto di roccia. Ho il cuore ancora inzuppato nell’aria della primavera, per questo e non per orgoglio non piego il capo. Sono come un fiore che ha appena lasciato il suo amato prato. Tu sei tutto intento a non lasciar trapelare l’imminente fine, io invece sono ancora immersa in una fiaba senza tempo. Non ti penso più come il centro dell’universo, il campanile che sale e sparge da una valle all’altra la sua benedizione, le sue verità. Da tanto ho imparato a non girare attorno al tuo universo, ma avevo bisogno di questo istante per capirlo fino in fondo. Per scrostarmi dalla testa e dal cuore le ultime tracce di quei giorni pesanti che sono stati la mia infanzia al tuo fianco. Giorni in cui l’uomo nero aveva fattezze fin troppo note. Giorni in cui gli incubi della notte non conoscevano lo sbocciare rassicurante del sole. Giorni in cui le punizioni diventavano una faccenda di ripostigli bui, luoghi privi di qualsiasi ricircolo d’aria. Da quando non devo più preoccuparmi di trovare l’ossigeno e la luce necessaria a restare in vita, sono rinata. Ho iniziato a credere in me stessa. Sì, oggi sento che la mia forza è reale. A conferma che le promesse, le minacce e le lusinghe con cui fino all’ultimo hai tentato di chiudermi la bocca durante il processo, non erano che vento di zizzania. Ti vedo sai? Nonostante tu sia stremato e ferito sei peggio di una bestia, non lasci la presa. Non potendo o forse non riuscendo a parlare, usi gli occhi per braccarmi. Mi stringi in un assedio di ghiaccio, il colore delle tue iridi è quello degli iceberg. Strano, non lo avevo mai notato prima, forse perché fino a poco tempo fa non alzavo lo sguardo. Ora non mi fai più paura, continua pure a tenermi il dito puntato contro, per me non ha più importanza se gli altri non possano o non vogliano riconoscere il male che mi hai fatto. Bastano i miei ricordi a fare da confine. A ripararmi dai colpi delle tue mani, sempre gonfie di botte, sempre pronte a calare e a lacerare le mie carni. Tra noi c’è un solco enorme che gli anni hanno approfondito. Se ho deciso di scavalcarlo, è solo per restituirti il passato.

Lo faccio a modo mio, facendoti vedere la donna che sono diventata. Non si tratta di una sfida, solo una specie di contraddittorio. I ricordi sono specchi… riesci a vedere le impronte che hai lasciato sulla loro superficie, papà? Sono pesanti come pietre, eppure sono riuscita a stanarle e a riportarle a te… girano attorno al tuo letto, tutte assieme fanno più rumore di uno sciame di api impazzite. Puoi starne certo, presto si poseranno sulla tua pelle per restituirti i morsi del tuo stesso veleno.

“L’ora di visita è terminata. Signorina, deve uscire.”

Ecco. L’infermiera, senza nemmeno rendersene conto, ha messo fine ai nostri tempi irripetibili. Ancora una volta è toccato ad altri definire i confini. L’ospedale, proprio come un tribunale, è fatto di ordine e di rigore. Di regole e di orari. Qui ognuno ha un ruolo e un posto predefinito. Durante questa ora, nessuno di noi due ha mosso un muscolo. Ti lascio che sei ancora vestito della tua solita, massiccia superbia. Io che invece indosso i miei nuovi orizzonti, posso tornare, finalmente libera e leggera, al mio piccolo casolare. Dista mezz’ora di cammino da un minuscolo paese, appena una manciata di case, in cui tutto mi parla di famiglia. Più terra e verde e roccia che casa e muri e strade. Lassù l’aria profuma di fienagione e i limpidi cieli conoscono il volo maestoso delle aquile. Per me non si tratta di un semplice rifugio. Non più. In montagna mi sento davvero bene. Respiro. Vivo. E come un fiore di prato mi apro al soffio del vento che rotola sulle rocce, le scala intessendomi dentro un ricamo di terra e d’azzurro. E sai perché, papà? Perché anche una cerva ferita, finché il suo cuore batte, trattiene tra gli zoccoli orizzonti di luna che nessun cacciatore riuscirà mai a impagliare.

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IL CERCHIO DI FUOCO

Mezzanotte

Dormi, dormi, tu. Vorrei tanto poter dire che quando dormi sembri un bambino, un innocente, o anche solo un mammifero innocuo, ma non è vero.

Solo adesso posso stendermi. Quaranta minuti che giro sul tappeto come un criceto, perché non trovo le ciabatte e il pavimento è gelido. Ho girato e rigirato, e cullato Lucia cantandole la ninnananna greca che a te sembrava triste: ma non è triste; dice: “sonno, che porti via i bambini, vieni, prendi anche questo. Piccolo piccolo te l’ho dato; rendimelo grande; grande come…” ma tanto tu non sei stato attento.

Lucia ha un buon profumo. Quando è sveglia, anche se sono stanca da ululare alla luna, mi ubriaco del suo profumo, la tengo stretta, mi sembra di sentirmi ancora respirare. Ma ora deve abbandonarmi, così lontana da me, nella sua culla.

Che razza di benvenuto abbiamo dato a questa bambina venuta dal cielo?

Che cosa ha visto per prima cosa del mondo? Ha visto le luci dolci del Natale, i fiori di fuoco del capodanno. Ha visto i muri variopinti di questa casa dove dovevamo essere felici. Ha visto la sua mamma piangere,  piangere e buttarsi a terra e mordere la terra e gridare e piangere.

Io sono un bicchiere di lacrime, e tu mi rovesci.

Mi infilo nel letto e mi sembra di calarmi in una tomba. C’è questa lampadina blu sempre accesa e le ombre sono grevi, slabbrate. La testiera del letto è una lapide senza il nome.

So di essere stata spazzata via. Ma la mia statua di cera c’è ancora: sembra che io sia ancora viva. E adesso devo sdraiarmi proprio qui, di fianco a questa supernova di male, questo groviglio di urla, questa botola di pianto, questa puzza di assassino, te.

 

Due e venticinque

Domani mi pettinerò. Mi  metterò un po’ di fondotinta e berrò un caffè, e forse per mezz’ora sarò un po’ più lucida.

Nessuno si accorgerà che è la terza notte che non dormo, non dirò niente a nessuno e passerò due belle ore al Gruppo Mamme.

Però so già che le guarderò e penserò con invidia alle loro vite normali. Magari piene di pioggia, di code in posta, di colleghi irritanti, di zie malate. Ma vite ordinarie. La mia invece sembra una telenovela scritta male. Di quelle che ho sempre rifiutato di guardare, degnandole solo di una smorfia di disprezzo.

La mia vita la mia vita. Ha ha ha. La mia vita per ora è sciolta. La mia anima probabilmente è già laggiù che chiacchiera con Anubi.

E non sono nemmeno più arrabbiata con te: forse sei solo uno strumento del destino. Anche se uno strumento a forma di pirla è arduo da tollerare.

 

Forse c’è ancora una possibilità. Forse non ci siamo ammalati, forse quest’ultima che hai combinato non è il colpo di grazia. “Così impari”, mi hai detto persino, quando ho scoperto tutto. Eh sì, quanto ho imparato.

Mettere a posto la cucina già in ordine, pulire il cesso in continuazione… perché secondo te è sempre tutto sporco, e io non sono “capace di mandare avanti la casa”. Non disturbare quando ti fai la barba, non parlare quando sei al computer. Aspettarmi che tu ti incazzi lo stesso per qualche altra mia mancanza, perché sei come le sorellastre di Cenerentola. Tutte e due. Il motivo lo trovi anche se non esiste.

Ho imparato che tu “porti a casa i soldi”, e quindi io devo “fare la brava”. Ho imparato che quello che dichiaravi quando eravamo fidanzati è scaduto. E che io non posso mettere niente in discussione, altrimenti non mi lasci dormire finché non ti do ragione.

A me sembra fantascienza, ma sta succedendo sul serio. Non contraddirti, non parlare, non parlare, e attenzione: non lamentarmi se non mi rivolgi la parola per intere giornate. Non sei uno romantico, dici. E soprattutto non mi devo far beccare a piangere, altrimenti è la fine.

Devo credere a mia sorella, che mi ha esposto la sua teoria sui cloni cattivi inviati sulla Terra dagli alieni?

 

Comunque. Ci siamo ammalati, adesso? Moriremo?

Per ora non possiamo saperlo, e vedo tutti cadere intorno a me come foglie.

La mamma, che non sa, e mi dice di non stare seduta sull’orlo della sedia-astuta, lei capisce che sono in bilico su uno spigolo di  cornicione-e mi dice cose, mi dice che posso essere forte e libera, e devo pensare alla mia bambina, e che la vita va avanti.

Ma che succede se NON va avanti.

E la mia sorellina, la mia prozia col suo cagnetto scemo e innocente.

Tutti cadono come carte, non posso più aggrapparmi a niente.

Solo Dio resiste, piantato in mezzo al campo da rugby. E anche se non riesco più a pregare: Dio, lo so che non mi lasci. Io muoio, se devo, ma risparmia mia figlia, che non ha chiesto di venire al mondo, ha gli occhioni blu, sorride, e a differenza di suo padre mi sorride gratis.

 

Due e cinquantadue

Temporale. Era così bello, quando ero piccola, sentire il temporale a notte fonda, o alla mattina presto, aprire gli occhi e vedere che c’era una luce accesa in casa, una luce gialla, e persone che parlavano. Io facevo una tana sotto le coperte e mi sentivo al sicuro.

Ora sono io che devo essere questo per la mia bimba: un posto sicuro e caldo dove qualcuno ti vuole bene. Devo farcela: non so come. Cercherò di non farmi mangiare; costruirò un muro per difendermi da te.

Però. Se penso a come ti amavo.

Venivo fin là in bicicletta; poi, quando ti salutavo, cercavo di stare dritta in sella con la schiena. Me ne andavo senza girarmi mai, sperando che tu, invece, ti girassi a guardarmi. E quando avevo il vestito blu, come mi hai guardato: come se tu fossi in prigione e avessi appena scoperto che io avevo le chiavi. Era un pomeriggio d’ottobre, la luce era color pandoro, e io avrei voluto dirti che non dormivo e non mangiavo più, che avevo fame e sete di te. E adesso invece mi chiedo dove troverò le forze per sopravvivere. E tu mi rendi così debole; tu, la mia brutta sorpresa. Tu il mio amore guasto, avvelenato.

