mercoledì, 12 Maggio 2021

IL MISTERO DEL CIBO

Due uomini e due donne stavano seduti attorno a un grande tavolo imbandito con cibi e bevande di ogni tipo. La stanza nella quale si trovavano era completamente buia. Non potevano distinguere nemmeno le pareti, solo una debole luce li illuminava. Si guardavano confusi a vicenda, con gli occhi di chi non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Regnava un gran silenzio.

 

Fu l’uomo in sovrappeso il primo a parlare.

«Scusate, ma…» disse con un filo di voce e tutta la confusione del mondo «…cosa ci faccio qui?» Fece una pausa, poi riprese con maggior vigore. «Chi siete voi?!»

Gli altri lo guardarono perplessi. Nessuno rispose. La donna sulla quarantina scosse il capo con un’espressione assente, mentre la ragazza giovane si toccò il viso come per accertarsi che non si trattasse di un sogno. L’uomo magro, invece, rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto.

Si guardarono attorno spaesati per una decina di minuti. Fu di nuovo l’uomo in sovrappeso a rompere il silenzio.

«Ora ricordo!» Esclamò all’improvviso. Tutti lo fissarono incuriositi. «Mi chiamo Jackob e ho 32 anni. Vivo nel Maryland e attualmente sono disoccupato…» parlava tenendo gli occhi rivolti verso l’alto, sforzandosi di ricordare. Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano guardando in attesa che continuasse. Allora Jackob abbassò il capo e, appoggiandosi una mano sulla tempia, iniziò a verbalizzare quello che gli passava per la testa.

 

Non chiedetemi perché, ma in questo momento ricordo me da piccolo, all’età di dieci anni, mentre sto sdraiato sul divano di casa. Ero un bambino estremamente pigro. I miei amici andavano sempre a giocare al parco il pomeriggio, mentre io rimanevo a casa a guardare la tv. Ogni mezzora mi alzavo, andavo in cucina e prendevo qualche cosa da mangiare. Una panino, uno snack o una bibita… non importava molto cosa mangiassi, l’importante per me era sentire il mio stomaco sempre pieno.

Ora mi vedo a quindici anni: ero già in sovrappeso di 20 chili. A scuola gli altri ragazzi facevano battute sulla mia stazza. Non era il massimo, ma almeno mi sentivo considerato. Non ero più invisibile come quando andavo alle medie. Tutti presero a chiamarmi “Big J” e io sentivo che per la prima volta avevo un qualcosa che mi differenziava dagli altri. Ero Jackob, il ragazzo grasso che alle cene di classe mangiava più di tutti. Jackob, quello con lo stomaco senza fondo. Mangiavo anche se non avevo fame perché gli altri si aspettavano questo da me. Ben presto divenni schiavo del cibo. Ero abituato a mangiare in continuazione e se stavo anche solo mezzora senza farlo il mio stomaco cominciava a brontolare. Non ero più io che consumavo il cibo, era il cibo che consumava me.

Ora la mia mente mi riporta agli anni del college. Ricordo che quando vi entrai ero talmente grasso da far fatica a camminare. In quel periodo le battutine della gente facevano male. Non erano più simpatiche come prima, erano taglienti, sussurrate tra i denti. Nessuno gradiva la mia compagnia e non riuscii a farmi neanche un amico. Le ragazze poi… per loro era come se fossi invisibile. Non mi vedevano come un uomo, forse nemmeno come un essere umano. Tra tutte probabilmente era questa la cosa che mi faceva soffrire di più.

Così un giorno decisi di lasciare il college. Tornai a casa dalla mia famiglia, determinato a trovarmi un lavoro. Feci decine di colloqui, andai negozio per negozio chiedendo se avessero bisogno di personale, ma nessuno voleva uno come me… un malato. All’ennesimo rifiuto gettai la spugna. Mi chiusi in casa e da diversi anni ormai passo le mie giornate senza fare niente. Ovviamente in questo modo la mia salute è peggiorata, adesso peso quasi 150 chili. Un anno fa ho scoperto di avere il diabete, ma…

 

Si interruppe di netto. Alzò il viso e guardando gli altri disse: «…perché vi sto raccontando queste cose?» Sul suo volto si palesò un’espressione preoccupata. «Come ci sono arrivato qui?»

Anche questa volta nessuno seppe rispondere.

Seguirono alcuni minuti di silenzio, poi fu la donna sulla cinquantina a prendere la parola.

«Ora ricordo anche io chi sono», disse in tono controllato. «Mi chiamo Claudia e…» Come successe per Jackob, anche lei cominciò a raccontare. Ricordava e parlava nello stesso momento, senza filtro, come se quella storia la stesse raccontando prima di tutto a se stessa.

 

…sono nata in un piccolo paesino nella periferia sud di Milano, in Italia. Sono dirigente in una grande azienda. Non sono sposata e vivo da sola.

La mia mente mi riporta a una cena con amici di qualche anno fa. Probabilmente era prima che iniziassi ad avere problemi di stomaco. Sono ormai anni, infatti, che non mangio più fuori casa, la mia dieta non me lo consente.

Sapete, ho preso centinaia di farmaci per curare la mia gastrite cronica, ma non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Poi un giorno ho capito che per stare meglio dovevo cambiare il mio modo di mangiare. Così ho iniziato a leggere centinaia di articoli sulla corretta alimentazione. Grazie a internet oggi puoi avere tutte le informazioni che ti servono senza fatica! Riuscii da sola a crearmi una dieta perfetta, eliminando quegli alimenti che potevano essere potenzialmente nocivi per il mio organismo. Ovviamente, per mantenere un tale regime alimentare, ho dovuto smettere di mangiare fuori casa. Non puoi sapere cosa ci mettono nel cibo nei ristoranti, non puoi calcolare gli apporti nutrizionali o il giusto bilanciamento tra proteine e carboidrati.

Sapete, ora sto meglio! Da tre anni non mangio più nulla che non sia strettamente previsto dalla mia dieta. Ho perso molti degli amici che avevo, ma loro non mi capiscono, dicono che sono ossessionata, che non è più piacevole stare con me.

Adesso però ricordo che ultimamente non sono stata molto bene. Mi sento sempre stanca e anche al lavoro faccio fatica a tenere il ritmo. Una volta mi è anche capitato di svenire sul treno mentre tornavo a casa. Faceva molto caldo quel giorno, sarà stato sicuramente per quello. Però mi sono preoccupata così ho deciso di andare dal mio medico. Ho fatto delle analisi del sangue e alcuni valori sono risultati bassissimi. Il ferro era praticamente a zero. Quando ho raccontato al mio medico della dieta speciale che seguivo lui si è infuriato. Io ho fatto valere le mie ragioni e lui, per tutta risposta, mi ha detto che avevo bisogno di uno psicologo, che ero malata. Ha usato un’espressione… ah sì, ha detto che sono “ortoressica”. Che cavolata! Si sa che i medici di base non capiscono niente.

Va beh… alla fine mi ha prescritto degli integratori alimentari e mi ha esortato a mangiare alcuni alimenti che fanno malissimo! Mi ha anche fatto un’impegnativa per andare da un dietologo, ma io non ci sono andata.

Così la mia vita continua come prima, anche se a dire il vero mi sento uno straccio. Però sono sicura che si tratta solo di un momento di debolezza, capita a tutti. L’ultima cosa che ricordo è che sono uscita di casa per recarmi al lavoro, ma… come ci sono finita qui?

 

Anche Claudia terminò la propria storia con un’espressione confusa e preoccupata. Questa volta il silenzio durò solo pochi secondi perché a prendere la parola fu subito la ragazza più giovane.

«Mentre parlavi mi sono ricordata anche io chi sono».

«Cos’è questo? Il circolo degli smemorati», commentò ironicamente Jackob.

Nessuno però sembrava essere dell’umore di scherzare, così la ragazza continuò.

 

Mi chiamo Alina e sono nata in Russia, anche se i miei genitori sono rumeni. Nemmeno io ricordo come sono arrivata qui, però ricordo alcune cose di me. Ho 22 anni e frequento l’università di Mosca. Non so perché, ma ho in testa un ricordo ormai vecchio di due anni. Si tratta di un episodio triste della mia vita perché fu quando il mio ragazzo mi lasciò. Per me fu un duro colpo. Stavamo insieme dalle medie e avevamo già iniziato a progettare una vita insieme. Quando me lo disse lui aveva già un’altra, una modella a quanto pare… alta, bionda e magrissima. Quel giorno la mia vita crollò. Smisi di dormire e di mangiare. Non piangevo, a vedermi dall’esterno non sembravo nemmeno tanto triste. In realtà nemmeno io mi sentivo triste, semplicemente tutto aveva perso di senso.

A quel tempo pesavo 57 chili e non mi preoccupavo particolarmente del mio aspetto fisico. Tuttavia, in quel momento, quando vidi il mio ex ragazzo con la sua nuova fidanzata, in quel preciso istante realizzai quanto ero stata cieca. Pensavo di essere giusta, invece ero grassa, grassa da far schifo! Era ovvio che mi avesse lasciato… sembravo una balena! Sarei rimasta da sola tutta la vita se non mi fossi data una regolata, così iniziai a mangiare solo una volta al giorno. Un pasto è più che sufficiente. In poco più di tre mesi persi 10 chili. Ero tanto orgogliosa di me ogni volta che salivo sulla bilancia e vedevo quella dannata freccia fermarsi ben prima dei cinquanta chili. Avevo fame, non lo nego. A volte avrei ucciso per un panino. Però ho resistito. L’autodisciplina è tutto se si vuole avere successo nella vita. Io voglio sposarmi, avere dei figli e un marito che mi ami e non guardi le altre donne solo perché io sono grassa. Insomma, finalmente mi vedo bella. Lo specchio non è più un oggetto da evitare. La gente per strada non mi guarda più il sedere pensando “ma questa quanto mangia?”. Perché lo so che lo pensavano…

Ora sono arrivata a pesare quasi quaranta chili e non ho più fame. Anche tutto questo cibo che abbiamo qua sul tavolo non mi fa nessun effetto. Se mi sento debole mangio un po’ di frutta, ma non troppa perché è piena di zucchero.

Insomma, la mia vita va molto meglio ora, anche se non ho ancora trovato un ragazzo. Però adesso che son magra mi sento più fiduciosa e posso vestirmi come voglio. Mi entra tutto, anche le magliette per bambini!

 

Dicendo questo si alzò in piedi per mostrare la maglietta che stava indossando. Solo in quel momento gli altri notarono quanto fosse magra. Sembrava uno scheletro. Sotto la maglietta attillata spuntavano le costole e le spalle appuntite. I jeans stretti le danzavano in vita. Alina, con un sorriso stampato in volto, fece un giro su se stessa e si rimise a sedere. Poi, tutto ad un tratto, tornò scura in viso ed esclamò «Ma chi siete voi? Perché vi sto raccontando queste cose?» Fece una pausa. «Cosa ci facciamo qui?!»

Nessuno sembrava avere una risposta a quella domanda e per l’ennesima volta calò il silenzio.

«Beh, intanto che aspettiamo che qualcuno ci venga a dire perché siamo qua io mangerei qualcosa», disse Jackob allungando la mano su un hamburger posto di fronte a lui.

«Hai ragione» replicò Claudia, «mi è venuta un po’ di fame».

Anche Alina prese a piluccare da un’insalata alcune foglie. Sul tavolo c’era talmente tanto cibo che non lo avrebbero finito in una settimana.

 

«Io mi ricordo come sono arrivato qua».

 

All’udire quelle parole un brivido corse lungo la schiena di tutti. A parlare fu l’uomo che sinora si era mantenuto apparentemente in disparte. Era passato talmente inosservato che tutti si erano dimenticati persino della sua presenza.