 

Ti ricordi come pioveva quel giorno e tu sei arrivato con il raffreddore e come ridevamo, e c’erano le lucine di Natale nella mia stanza, anche se era aprile, perché dopo le feste avevo provato a toglierle senza riuscirci…quella volta abbiamo mangiato biscotti e marmellata e parlato di paesi lontani e cantato insieme.

C’erano dei pomeriggi azzurrini, in cui l’aria pulita scendeva nei polmoni come una grattugia fredda. Solo noi a giocare a pallone nel prato che diventava scuro, quasi danzando.

 

Tre e tredici

E invece sono io sola, ora, a muovermi in punta di piedi, ballando su un campo minato. Recito “La Buona Moglie”, e lo sforzo mi strema.

Guarda con che maestria metto in scena il pezzo “ti saluto e ti auguro buon lavoro”, anche se poco prima hai strillato come un pazzo facendo vibrare il pavimento i muri la neonata e tutte le interiora dell’interprete femminile.

Cerco di calcolare le entrate e le uscite di scena. Non sempre ci azzecco.

-Stai zitta! Non sei capace di stare zitta?

Ops.

-Perché non parli?

Ops.

 

Cantavo tutto il giorno, parlavo sempre, rompevo le palle, ridevo. A casa mia ero un flagello, non vedevano l’ora che andassi fuori.

Ho provato a cantare, l’altra sera, con la chitarra; al posto della voce usciva un soffio come un pallone bucato. Mi sono spaventata e ho lasciato perdere.

Mi sdraio per terra, e Lucia mi gioca intorno. A volte non riesco neanche a guardarla, ma sento che è qualcosa di buono, come un panino fresco alle sei di mattina.

Solo, non so dove vado a finire.

 

Mi ricordo che, quando avevo sedici anni, a Carnevale mi sono vestita “da donna” (con i tacchi e la minigonna e via dicendo), perché c’era uno che continuava a prendere in giro le mie scarpe da ginnastica e le maglie lunghe fino alle ginocchia. Mi sento così anche adesso. Mi sono vestita da quello che devo essere secondo te, e sto scomoda da morire.

Di sera, però, arrivano i demoni, che mi recuperano dalla raccolta differenziata in cui mi sono diligentemente separata, e mi dispiegano davanti una mappa tutta nera.

Sarebbe il momento di urlare, di dire che il bene non esiste. Distruggermi e distruggere tutto.

Invece ho cura di me. Faccio ginnastica. Inspiro. Canto canzoncine alla mia bambina. Mangio la minestra, mi taglio le unghie, piego i pantaloni.

Mi spiace, Lucia, piccolo piccolo bene mio, perché tu lo sai che per tutto questo tempo, dentro, io sto urlando e urlando e urlando.

Non so dove vado a finire. Sento che posso vivere come un pupazzo sorridente e assenziente che intanto coltiva per conto suo dei gustosi sogni di morte.

Lo so che invece devo raccattare le chiappe, e vivere, e lottare. Ma per un attimo voglio proprio sognare.

 

Quattro in punto

Io voglio terrorizzarvi. Voglio farvi cagare sotto, e farvi male, come voi fate a vostra moglie, alla vostra ragazza, ai vostri figli. Sarò la vostra maledizione.

Verrò di notte dove dormite e vi soffierò in faccia minacce gelide e incomprensibili. Vi sentirete lo stomaco che precipita in fondo ai piedi e che comincia a chiedere pietà.

Assumerò una forma a voi nota: per esempio l’immagine di vostra madre. Poi aprirò le fauci, e voi vedrete scintillare nell’oscurità orrende zanne bavose.

Sarò trista e gelatinosa come mille anni di pioggia, e quando anche l’ultima speranza vostra sarà volata fuori, mi muterò in una larva ributtante, e vi attaccherò.

Colpirò proprio dove finisce lo sterno, e si incontrano le costole e il respiro, dove l’anima tiene il suo filo più grosso. Succhierò fuori da voi tutta l’anima che trovo.

Io so chi siete. State attenti. Prima non vi vedevo, ma ora, dopo essere stata bruciata viva, riconosco dovunque il vostro marchio di sopraffazione.

Vi sradicherò dal pianeta. Vi annegherò come cimici.

Tu, gentile vicino di casa che mi tieni aperto l’ascensore, che fai il commercialista e piaci a tutti. Tratti la tua ragazza come una sguattera; pensavo fosse fatta così lei, e invece sei tu. E lei balbetta, quando siete insieme.

Tu che vai sempre in chiesa, e che ti prendi cura-così dicono!-di tua moglie che soffre di depressione.

Tu che tratti male la mia mamma…oh oh.

E che mi portavi a fare dei bei giri in bici. Sempre con una faccia triste, che io sospettavo fosse colpa mia.

E poi abbiamo costruito un aquilone…giallo e azzurro, perfetto.

 

Chissà quando troverò un posto di me dove fermarmi. Dove smettere di odiare tutti questi.

Quando impiccano quattro stupratori in India, io non batto ciglio.

Quando il padre di una donna vittima dell’ex marito gli spara, io approvo.

Quando mio padre ha il colpo della strega, io rido.

Poi mi vergogno: so che anche questo è ingiusto. Il problema è che mi vergogno appena appena.

Bisogna percorrerla, la strada del perdono, se voglio rimanere un essere umano. Ma prima devo essere. Devo salvarmi.

 

Quattro e quaranta

I ragazzi del tuo paesino conoscono molti giochi crudeli. Uno è questo: lo scorpione che si suicida. Occorrente, uno scorpione vivo e un accendino; si versa il liquido dell’accendino attorno allo scorpione, fino a formare un cerchio. Si dà fuoco. Lo scorpione, quando si vede circondato dalle fiamme, per non morire bruciato si conficca il pungiglione in corpo.

E muore?

Eh certo, muore.

Dunque lo sapevi di essere velenoso.

Dunque bisognerebbe lasciarti solo in mezzo al fuoco, e il tuo artiglio si rivolgerebbe contro di te.

Invece ho l’impressione che tutti si affannino ad aiutarti:

i tuoi amici, che ti danno consigli al doppio malto su come si trattano le donne,

la vicina che, dopo avere ascoltato le urla, mi dice “comunque è sempre suo padre”,

la donna col rossetto fucsia che dichiara impassibile “ci sono anche donne che maltrattano gli uomini, perché di loro non si parla?”,

il poliziotto della questura che quando progettavo di andarmene mi ha abbaiato per telefono “ma certo che è sottrazione di minore, signora: se lo scordi di lasciare la casa e faccia la pace con suo marito”,

e tutti quelli che, come te, dicono che per la felicità e la salute di un bambino è  necessario che i genitori stiano insieme.

Dicevo.

Perché sono io, ad essere sola in mezzo al cerchio di fuoco?

 

Amore mio, due notti fa ti ho sognato di nuovo. Ho sognato che mi telefonavi ed eri stato via per tanto tempo, forse rapito, e finalmente eri tornato, e io avrei potuto sbarazzarmi del tuo cugino bastardo che avevano messo al tuo posto. Eravamo contenti per telefono, e ridevamo! Dopo pochi giorni ci saremmo rivisti.

Amore mio, dove sei finito?

 

Quando scrivevo la tesi, anche quando eri ospite da me e non avevi un altro posto, stavi fuori tutto il giorno, perché io riuscissi a concentrarmi. E compravi il pollo al mercato senza dirmi che quelli erano gli ultimi soldi che avevi. E quando eravamo in bicicletta ti giravi sempre per vedere se c’ero, e coglievi per me le more dei gelsi…

Io spero che anche per te nella vita ci sarà qualcosa di ottimo e dolce e starai bene e in pace. Ma lontano da me.

Non mi aspetto che tu capisca. Penserai che sia io a fare del male a te.

Ma quando sarai molto vecchio ti ricorderai di una bizzarra ragazza che ti correva incontro e c’erano girandole e lune e pesci enormi nella fontana e poi

ti ricorderai le stelle nel deserto

e ti sembrerà che se tu fossi stato un po’ meno avido avresti potuto tenere con te tutte queste cose, se solo le avessi lasciate vivere

e poi penserai che in fondo non è neanche tutta colpa tua, e che se è andata così un senso ci dovrà essere per forza, e chi sa se è vissuta veramente o è solo un personaggio di fantasia, quella strana ragazza che ti amava tanto.

 

Sette e dieci

Mi sono appisolata e ho sognato.

Ho sognato di essere in visita in una casa di streghe, in cima a una collina. Per entrare avevo dovuto togliere le scarpe, tra gatti e specchi rotti. Poi volevo andarmene. Mettevo Lucia nel suo passeggino; mettevo una scarpa, e l’altra? Sparita. La trovavo, ma intanto era sparita l’altra.

-vado a casa senza scarpe- annunciavo, ed uscivo in giardino. Una strega mi diceva: -aspetta, hai bisogno di aiuto per uscire da qui. Il giardino è pericoloso persino per me. Bisogna capire quale delle uscite è aperta: l’aria , l’acqua o la terra…

Mentre ancora parlava, arrivavano le linci. Sbucavano dai cespugli e prendevano Lucia! Le inseguivo gridando insulti. Nel crepuscolo vedevo la tutina gialla di Lucia che si allontanava a balzi.

Ma la mia disperazione calamitava la magia che c’era nell’aria a chili, e quando gridavo: “Lucia!” con le mani tese, Lucia mi compariva tra le braccia, nuda e ridente. Salva. Le linci se ne andavano.

-Vado a casa!- gridavo inferocita.

-Zitta, o si sveglia il drago-mi diceva la strega. Mi porgeva una sedia azzurra, che prendeva quota.

-andiamocene di qua- dicevo, ed eravamo già in volo.

 

Sto qui davanti al cielo in burrasca, con il tè verde e le mie amiche scarpe che mi aspettano di fianco alla sedia, e la testa tranquilla, almeno per ora.

È ancora scuro fuori. Ma è giorno, adesso, nella stanza dei miei pensieri, e c’è una grande insegna luminosa che dice non è giusto vivere così.

Tu dormi ancora, tranquillo, con le tue lunghe ciglia, e non sai che io sono scappata. Con la sedia volante e Lucia. Non sono ancora uscita da questa casa: ma dall’incendio delle tue grida, dal nero dei tuoi occhi sono già libera, libera finalmente.

 

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LA MIGLIOR DIFESA

Ci sarà un posto sicuro, per te, anche se certamente non è questo e non è ora.

Mi ripeto, in un sussurro pieno di tremore, pieno di timore, pieno di me.

Raggomitolata al buio in una coperta troppo poco calda. La completa inutilità di cercare di scongelare un gelo che è dentro di me non mi frena dal tentare, ancora e ancora.

Salvarmi non è un’opzione e so che il nemico con cui combatto è velenoso, insidioso, vischioso, un buio denso in cui entro a tentoni, senza sapere se il prossimo passo sarà leggero o cadrà pesantemente nel vuoto.

La rabbia è l’ombra che soffia sul collo.

 

Respira.

Respira.

Respira.

Qualche volta dimentico quanto sia necessario. E’ in quei momenti che subentra il panico, la mia vista si annebbia, il cervello si stacca ed io sono preda di emozioni incodificabili, cui permetto di rendermi preda indifesa.

Ma non lo sono, oh Dio, non lo sono affatto, altrimenti non sarei più viva, a questo punto. Non rimarrebbe di me altro che una poltiglia infranta, un gruzzoletto di lacrime lasciate a seccare.

Una battaglia alla volta, con armi sempre più affilate che sono difese della mia mente e un corpo di giorno in giorno meno fragile, avanzo preparando il mio esercito alla guerra, alla guerra vera.

Sono il mio generale, il mio unico soldato, sono la patria per cui lotto. Devo portarmi fuori da questa follia, devo condurre me stessa in un futuro migliore, dove le fiamme non mangiano la quiete e dove nel silenzio sa scendere silenziosa la pace.

 

Respira.

Respira.
Respira.

Anche questa notte passerà così, sospesa su un filo sottilissimo di un equilibrio tremante: dovrò tenere salda la presa su tutti i piccoli pezzi in cui sento spaccarsi il mio cuore, il mio spirito, la mia forza o come preferite chiamarlo.

Vi ancoro le dita perché non ne sfugga nessuno; devono restare con me affinché io possa, domani o il giorno dopo ancora, riassestarmi e fuggire dove il passato mi parrà uno di quegli incubi attanaglianti che svaporano al mattino lasciandoti l’amaro in bocca, una confusione che poi si riassorbe come un ematoma.

 

Mi sento afferrare per un braccio e sbattere fuori dal letto, contro il comò.

– Che cosa fai ancora a letto, eh?

Mi arriva uno schiaffo in pieno volto, molto prima che io capisca cosa stia succedendo.

Una sveglia niente male. Come cominciare la giornata col piede giusto, no?

Mi massaggio una guancia, aspettando che il dolore passi. Solo dopo riesco a mettere a fuoco il viso contratto di mia madre, anche se l’avevo riconosciuta da subito. Sospiro.

La forma spigolosa e fastidiosa delle sue mani non mi è nuova; conosco i suoi palmi come i miei… la differenza è che i suoi ce li ho stampati addosso.

– Devi muoverti, devi preparare la colazione a tuo padre, devi vestirti e levarti dai piedi. Vai a fare il tuo dovere, vattene a scuola!

Osservo inespressiva la sua sfuriata. Dal suo labbro rotto si direbbe che la colpa della sua collera non sono di certo i cinque minuti di troppo che ho concesso al mio riposo.

La vera causa siede imponente dietro un tavolo sbilenco e troppo piccolo, sorridendo sotto i suoi baffi bruni, in attesa di essere servito da quelle che ritiene le sue piccole schiave, i suoi giocattoli portati da un Babbo Natale particolarmente in vena.

Ma quale Babbo Natale.

Chiunque sia lo stronzo ad avermi mandato qui, prima o poi mi sentirà. E ne ho di veleno da sputargli addosso.

 

Quando entro in cucina, come ogni mattina lui mi rivolge uno sguardo innocente, che sembra urlare “non volevo, ho alzato il gomito, non è colpa mia, le ho detto di non istigarmi, quando ci si mette sa essere veramente fastidiosa, io ho tentato di controllarmi” ed altre baggianate che non hanno più senso.

C’era un tempo in cui gli credevo e questo mi permetteva di affrontare la giornata a cuor leggero, dicendomi che non sarebbe più successo perché lui non era quel tipo di uomo, lui era mio padre ed un padre non fa così.

Questo milione di anni luce fa, quando ero ancora bambina e c’era in me l’innocenza dell’illusione, ora per fortuna infranta. Non sopporto l’idea di averlo in qualche modo giustificato, di avergli scioccamente dato fiducia; ciò che si merita è il disgusto che provo, tanto per lui quanto per lei, incapace di riprendersi la propria vita, inetta, così persa da non proteggere nemmeno quella ragazzina spaventata che le vedeva cadere a terra, nascosta dietro la porta. Quella ragazzina che ero io ed ero sua figlia.

Non poteva combattere per se stessa?

Che combattesse per me.

Non riusciva a rispettarsi?

Che rispettasse me.

Non ero io che dovevo metterla al sicuro, non ero che dovevo prendermi cura di lei, non ero io che dovevo asciugarmi le lacrime in silenzio perché “se papà le vede è ancora peggio”.

Che sia ingiusto, però, non basta a non far capitare quel qualcosa; quindi capitò, una, due, tre, mille volte, finché in me l’aspettativa di un giorno migliore non è scemata strisciando in vite lontane dalla mia.

Sono stata un automa che si muoveva in questa casa pulendo dove c’era da pulire, sistemando dove era necessario sistemare, chiudendo gli occhi quando si alzavano le mani e tappandomi le orecchie quando si urlava.

Così ho passato i primi anni dell’adolescenza. Un giorno mi sono svegliata e niente mi induceva a pensare ad un cambiamento, ma qualcosa nella mia mente era scattato.

Mi sono guardata allo specchio e ho visto l’immagine di mia madre ricalcare e coprire la mia.

E’ stato un colpo, mi è girata la testa, mi è salita la nausea quando ho compreso che mi stavo arrendendo esattamente come lei.

Per colpa sua, che non si ama e non ama me. O se lo fa, le riesce male.

Lui è il lupo cattivo, ma lei non è la povera Cappuccetto Rosso.

Lei è sua complice nel rendere la mia vita bruciante come una ferita aperta. Lei è condanna di se stessa, ma io ho deciso tempo fa di non lasciare a nessuno il permesso di affossarmi.

Continuando su quella strada avrei perso la rotta e probabilmente ora non sarei che l’ennesima “vittima”, che guarda quella sottospecie di prodotto umano con una certa devota compassione, nella patetica speranza che prima o poi qualche grazie divina lo renderà l’uomo dei sogni, il fantomatico e plastico Principe Azzurro che bacerà le ferite della povera, rincoglionita Principessa senza spina dorsale.

Ecco la pallida storiella che ancora vive nella testa incasinata di mia madre, ora fiacca, ora energica, ora stanca, ora piena d’ira che mai, mai una volta è stata indirizzata a lui, ma sempre a me, alle mie braccia, alla mia pancia, alla mia faccia.

Porto segni addosso che tracceranno nell’eternità la sua vergogna, la vergogna di una donna senza dignità, senza personalità, senza quell’amor proprio spicciolo, mero, in dotazione dalla nascita persino al più stupido, che ti spinge a correre se qualcuno minaccia la tua vita.

Non a piegarti, non ad abbassare la testa, non a singhiozzare biascicando un povero “ti amo”. A correre.

Ed è questo che farò, correrò via.

Non rispondo al saluto di quel patetico ometto che spera di minacciarmi con la sua imponenza fisica; nessun muscolo compenserà la devastazione della sua umanità. Nessuna abilità sarà in grado di porre rimedio alla sua bassezza.

Se si scusasse da qui alla fine del mondo, sarebbe comunque troppo poco. Le parole non arrivano dove lui è riuscito a ferirmi. Prima di affondarvi, perdono il loro significato in quel lungo viaggio nell’oblio.

Non mi fa più alcun effetto: è come se la sua presenza fosse occultata nel mio campo visivo da tutto l’odio amaro che provo nei suoi confronti.

Mio padre, se proprio si vuol commettere l’abominio di definirlo tale, ha per me un certo riguardo, almeno da sobrio, almeno di giorno. Come se avesse il bisogno di sentire la coscienza a posto salutandomi o chiedendomi come va.

Godo della consapevolezza di irritarlo con il mio silenzio. Alzo i miei muri e lo taglio fuori; aver cominciato a farlo mi è costato qualche ceffone e qualche spintone, qualche graffio e qualche insulto, ma preferisco che mi rompa un osso o mi faccia sanguinare la testa piuttosto di fingere, come fa mia madre.

Lei incanala contro di me tutte le sue emozioni più oscure e poi gli stira le camice, lo bacia quando torna da lavoro e gli ronza intorno come l’ultima delle puttane.

Mi detesta, per questo comportamento. Mi sgrida, mi implora di smettere, mi dice che non capisco.

Ormai le sue richieste mi fanno ridere. Attendo che mi afferri i capelli e faccia la sua scenata, poi mi dileguo e la cancello dalla mia testa.

La scuola è un mondo parallelo che mi permette di evadere.

Studio, leggo, apprendo di molteplici realtà differenti che mi offrono su un piatto d’argento prospettive migliori, quelle che avevo perso.

I miei genitori, per tornare all’uso di termini impropri, pensano che io faccia parte di un non so quale gruppo di studio e per questo torno a casa solo per l’ora di cena.

Beffarli così facilmente non è che la parte migliore di tutta la situazione.

La verità è che all’inizio restavo in giro per la città a bighellonare, in un parco con un libro o in un bar a ristorarmi del calore, del vocio, del colore delle esistenze altrui.

Poi, l’idea. La via di salvezza.

I soldi.

Ho distribuito volantini, portato a spasso cani e svolto commissioni per nonnine con l’artrite. Qualcuno in questo quartiere ha imparato a conoscermi e a fidarsi di me.

Una minorenne senza referenze e senza un genitore alle spalle all’inizio destava sospetti, ma un primo simpatico e pittoresco signore mi ha dato una possibilità, forse leggendo in me un chissà cosa della sua giovinezza.

Mi ha spedito a zonzo a distribuire i volantini della sua trattoria e il resto è venuto da sé.

Ho ricevuto più chance da chi aveva il diritto di negarmele, che da chi si presumeva camminasse al mio fianco e mi aiutasse.

La famiglia non è scontata. La famiglia non è dovuta.

E’ una fortuna. E’ un lusso.

E non lo si capisce, perché la si pretende. Si dovrebbe avere il diritto di averla e invece no, no, lasciatevelo dire da me, dal basso del mio nido fatto di rovi di spine, lasciate che vi suggerisca la verità: se davvero avete una famiglia, baciate la terra su cui cammina, perché è un dono, uno di quei miracoli verso cui la gente si definisce scettica.

 

Preparo il caffè, glielo verso bollente e senza zucchero in una tazzina, gli imburro il pane e mi defilo. Intravedo mia madre sprimacciare i cuscini nella loro camera da letto.