Lo fissarono in attesa che continuasse e lui, questa volta, non si fece desiderare.

 

Ho ascoltato le vostre storie con molto interesse e ho capito cosa significa questo luogo, cosa ci facciamo qua. Non credo passerà molto tempo prima che lo realizziate anche voi, quindi permettetemi di raccontarvi qualcosa su di me.

Mi chiamo Owen. Sono nato e cresciuto in Kenya. Non ho molti ricordi della mia infanzia. Ho impresso nella memoria il volto giovane di mia madre, l’odore dei campi e quello del vento gelido che soffiava la notte. Ricordo i banchi di scuola e i maestri volontari che ogni giorno ci raccontavano qualcosa sul mondo.

Insomma, ho un bel ricordo della mia infanzia e anche se crescendo è cambiato tutto, una cosa non mi ha mai abbandonato, è stata con me dal primo giorno: la fame. Fin da piccolo sono stato abituato a mangiare poco, eppure alla fame non ci si abitua mai. Eravamo in tanti nel mio villaggio e bisognava dividere il cibo tra tutti. Io ero fortunato perché mia madre spesso si privava della sua porzione per darla a me. E’ a lei che devo tutto.

La mia esistenza è stata una costante battaglia tra la vita e la morte. Sapevo che se mi fossi ammalato non ci sarebbero state cure. Bastava una piccola infezione per far preoccupare tutti. Ero debole e mi capitava spesso di svenire. Mia madre cercava di non farmi mancare niente, ma la sentivo piangere la notte e leggevo nei suoi occhi la frustrazione dell’impotenza. Vedeva suo figlio morire, giorno dopo giorno, e non poteva fare nulla.

Eppure non rimpiango niente della mia esistenza. Ho amato tutto della vita. Ho amato il piacere e il dolore, il gelo e il caldo abbraccio del sole, la sofferenza e la gioia. Sapete, io penso che nella vita tutto si compensi. Più soffri e più apprezzi i momenti felici, più piangi e più i tuoi sorrisi saranno magnifici. Allo stesso modo, se hai conosciuto la fame apprezzerai il sapore del cibo e l’incredibile magia che esso nasconde. Perché nel cibo è racchiuso il mistero stesso della vita. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Sono domande arroganti. L’errore fondamentale di noi uomini è quello di crederci un qualcosa di speciale, separato dal resto del mondo. Pensiamo di essere fatti di qualche sostanza strana, magica. Ci sbagliamo… noi siamo il cielo, siamo la terra, siamo i fiumi e gli alberi. Siamo gli occhi attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso. Siamo ogni cosa ed ogni cosa è noi. Pensateci, come fate a dire che quella mela non siete voi, se poi la mangerete e diverrà parte di voi. Nel processo tramite cui il cibo da oggetto esterno diventa parte del nostro essere c’è la risposta a tutte le nostre domande. Cosa ci separa dal mondo se non il nostro ego? Il nostro sentirci essere speciali? Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il mondo. E’ questo il mistero che il cibo ci svela ogni giorno, ogni volta che lo mangiamo.

 

Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano fissando intensamente. «Giusto… voi volete sapere cosa ci facciamo qui. Ho ragione?»

Gli altri risposero con un cenno di assenso. Nessuno emise un fiato.

Owen sorrise. Un sorriso difficile da interpretare.

«All’inizio anche io non ricordavo», disse. «Ho ascoltato le vostre storie con grande interesse e solo quando anche l’ultimo di voi ha pronunciato l’ultima parola, solo allora ho ricordato. Vi dirò come sono arrivato qui».

 

Il tavolo era rotondo.

 

«Ricordo chiaramente di essere uscito di casa per cercare qualcosa da mangiare. Era sera. Mi sentivo particolarmente debole».

 

I posti a sedere assegnati casualmente.

 

«Non mangiavo niente da una settimana».

 

C’era del cibo sul tavolo.

 

«Mentre camminavo ho sentito le gambe farsi pesanti…»

 

Non su tutto il tavolo.

 

«…ho iniziato a vedere doppio…»

 

Dove era seduto Owen non c’era nulla.

 

« …sono caduto a terra».

 

Nessuno se n’era accorto.

 

«E poi… eccomi qua».

 

In quel preciso istante tutti compresero. La luce si spense e fu buio.

 

 

 

 

No Banner to display

CIBO 2.0

Giorno zero

 

“Il corpo umano e’ un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre.”
Ippocrate

 

Kigali, Rwanda

Winston

 

Milano, Italia

Sara.

 

VISTA: vedo sono solo ombre. Alcune intense, mi accecano. Altre tenui. Certe si muovono.

UDITO: i miei stessi urli mi attraversano. Quando smetto, il silenzio è sovrano. A volte cantilene mi cullano.

TATTO: sento un abbraccio continuo, delicato, d’amore. Sto bene.

OLFATTO: non riconosco gli odori, tranne uno: quello della mia origine. Mi è sempre addosso. Lo amo.

GUSTO: il sapore di ciò che ingoio non lo distinguo. Attaccato ad una protuberanza sento questo gusto: anonimo, ma vitale.

 

5 anni

 

“La “macchina uomo” funziona in ogni individuo allo stesso modo: i cinque sensi sono le porte per comunicare col Pianeta. Senza badare alle condizioni esterne, la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto registrano, analizzano e comunicano tutto al cervello, come fossero entità autonome, noncuranti dell’anima”

Anonimo

 

Winston

 

VISTA: tutto ciò che noi – io, udito,tatto, olfatto e gusto –  percepiamo viene recepito da un’entità superiore. Il cervello. Lui organizza tutte le informazioni: dati che fanno vivere questo corpo.

Poi ci fornisce spiegazioni: ho saputo che alcune ombre scure che vedevo si chiamano piante, foglie e fiori, gli esseri che saltano da una pianta all’altra, uccelli o scimmie. Poi ci sono le persone.

Il cielo è un pietra azzurra limpida, il sole una gemma rovente. Questo posto è incantevole.

Incantevole, come la donna che ha generato questo corpo, riversandogli addosso un amore infinito, spremendosi goccia a goccia per nutrirlo; come l’uomo che ogni giorno cammina per 5 km, scalzo, sulle pietre, per procurare l’acqua a sua moglie e a suo figlio.

UDITO: la maggior parte dei rumori è ancora indecifrabile.

TATTO: qualcosa distinguo: la terra sotto i piedi, l’acqua che bagna ciò che tocca… ma è troppo presto per comprendere un mondo.

OLFATTO: adesso quello che conta è il lavoro di squadra con gli altri sensi.

GUSTO: il sapore di ciò che questo corpo ingoia per nutrirsi, mi è ormai noto: tutti i giorni è sempre presente. Sempre quello, sempre uguale.

Capita che il corpo lo rifiuti: piange. E la donna che lo ha generato lo forza a cibarsi: come se non ci fosse alternativa per vivere. E forse è così.

 

Sara

 

VISTA: ho già visto una quantità di cose impressionante.

Ho notato che questo corpo, anche se così piccolo, mangia sempre prima con gli occhi: non appena vedo qualcosa di attraente, poco dopo il gusto entra in azione.

UDITO: il caos è sovrano. Sono sicuro che ci sono nel mondo luoghi meno popolati di rumori e suoni. Ne sono sicuro.

TATTO: l’attività principale di questo organismo è toccare: tutto, indistintamente.

OLFATTO: fiutare non è ancora un riflesso di cui ci sia consapevolezza.

GUSTO: devo distinguere migliaia di sapori. La varietà dei cibi di cui si nutre è infinita: credo che il mio compito non possa finire mai.

 

15 ANNI

 

“Un uomo affamato non è un uomo libero.”
Adlai Stevenson

 

Winston

 

VISTA: Winston: il cervello ci ha comunicato che il nostro corpo si fa chiamare Winston. Ormai ha cognizione di sé.

Da tempo s’incammina verso il pozzo al posto dell’uomo che l’ha generato, che lui chiama “papà”, che così può andare subito nei campi a coltivare. La donna che l’ha partorito la chiama “mamma”.

Winston sa che vive in un villaggio vicino alla capitale.

Ogni mattina, nel tragitto, ho visto molte cose, prima nuove, ormai codificate: la vegetazione, gli animali, gli amici, la scuola…

Sveglia all’alba, colazione con un impasto di patate e acqua. Sempre e solo patate e acqua.

Per un breve periodo ho visto nella scodella un liquido bianco: latte. Un vicino di capanna aveva un animale, chiamato capra.

UDITO: sentivo il latte bollire nel tegame. Era un rumore nuovo. Non il solito suono sordo dell’impastare patate, con la padella che sfregava sulla pietra.

TATTO: quando il latte bolliva troppo, Winston, ne punzecchiava la superficie e raccoglieva una patina bianca.

Aveva una consistenza nuova che dovetti definire: non era come l’acqua, che fuggiva tra le dita. E non come le polpette di patate, creta da modellare. Un velo leggero, appiccicoso.

OLFATTO: Gli odori che ho sentito fin dall’inizio sono sempre stati pungenti, nel bene e nel male. Anche il profumo del latte non era esente dalla caratteristica, ma, forse perché nuovo, gradevole.

GUSTO: il latte di capra gli piaceva. Probabilmente solo perché diverso dai soliti sapori. Non ebbe il tempo di capirlo perché la capra morì di fame.

 

Sara

 

VISTA: Sara: così si chiama il nostro corpo. Vive in un luogo in cui “c’è tutto” e lo sperimenta: senza ritegno.

L’ultima scoperta è il cibo africano. In quel ristorante in Duomo, si scatena.

Esteticamente, non c’è niente d’intrigante in un piatto di polenta di manioca o di polpette di patate. Niente rispetto alle torte pirotecniche di quel negozio in centro o a quegli hamburger succulenti, che colano olio come oro fuso.

E che, comunque, non si fa mancare: mangia ancora prima con gli occhi.

UDITO: la vita di Sara è nei rumori. Un miscuglio di suoni: di voci, di musiche e di motori. E il suono del cibo – che cuoce, sotto i denti, che s’impasta – è solo un dettaglio. Non si coglie nemmeno, nel caos.

TATTO: Sara ha toccato così tante cose che faccio fatica a starle al passo. A volte le confondo: la consistenza di quelle polpette africane è identica a quegli degli hamburger: passo al cervello informazioni dissonanti.

OLFATTO: Sara mi utilizza in modo sbadato: non coglie le sfumature.

GUSTO: idem come l’olfatto. Ingoia e basta.

 

 

25 ANNI

 

“Chi mangia dimentica la fame altrui.”
Franz Fischer

 

Winston

 

VISTA: ho visto gran parte del nostro mondo. I cibi ormai sono diventati un’immagine nota, sempre uguale, sempre meno.

Di nuovo ci sono solo le persone in camice bianco, in una grossa tenda, dove Winston si reca una volta alla settimana.

Gli danno delle pillole e lo mettono su un oggetto che ne misura il peso, poi scuotono la testa con un sorriso tirato, che il cervello non sa analizzare.

Altra gente su lettini, attaccata a fili, si trova qui. Anche Winston sembrava dovesse rimanere lì, una volta, ma non poteva restare: il papà non c’era più e la mamma aveva bisogno di lui.

A volte non riesco a mettere a fuoco bene o diventa tutto buio. Poi, quando Winston vede di nuovo, le persone col camice bianco sorridono: sembrano felici che abbia riaperto gli occhi.

UDITO: i suoni nuovi sono di macchinari strani, con lancette e fili e aghi, attaccati agli individui sui lettini.

TATTO: hanno bucato la pelle di Winston. Il dolore è stato breve, ma nuovo. Al primo tentativo si è lacerata: troppo vicino all’osso. Poi, gli uomini in camice bianco, ci sono riusciti.