E’ il momento.

Alla luce del giorno, senza paura. Paura, è quella che ho lasciato tra le lenzuola umide di pianto, è quella che ho sepolto nel momento in cui ho capito che la mia vita vale più di ciò che mi è stato fatto.

Corro in camera mia, infilo la mano sotto il letto e tiro fuori un borsone. Pronto. Dentro giacciono ben piegati i miei pochi vestiti, i libri e qualche piccolo oggetto.

Nella tasca laterale, un coltello a serramanico.

Sul fondo, i miei soldi. Abbastanza.

Non tanti, perché non bastano mai, ma decisamente sufficienti a voltare le spalle a questo schifo. Certo, sto correndo un rischio, un passo dieci volte più lungo della mia gamba magra e sfregiata.

Ma sono pronta.

Sono donna, ora.

Non puoi fermarmi l’eventualità di cadere, non possono spaventarmi gli ostacoli e le difficoltà che già vedo delinearsi chiaramente all’orizzonte.

Ce ne saranno e mi costeranno fatica.

Mi ripagherà la sera la soddisfazione di non essermi abbandonata; mi cullerà la notte l’amore per me stessa e per la mia vita, mio inviolabile e intoccabile tesoro. Disinfetterà le mie ferite il caldo sapore della dignità, della forza, dello spirito di chi lotta.

Io lotto, io sono una guerriera.

E questo mi rende degna di quelle che, come me, hanno attraversato il dolore, la stanchezza, l’incompletezza, la confusione, la precarietà. Quelle che, come me, hanno dovuto scegliersi, smettendo di aspettare che lo facessero altri per loro, e sono diventate protagoniste brillanti di altrettante vite meravigliose.

Lego i capelli, getto la borsa in spalla e esco gridando: “ciao”.

“Ciao”. Solo “ciao”, esatto.

Gli sfuggo così, sotto il naso.

E la libertà mi rende bellissima.

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E DOPO?

Non hai detto una parola. Ti alzi  senza degnarmi di uno sguardo, i jeans  penzolanti, ti volti e corri, corri sempre più velocemente, cercando di rivestirti, sei ridicolo sai ?  ridicolo e vigliacco, scappa  scappa … anch’io vorrei farlo ma non posso, qualcosa mi blocca lì a terra forse il dolore, forse la rabbia  mista all’odio immenso che sento per te e allora non voglio muovermi per non distrarmi, voglio concentrare il  pensiero solo su di te per alimentare questo mio odio, sentirlo crescere e riversartelo addosso fino a seppellirti, come tu hai appena fatto con me.

Non ti ho visto bene in viso, non saprei riconoscerti, e’ tutto così buio intorno, ma le tue mani e il tuo odore,  quelli sì che saprei riconoscerli, ne sono certa, anche tra cent’anni. Per cui attento a te, non passarmi mai più vicino, non sfiorarmi nemmeno se vuoi farla franca.

E tu mi avrai guardata? Mi sapresti riconoscere? Mi avevi già studiata  e scelta , o sono capitata, sfortunata, al momento giusto per te?  Dettagli che non  saprò mai  e che mi angosciano, e l’angoscia mi soffoca.  Ho un bisogno  assoluto di risposte, di certezze assurde, dato il momento, manco di logica, lo so,  ma  continuo a fare di te l’unico ossessivo oggetto dei miei pensieri,  per  non smettere neanche per un momento di odiarti.  Dove sei? Avevi un’auto nelle vicinanze o stai ancora correndo? Verso una casa dove qualcuno, ignaro, ti aspetta ? una madre ? una moglie? dei figli?  E che farai appena arrivato? li bacerai, da bravo figlio,marito,padre?  Domanderai,  “che hai fatto di bello oggi a casa, a scuola? io sono stanco, una doccia e poi a dormire…”  O vivi solo in una baracca sporca, dove rientrerai  tranquillo e domani neanche ti ricorderai di quello che hai fatto stanotte?  Oppure te ne vanterai con altri miserabili come te?

Una doccia, oh!  quanto vorrei sentire l’acqua scorrermi addosso, lavarmi fino a strapparmi la pelle.

Singhiozzi infantili mi scuotono il petto, ho il respiro affannato ma gli occhi sono asciutti, secchi,  neanche una lacrima.

Non riesco a distogliere il pensiero da te  eppure  so che dovrei cominciare a occuparmi delle mie condizioni fisiche. Le ossa sembrano intere, meno male, per il buio non distinguo,  ma al tatto scopro ecchimosi e graffi un po’ ovunque.  La mente è fredda, lucida, un violento desiderio di vendetta l’attraversa e mi scende in  gola provocandomi conati di vomito, sento battiti dolenti in varie parti del corpo. E’ come avessi  tanti cuori che battono disordinatamente.  Chissà se anche il tuo batte con ritmi diversi dal solito, sogghigno al  pensiero del tuo “cuore” e così mi accorgo che mi fa  male una guancia e ho il labbro spaccato.  E se avessi contratto qualche terribile malattia ? Ci penserò domani, ora sarebbe inutile.

Domani… mi fa paura pensarci, la mente si rifiuta, e allora devo ancora concentrarmi sul presente.  Il cellulare … telefonare chiedere aiuto, ecco dovrei cercare la borsa… forse nella colluttazione si è aperta, il contenuto si sarà  sparso chissà dove…o sei riuscito anche a derubarmi ?

Mi accorgo di  non avere  fretta di cercare aiuto,  ma di volere assolutamente

imprimere nella mia mente ogni particolare di questa follia, non devo tralasciare

o perdere nulla  e perché ciò avvenga devo farlo ora, subito, finchè sono sdraiata

e dolorante, su questa strada che conosco bene, che non mi aveva  mai fatto paura ma che

domani non so se riuscirò a percorrere nuovamente. Dopo, soccorsa  e protetta, al sicuro nella mia casa, rischierei  di perdere i dettagli e che il ricordo di te svanisca per lasciar posto solo alla violenza fisica subita, alle possibili conseguenze, mentre io voglio stare concentrata su di te, immaginarti spregevole più di quanto potrai mai essere per odiarti e attraverso il mio odio sempre più grande, arrivare a entrarti nella mente e perseguitarti all’infinito.

Il ricordo di me deve diventare l’incubo della tua esistenza. Non ti darò scampo.

Non so quanto tempo è passato dalla tua fuga,  un minuto? un’ora?

Ho freddo e sono stanca. Mi muovo lentamente, e ogni movimento mi strappa un gemito.

Ora penso al dolore di parenti e amici quando si saprà, e penso a te, amore mio.  Che sarà di noi? Riusciremo a superare questa prova tremenda? Tu ad avvicinarmi con l’amore di ieri, io a permetterlo senza ricordare e, istintivamente, cercare di scappare? Potrai perdonarmi?  Assurdo, perché mi viene in mente di aver bisogno di perdono?  IO sono la vittima e per questo avrò il coraggio, ti denuncerò, spero ti trovino presto, e ti mettano in galera per tanto, tanto tempo, e che ogni giorno sia per te carico di dolore, come i prossimi che aspettano me, lo so, dovrò sopportare visite e interrogatori imbarazzanti,  sguardi ora critici, ora ironici, commenti crudeli,  “però quella gonna corta, in giro di notte, da sola…” e poi il processo, lungo, snervante, gli interrogatori del  tuo avvocato che cercherà per te tutte le attenuanti possibili, e per farlo  getterà ombre su di me, insinuando dubbi, “era consenziente, il pentimento è venuto dopo..”. E se gli crederanno te ne andrai libero, ridendo di me e della mia vita sospesa, o, peggio, distrutta. La cronaca lo ha raccontato tante volte.

Il pensiero che tu possa cavartela, accresce la mia rabbia., mi scopro cattiva, di una cattiveria feroce, assoluta,  ti odio talmente che credo potrei anche ucciderti, perché sai, maledetto bastardo, tu hai violato il mio corpo che, col tempo, guarirà, ma hai ferito, forse irrimediabilmente, la mia anima e nemmeno la pena più dura potrai mai punirti abbastanza per questo.

E finalmente, piango.

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L’ANGELO DIVELTO DELLA METROPOLITANA

Il lavoro mi attende come al solito, dall’altra parte della città. Ci penso. E intanto la guardo.

Una volta, avevo l’abitudine di leggere qualcosa. Solitamente un giallo, o un saggio poco impegnativo, di quelli scritti dai divulgatori di vaglia. Quei libri concepiti per farti sentire strutturalmente ignorante, sì, ma in via di guarigione. Adesso invece gioco con lo smartphone; non riesco a leggerci le mail, i giochi mi tediano, cerco perfino di barare al solitario (ovviamente invano).

Ecco perché, adesso, mi resta più tempo per guardarmi in giro. Come effetto collaterale dell’aver smesso di leggere in metropolitana, mi sto formando una cultura sulle persone in carne e ossa. Prima nemmeno le notavo, perso com’ero tra i miei libri; mi gustavo i mille segreti della lince iberica, o le gesta di quell’imperatore che conquistò nazione dopo nazione e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione, come mi racconta Vecchioni in cuffia, ispirato come sempre.
È così che ho visto lei. Non so come si chiami, e in fondo non è che m’importi. Ma ho immaginato la sua storia; non credo di sbagliarmi, perché ogni mattino tempero a fondo il mio spirito d’osservazione.

C’è sempre un uomo, ad accompagnarla in metropolitana. Credo sia il suo ragazzo, o piuttosto il “compagno”, data l’età non freschissima. All’apparenza, è parecchio geloso. Non l’abbraccia ma la cinge; non l’accarezza ma la leviga. Più che accompagnarla, se la porta dietro con un freddo ma tenace attaccamento, come se fosse un oggetto altrui appena pignorato.

Lei è bella, anche se pare precocemente sfiorita. Ho qualche remora a definirla “attraente”. Non è una di quelle quarantenni dall’aspetto sbarazzino; piuttosto, sembra una trentenne che a ogni compleanno inanella due anni. E di sbarazzino non ha niente. È alta, coi tacchi supera il metro e ottanta; un’altezza che perfino nella Milano dai mille retaggi longobardi ti attira parecchi sguardi maschili. Abbonda nelle forme, anche a motivo degli abiti troppo fascianti, e per di più traslucidi. Affiancata al suo compagno, fanno due persone normali, perché invece lui è magro, molto magro. Ha una muscolatura nervosa, da pugile delle categorie inferiori. Vent’anni fa avrei pensato che avesse qualche problema di spade, o pere, o come le si vuol chiamare; oggi, però, quello non è più un pensiero comune, e lui pare semplicemente ossuto.

Pare quasi che si aggrappi a lei, con forza; ha l’aggressività strutturale delle case dei centri storici, quelle che si appoggiano le une alle altre per non franare, e nel farlo si condannano a un’infinita dipendenza, a un tragico mutuo soccorso.

Quando scendono alla loro fermata, che è anche la mia, la risucchia fuori dal vagone, sempre troppo velocemente. Tagliano perfino la strada ai ragazzini, i veri professionisti della fretta inutile. Lui la tira, quasi la strattona, la infila più o meno a forza su per la scala mobile, e intanto le parla nell’orecchio. Sembra pronunciare parole suadenti, ma quando intravedo i suoi denti il mio cervello registra un’immagine incongrua. Come se le parole non si conciliassero col tono. Sì, pare che la stia minacciando, ecco. O almeno, nel migliore dei casi, pare che le stia leggendo il mondo coi suoi occhi, come se volesse proteggerla costruendole intorno una barriera. Sarà per una questione ancestrale di sopravvivenza, però anche un perfetto estraneo come me lo percepisce chiaramente, l’odore della violenza.

Era un martedì, il giorno in cui finalmente incrociai lo sguardo di quella donna. Ricordo che avevo la borsa della palestra in mano e questo mi impediva di twittare come un adolescemo. Fissai quei due occhi nocciola, impegnati a guardarsi in giro. Taceva, mentre le braccia minacciose del compagno l’avvinghiavano. Sono sicuro che lei stesse cercando attenzione, un cenno, un gesto. Lo cercava tra gli estranei, come se amici e parenti non servissero a nulla, per una storia del genere. Come quando confidiamo a perfetti sconosciuti i lati oscuri della nostra vita, quelli che i nostri migliori amici mai conosceranno, nemmeno da lontano.

Mentre la osservavo, lei mi ricambiò. Il suo carceriere mingherlino era distratto da qualcosa, forse dalla nuova pubblicità che era appesa al corrimano e che lui scagliò via con un colpo di nuca nervoso. Ci incrociammo per cinque, lunghi secondi. Mi guardava con brama, ma non certo per sedurmi. Ero sicuro che tentasse di trasmettermi un messaggio via pupille, giudicandomi l’unico ripetitore delle sue onde radio personali.

Il mingherlino percepì che lei aveva attivato un radar oculare. La fissò con gli occhi per due fermate, tacendo. Lei sostenne lo sguardo in modo intermittente. Quando uscirono, seguiti a ruota dal sottoscritto, lui le avvolse il mento con le cinque dita della mano destra, come se tenesse in mano il teschio di un nemico ucciso in battaglia più che una testa unita al resto di un corpo vivente.

Lei taceva, io pure. Mi sentii vigliacco, ma del resto che potevo fare? Continuai a tenerli d’occhio, mentre loro salivano la scala mobile. Il mingherlino scelse il gradino precedente il suo. In quel modo la superava in altezza per un soffio, nonostante lei portasse tacchi vistosi; visibilmente malvolentieri, tra l’altro. La folla li inghiottì e, per quel giorno, li allontanò da me.

L’indomani, la prudenza mi suggerì di portarmi un quotidiano. Raccolsi un Corriere usato ma tenuto bene. Per l’esattezza era il supplemento economico, ricco di gossip finanziario (lui compra lei; lei si fa acquisire da lui; loro due colti dal fotografo a scambiarsi azioni di nascosto, a fine CdA). Ma l’ampio foglio mi serviva soprattutto per guardare senza farmi vedere.

Anche quel giorno rividi la strana coppia. Incredibile quanto fossimo abitudinari, tanto da trovarci quasi sempre sullo stesso treno della metro e nello stesso vagone: circostanza quasi impossibile, in natura.

A meno che proprio non la si cerchi.

Lei era sempre vestita in modo abbastanza vistoso, più adatto all’ora dell’aperitivo che a quella del cappuccino. Il suo vestito grigio di ciniglia, aderente anzichenò, catturava l’attenzione.

Quel che non avevo visto fu la macchia scura sotto l’occhio destro. E un lampante livido sull’avambraccio sinistro. Tre fermate dopo ne notai uno pressoché speculare, sull’avambraccio destro. Procurarsi un ematoma e due lividi – proprio lì, poi – cadendo a terra in cucina? No, impossibile dare la colpa ai pensili.

Se non avessi ancora intuito cos’era successo, me l’avrebbe rivelato il suo sguardo. Anche quel giorno capii che mi stava cercando: al vedere i miei occhi, seminascosti da un ponderoso articolo sui destini dell’ENI, le sue sopracciglia guizzarono. Con un movimento brusco il mingherlino l’avvicinò. La fece ondeggiare pericolosamente, quando entrammo in velocità sulla curva tra Buonarroti e Pagano, dove i due rami della metro si riuniscono dopo la biforcazione.

Li rividi ancora il giorno dopo. Stavolta erano nel vagone accanto al mio e non sapevo se la ragazza mi avrebbe scorto. Infatti ero riuscito a sedermi, grazie al discutibile privilegio del salire in estrema periferia, dove il convoglio arriva semivuoto e i sedili sono ancora gelidi per la bruma del mattino. Subito sopra il ginocchio, tra gli stivali e la gonna, un altro livido faceva capolino, e nemmeno lì potei pensare a una caduta. L’ematoma sotto l’occhio non accennava ad assorbirsi. Anche quel giorno, il mio angelo divelto della metropolitana venne trascinato fuori dal vagone. Su per la scala mobile, il suo nervoso compagno eseguiva movimenti bruschi, le ringhiava sibilante all’orecchio, la stringeva e ne penetrava lievemente la carne con la mano, disegnando solchi sul tessuto attillato del vestito. Io sempre lì dietro, senza trovare il coraggio di staccarmi né di guardare negli occhi quell’uomo. Imperterrito, continuava a fissare il suo ostaggio in forma di ubertoso corpo femminile.

Nei dieci giorni seguenti, salvo due o tre volte, li vidi sempre lì, sempre allo stesso posto, sempre planati su due mondi diversi ma fusi tra loro. Il livido intorno all’occhio si era ormai quasi dissolto, ma il labbro inferiore era diventato improvvisamente blu.

–        Lo vedi, Elena? Lo vedi? Mi pareva di avertelo detto chiaro. Ma tu, niente.

Fu l’unica frase che riuscii a cogliere, nel diffuso scalpiccio di piedi troppo veloci per indossare scarpe eleganti. Non era la frase che avrei voluto sentirmi dire. Visto come negava con la testa, decisamente e recisamente, sembrava che nemmeno lei fosse d’accordo. Pareva che tentasse di spiegare, di giustificarsi, di puntualizzare, ben sapendo che tanto non l’avrebbe creduta; e che alla sera, se non prima, avrebbe pagato il conto di chissà quale sua tremenda insubordinazione.

Adesso sudo, sudo profondamente. Ho un desiderio crescente di cambiare treno, di spostare la sveglia anche solo di cinque minuti avanti o indietro, di posizionarmi in un altro vagone, di rimettermi a leggere un libro sui Sumeri o un giallo di Ellery Queen, di quelli tranquillizzanti. E invece no. Un’altra parte di me mi spinge a restare lì, a capire cosa stia succedendo, a saperne di più. Col passare dei giorni comincio sempre più a sentirmi colpevole, o se non altro complice. Dopo tanto parlare di violenza, ecco: mi ci trovo immerso anch’io, al mattino, tutti i giorni. Una violenza a domicilio, fresca come le brioche del bar di Beppe. Una violenza che oggi raggiunge lei ma domani potrebbe raggiungere me, mia figlia se l’avessi, la mia vicina di casa se facesse una scelta azzardata.

Dopo un mese la morsa al mio collo è fortissima. Al mattino sono preda dell’angoscia; la osservo quasi tutti i giorni ma nessun altro sembra accorgersene. Non finisce nemmeno in quell’incrocio di sguardi che unisce gli sconosciuti sui mezzi pubblici, soprattutto quando i controllori – pardon: verificatori – fanno (o non fanno) il lavoro per cui sono scarsamente pagati.

Usciamo dalla metropolitana e – lupus in fabula – li vedo, i verificatori. Poco male: il biglietto ce l’ho, e sono lieto per tutti coloro che non pagano e viaggiano a spese mie. Però i due uomini lasciano passare tutti. Non controllano nemmeno. Mi chiedo cosa ci stiano a fare, quale sia la loro utilità. Di certo il mingherlino dal ghigno cattivo passerà, penso, perché lui è di certo un buon cittadino, provvisto di regolamentare ticket.

Invece lo fermano.

Soltanto lui; lo agguantano e un po’ lo strattonano. Bloccano anche lei, ma poi l’accompagnano dolcemente in un cantuccio, dove altri due uomini in divisa – non sembrano proprio controllori – la invitano a parlare, forse le offrono un caffè.

Lui parla, parla ad alta voce; uh, quanto parla. A un certo punto prende a sbraitare e sono costretti a immobilizzarlo in due; è forte, proprio come un galletto, o come un magro ma pestifero peso piuma.

Quando mi fermo col pretesto di ritirare un giornale gratuito, senza nessuna intenzione di leggerlo, vedo che lo portano fuori e lo caricano su una pantera. Lui protesta, e allora gli infilano dentro la testa senza grandi complimenti. A quel punto non protesta più.

Lei piange, ma di un pianto che pare soddisfatto. Mi guarda mentre le sfilo davanti.

–       Grazie – mi dice. Lo intendo perfettamente, non mi sono sbagliato.

Perché “grazie”?, mi chiedo. Non ho fatto niente. Né io né gli altri. Non abbiamo proprio fatto niente.

E quel grazie mi ferisce come una lama, perché non me lo merito per nulla.

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LA FILASTROCCA

Estate 1978

 

“Facciamo un castello?” domanda Eva.

“Sìì!” rispondono in coro Astra e Selene.

“Corro a prendere le palette, le formine e il secchiello” grida entusiasta Selene correndo verso l’ombrellone.

Le sue amiche osservano la riva per scegliere il punto migliore per il loro progetto. Selene saltellando, un po’ per l’entusiasmo e un po’ per la sabbia bollente, arriva all’ombrellone dove le mamme hanno già risposto la borsa-frigo all’ombra e si stanno rilassando al sole. Le sedie a sdraio ondeggiano alla brezza del mare. Con un gesto veloce la bimba afferra i giochi per tornare di corsa dalle amiche. Sta correndo veloce sulla sabbia rovente e un bambino più alto di lei con il costume rosso e nero, le sbarra la strada. Selene cerca di scansarlo in velocità, ma lui è ancora più svelto e le blocca il passaggio.