OLFATTO: in questa tenda enorme gli odori sono penetranti e fastidiosi.

Anche se poi, una volta prese quelle pillole, tra quegli odori, sento che Winston acquista forza e vigore.

GUSTO: quando ho sentito la pillola sulla lingua ne cercavo il sapore: percepivo solo una membrana dura, e una sensazione sgradevole, ma, così breve – il tempo di un sorso d’acqua – che diventava sopportabile.

 

Sara

 

VISTA:il cervello, dopo aver inglobato tante informazioni, sa capirle e usarle. Il cibo è sempre presente: in tutte le sue forme.

Sara si è nutrita di tutto: ho visto pesce crudo, carne unta, infilzata su una giostra, pizze, cibi nostrani: tutti gli ingredienti del mondo combinati in tutti i modi del mondo.

Non ha freni.

E poi vedo quell’oggetto nel quale rivedo lei. Ci passa le ore davanti.

UDITO: la qualità dei suoni è migliorata: oltre al caos della sua città, a volte va in luoghi nuovi. Allora mi capita di sentire il suono del mare o del vento nei boschi.

Sara sta bene.

TATTO: si tocca spesso:le braccia, le gambe, i fianchi. Una sensazione “nuova” per me da trasmettere. Ridicola: “sentire” la pelle nelle quale vive da sempre.

E ancora quell’oggetto. Il cervello ci ha detto che si chiama specchio.

OLFATTO: io e il gusto siamo allo stremo.

GUSTO: esatto. La mole di cibo ingerita non ci permette di capire cosa inviare al cervello, lui non sa che fare, e, se è qualcosa che fa star bene Sara, dà l’ok.

Come quel cibo, morbido, dolce, marrone: col dito nel bicchiere Sara ne raccoglie un pò e lo infila tra le labbra… poi sta bene… e infila, ancora e ancora.

Sara non si nutre più: cerca di chiudere buchi “dentro” col cibo.

 

35 ANNI

 

“In una casa dove si patisce la fame il cane non entra.”
Proverbio africano

 

Winston

 

VISTA: ormai vedo spesso la grande tenda degli uomini in camice bianco.

La mamma non c’è più: si è unita al papà.

Winston sperava di non provare più la stessa orrenda e glaciale sensazione di quando se ne andò papà, ma fu peggio.

Quel giorno ho visto il cadavere della madre sul letto, nella capanna. Sembrava dormisse tanto era sereno e disteso il volto, come una tovaglia di seta su di un tavolo antico.

Ma, sollevata la coperta, il corpo scheletrico, spolpato fino all’osso, mostrava le sofferenze patite dalla donna. La mamma.

UDITO: ”malnutrizione cronica allo stadio finale. Una chiara diminuzione di assunzione e assorbimento di protidi, minerali,vitamine e calorie”.

Queste parole mandai al cervello, che non capì, poi si avvicinò un uomo in camice bianco e, mettendo la mano sulla spalla di Winston, disse: “ Mi spiace: è morta di fame”.

TATTO: solo due cose ricordo: il cigolio delle ossa della mano della mamma: la pelle, carta velina, non proteggeva più nulla e la totale assuefazione all’ago che buca la pelle di Winston – ormai una routine.

OLFATTO: accanto alla mamma un solo odore prevaleva su tutto: quello dell’origine di Winston. Gli è sempre stato addosso. Lo amo

GUSTO: il sapore della morte gli raschiava la gola. Appena seppe della mamma, vomitò, cosa poco utile, vista la magra colazione e il pranzo non poco dissimile.

Tutto lì, riversato ai bordi della capanna, mentre dentro giaceva la mamma. Alla fine, in bocca quel gusto amaro, acido, promemoria del destino dell’uomo.

 

Sara

 

VISTA: da un po’ Sara frequenta un posto nuovo. Pieno di attrezzi e di persone sudate: una palestra.

Un giorno, dopo essersi messa su quell’oggetto che indicò sul display “137 kg”, decise che doveva cambiare vita. Per sé stessa. E non solo.

Quella palestra non era casuale. Quel ragazzo non la guardava per caso. Nemmeno lei lo guardava per caso.

Sara sapeva che era bella, tutto quel cibo ingurgitato era inutile e la mole che era il suo corpo non le apparteneva.

UDITO: riuscì a dimagrire: “65 kg”. Riuscì ad uscire col ragazzo che non la guardava per caso.

Passai al cervello frasi dolci, piene d’amore. E Sara stava bene: come, di più, di quando mangiava.

TATTO: le sensazioni nuove erano sulla pelle: le carezze del ragazzo. Diverse dal cibo che passava sempre dalle labbra.

OLFATTO: il profumo del ragazzo è il dato che invio al cervello, sempre: anche quando Sara non è con lui. E’ fragranza ma anche memoria e amore.

GUSTO: le sue labbra, gusto nuovo, sulla bocca. Sara era felice, come mai lo era stata.

 

 

45 anni

 

“La fame non ha scrupoli”

Charlie Chaplin.

 

Winston

 

VISTA: gli svenimenti – le fasi di buio assoluto – sono aumentati. Anche quando vedo, faccio molta fatica. Sono debole, non riesco a compiere il mio dovere.

UDITO: i rumori, ormai, sono solo quelli della tenda. Da qualche tempo Winston vive qui: la capanna è vuota, lui è stanco, non ci può stare.

Ma la frase più agghiacciante l’ho sentita pochi giorni fa: gli uomini in camice bianco, forse, pensavano che Winston dormisse. Ma io sentii ciò che si dissero:”Malnutrizione cronica allo stadio finale. Una chiara diminuzione di assunzione e assorbimento di protidi, minerali, vitamine e calorie”.

Il cervello, questa volta, sapeva cosa volevano dire.

Come la mamma.

TATTO: sento solo il ruvido delle lenzuola, gli aghi che entrano nel corpo e l’unto delle malattie e della morte.

Quando Winston andava a prendere l’acqua al pozzo gli pesava: i sassi gli rovinavano i piedi, il sole gli seccava gli occhi e la gola era una buca in un deserto.

Pagherei per riprovare quelle sensazioni: perché Winston era libero, sano e forte.

OLFATTO: l’odore malsano di questo luogo prima mi tormentava. Ora quasi non lo riconosco più, tanto mi è amico.

GUSTO: Winston mangia poco. Fa fatica a deglutire. Non sento più sapori.

L’unico è quello dei liquidi che infilano nel suo corpo attraverso aghi conficcati nelle braccia.

Me ne stupii: ho sempre percepito i sapori dalla bocca. Non capivo se era un’informazione che dovevo passare io al cervello.

 

Sara

 

VISTA: da tempo non vedo più la palestra. Cinque anni fa la fine. Ho visto il volto di una persona che ti dice che non ti ama più: il ragazzo che non la guardava per caso.

Ho dato l’informazione al cervello, ma non volevo: sapevo cha Sara avrebbe sofferto. Ma è il mio lavoro. Ho sentito gli occhi gonfiarsi e buttare acqua salata.

Poi ho rivisto il cibo: di nuovo. Ingurgitato, ancora. Sara sarebbe stata male, come prima.

Ora sta male: tre giorni fa è stata portata in ospedale, per la seconda volta.

“Principio d’infarto. Se non controlla il suo peso, rischia grosso”. Le disse un uomo in camice bianco.

Tornata a casa inzuppò la mano nel barattolo della cosa dolce, morbida, marrone: la risposta a tutto.

UDITO: “Non ti amo più”. Questo passai al cervello quel giorno.

TATTO: Risentivo solo il cibo sulle labbra. Lo usava come medicina: per non stare male, per dimenticare.

OLFATTO: il cervello ci ha mandato un segnale di pericolo: Sara non ha più controllo. L’ultima volta che è si è pesata, un mese fa, la bilancia diceva 145 kg.

GUSTO: è svenuta ancora. Ha troppo cibo intorno, sempre,  e non resiste. Ma, se ci fosse meno cibo? Una quantità di sapori infinita, alcuni irresistibili, altri inutili, altri… Se ci si nutrisse meglio? Qualcuno, da qualche altra parte, potrebbe  averne più bisogno?

Intanto Sara sta male.

 

 

47 anni.

 

“La cosa divertente, se non fosse per le conseguenze a volte tragiche, è che due situazioni, una l’opposto dell’altra, portate all’estremo, generino la stessa soluzione.”

Anonimo

 

Winston

 

Kigali.

Ospedale aiuti umanitari.

Diario Medico Giornaliero del 21.03.2015 redatto dal Dr.xxx:

Oggi, causa stato malnutrizione allo stadio finale, si sono verificati tre decessi. I pazienti sono:

Yasar xxx, maschio 38 anni

Durdana xxx, femmina 33 anni

Winston xxx, maschio 47 anni

 

Note personali: è ridicolo: siamo qui per curare persone che non avrebbero bisogno di nulla e che non arriverebbero mai in queste condizioni se potessero espletare una delle funzioni primarie dell’uomo: nutrirsi.

Dr. xxx

 

Sara

 

Milano.

Ospedale San Raffaele.

Pronto Soccorso.

Report giornaliero, Dr. xxx

Oggi, 21.03.2015,ore 14.26, giunge al Pronto Soccorso una donna, 47 anni, con sintomi infartuali.

Alle ore 15.25, è confermato il decesso per un decadimento della funzione cardiaca.

Note mediche: in attesa di verifiche, il decesso sembra causato da una condizione di obesità eccessiva e, si presume, conseguente occlusione delle arterie principali.

Nome paziente: Sara xxx

 

0 anni

 

Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

Mt.14,13-21

 

Rwanda. Kigali.

Winston.

R.I.P.

 

Italia. Milano.

Sara.

R.I.P.

No Banner to display

IN NOMINE PATRIS

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”

(S. Quasimodo)

 

Guardandoti, ritrovo immutata sul tuo volto la maschera di sempre, rigida e imperscrutabile come quelle che venivano usate nel teatro antico. La tua espressione, scolpita nel gesso delle buone maniere, ha sempre fatto di te un ottimo teatrante, su questo non ci sono dubbi.

Agli occhi di tutti eri il capo famiglia perfetto, il marito irreprensibile, il padre amorevole, l’uomo dai sani principi, il cristiano devoto, l’avvocato incorruttibile, l’intrattenitore dalla barzelletta sempre pronta. Perfetto sotto tutti i punti di vista. Diverso da me che, dentro e fuori casa, alzavo la voce per un nonnulla, facevo a botte con i maschi, prendevo brutti voti a scuola, e non sapevo il rispetto per i genitori. Te ne do atto, nell’ars oratoria, come la chiamavi tu, non avevi rivali. Riuscivi a forare la mente delle persone con la sola forza del verbo, appoggiando la voce sugli accenti giusti. Io no, sapevo solo urlare. Oppure stare zitta, raggomitolata dentro un mondo tutto mio in cui le parole non avevano peso. Un mondo in cui sarebbe bastato uno sguardo per sondare la profondità di un disagio. Un mondo in cui io riuscivo perfino a immaginare che i malesseri potessero scoppiare come una bolla di sapone. Più mi rintanavo e più invece affondavo. Più cercavo l’ombra e più diventavo fantasma a me stessa. Nelle tue mani la mia paura diventava un’arma. Per sentirmi libera ho dovuto fare i conti con la realtà, capire che, a differenza di quello che andavi sostenendo tutte le volte in cui ti capitava di perdere una causa, il giudice non si sarebbe lasciato gettare fumo negli occhi tanto facilmente. Si è comportato da uomo di scienza e coscienza ed è andato oltre i ruoli e le apparenze. Ha creduto ad altri uomini di scienza, i dottori, che per primi mi hanno aiutata ad alzare il velo dell’ipocrisia. L’ultima volta che sono ricorsa alle loro cure, infatti, non hanno permesso che mamma ti giustificasse. Sempre pronta a difendere te e la sua stessa tranquillità, lei aveva il brutto vizio di parlare anche quando non le veniva rivolta alcuna domanda. Raccontava della mia distrazione, delle cadute giù dalle scale, della bicicletta che sbadatamente facevo rovinare a terra. Ti scusava come fanno i deboli, a occhi bassi e senza lacrime. Ripeteva sempre la stessa litania mandata a memoria senza fede e senza cuore.

Lo ammetto, non deve essere stato facile per nessuno alzare un polverone contro di te. Nemmeno il parroco aveva saputo prendere una posizione quando, protetta dalla grata del confessionale, in un bisbiglio, avevo trovato la forza di denunciare le tue colpe e la mia disperazione. Ero alla mia prima confessione, quella che avrebbe dovuto portarmi alla prima comunione, ma, nonostante avessi ottenuto la piena assoluzione, era stata anche l’ultima.

“Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris et filii et spiritus sanctus sancti”, aveva detto don Pierino.

In nomine patris, con questa formula lui mi aveva rispedita, più indifesa che mai, a te che mi aspettavi fuori, perfettamente a tuo agio alla luce del sole. Eppure avrei dovuto saperlo, poche ore prima mi avevi avvertita, non osare aprire bocca, avevi bisbigliato nel mio orecchio, tanto nessuno ti crederà. Nella penombra del confessionale, convinta di essere al sicuro, avevo ugualmente trovato la forza per disubbidirti. Da giorni cercavo le parole giuste, ci provavo e ci riprovavo, mescolavo i sentimenti alle preghiere, scomodavo i santi, invocavo il mio angelo custode senza mai ottenere risposta, eppure alla fine avevo vuotato il sacco.

Ero stata rimandata indietro, come se avessi parlato di una birichinata qualsiasi. Ancora stordita dall’odore dell’incenso, dei fiori, della cera sciolta e della vergogna, mi ero chiesta da cosa fossi stata assolta, ma più mi ponevo domande e più mi sentivo confusa. Eri un avvocato. Più influente che stimato.

Ora però le cose sono cambiate. Le parti si sono invertite. Io ho puntato il dito e sono diventata l’accusa. Tu l’accusato. Non sono don Pierino, non ho nessuna intenzione di assolverti purificando la tua anima con la leggerezza di due dita lanciate in aria a tracciare una croce. Non l’ho fatto anni fa in tribunale, e non lo farò nemmeno adesso. Non ha importanza che tu sia qui, in questo letto d’ospedale, con i piedi ormai incamminati sulla via dell’ultimo giudizio. Mi fa un certo effetto rivederti dopo diciassette anni, questo sì.

Tanti ne sono passati dal giorno in cui, spinta dal bisogno di trovare un luogo tutto mio in cui tu non avresti mai potuto intrufolarti, sono sparita dalla circolazione. Per impedirti di rompere i sigilli della mia pace, rossa e fragile come la ceralacca, potevo solo mettermi in viaggio evitando accuratamente le strade che tu avevi scelto e spianato per me a suon di botte. Sapendo quanto tu odiassi la montagna, ho camminato in quella direzione. Non è stato difficile. Senza rendertene conto, mi avevi insegnato a vivere in salita, a posare passi brevi e pesanti, a trattenere l’aria nei polmoni, a cadere e a rialzarmi senza far caso alle ferite, a tenere lo sguardo puntato a terra per essere salda come una cerva che si muove tra un salto di roccia e l’altro. Avevo letto da qualche parte che, secondo Dante, del paradiso non erano rimasti altro che i fiori, le stelle e i bambini, per questo mi ero trasferita in un casale isolato, a due passi dal cielo.

Nei primi tempi non riuscivo a fidarmi di nessuno, vivevo con tutti i sensi in allerta, pronta a scansare pericoli e crepacci, rocce ruvide e intrigo di sottobosco. Eppure, essendo convinta che ci fosse un porto per ogni destino, continuavo a cercare una traccia. Avevo scelto la solidità della roccia per costruirvi il mio nido e la quiete della montagna per erigere il mio eremo, perché volevo sentirmi come un’aquila reale che, quando apre le sue grandi ali, traccia ampie figure di libertà nell’aria.

Riesci a immaginare come sia andata a finire, papà? Per anni non sono riuscita a lanciare sguardi giù, a fondo valle, né a puntare gli occhi nell’azzurro del cielo. Ho semplicemente vissuto la tenacia della terra, cercando e trovando conferme del fatto che i veri lupi non si nascondono nella ruvida asperità della roccia, ma nella falsità che morde e sbrana l’anima, fino a trasformare il cuore di un uomo in un pugno di granito. In montagna, nella mia bella montagna, ci sono tappeti di bosco e infinite sfumature di verde, prati da sfalcio e intrighi di luce. Poco più su c’è il grigio del sasso nudo su cui, dall’alba al tramonto, gioca e rimbalza il sole. Nei castagneti i frutti maturano dentro agli astucci dei ricci, nessuno li forza a cadere prima del tempo.

A me è successa esattamente la stessa cosa. A poco a poco la mia mente, mai del tutto sgombra dai pensieri tristi, ha iniziato a sconfinare, finendo per rifiorire in pensieri di leggerezza. In quel tacere di monti sono perfino riuscita a udire il canto timido del mio cuore. Mi è costata una enorme fatica emergere da quel mondo incantato per venire qui oggi. Ma dovevo farlo. Sentivo che per chiudere definitivamente col passato avrei dovuto, per forza di cose, darti un’altra possibilità.

Nonostante la vecchiaia, tu sei però rimasto quello di sempre. Esprimono molto più delle parole gli occhi, e i tuoi, in questo preciso momento, mi avvertono che non sono la benvenuta. E come potrebbe essere altrimenti? Non mi hai convocata, non mi parli, non cerchi il mio perdono. Ti limiti a fissarmi. Usi lo sguardo come se fosse una spada, non è così papà? So leggerti dentro, per questo non mi è difficile comprendere che, indipendentemente dall’esito della sentenza, credi di avere ancora ragione. Mi hai condannata tanto tempo fa, dal tuo punto di vista io sono l’aguzzina e tu la vittima. La mia querela ti ha portato via fama e prestigio, corte e maniero. Non è più tempo di falsità e messinscena, di accuse e di recriminazioni, sappi però che io ho perso molto più di te. Pur non sentendomi in colpa e non aspettandomi nulla dalla vita, non sono mai riuscita a sentirmi del tutto libera. Non fraintendere, la montagna, colla sua gente, mi ha accolta e difesa. Pian piano ho imparato a rispettarmi. A rispecchiarmi nelle ferite della roccia. Ferite che, anno dopo anno, diventano sempre più profonde. A provocarle sono uomini senza scrupoli che disboscano e bruciano e zittiscono e spopolano e spaccano e mettono a nudo il sasso e distruggono tutto quello che capita loro a tiro. Uomini come te, papà. Uomini che ti frugano nelle viscere per poi disconoscerti ed esporti alla pubblica gogna. Uomini che, alla prima occasione, ti vendono al miglior offerente. Credo sia per questo che più i tuoi occhi odiano, più i miei si vanno riempiendo di montagna e di luce. Come vedi, la distanza che da sempre ci divide, si ripropone di nuovo a ruoli invertiti. Tu, disteso tra le lenzuola candide come un manto di neve che ricopre la tua debolezza e la malattia che ti consuma, sei più orizzontale, piatto e gelido di una pianura aggredita dall’inverno. Io ti osservo, ferma ai piedi del letto, con la fragile solidità di un carpino aggrappato a un salto di roccia. Ho il cuore ancora inzuppato nell’aria della primavera, per questo e non per orgoglio non piego il capo. Sono come un fiore che ha appena lasciato il suo amato prato. Tu sei tutto intento a non lasciar trapelare l’imminente fine, io invece sono ancora immersa in una fiaba senza tempo. Non ti penso più come il centro dell’universo, il campanile che sale e sparge da una valle all’altra la sua benedizione, le sue verità. Da tanto ho imparato a non girare attorno al tuo universo, ma avevo bisogno di questo istante per capirlo fino in fondo. Per scrostarmi dalla testa e dal cuore le ultime tracce di quei giorni pesanti che sono stati la mia infanzia al tuo fianco. Giorni in cui l’uomo nero aveva fattezze fin troppo note. Giorni in cui gli incubi della notte non conoscevano lo sbocciare rassicurante del sole. Giorni in cui le punizioni diventavano una faccenda di ripostigli bui, luoghi privi di qualsiasi ricircolo d’aria. Da quando non devo più preoccuparmi di trovare l’ossigeno e la luce necessaria a restare in vita, sono rinata. Ho iniziato a credere in me stessa. Sì, oggi sento che la mia forza è reale. A conferma che le promesse, le minacce e le lusinghe con cui fino all’ultimo hai tentato di chiudermi la bocca durante il processo, non erano che vento di zizzania. Ti vedo sai? Nonostante tu sia stremato e ferito sei peggio di una bestia, non lasci la presa. Non potendo o forse non riuscendo a parlare, usi gli occhi per braccarmi. Mi stringi in un assedio di ghiaccio, il colore delle tue iridi è quello degli iceberg. Strano, non lo avevo mai notato prima, forse perché fino a poco tempo fa non alzavo lo sguardo. Ora non mi fai più paura, continua pure a tenermi il dito puntato contro, per me non ha più importanza se gli altri non possano o non vogliano riconoscere il male che mi hai fatto. Bastano i miei ricordi a fare da confine. A ripararmi dai colpi delle tue mani, sempre gonfie di botte, sempre pronte a calare e a lacerare le mie carni. Tra noi c’è un solco enorme che gli anni hanno approfondito. Se ho deciso di scavalcarlo, è solo per restituirti il passato.

Lo faccio a modo mio, facendoti vedere la donna che sono diventata. Non si tratta di una sfida, solo una specie di contraddittorio. I ricordi sono specchi… riesci a vedere le impronte che hai lasciato sulla loro superficie, papà? Sono pesanti come pietre, eppure sono riuscita a stanarle e a riportarle a te… girano attorno al tuo letto, tutte assieme fanno più rumore di uno sciame di api impazzite. Puoi starne certo, presto si poseranno sulla tua pelle per restituirti i morsi del tuo stesso veleno.

“L’ora di visita è terminata. Signorina, deve uscire.”

Ecco. L’infermiera, senza nemmeno rendersene conto, ha messo fine ai nostri tempi irripetibili. Ancora una volta è toccato ad altri definire i confini. L’ospedale, proprio come un tribunale, è fatto di ordine e di rigore. Di regole e di orari. Qui ognuno ha un ruolo e un posto predefinito. Durante questa ora, nessuno di noi due ha mosso un muscolo. Ti lascio che sei ancora vestito della tua solita, massiccia superbia. Io che invece indosso i miei nuovi orizzonti, posso tornare, finalmente libera e leggera, al mio piccolo casolare. Dista mezz’ora di cammino da un minuscolo paese, appena una manciata di case, in cui tutto mi parla di famiglia. Più terra e verde e roccia che casa e muri e strade. Lassù l’aria profuma di fienagione e i limpidi cieli conoscono il volo maestoso delle aquile. Per me non si tratta di un semplice rifugio. Non più. In montagna mi sento davvero bene. Respiro. Vivo. E come un fiore di prato mi apro al soffio del vento che rotola sulle rocce, le scala intessendomi dentro un ricamo di terra e d’azzurro. E sai perché, papà? Perché anche una cerva ferita, finché il suo cuore batte, trattiene tra gli zoccoli orizzonti di luna che nessun cacciatore riuscirà mai a impagliare.