“Dove credi di andare?” le urla guardandola dall’alto verso il basso, cercando di alterare la voce per sembrare ancora più grande.

“Dalle mie amiche, perché?” risponde Selene fingendo sicurezza, ma senza guardarlo in faccia.

“Adesso mi dai le palette! Sono mie, me le hai rubate!” urla di nuovo.

“No! Sono mie, me l’ha comprate la mia mamma!” si lamenta Selene.

“Bugiarda!” e dandole uno spintone la fa rotolare sulla sabbia calda strappandole le palette.

“Ahi! Cretino” piagnucola la bimba, ma il bambino dal costume rosso è già sparito. Le spuntano due grandi lacrime negli occhi verdi mare che scorrono lungo le guance rosse per il sole caldo e per la rabbia. Astra ed Eva che hanno assistito alla scena dalla riva si precipitano a soccorrerla.

“Ma che voleva quello scemo? Ti ha fatto male? Perché ti ha preso le palette?” chiede Astra preoccupata.

“Dice che sono sue e io gliele ho rubate! Ma non è vero!”

“Gliela facciamo pagare adesso!” sentenzia Eva presa da un impeto di rabbia per la prepotenza subita dall’amica del cuore.

“Ma lui è più grande…” piagnucola Selene ancora spaventata.

“Si, ma noi siamo in tre!” ribatte Eva ancora più arrabbiata “Ora ci penso e poi gliela facciamo vedere noi cosa vuol dire fare il prepotente!”

Intanto Astra abbraccia Selene e la consola. Eva scruta la riva e si accorge che il bambino con il costume rosso e nero è curvo sulla battigia intento a scavare una buca con le palette rubate.

Come se improvvisamente avesse avuto un’idea geniale, sussurra alle amiche: “ Venite con me e fate come vi dico io!”

Si avvicinano al bambino di spalle ed Eva grida forte: “Ehi tu!Restituisci le palette alla mia amica!”

Il bambino preso di sorpresa, si alza e si gira di scatto ed Eva si accorge che poi  non è così tanto più alto di lei. “Ridagliele!” incalza Eva sfruttando la sua rabbia e si accorge che il suo nemico ha i piedi sull’orlo della buca. Il bambino sorride perfidamente e con aria di sfida le risponde con sicurezza:

“E tu chi sei? Che vuoi da me?”

Eva lancia un’occhiata alle amiche e con lo sguardo indica loro la buca ai piedi del bambino. Astra e Selene furtivamente girano intorno al ragazzino e si posizionano alle sue spalle. Sorpreso dall’accerchiamento delle ragazzine, il bambino-bulletto si distrae un attimo ed Eva, con balzo da gatto lo spinge all’indietro. Astra e Selene lo afferrano per le spalle e, in un secondo, il bambino dal costume rosso e nero si ritrova con il sedere nella buca e le gambe per aria. Un’oda s’infrange e lo ricopre fra le risate generali.

Eva si china a riprendere le palette e trovandosi faccia a faccia con il perdente non più arrogante ormai, gli fa una sonora  e vibrante pernacchia. La soddisfazione di aver lavato un’ingiustizia non ha eguali e le bambine si allontanano abbracciandosi. Eva guarda Selene negli occhi verde mare ora sorridenti e le dice: “Nessuna può fare del male ad una di noi, saremo amiche per sempre! Come i tre moschettieri: una per tutte e tutte per una!”

“Bello! – sorride Astra – ma chi sono i tre mo…mo…moscherittieri?”

Selene ride, ma con aria saggia ribatte: “Tre guardie delle Regina di Francia”

“E come le conosci?” chiese ingenuamente Selene.

“Ma no! E’ una storia che mi ha letto la mia mamma, un giorno te la racconto!”

“Facciamolo anche noi un giuramento – esclama entusiasta Astra – “Sii!” le fa coro Selene.

“Va bene – conclude Eva – conosco una filastrocca, diamoci la mano e tuffiamoci in mare!”

“Filastrocca, filastrocca incantata

 fa che la nostra amicizia sia sempre incatenata

 Acqua salata, acqua di mare

 Nessuno ci potrà mai separare.”

Splash!

 

Primavera 2012

 

Eva guarda l’orologio, mancano pochi minuti alle 13,00. Si alza dalla scrivania del suo ufficio ed esce dalla stanza in silenzio. I colleghi, ancora indaffarati, neppure le rivolgono uno sguardo né la salutano.

Eva scende le scale e sente il nodo che sale in gola, è il suo ultimo giorno di lavoro.

Astra sta aiutando una cliente indecisa a scegliere un abito, allunga lo sguardo sull’orologio e si accorge di essere in ritardo. Sorride alla signora e le consiglia l’abito nero che la snellisce accompagnandola alla cassa in tutta fretta. Fa segno alla collega che deve scappare e saluta la signora complimentandosi per l’ottima scelta.

Selene apparecchia la tavola, spegne i fornelli, si sofferma a dare un’occhiata alla cucina e poi controlla l’orologio a pendolo in corridoio: è l’ora! Sfila il grembiule da cucina, infila gli stivali, il cappotto e la sciarpa, ma passando di fronte allo specchio si accorge che ha bisogno di indossare gli occhiali scuri. Non può proprio presentarsi in quello stato senza un paio d’occhiali da sole! Chiude la porta d’ingresso e inforca la bicicletta. L’aria è frizzante, la primavera è appena cominciata e poi oggi è venerdì.

Venerdì il paese è in fermento, c’è il mercato nelle vie principali del centro storico. Le donne affollano le strade e colgono l’occasione per trovarsi con le amiche. Selene pedala veloce, l’aria fresca le gela le mani, ma gira nel vicolo dietro la chiesa ed è arrivata, l’appuntamento è lì, come tutti i venerdì. Il campanile della chiesa batte l’ora.

“Ciao Selene”

“Ciao Astra, Eva è con te?”

“No, penso stia arrivando. Intanto entriamo, c’è un venticello gelido qui fuori!”

“Si, hai ragione!”

Il piccolo bar della piazza è sempre affollato il venerdì. Un dolce profumo di paste e caffé le investe:

“Buongiorno ragazze! Sempre puntuali all’appuntamento del venerdì, ma dov’è Eva?”

“Sta arrivando – risponde Astra – preparaci il nostro aperitivo, ci sediamo laggiù, quando arriva Eva dille che siamo a quel tavolo.”.

“Senz’altro ragazze, arrivo subito da voi”.

Dopo pochi minuti la porta del bar si apre nuovamente ed entra Eva, pallida e con l’aria distratta di chi non ha voglia di parlare. La barista subito la saluta:

“Buongiorno Eva! Non è una buona giornata oggi, vero?”

“Non molto – risponde Eva – le ragazze sono già arrivate?”

“Si, hanno già ordinato e ti aspettano la infondo”.

Eva ringrazia e si avvia al tavolo delle amiche. Si siede con aria esausta e sospira:

“E’ finita. Da domani sono ufficialmente disoccupata!”

Selene indossa ancora gli occhiali scuri, Astra cerca di consolare Eva e le dice:

“Una soluzione la troviamo, vedrai che non durerà a lungo, noi non ti abbandoniamo, lo sai, non ti preoccupare!”

Eva è pallidissima, sull’orlo di una crisi di pianto: “E’ incredibile che, dopo tanti anni, ti liquidino in questo modo! E poi non sono più giovane, adesso, come faccio?”

“Hai ragione – insiste Astra – ma disperarsi non serve, adesso calmati e poi insieme pensiamo ad una soluzione, ok? Diglielo anche tu, Selene!”

Selene resta in silenzio, dietro i suoi occhiali scuri. Astra alza gli occhi per cercare di capire perché Selene non l’aiuta a consolare l’amica. Per un attimo la confusione delle voci del locale, prende il sopravvento, nessuna di loro parla. Ognuna chiusa nei suoi pensieri. Il minuto interminabile Ë bruscamente interrotto dall’arrivo di Susy, la barista.

“Ragazze, il vostro aperitivo. Ma che sono queste facce?”

“Lascia perdere, Susy, non è giornata!” risponde Astra che sembra l’unica ad avere ancora il dono della parola.

A questo punto Astra con aria severa si rivolge a Selene: “Mi dici perché non ti levi gli occhiali qui dentro e perché non parli? Ho bisogno anche del tuo aiuto!”

Selene fa una piccola smorfia con le labbra strette, non è truccata oggi. La fossetta del mento comincia a tremare e scendono due lacrime da sotto le lenti scure. Prima che Astra aggiunga qualcosa, con il dito indice fa scivolare gli occhiali e sul suo occhio destro compare una larga macchia violacea che fa contrasto con i sempre bellissimi, occhi verde mare.

“Che cosa Ë successo? – esclama Astra – come hai fatto?”

Eva alza la testa e vedendo l’enorme livido sull’occhio di Selene, con aria fredda dice:

“Faresti meglio a chiederle chi è stato!”

Astra incredula si rivolge a Selene: “ E’ così? E’stato qualcuno?”

Selene annuisce ed ora le lacrime scorrono senza ostacoli, il nodo è stato sciolto. Selene racconta del diverbio avuto con Giacomo, il bambino dal costume rosso, che da oltre 15 anni è suo marito. Di come non ha potuto difendersi dalla sua forza, di come le sue parole non fossero più udite e le urla avessero preso il sopravvento. Racconta come lo schiaffone sia partito violento e ben assestato con l’intento di farla tacere, perché era più urgente farla tacere che ascoltare le sue motivazioni.

Astra la abbraccia con calore e le sussurra: “ Scusami non avevo capito! Non ho mai pensato che fossi a questo punto!”

Selene si soffia il naso. “Non importa”! Non l’ho mai detto a nessuno, ma non è la prima volta!”

Eva ancora pallida ha la stessa espressione di tanti anni fa, perché la prepotenza e la violenza non le ha mai sopportate.

“Glielo farò pagare anche questa volta!” sibila piena di rabbia.

“Non siamo più bambine, Eva, non basterà dargli uno spintone questa volta!” osserva Selene con gli occhi bassi.

“No, infatti, siamo donne adesso! Tu lo devi denunciare!!” aggiunge Eva con voce che sembra ora di metallo.

“Io non ho un lavoro, sono casalinga, ricordi? Non posso vivere senza un lavoro, non posso mantenermi, non posso pensare a mio figlio! Come credi che possa cavarmela, d’ora in poi, se decido di andarmene? Tu sei stata appena licenziata e Astra vive  appena con suo lavoro di commessa a tempo pieno, come credi che me la posso cavare?” risponde Selene arrabbiata con se stessa e con l’amica che sembra sempre sicura di sé.