No Banner to display

Grida elettriche

Circola nelle vie interne della Prenestina un cielo d’avorio.

Roma,quel mattino ha un colore che struscia l’anima.

Nel prato rinsecchito e sporco che porta alla fermata della metropolitana un ragazzo cammina con le scarpe strascicate.

Ogni volta che solleva un piede prende a calci l’universo.

E’ giovane,molto magro,secco ,solo  i suoi occhi riflettono un’aria solare,ma ora è come se si fosse nuvolizzata.

Cammina velocemente,passi affrettati che calpestano il terreno.

Non ha nulla da fare in quel periodo, la scuola è finita con una sonora bocciatura.

Uno sbrigativo colloquio dal preside con sua madre .

“Non parla,non si capisce perché,ma qui non può stare è impossibile tenerlo ancora.”

Da più di un anno ha deciso di non parlare più.

Ha scelto il silenzio con tutti: a scuola,con i ragazzi,in famiglia.

Silenzio assoluto ,nemmeno : passami il pane,esco,ci troviamo al bar,vado a lavarmi,niente.

Sua madre non si affaccia mai alla finestra a volte sbatte le tende,ha riempito la casa di mobili vecchi e sporchi.

Lo ignora e lo rimpinza di cibo che lui butta nel secchio.

Il padre,impiegato comunale,torna alla sera beve vino ,  ingurgita il cibo e si addormenta sulla poltrona.

Silenzio fatto silenzio.

Sonno rinchiuso di sogni sognati.

Lui suona una chitarra elettrica che ha trovato al mercato dell’usato.

Batte lentamente nella sua gola una virgola strana.

E’ notte,sente alla radio un annuncio.

“II servizio civile ti cerca,può essere un’opportunità per te .

Pensaci!Vieni con noi”

Il cuore comincia a battere ritmato,forte.

“Potrò uscire,potrò uccidere mio padre,avrò un po’ di soldi miei”

“Io ci vado.”

Al mattino Roma si fa rosa di carne”

Ci vado,ci provo”esce e si dirige verso la metropolitana.

Ormai è giorno pieno,l’aria si fa densa di freddo,è come se lo spingesse fuori.

“Sarà un posto pieno di gente che urla,che sta in fila.

Sarà pieno di regole che io non riuscirò nemmeno a capire,sarà spaventoso.

Ma io ci vado,ci sarà pure una porta per entrare e una per uscire,”

E’ Natale,arriva alla Stazione Termini sente come un suono di batteria,sonaglini ingenui di tamburelli,girelli di pagliaccio.

Sono  bambini che lo circondano,lui ha paura persino di essere toccato.

In lontananza arriva un canto inglese militaresco ,sono un gruppo di uomini.

Ha paura,scappa,prende una via a caso.

Entra in una chiesa,sente delle voci di donna che intonano canti liturgici ,sono preghiere  che profumano di arancio.

Quei canti lo tranquillizzano ,lo curano e lo rimettono sulla strada.

Fa freddo ,ritorna verso la stazione.

Roma è nera di lampioni paurosi.

Vede degli uomini accartocciati su cartoni ondulati  con le bottiglie  di birra..

Sono vicini ai treni ,ci si butta anche lui ,prende i cartoni,i suoi sono quelli più sporchi e puzzolenti.

Nessuno gli parla,solo gesti incomprensibili.

Dorme .

E comincia a salire la sue rabbia ridente.

Si sveglia,arrivano dei ragazzi,distribuiscono caffè latte e pane.

Beve e mangia di gusto.

Sente come una malinconia riconosciuta,una fragrante tristezza e sale sempre di più la sua rabbia ridente.

Chiede ai ragazzi dove può farsi una doccia e cambiarsi.

Poi si incammina verso l’indirizzo che ha sentito alla radio.

Sul viale vede una ragazza molto carina,tutta rosa,vestita di bon bon.

“Ciao”gli dice e gli sorride,sale ancora la sua rabbia ridente.

Lui scrive un numero su un foglietto glielo dà sorride e se ne va.

Passa in una  strada molto stretta ,sente arrivare una musica dalle cantine,è jazz,John Coltrane ,Blue Train.

Dolci note,notti dolci.

Quanto tempo?

Quanti duri confini?

Quanto ferro nella gola?

Il sogno americano arriverà e lo avvolgerà come una soffice nuvola.

“Ce la farò,entrerò,saluterò dritto sull’attenti,scriverò quella domanda ,poi saluterò ancora e me ne andrò.

Sì,sì ,devo fare così,uno,due e tre,eccomi”

Entra in uno stanzone pieno di tavoli e sedie metalliche allineate,lo accolgono,cominciano a fargli domande generiche:nome,cognome,età,indirizzo.

Lui risponde meticolosamente con le mani sulle ginocchia.

Gli danno un modulo da compilare.

Deve spiegare le sue motivazioni,raccontare un po’ di sé.

Gli prende il panico,non sa cosa rispondere .

Pensa :”Ho sentito un annuncio alla radio e poi una musica;  era un rock and roll ballabile,mi è piaciuto,mi ha dato felicità”.

Ma io non so parlare ,tantomeno scrivere,ma  come faccio?

ll silenzio è stato la mia sola via ,la mia salvezza e adesso cosa faccio?

Come glielo spiego,mi sbatteranno via?

Come faccio a dire che è la musica che mi ha portato qui,mi prenderanno per matto.”

Si avvicina un ragazzo ha dei fumetti sotto il braccio ,ha un volto ridente ,occhi rivolini  neri,accoglienti, non  fa paura.

Lo vede in difficoltà ,sente il suo disagio,lo percepisce dalla pelle.

Anche lui in passato ha camminato in equilibrio sui muri,ma doveva fare in fretta a buttarsi giù ,c’erano i cani che lo scrutavano.

Si chiama Dario,come l’imperatore .

“Ma di che ti preoccupi,?

Scrivi che ti interessano i loro progetti,che hai sempre voluto aiutare gli altri ,sei sensibile e istruito,stop, e via, iah”

Scrive di corsa ha paura di dimenticarsi non le parole ma il tono,ringrazia e consegna.

Gli fanno una fotografia,perché non l’aveva portata con sé.

La macchina fotografica riflette la luce delle finestre e gli specchietti il cielo blu.

Esce ,cerca un luogo dove poter stare ,si butta su una brandina,si copre e si addormenta subito.

Sogna :Roma di pastosa felicità dormita.

Gli daranno un posto dove dovrà occuparsi di bambini autistici nelle scuole.

Il respiro comincia ad allargarsi nella sua rabbia ridente.

Roma diventerà il centro e il teatro della sua vita nuova e continuerà a suonare grida elettriche.

No Banner to display

LA MIGLIOR DIFESA

Ci sarà un posto sicuro, per te, anche se certamente non è questo e non è ora.

Mi ripeto, in un sussurro pieno di tremore, pieno di timore, pieno di me.

Raggomitolata al buio in una coperta troppo poco calda. La completa inutilità di cercare di scongelare un gelo che è dentro di me non mi frena dal tentare, ancora e ancora.

Salvarmi non è un’opzione e so che il nemico con cui combatto è velenoso, insidioso, vischioso, un buio denso in cui entro a tentoni, senza sapere se il prossimo passo sarà leggero o cadrà pesantemente nel vuoto.

La rabbia è l’ombra che soffia sul collo.

 

Respira.

Respira.

Respira.

Qualche volta dimentico quanto sia necessario. E’ in quei momenti che subentra il panico, la mia vista si annebbia, il cervello si stacca ed io sono preda di emozioni incodificabili, cui permetto di rendermi preda indifesa.

Ma non lo sono, oh Dio, non lo sono affatto, altrimenti non sarei più viva, a questo punto. Non rimarrebbe di me altro che una poltiglia infranta, un gruzzoletto di lacrime lasciate a seccare.

Una battaglia alla volta, con armi sempre più affilate che sono difese della mia mente e un corpo di giorno in giorno meno fragile, avanzo preparando il mio esercito alla guerra, alla guerra vera.

Sono il mio generale, il mio unico soldato, sono la patria per cui lotto. Devo portarmi fuori da questa follia, devo condurre me stessa in un futuro migliore, dove le fiamme non mangiano la quiete e dove nel silenzio sa scendere silenziosa la pace.

 

Respira.

Respira.
Respira.

Anche questa notte passerà così, sospesa su un filo sottilissimo di un equilibrio tremante: dovrò tenere salda la presa su tutti i piccoli pezzi in cui sento spaccarsi il mio cuore, il mio spirito, la mia forza o come preferite chiamarlo.

Vi ancoro le dita perché non ne sfugga nessuno; devono restare con me affinché io possa, domani o il giorno dopo ancora, riassestarmi e fuggire dove il passato mi parrà uno di quegli incubi attanaglianti che svaporano al mattino lasciandoti l’amaro in bocca, una confusione che poi si riassorbe come un ematoma.

 

Mi sento afferrare per un braccio e sbattere fuori dal letto, contro il comò.

– Che cosa fai ancora a letto, eh?

Mi arriva uno schiaffo in pieno volto, molto prima che io capisca cosa stia succedendo.

Una sveglia niente male. Come cominciare la giornata col piede giusto, no?

Mi massaggio una guancia, aspettando che il dolore passi. Solo dopo riesco a mettere a fuoco il viso contratto di mia madre, anche se l’avevo riconosciuta da subito. Sospiro.

La forma spigolosa e fastidiosa delle sue mani non mi è nuova; conosco i suoi palmi come i miei… la differenza è che i suoi ce li ho stampati addosso.

– Devi muoverti, devi preparare la colazione a tuo padre, devi vestirti e levarti dai piedi. Vai a fare il tuo dovere, vattene a scuola!

Osservo inespressiva la sua sfuriata. Dal suo labbro rotto si direbbe che la colpa della sua collera non sono di certo i cinque minuti di troppo che ho concesso al mio riposo.

La vera causa siede imponente dietro un tavolo sbilenco e troppo piccolo, sorridendo sotto i suoi baffi bruni, in attesa di essere servito da quelle che ritiene le sue piccole schiave, i suoi giocattoli portati da un Babbo Natale particolarmente in vena.

Ma quale Babbo Natale.

Chiunque sia lo stronzo ad avermi mandato qui, prima o poi mi sentirà. E ne ho di veleno da sputargli addosso.

 

Quando entro in cucina, come ogni mattina lui mi rivolge uno sguardo innocente, che sembra urlare “non volevo, ho alzato il gomito, non è colpa mia, le ho detto di non istigarmi, quando ci si mette sa essere veramente fastidiosa, io ho tentato di controllarmi” ed altre baggianate che non hanno più senso.

C’era un tempo in cui gli credevo e questo mi permetteva di affrontare la giornata a cuor leggero, dicendomi che non sarebbe più successo perché lui non era quel tipo di uomo, lui era mio padre ed un padre non fa così.

Questo milione di anni luce fa, quando ero ancora bambina e c’era in me l’innocenza dell’illusione, ora per fortuna infranta. Non sopporto l’idea di averlo in qualche modo giustificato, di avergli scioccamente dato fiducia; ciò che si merita è il disgusto che provo, tanto per lui quanto per lei, incapace di riprendersi la propria vita, inetta, così persa da non proteggere nemmeno quella ragazzina spaventata che le vedeva cadere a terra, nascosta dietro la porta. Quella ragazzina che ero io ed ero sua figlia.

Non poteva combattere per se stessa?

Che combattesse per me.

Non riusciva a rispettarsi?

Che rispettasse me.

Non ero io che dovevo metterla al sicuro, non ero che dovevo prendermi cura di lei, non ero io che dovevo asciugarmi le lacrime in silenzio perché “se papà le vede è ancora peggio”.