Ad interrompere l’attimo drammatico, arriva Susy, che incurante delle facce scure delle sue tre clienti si siede al tavolo.

“Ragazze! Mi trasferisco in Costa Rica! Mio figlio Alberto ha preso in gestione un locale ed ha bisogno del mio aiuto. Ragazze, vi saluto e ci rivediamo l’anno prossimo, se ci rivediamo!”

Eva cambia espressione, la sua rabbia si trasforma in un sorriso beffardo che guarda Selene con aria d’intesa. Selene si affretta rimettere gli occhiali per nascondere l’offesa e Astra fissa Susy con aria interrogativa:

“Scusa, ma chi gestirà il locale d’ora in poi?”

Susy allarga le braccia appoggiandosi allo schienale della sedia:

“E’ per questo che ho bisogno del vostro aiuto, no? Chi meglio di voi, può aiutarmi a trovare la persona adatta?

Eva prende la parola: “Lascia che ci pensiamo un attimo, Susy”.

“Lo sapevo che potevo contare su di voi!” esclama alzandosi per tornare al suo lavoro.

“Facciamo un brindisi?” propone Eva.

“A cosa brindiamo?” chiede Astra.

“A noi, che ne dici Selene?”

Astra rimane sorpresa e guarda Selene che si è appena levata gi occhiali, mostrando il suo enorme livido. Solleva il bicchiere dal tavolo e beve in un sorso.

“Ti accompagno a casa, Selene!” afferma Eva.

“Non importa! Poi se Giacomo è in casa, magari s’innervosisce e litighiamo di nuovo, meglio di no.”.

“Come vuoi, ma non sono tranquilla!”

“E’ già successo, altre volte ti ho detto, ma poi si calma!”

“Non è una buona ragione per non denunciarlo!”

Selene resta in silenzio, si sente a disagio, si rimette gli occhiali e si alza. Le ragazze pagano il conto e la seguono. Fuori del locale, si salutano, ognuna torna alla sua vita, ognuna con la propria amarezza.

Un urlo di sirena squarcia la notte fonda, Eva si sveglia di soprassalto con il cuore in gola, ha un brutto presentimento. Si alza dal letto, non riesce a prendere sonno, decide di farsi una tisana, prende il cellulare nella borsa e lo accende. Nessun messaggio, nessuna telefonata, forse è solo un brutto pensiero. Beve la sua tisana bollente e si rannicchia sul divano sotto la coperta, insieme al gatto Pedro, che comincia a fare le fusa.

La mattina seguente si sveglia dolorante, il divano non è proprio il massimo, ma per lo meno ha dormito qualche ora. Decide di farsi una doccia lunga e rilassante e poi passare a trovare Selene, chissà che cosa è successo stanotte, il pensiero non se n’è ancora andato. Accende la radio:

“Orribile omicidio nella notte: una donna di nome Selene Giurati è stata trovata strangolata nella sua casa, il marito ha confessato di averla uccisa in un eccesso di rabbia, sembra che lei fosse intenzionata a separarsi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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KUKNIA

Quando sono andato a vivere con Andrea, mi aveva promesso che avrebbe cucinato per me. E’ uno chef e all’epoca aveva messo gli occhi su una specie di trattoria nella prima cerchia della periferia della città, un posto dove non sei troppo vicino al centro ma nemmeno così lontano. Era bella, con il pergolato, le persiane, il cortile, le ringhiere. Mi ci portava a guardarla da fuori, la sera, quando veniva a prendermi in macchina a Milano Greco Pirelli. Scendevo dal treno, facevo il sottopassaggio e lui mi aspettava sul piazzale, in macchina.

La missione di Andrea era riuscire a farmi mangiare le verdure. Mi aveva giurato che mi avrebbe proposto variazioni sul tema di broccoli, cavolfiori, fagioli, spinaci, si sarebbe inventato le cose più gustose, colorate, divertenti e ci avrebbe aggiunto anche un pizzico dei sapori che già apprezzavo, ma solo per indorarmi la pillola come si fa con un bambino intimorito dall’antibiotico. Quante sere avremmo passato a mangiare insieme nella nostra cucinetta Ikea, che avevamo progettato maniglia per maniglia e colore per colore nelle notti in macchina davanti al portone? Mi piaceva immaginare Andrea cucinare per me, muoversi disinvolto tra gli strumenti e le materie prime. Era una specie di magia perché io non lo sapevo fare, mi sembrava un modo complice per prendersi cura di qualcuno. Poi, però, lui la sera faceva tardi e io avevo fame, quindi finiva che mangiavo il gelato o le patatine sul divano di fronte alla tv, guardando le serie di Sky.

Andrea è riuscito presto a rilevare la trattoria ed io ho perfino tentato di aiutarlo, tra la cucina e i tavoli. Ma per l’amor del cielo, io non ho mai avuto coordinazione: mi tremavano i piatti, mi cadevano le posate, sembravo l’ultimo dei camerieri imbranati e invece ero il fidanzato del capo … comunque sia, è stato bello provare. A fare tutto, intendo. Mangiare le verdure, aiutarlo in trattoria, amarlo. Ma alcune cose vanno avanti ed altre no, il ristorante è cresciuto e noi ci siamo lasciati. Non ho mai capito se le due cose fossero correlate, forse sì, chi lo sa. Ma cosa importa oggi, visto che non viviamo più insieme ed io non vivo quasi più a Milano. Solo qualche volta, ogni tanto, senza dirlo a nessuno, mi capita di passare dalla stazione di Greco Pirelli e di sentire una fitta. Andrea non è più sul piazzale che mi aspetta. La nostalgia, per un attimo, è feroce e mi ricorda il sapore della barbabietola.

Mentre traslocavo e cercavo di riportare tutte le mie cose di nuovo a casa dei miei genitori, mi è capitato molto spesso di fermarmi a mangiare dal mio amico Paolo. Lo conosco da quasi dieci anni ed ogni nostra serata è strettamente legata ai palinsesti dei canali televisivi di intrattenimento. Ogni tanto mangiamo la quinoa, ma solo se lui ha tempo di metterla sul fuoco prima che inizino Xfactor o Pechino Express. Se siamo nella settimana di Sanremo non riusciamo a fare altro che ordinare la pizza da Mohammed Mani Grandi, perché dobbiamo guardare anche l’eventuale pre-festival e il collegamento di Vincenzo Mollica per il Tg1 dalla balconata dell’Ariston. Ma più di tutto, sono irresistibili e quotatissime le volte in cui decidiamo di fare cena “ayurveda”. Il che significa, banalmente, evitare di eccedere con la Coca cola e le caramelle gommose, concedersi giusto due Grisbì durante la pubblicità e sfondarsi di torta pasqualina ai carciofi dell’Esselunga. Contorno di lattuga, sedano e noci, of course. Ogni tanto sento il bisogno di una purificazione alimentare: credo sia dovuto ad una memoria storica di eccessi e stravizi al cospetto del dio Junk Food, nei pazzi anni dell’università. Quando condividevo casa con Roberta e Silvia, a Bologna, mangiare roba di Mc Donald’s era il nostro modo per dirci che dovevamo festeggiare qualcosa, che avevamo voglia di stare insieme, regalarci una serata tutta per noi. Davanti alle portate di un nostro tipico menu doppio, scorreva la vita. Quanti fidanzati, colloqui di lavoro, lacrime, crisi isteriche, risate, amore e pura gioia nel cuore della notte. Che ricordi dentro quel soggiornino con angolo cottura, impestato dall’odore della cipolla e della carne condita nel peggiore dei modi.

Andrea mi prendeva in giro, per le mie voglie di cibo spazzatura. Cominciava ad elencarmi i valori nutrizionali di ogni singola porzione di tutte le porcate che mi piacevano tanto, mi dava un pizzicotto dicendo di non lamentarmi se poi mi vedevo grasso e alla fine si rassegnava. Più di una volta ha provato ad introdurmi all’irresistibile (secondo lui) filosofia dei burger di soia, ma glieli ho puntualmente tirati dietro e allora ci ha rinunciato. Abbiamo trovato un buon compromesso con la pizza fatta in casa, però senza esagerare con i condimenti. Le prime volte che mi sono cimentato con lui nell’impasto, sul tavolo di casa nostra, l’effetto era discutibile tipo il vaso che tentavano di modellare Demi e Patrick in “Ghost”, ma alla fine ho imparato e replicato la ricetta più volte. Almeno fino a quando il ricordo di lui che guardava il forno acceso con me, con gli occhi entusiasti di chi ha appena costruito il castello di sabbia più bello di tutta la spiaggia, non è diventato troppo doloroso anche solo per mettere sul fuoco il bollitore del the (che non ho mai avuto perché secondo Andrea era inutile, bastava una pentolina). Da quando sono rimasto solo, ho messo da parte quelle due cose che avevo imparato a cucinare e sono tornato ai miei primi istintivi amori: le caffetterie, i take away e le piadine. Se proprio volevo mangiare sano, c’erano le cene ayurveda a casa di Paolo e i miei genitori.

Poi c’è stato un giorno in cui, tra il lavandino ed i fornelli, mi sono trovato di fronte ad una delle mie più grandi verità rivelate. Andrea non c’era più, casa nostra non c’era più. Avevamo disdetto l’affitto da mesi e ormai ci viveva già qualcun altro. Quel giorno mi ero imposto di smettere di mangiare solo sofficini, i miei erano in vacanza. Avevo diligentemente comprato gli ingredienti per assemblare una caponata perfetta  – non si dica che non amo mangiare saporito – e avevo tutto sul ripiano. Nel momento in cui ho iniziato ad affettare la prima melanzana ho pensato che sì, quello avrebbe potuto essere un buon modo per ricominciare a prendermi cura di me. Cucinare per me stesso. Prendermi del tempo per scegliere le ricette, studiare il modo di prepararle e prepararle bene. Era come se avessi trovato il modo tangibile di farmi un regalo. E allora quel giorno, in quella cucina che non era la mia, ecco che ho sentito il dolore assumere un senso. Se Andrea ed io ci eravamo lasciati non potevo farci veramente più niente. Se tutte le persone che erano venute dopo di lui erano già scomparse e si dimostravano sempre una delusione dietro l’altra, non c’era altra scelta che rassegnarsi ad accettare lo stato delle cose. Io ero impotente verso le reazioni degli altri, non avrei mai potuto modellare gli altrui comportamenti secondo ciò che per me era giusto o corretto o morale. Se gli altri erano stronzi, non potevo fare niente per cambiarli. Ma potevo fare qualcosa per me. Per non trascurarmi, per smentire e confortare quella parte di me stesso che si sentiva sola. Una piccola rivoluzione personale avrebbe potuto partire da quel soffritto che stavo coccolando svagatamente, come se la soluzione ultima di tutti i problemi e il posto di tutte le cose si trovassero lì, davanti a me. Pur nel dispiacere e nell’amarezza degli abbandoni che avevo contato fino a quel momento, mi sono sentito bene.