Che sia ingiusto, però, non basta a non far capitare quel qualcosa; quindi capitò, una, due, tre, mille volte, finché in me l’aspettativa di un giorno migliore non è scemata strisciando in vite lontane dalla mia.

Sono stata un automa che si muoveva in questa casa pulendo dove c’era da pulire, sistemando dove era necessario sistemare, chiudendo gli occhi quando si alzavano le mani e tappandomi le orecchie quando si urlava.

Così ho passato i primi anni dell’adolescenza. Un giorno mi sono svegliata e niente mi induceva a pensare ad un cambiamento, ma qualcosa nella mia mente era scattato.

Mi sono guardata allo specchio e ho visto l’immagine di mia madre ricalcare e coprire la mia.

E’ stato un colpo, mi è girata la testa, mi è salita la nausea quando ho compreso che mi stavo arrendendo esattamente come lei.

Per colpa sua, che non si ama e non ama me. O se lo fa, le riesce male.

Lui è il lupo cattivo, ma lei non è la povera Cappuccetto Rosso.

Lei è sua complice nel rendere la mia vita bruciante come una ferita aperta. Lei è condanna di se stessa, ma io ho deciso tempo fa di non lasciare a nessuno il permesso di affossarmi.

Continuando su quella strada avrei perso la rotta e probabilmente ora non sarei che l’ennesima “vittima”, che guarda quella sottospecie di prodotto umano con una certa devota compassione, nella patetica speranza che prima o poi qualche grazie divina lo renderà l’uomo dei sogni, il fantomatico e plastico Principe Azzurro che bacerà le ferite della povera, rincoglionita Principessa senza spina dorsale.

Ecco la pallida storiella che ancora vive nella testa incasinata di mia madre, ora fiacca, ora energica, ora stanca, ora piena d’ira che mai, mai una volta è stata indirizzata a lui, ma sempre a me, alle mie braccia, alla mia pancia, alla mia faccia.

Porto segni addosso che tracceranno nell’eternità la sua vergogna, la vergogna di una donna senza dignità, senza personalità, senza quell’amor proprio spicciolo, mero, in dotazione dalla nascita persino al più stupido, che ti spinge a correre se qualcuno minaccia la tua vita.

Non a piegarti, non ad abbassare la testa, non a singhiozzare biascicando un povero “ti amo”. A correre.

Ed è questo che farò, correrò via.

Non rispondo al saluto di quel patetico ometto che spera di minacciarmi con la sua imponenza fisica; nessun muscolo compenserà la devastazione della sua umanità. Nessuna abilità sarà in grado di porre rimedio alla sua bassezza.

Se si scusasse da qui alla fine del mondo, sarebbe comunque troppo poco. Le parole non arrivano dove lui è riuscito a ferirmi. Prima di affondarvi, perdono il loro significato in quel lungo viaggio nell’oblio.

Non mi fa più alcun effetto: è come se la sua presenza fosse occultata nel mio campo visivo da tutto l’odio amaro che provo nei suoi confronti.

Mio padre, se proprio si vuol commettere l’abominio di definirlo tale, ha per me un certo riguardo, almeno da sobrio, almeno di giorno. Come se avesse il bisogno di sentire la coscienza a posto salutandomi o chiedendomi come va.

Godo della consapevolezza di irritarlo con il mio silenzio. Alzo i miei muri e lo taglio fuori; aver cominciato a farlo mi è costato qualche ceffone e qualche spintone, qualche graffio e qualche insulto, ma preferisco che mi rompa un osso o mi faccia sanguinare la testa piuttosto di fingere, come fa mia madre.

Lei incanala contro di me tutte le sue emozioni più oscure e poi gli stira le camice, lo bacia quando torna da lavoro e gli ronza intorno come l’ultima delle puttane.

Mi detesta, per questo comportamento. Mi sgrida, mi implora di smettere, mi dice che non capisco.

Ormai le sue richieste mi fanno ridere. Attendo che mi afferri i capelli e faccia la sua scenata, poi mi dileguo e la cancello dalla mia testa.

La scuola è un mondo parallelo che mi permette di evadere.

Studio, leggo, apprendo di molteplici realtà differenti che mi offrono su un piatto d’argento prospettive migliori, quelle che avevo perso.

I miei genitori, per tornare all’uso di termini impropri, pensano che io faccia parte di un non so quale gruppo di studio e per questo torno a casa solo per l’ora di cena.

Beffarli così facilmente non è che la parte migliore di tutta la situazione.

La verità è che all’inizio restavo in giro per la città a bighellonare, in un parco con un libro o in un bar a ristorarmi del calore, del vocio, del colore delle esistenze altrui.

Poi, l’idea. La via di salvezza.

I soldi.

Ho distribuito volantini, portato a spasso cani e svolto commissioni per nonnine con l’artrite. Qualcuno in questo quartiere ha imparato a conoscermi e a fidarsi di me.

Una minorenne senza referenze e senza un genitore alle spalle all’inizio destava sospetti, ma un primo simpatico e pittoresco signore mi ha dato una possibilità, forse leggendo in me un chissà cosa della sua giovinezza.

Mi ha spedito a zonzo a distribuire i volantini della sua trattoria e il resto è venuto da sé.

Ho ricevuto più chance da chi aveva il diritto di negarmele, che da chi si presumeva camminasse al mio fianco e mi aiutasse.

La famiglia non è scontata. La famiglia non è dovuta.

E’ una fortuna. E’ un lusso.

E non lo si capisce, perché la si pretende. Si dovrebbe avere il diritto di averla e invece no, no, lasciatevelo dire da me, dal basso del mio nido fatto di rovi di spine, lasciate che vi suggerisca la verità: se davvero avete una famiglia, baciate la terra su cui cammina, perché è un dono, uno di quei miracoli verso cui la gente si definisce scettica.

 

Preparo il caffè, glielo verso bollente e senza zucchero in una tazzina, gli imburro il pane e mi defilo. Intravedo mia madre sprimacciare i cuscini nella loro camera da letto.

E’ il momento.

Alla luce del giorno, senza paura. Paura, è quella che ho lasciato tra le lenzuola umide di pianto, è quella che ho sepolto nel momento in cui ho capito che la mia vita vale più di ciò che mi è stato fatto.

Corro in camera mia, infilo la mano sotto il letto e tiro fuori un borsone. Pronto. Dentro giacciono ben piegati i miei pochi vestiti, i libri e qualche piccolo oggetto.

Nella tasca laterale, un coltello a serramanico.

Sul fondo, i miei soldi. Abbastanza.

Non tanti, perché non bastano mai, ma decisamente sufficienti a voltare le spalle a questo schifo. Certo, sto correndo un rischio, un passo dieci volte più lungo della mia gamba magra e sfregiata.

Ma sono pronta.

Sono donna, ora.

Non puoi fermarmi l’eventualità di cadere, non possono spaventarmi gli ostacoli e le difficoltà che già vedo delinearsi chiaramente all’orizzonte.

Ce ne saranno e mi costeranno fatica.

Mi ripagherà la sera la soddisfazione di non essermi abbandonata; mi cullerà la notte l’amore per me stessa e per la mia vita, mio inviolabile e intoccabile tesoro. Disinfetterà le mie ferite il caldo sapore della dignità, della forza, dello spirito di chi lotta.

Io lotto, io sono una guerriera.

E questo mi rende degna di quelle che, come me, hanno attraversato il dolore, la stanchezza, l’incompletezza, la confusione, la precarietà. Quelle che, come me, hanno dovuto scegliersi, smettendo di aspettare che lo facessero altri per loro, e sono diventate protagoniste brillanti di altrettante vite meravigliose.

Lego i capelli, getto la borsa in spalla e esco gridando: “ciao”.

“Ciao”. Solo “ciao”, esatto.

Gli sfuggo così, sotto il naso.

E la libertà mi rende bellissima.

No Banner to display

Il sasso e il silenzio

Due vecchi, a cui l’età si dice avesse dato la somiglianza dei gemelli, stavano seduti tutto il giorno su una panchina di pietra contro il muro della chiesa di san Valentino, a Panchià. Forse è solo una leggenda, di chissà quanto tempo fa; forse due vecchi così non ci sono mai stati, ma Panchià, con quella chiesa, esiste davvero: è un villaggio grazioso, ai piedi del Cornòn, di fronte alla catena del Lagorai. Quei due vecchi, dicevo, stavano seduti tutto il giorno, e d’estate anche la sera, col bastone fra le gambe, guardando ogni tanto il sole per indovinar l’ora e chiacchierando coi bambini del paese, sereni e innocenti come loro. Intorno era il silenzio sonnolento della valle, appena scalfito dal rumore del rio Bianco e di qualche carretto che passava sulla vecchia strada di Fiemme; tutt’al più, alle volte, il vento portava fin lì il rintocco del campanile di Tesero, o faceva frusciare tra loro i rami dei larici, alti sui muri del convento, di fianco al cimitero.

I vecchi sapevano un’infinità di storie e le raccontavano lenti, soppesando le parole, come per stanchezza, e fermandosi ogni tanto a pensarci su. Storie di tanti anni prima, di gente morta da un pezzo, della loro valle; tristi, spesso, e raccontate così, più per se stessi che per chi li stava a sentire. A intervalli sospiravano, si guardavano negli occhi, con complicità, quasi a incoraggiarsi a continuare, e quando avevano finito si faceva sempre silenzio, anche tra quelli che non avevano capito bene. Poi la gente se ne andava e loro restavano da soli, come forse erano sempre stati, a ricordare altre leggende e ad annuire tra sé, di approvazione.

Quei vecchi sono morti, se mai sono esistiti, ma le loro storie no. Hanno continuato a vagare, da sole, nel silenzio degli anni, affiorando ogni tanto dalla mente di qualcuno, sempre uguali e sempre un po’ diverse. Come le favole dei cantastorie o le tradizioni di famiglia. O come quelle leggende che non sono scritte da nessuna parte ma che tutti sanno, in un villaggio. Una, in particolare, mi ha colpito molto; fin da quando me l’hanno raccontata, da bambino.

 

C’era un uomo, a Tesero, molto tempo fa: uno dei tanti, un arrotino, povero e senza amici. Aveva al mondo solo sua madre, con cui viveva, e anche questa gli morì, sul finire dell’autunno. Allora, forzando la sua timidezza, decise di andare dal più ricco del paese, l’ultimo dei Firmian, a chieder qualcosa: la carità, un pezzo di pane; un lavoro, magari. Arrivò a casa sua che il conte usciva, finito il pranzo, in compagnia degli amici, caldi tutti del vino e delle sconcezze della conversazione. A testa bassa, confuso, sotto il portale di pietra che metteva soggezione, ascoltò la propria voce che chiedeva da mangiare. E poi quella del conte, divertita e superba.

“Toh, mangia!”

E le risate che scoppiavano intorno, come di ubriachi. E il conte che si chinava a raccoglier qualcosa, da terra; e il sasso che gli arrivò su una gota, non forte, no, quasi una carezza. E lui che lo raccoglieva, senza pensare, vergognoso. E poi la fuga, via di lì, lontano, col clamore delle voci nelle orecchie e il cuore che gli scoppiava. Perché no, non ci sarebbe più tornato, al suo paese.

 

Era un’altra vita, per lui, quella che cominciava; da emigrante. Di miseria, sì, ma in viaggio, adesso, senza un posto in cui fermarsi e metter radici; e poi l’elemosina, la compassione, di paese in paese; e forse anche il fastidio, negli altri, il disprezzo. E la solitudine, e il silenzio, sempre. Perché si lavorava poco e si camminava molto, in valle e in montagna, a far l’arrotino. L’Alto Adige e l’Austria. Braies e Toblach, San Candido e Arnbach; e più lontano, Sillian, Tessenberg. Giorni e giorni di strada, passato il confine, tra baite e masi, fontane e borgate, col campanile, la chiesa, qualche bottega e l’odore del legno, e del pane. Una stalla, un po’ di fieno, per dormire; e poi ancora in cammino, con la mola. Il vento che prendeva di petto; il profilo dei monti con dietro il cielo e basta; le piazze dei paesi, la domenica, coi giovani a sbirciar le ragazze, all’uscita dalla messa; il desiderio, e la tenerezza, di una donna. E dappertutto, al principio, il rossore, la vergogna: meno forte, però, del bisogno. E dappertutto quel sasso, che cambiava di posto, che gli pesava in tasca, che gli ammaccava la schiena, gli ricordava l’offesa, gli risvegliava il rancore. In silenzio.

Iniziava l’inverno, si doveva abituare. Quante volte gli avevano parlato di quelle valli, da bambino, gli emigranti che ritornavano. D’inverno i campi erano bianchi di brina, d’estate coperti di erba medica. Per Natale, poi, non c’era villaggio che non si riempisse di luci; nei più grossi, anzi, la strada principale si gonfiava di punti luminosi, che nella distanza andavano aggrumandosi ai due estremi del paese: e questo, già lo sapeva, gli avrebbe fatto venire un groppo in gola. Ma fu un inverno normale, dopotutto, che non lo uccise; come gli altri che seguirono. L’aria cominciava presto a farsi buia ma, alle volte, in cielo restava sospeso, almeno per un po’, un chiarore diffuso che invitava a continuare ancora, se non era stanco, finché ci si vedeva. Perché era triste camminare nel buio, anche se qualche volta lo faceva, pensando (per noia?) che fosse sempre meglio di quel grigio uniforme che d’inverno era la valle. La notte, poi, dormiva dove capitava, sulla paglia, in un fienile. E di notte, spesso, il vento spazzava la campagna, e la mattina i campi erano bianchi di brina, e c’era ghiaccio nei fossi e lungo i bordi, all’ombra, delle strade. Qualche carretto, più veloce, alzava folate di pulviscolo bianco e tutto tornava come prima. Le borgate lungo la strada, con gli alberi di Natale davanti alle case. La chiesa, il camposanto, una vecchia col bidone di latta per l’acqua e qualche fiore, anche col freddo. Un reticolo di rami, ogni tanto, a irretire il cielo; sul viso il rosso del gelo e in bocca la malinconia. Un tedio sordo e opaco, come quelle giornate. E il silenzio, ancora, intorno e nella mente. Prima che il cielo si sporcasse di nuvole, e la pioggia diventasse neve.

 

Era una vita segnata, la sua, senza avvenire. Eppure, anche così, aveva paura della morte, quando ci pensava, certe volte; in una terra che non era la sua. Anche se là dov’era nato non aveva più nessuno, di caro. Perché emigravan tutti, da lui; da quando esistevano quelle montagne. Perché l’anno è di dodici mesi, e la montagna nutriva tre mesi soli. Ma poi tornavan tutti d’emigrazione, era solo questione di tempo. Tornavano, e prendevano moglie, e una casa, al paese. Aveva detto bene uno, una volta: gli altri sono i paesi per dove si viaggia, il tuo è quello dove si rimane. E dove si torna, anche se è per morire.

 

Una volta, due o tre inverni dopo, una vedova gli diede un paio di scarponi quasi nuovi, del marito. Erano duri e rigidi, e all’inizio il bordo alto gli aveva segato il malleolo, perché non c’era abituato: ma era sempre meglio che patire il freddo con le scarpe di prima. Fu per via di quello, e dei piedi gonfi, che si fermò in un’osteria, la sera. Un posto piccolo, all’ingresso di Toblach, lo ricordava ancora: la porta a vetri illuminata, quattro uomini a giocare a carte, silenziosi, sotto la finestra, uno di loro che lasciava le carte coperte sul tavolo e lo raggiungeva al banco. Lo sguardo diffidente, quasi ostile, rinfrancato dal tintinnio dei soldi. Aveva chiesto una grappa, per scaldarsi, guardandosi i piedi a darsi coraggio, poi, sbirciando i giocatori, a disagio. Quello che vinceva sghignazzava, gli occhi lascivi, la bocca dalle labbra sottili. Un ricordo gli affiorò confuso, nella mente. Quella risata, altre risate, di scherno. Parlavano di Tesero, del suo paese, e poi del conte. Aveva ereditato, comprato altre terre; si era fidanzato con una del suo rango, di quelle parti lì, di Bruneck; anche bella, dicevano. A lui quella grappa era andata in veleno. Pagò con gli occhi bassi, alle prime imprecazioni, attento a controllare l’ansia; poi uscì. Fuori del paese, sul ponte, era troppo buio per poter vedere il fiume, che batteva di sotto contro i piloni. L’aveva sentito come non mai, in quel momento, nel silenzio del suo cuore, il freddo dell’invidia, del rancore. E aveva capito di odiarlo ancora, di averlo odiato sempre, con sincerità disperata.

 

Passarono gli inverni e le altre stagioni: passò anche un po’ della sua vita. Era sempre la primavera, nella sua pienezza, a ridargli un po’ di forza. La destra serrata sul bastone, che aveva cominciato a portare, un po’ a usar la mola, un po’ a chieder l’elemosina, continuava a incontrare la pietà e il disprezzo. Ma l’aria fresca sapeva di terra; i merli si posavano sull’erba bagnata e i vetri delle case scintillavano al sole, e c’era nell’aria più luce del solito. E quando alle volte, con l’occhio incantato, osservava il cielo o l’acqua della Drava, calma e serena, gli sembrava quasi che la felicità fosse cosa tanto facile, tanto semplice.

Ma erano attimi, impressioni. C’era sempre la fatica del giorno; la tristezza che lasciava il risveglio, nei silenzi di tante mattine. E poi la notte, per pensare alla vita, e imparare a capirla, un po’ di più. E quante cose aveva capito, davvero, camminando per le strade. Che il dolore non invecchia, ma galleggia nell’anima, senza mai andare a fondo. E che quando sei povero, la gente non vuol più saperne di te. E non per pudore, no, come dice, ma per avarizia di cuore. Perché è vero che non piace a nessuno appestarsi con le disgrazie degli altri. E, in verità, lui era solo, proprio come un appestato. Chissà se lo avrebbe mai accettato, se avrebbe mai capito di avere un privilegio che è di pochi.

Un giorno qualcosa cambiò la sua vita. Aveva incontrato un vecchio, prima di Arnbach: non ricco, di certo, ma pulito, distinto. Gli aveva teso la mano, e quello si era frugato nelle tasche, deciso a dar qualcosa. Ma non aveva trovato niente, tranne il fazzoletto, e allora aveva guardato lui che aspettava, la mano livida, tremante. Occhi stupiti, sinceri: non di disprezzo, come tanti altri, o tutt’al più di indifferenza. Aveva cercato di nuovo, ostinato, prima di rinunciare, a disagio. E prima di stringere, all’improvviso, la sua mano.

“Non ho niente. Scusa, fratello.”

Avrebbe potuto cambiare strada, senza guardarlo; o forse gettargli un sasso, come quell’altro. Invece lo aveva chiamato fratello. E questa parola non l’avrebbe dimenticata mai più.

 

Fu allora che gli crebbe dentro la voglia di tornare. Col senso del suo essere uomo, del rispetto di sé, che quella stretta di mano gli aveva risvegliato. Chissà se qualcuno si ricordava di lui, al suo paese. Nessuno è così solo da essere straniero agli altri, cominciò a dirsi, sempre più spesso. Il tempo si consuma, la gente si allontana, oppure cambia, dentro e fuori. Lui, però, il villaggio lo rammentava bene. Me ne sono andato per poter tornare, si scoprì a pensare, una volta; e forse era questo il senso del suo viaggio. Non puoi cambiare quel che sei, diceva a se stesso, altre volte; e se ci provi, c’è sempre qualcosa che ti riporta indietro. A saldare i conti con gli altri e con la vita. Come quel sasso che gli pesava in tasca, che gli ammaccava la schiena, da quando era partito.

Tornò che era autunno. Il cielo si stava aprendo, dopo una mattinata di pioggia, e lui poteva guardar giù dal colle di Stava. La valle si stendeva silenziosa, di lassù, in un silenzio infinito. Vedeva il guado e san Leonardo, fino alla Parrocchiale, e più in là l’Avisio, e il sentiero di Pontagia. Non c’era movimento per la strada, e anche i campi erano deserti. Tra il bruno della terra e il verde intenso delle viti scorse il capitel del Brustol, piccolo piccolo, e sospirò. Ci andava con sua madre da bambino, di domenica: a portar dei fiori, a dire una preghiera. Poi tornò a guardare il cielo, senza fretta, finché il grigio sul borgo svaporò in un bianco sporco. Non pioverà più, si disse, pratico; e cominciò a scendere.

Dentro il villaggio, l’odore era quello della terra bagnata, e del fumo dei camini dove la legna bruciava fin dal mattino. In giro, però, non c’era nessuno. Niente, a riempire il silenzio delle strade. Subito si sentì sollevato, poi sempre più inquieto. Possibile che fossero tutti a tavola, o a dare una mano alle donne? Ma no, c’era clamore da qualche parte; bastava solo seguire le voci. Era là in fondo che gridavano, in fondo alla strada principale, verso il palazzo che lui sapeva. Si fece avanti a guardare, un’ansia strana in gola. Di fronte al portale, monelli vocianti, gente che fischiava, che urlava insulti, e già qualche sasso nell’aria, e i gendarmi che parlavano piano, che lasciavano fare. E un vecchio dal viso rugoso, comparso dietro di lui, quasi parlasse a se stesso:

“Non ammassate tesori sulla terra, perché questa è iniquità e male grande. Ammassate invece tesori in cielo, dove tignola e ruggine non distruggono, dove i ladri non sfondano né rubano…”

Ne aveva accumulate di ricchezze, il conte; ma poi le aveva dissipate tutte, nei vizi, nel gioco, con le donne. Alla fine si era coperto di debiti, e ora i gendarmi lo portavano via. E lui era arrivato, era ancora in tempo. Si fece largo fra la gente, con le gambe che gli tremavano, col cuore che gli scoppiava; tirò fuori la pietra, stese il braccio, quasi avesse aspettato quel momento per tutta la vita. Ma all’improvviso un pensiero gli attraversò la mente.

“Perché? Adesso è lui il più infelice.”

Allora aprì la mano, e nella sua mente si fece silenzio, e in quel momento gli sembrò che il sasso se lo fosse tolto dal cuore.

No Banner to display

SETTE DOMANDE A …
ELISABETTA BUCCIARELLI

Un Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano, assegnato al libro “Ti voglio credere”, e un Premio Franco Fedeli 2010 per il libro “Io ti perdono”. Spiccano questi due riconoscimenti nel denso curriculum di Elisabetta Bucciarelli, la nota scrittrice di romanzi Noir che quest’anno sarà Presidente di giuria per il concorso letterario Liberi di Scrivere. Fermarsi a queste due menzioni però, tradirebbe la carriera dell’autrice milanese, che non sarebbe la scrittrice conosciuta oggi se non avesse vissuto a pane, teatro e scrittura, ma che allo stesso tempo si è formata su due grandi passioni: l’arte e il cinema. Proprio per il cinema Elisabetta Bucciarelli ha scritto molto sin dai vent’anni, partecipando alla stesura del corto “Fame Chimica” e del docu-film “Amati Matti”, menzione speciale della giuria al 53° Biennale del Cinema di Venezia. Tra i suoi romanzi più celebri tra cui perdersi per conoscere meglio il mondo del noir e il mondo dell’autrice, ricordiamo: “Happy Hour”, “Dalla parte del torto”, “Femmina de luxe”, “Io ti perdono”, “Ti voglio credere”, “Dritto al cuore”, “Corpi di scarto” e “L’etica del parcheggio abusivo”. Dunque conosciamo meglio questa scrittrice che tanto sta dando al romanzo italiano, e… benvenuti nel Noir, una valida alternativa ai telefilm sul crimine…

 

– Come Presidente di Giuria di un concorso letterario, e come autrice di romanzi noir, è obbligo chiederle com’è nata questa passione, con quali libri ha iniziato ad amare la letteratura, e quando ha pensato seriamente di voler scrivere ?