Tempo dopo ero a Roma. Stavo aspettando l’ora di un appuntamento di lavoro e passeggiavo per il mercato di Campo de’ Fiori. Tra i banchi pieni di merce e le voci di passaggio mi è sembrato, per un attimo, di vedere Andrea. Probabilmente mi sono sbagliato perché le ultime notizie che avevo lo davano ancora alla trattoria di Milano Greco Pirelli, ma quel ragazzo era così uguale a lui, lo stesso modo di camminare, di tenere in mano le buste, di sorridere quando parla. Stava scegliendo un po’ di verdure ed istintivamente ho pensato che le stesse comprando per me. Che pensiero sciocco. Candido, ingenuo. Ho pensato al tempo passato lontani. All’equilibrio che ho dovuto ricostruire da solo. Agli anni che abbiamo trascorso insieme e che mi hanno indebolito di fronte all’idea di potercela fare con le mie forze, rimettermi in sesto, riprendere la strada. Ai sapori che ho associato a lui, alla sua assenza, e che ho dovuto allontanare per cercarne degli altri che mi facessero immaginare nuove speranze e nuove possibilità. Entrare in una pasticceria, scegliere dal menu di un ristorante, l’odore di un supermercato. I dettagli insignificanti che hanno reso insostenibile la mia solitudine. Ho pensato alle domande che ho accumulato e non ho saputo fargli. Magari sarebbe stato bello dirgli che adesso mangio anche il seitan. Che ho ricominciato a guardare il forno acceso senza sentirmi morire. Che per quanto possa essere stato arrabbiato con lui per la grande pena che mi ha fatto vivere, impasto la pizza ancora con la nostra ricetta segreta, in suo onore.

Orgoglio, disillusione, rivalsa, indifferenza, non so. Ho guardato di nuovo il ragazzo al mercato che ero sicuro fosse Andrea. Ho pensato che avevo il frigo vuoto, sono andato avanti.

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CONCORSO SCRITTURA LIBERI DI SCRIVERE
ULTIMI GIORNI PER PARTECIPARE. ECCO DEGLI SPUNTI DAVVERO SPECIALI

Il 30 settembre scade il termine ultimo per consegnare i propri racconti sul cibo e partecipare così al concorso nazionale di scrittura Liberi di Scrivere, organizzato dalla Biblioteca di Carugate. Anche quest’anno si contano già oltre 60 racconti pervenuti da ogni angolo dello stivale, e l’autorevole giuria presieduta dal celebre critico gastronomico del Corriere Della Sera, Valerio Visintin, palato fine per il cibo e le lettere, avrà molto da fare a quanto pare.

Per darvi un ultimo spunto e far scattare una scintilla agli indecisi, ecco cosa scriverebbero alcuni degli Assessori alla Cultura dei comuni inseriti nel Sistema Bibliotecario Nord Est, del quale fa parte appunto anche Carugate. Li trovate qui di seguito e vi assicuriamo che sono una miniera di “imbeccate” per chi ancora aspettasse l’ispirazione finale, e una risorsa di consigli su qualche lettura o film per stimolare ancora di più la vostra penna.

SISTEMA BIBLIOTECARIO NORD-EST
La Presidentessa Osvalda Zanaboni
Partiamo con la voce della Presidentessa del Sistema 
Bibliotecario, nonché Assessore con delega alla Biblioteca del Comune di Vimodrone. 
“Se dovessi raccontare una storia legata al cibo scriverei un racconto spensierato, romantico ed un po’ goloso; legherei il cibo al piacere ed anche all’arte ed alla passione del cucinare. Ci sono diversi film a riguardo, e penso subito a “La fabbrica di cioccolato” che trovo meraviglioso sia nella vecchia versione che nella nuova, e poi Ratatouille  e Julie & Julia, tutte pellicole che ricordo subito perché oltre ad esaltare la passione e l’amore per il cibo, raccontano storie di vita fantastiche e romantiche”.

BRUGHERIO
Assessora alla Cultura Laura Valli
“Se partecipassi al concorso, il mio sarebbe un racconto che si dipana intorno a un pranzo da preparare, al rumore delle stoviglie che tintinnano, dei coltelli che affettano, dei cucchiai che mescolano, delle mani che impastano, delle padelle che sfrigolano, delle bocche che assaporano. Scriverei dei profumi, dei colori, dei sapori, degli aromi, dei saperi antichi che si sprigionano dall’incontro dei diversi ingredienti generando ricordi, emozioni, nuove storie ed esperienze di intimità e complicità. Probabilmente sarebbe un racconto d’amore (tra persone o tra culture, non fa differenza) perché cucinare è una delle più belle espressioni dell’amore e dell’incontro tra diversità. Mi vengono in mente libri o film come Il pranzo di Babette, Chocolat, Afrodita, Il conto delle minne, Cous Cous, Amore cucina e curry.”

CARUGATE
Assessore alla Cultura Michele Bocale
Il “padrone di casa”, l’Assessore Michele Bocale, ci aveva già parlato del cibo e della scrittura (qui) quindi per questa volta ribadisce solo la funzione del “cibo come elemento caratteristico della convivialità e della personalità, che si presta quindi ad un racconto dove attraverso ciò che mangiano i protagonisti, se ne ricava anche una sorta di tratteggio del carattere: dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei insomma”. 

CASSINA DE’ PECCHI
Assessora alla Cultura Laura Vecchi
“Il cibo è un tema così ricco che mi è forse più semplice pensare ad una raccolta di racconti, così da poter declinare i tanti spunti senza far torto a nessuno. Credo che partirei prima di tutto dai sapori e gli odori dell’infanzia, della terra che è la mia radice più profonda, Novi Ligure, tra Liguria e Piemonte, gli agnolotti di brasato della nonna materna, una giornata intera di lavoro, una produzione pantagruelica così da regalarne a tutta la corte. Gli odori, la maggiorana soprattutto nei vasi della terrazza tra i tetti, gli occhi di bimba attratti dal lavoro delle mani sapienti, dalle tovaglie immacolate che coprivano oltre al tavolo anche il divano fiorato le sedie, affinché ogni superficie facesse spazio a quella distesa di quadrati imbottiti. Il godimento di rubarne qui e là uno crudo, delizioso più per il lieve pericolo dell’ira della nonna e la complicità del nonno, che per il sapore… E il secondo racconto del libro credo proprio lo dedicherei al cibo come frutto della terra e del duro lavoro di mani callose. Un libro di grande ispirazione, non certo in odore di EXPO perché frutto del lavoro di vent’anni, è Pane nostro di Predrag Matvejevic, che attraverso la storia del pane abbraccia l’intera storia dell’umanità”.

Riportiamo la prefazione a questo libro scritta da Erri De Luca, che l’Assessora Vecchi ci ha consigliato:
“… non è strano per me che nell’ebraico antico pane e guerra hanno la stessa radice (…). A negare il pane si procura guerra. (…) Chi affama costringe alle armi. Aria acqua fuoco terra: gli elementi primari della fabbrica, secondo i greci antichi, concorrono alla formula del pane. La terra accoglie il seme e le radici del grano, l’acqua nutre la pianta in primavera, l’aria calda la matura in spiga e il fuoco nel forno ne trasforma la farina. Il pane, oltre che opera delle maestranze dell’umanità, è impasto di grandiose forze di natura, ognuna catastrofica di suo, per potenza distruttiva. Allora il pane è il loro messaggio di pace, la riuscita alleanza tra energie di natura e braccia umane. Il suo profumo di pagnotta calda, pure in mezzo a una guerra, impone una tregua alle armi.”

 

CERNUSCO
Assessora alla Cultura Rita Zecchini
“Il mio racconto potrebbe essere quello di un viaggio nella memoria e nello spazio, alimentato da esperienze e relazioni in cui il cibo rappresenta un importante elemento evocativo che lega, talvolta in modo indissolubile, il cibo stesso ad esperienze ed emozioni che lasciano un segno indelebile nella vita delle persone… Come il sapore e il profumo di una Madeleine riporta alla memoria di Marcel Proust la sua infanzia. Un viaggio nella memoria ma anche nel mondo in cui l’incontro con culture differenti passa anche attraverso i profumi, i colori, i sapori e le forme del cibo. Infine mi farei anche ispirare dalla forza comunicativa e simbolica del cibo nei romanzi di Joanne Harris come “Chocolat”, “Vino, patate e mele rosse”, “Cinque quarti d’arancia” e “Il giardino delle pesche e delle rose”

COLOGNO
Assessora alla Cultura Dania Perego
“Pensando di dover scrivere un racconto, la mente è volata subito alle storie per bambini che uso a scuola per lavoro, storie come quella del “Bruco Mai Sazio”. Le storie diventano occasioni per affrontare diverse tematiche, certamente l’importanza della corretta alimentazione, del mangiar bene, ma parlare di cibo nelle storie aiuta ad introdurre ai bambini anche al conoscenza dei giorni della settimana, i numeri, la scoperta del mondo degli animali, per non dimenticare poi tutti i lavori di carattere manipolativo, rappresentativo e di drammatizzazione che si possono fare partendo da un racconto sul cibo e dal cibo tesso. Nella scuola dell’infanzia si può spaziare davvero tanto partendo da una storia, da un racconto che parla “apparentemente” solo di cibo e che in realtà si pesa a mille intuizioni”

VIMODRONE
Assessore alla Cultura del Comune di Vimodrone
“Se dovessi scrivere un racconto sul cibo, mi piacerebbe che fosse nella forma del saggio, con cui approfondire un percorso tra l’uso del vino, come stile di vita e di alimentazione, attraverso le immagini della storia del cinema. La società che cambia e contemporaneamente cambia il rapporto con questa bevanda, presente nel nostro paese sin dall’antichità, un’eccellenza. Come diceva Otar Ioseliani nel suo film “Lunedì mattina”: “Al mio paese il vino è una questione solo gastronomica, di gusto; qui in Italia, invece è una questione spirituale”. A proposito c’è un saggio molto bello di Attorre “Chateaux Lumieres, brindisi ed ebbrezza al cinema”. “

 

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