Il noir è ormai solo un’etichetta comoda per catalogare i libri, è un concetto anfibio, a metà tra il giallo e il mainstream. Di fatto dovrebbe essere il punto di vista delle vittime, un plot senza per forza l’indagine, un’atmosfera solida per nulla rassicurante. Ho amato molto Izzo e Malet, loro erano veramente Noir, ma devo a Durrenmatt la spinta a scrivere quello che scrivo. Non a caso era un drammaturgo, perché in realtà la mia vera passione è il teatro, la scrittura drammaturgia appunto. Mi sono formata al laboratorio della Civica scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi, ex Piccolo Teatro di Milano, dove i miei innamoramenti iniziali sono stati Shakespeare, Genet, Beckett, Pinter e Muller. A scuola ho un ricordo forte ed emozionante di Manzoni, letto però durante l’estate che precedeva l’anno scolastico in cui avrei dovuto studiarlo. E così è stato per l’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia e le poesie di Leopardi. Forse questo essere in anticipo sugli obblighi della scuola mi ha salvata e mi ha fatto amare anche la letteratura. Ho capito che non avrei potuto fare altro che scrivere e che dovevo attivarmi seriamente per farlo dopo l’esperienza del laboratorio del Piccolo Teatro, avevo vent’anni.

– Ora presiede la giuria di questo concorso, ma lei ha mai partecipato a eventi simili ? Se sì, quali erano i temi e com’era andata ?
Tra le varie esperienze come giurata ricordo in particolare un premio letterario molto prestigioso per la qualità dei promotori, uno tra tutti Luigi Bernardi, editor e scrittore, il premio si chiama Lama e Trama e si svolge a Maniago. Sono stata scrupolosa e coscienziosa, con la consapevolezza di avere sotto gli occhi e tra le mani la fatica e le emozioni di tanti partecipanti.

– Il suo nome si lega al genere letterario dei romanzi noir, un aspetto particolare rispetto ai filoni più commerciali. Com’è nato il suo interesse per questo mondo?
Credo che il genere, di cui il noir fa parte, imponga allo scrittore delle gabbie forti e precise. E’ nelle forzature che trovo la mia libertà maggiore. Per questo scrivere una storia che abbia delle regole mi concede la possibilità di poter esprimere anche tutto ciò che sento e devo. Le rabbie e i conflitti, la ricerca della verità e le ingiustizie di cui siamo tutti vittime. Sembra un paradosso ma non lo è.

– In generale quanto è importante per lei, che vengano organizzati concorsi letterari su scala nazionale ? quanto contribuiscono alla scoperta di nuovi scrittori e quanto può, un giovane che sogna di diventare scrittore, contare su questi eventi ?
Mai come in questo momento esistono concorsi a premi per esordienti o aspiranti scrittori. Troppi e troppo spesso organizzati solo a fini di lucro. Più che scoprire nuovi talenti offrono la possibilità di raccogliere idee, pensieri e opinioni su temi precisi e importanti. Sono spaccati sociologici più che letterari. Poi capita che qualche autore colga l’occasione di un successo per proseguire, ma lo farebbe ugualmente anche senza concorsi letterari. Alcune competizioni, invece, hanno proprio l’obiettivo di fare scouting ma sono quelle che hanno in giuria editor, agenti o case editrici come il Premio Calvino per esempio. Sono un’altra categoria di concorsi ed è un bene che esistano.

– Dover giudicare dei racconti, che emozioni le da ? Si aspetta di trovare qualche nuovo talento ? O comunque, che aspettative ha su questo concorso ?
Questo è un buon concorso, sia per la qualità dei giurati tutti di alto profilo, sia per il tema proposto, la violenza contro le donne declinata in molti modi differenti, un argomento importante e necessario su cui occorre interrogarsi in continuazione. Mi aspetto di trovare idee, opinioni, riflessioni dense. Spero di leggere testi scritti da donne ma anche da uomini, e mi auguro che si possa aprire un dibattito, magari sui modelli femminili e maschili che dobbiamo superare e sostituire.

– Reiner Maria Rilke in “lettere ad un giovane poeta”, consigliava all’ aspirate scrittore: “Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore, confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere ?”. Lei cosa si sente di dire a chi si appresta a consegnare in busta chiusa il suo racconto e il suo sogno, vedendo in questo concorso nazionale, una possibilità ?
I sogni vanno seguiti sempre e farlo è già un atto psicomagico. La scrittura è democratica, è di tutti e tutti hanno diritto di esprimersi per suo tramite. Ma il consiglio è soprattutto di leggere, tanto, sempre. Di continuare a cercare le parole giuste per chiamare le cose e i sentimenti e di farlo nei libri dei bravi scrittori. Leggere poesie, soprattutto, tutte le sere prima di dormire.

– Infine le chiedo un consiglio per chi sta ultimando i suoi racconti e si appresta a consegnarli: Il tema proposto dalla commissione della Biblioteca Civica di Carugate in sintonia con l’ Assessore Walli Franceschin, è stavolta di grandissima attualità e coinvolge diverse problematiche legate alla violenza di genere. Ecco, un racconto che muove da situazioni reali, da storie sentite o lette sui giornali e infarcite di dettagli, come dovrebbe fare per slegarsi dalla cronaca giornalistica per assumere un aspetto più letterario?
La vita reale va metabolizzata, tenuta a distanza, elaborata. Deve trascorrere un tempo perché le nostre piccole storie private possano diventare la storia di tutti e trasformarsi in scrittura per gli altri, narrazione. Questo concorso non chiede ai partecipanti di essere scrittori ma di sperimentarsi con le parole per provare a raccontare. Anche l’autobiografia è una forma letteraria, purché sia universale nei contenuti. Un consiglio tecnico potrebbe essere di non scrivere in prima persona, privilegiando la terza, di non utilizzare il tempo presente ma l’imperfetto o il passato prossimo, operazioni entrambe capaci di mettere spazio tra il “nostro ombelico” e la pagina bianca. Più difficile, ma assai efficace, provare a stare dalla parte dei cattivi e ho il sospetto che nelle trame dei racconti del nostro concorso potrebbero essercene molti.

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
ECCO IL TEMA DEL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Dopo una quarta edizione tra meglio riuscite e più partecipate della storia del concorso letterario nazionale indetto dal Comune e dalla Biblioteca di Carugate, Liberi di Scrivere torna quest’anno con la sua 5° edizione, inserita nelle iniziative di EXPO in Città e per questo legata al cibo.

Mangiare e Bere, Uomini e Donne“. E’ questo il titolo del concorso aperto a tutti i cittadini della penisola (modalità di partecipazione qui), che l’Assessore alla Cultura Michele Bocale spiega così:

“Ad ogni edizione è sempre stato proposto un tema sociale. Seguire il filone conduttore di EXPO, è il preteso per invitare a due riflessioni di questo tipo, una sui temi dell’alimentazione e delle risorse, e l’altra più legata alla nostra società e al cibo come elemento che nei tempi attuali è ormai diventato un fenomeno sociale, televisivo, letterario, comunitario. Gli Chef sono divi, i ragazzini si iscrivono in massa agli Istituti Alberghieri, le trasmissioni sulla cucina si moltiplicano, i giovani vivono la cena con gli amici non solo come un momento di ritrovo, ma ormai come un rito che pretende determinati standard qualitativi. Con questo titolo apriamo quindi anche all’analisi dei cambiamenti nelle abitudini sociali legate al cibo, e delle interpretazioni che la gente ne da”.

Proprio perché inserito a calendario tra gli eventi letterari di EXPO in Città, il concorso quest’anno vedrà un accorciarsi dei tempi, che porterà a conoscere i vincitori entro il 31 ottobre. Ma con un tema così ampio e predisposto a mille sfaccettature, cosa ci si aspetta dunque, dai testi che arriveranno ?

Innanzitutto speriamo di avere anche quest’anno una così folta partecipazione, e che come nella passata edizione, i manoscritti pervenuti siano di tale qualità da mettere in difficoltà la giuria nella valutazione -ha dichiarato l’Assessore BocalePer il resto, proprio per quanto detto prima, ci aspettiamo di ritrovare nei testi le tante visioni diverse del mangiare, del bere, legate ad altrettanti numerosi punti di visita di uomini e donne; di ritrovare le declinazioni di questo argomento legate alle diverse età dei partecipanti e alle sensibilità differenti.”

E proprio sull’età dei partecipanti, Michele Bocale, che è anche Assessore alle Politiche Giovanili, fa un’altra riflessione: “Il concorso è aperto a tutti ovviamente, ma confesso che non mi dispiacerebbe vedere una folta presenza di autori giovani, che da un tema come questo potrebbero essere davvero attratti oggi come oggi. Sarà interessante capire, una volta in mano i testi, come il cibo si concretizza nell’estro delle diverse generazioni, e soprattutto scoprire che idea hanno i giovani di questo argomento, immaginando così come lo porteranno nella società futura”.

La Giuria di qualità sarà come detto presieduta dall’illustre critico gastronomico del Corriere della Sera, e collaboratore di Terre di MezzoValerio Massimo Visitin, che impareremo a conoscere in modo molto particolare. “Anche attraverso gli aperitivi con gli autori -ha spiegato ancora Bocale- la nostra biblioteca ha consolidato rapporti importanti nel mondo letterario, e quindi Liberi di Scrivere può fregiarsi anche stavolta di una giuria che è garanzia di qualità”.

Dunque non resta che aprire il cassetto e sfoderare il romanzo di una vita che avete sempre pesanti legato al “”Mangiare e Bere, Uomini e Donne“.

 

No Banner to display

BETTA VA DI FRETTA

Elisabetta va sempre di corsa, anche il suo nome non riesce a starle dietro, infatti per fare prima si fa chiamare da tutti Betta.

 

A volte le sembra di non aver tempo nemmeno per respirare, sicuramente non per respirare come si deve. Non è una brava donna di casa e forse nemmeno una brava madre ma non ha tempo per migliorare.

Lavora tutto il giorno e la sera è nervosa e alza la voce con i figli stanchi e affamati, gli urla addosso la sua frustrazione   poi, mentre lava i piatti del giorno prima, ci pensa, si pente e allora chiede scusa e li bacia e gli dice che li ama.

 

Ritira i panni asciutti, stende quelli bagnati, lava quelli sporchi, fa la pasta in bianco e poi gli accende il pc così stanno buoni per dieci minuti.

Betta allora va in bagno e accende la sigaretta, guarda fuori dalla finestra e mentre fuma guarda le luci degli aerei che passano,  la fanno sognare quelle lucine gialle che si muovono in cielo, molto più che le stelle. Fuma piano e se ne sta lì ad accarezzare la notte con lo sguardo mentre consuma la sigaretta.

 

“Mi scappa la cacca!”, butta la sigaretta a metà, li lava, li sveste, li veste e li porta  nel suo letto per fare prima. Se li bacia dappertutto, ne ha bisogno, soprattutto sulla bocca, li stringe forte, li lecca anche un po’ chiedendosi se sia sbagliato ma tanto non sa resistere;  loro ridono la circondano di braccia e gambe e le dicono che le vogliono bene, la accarezzano e ricambiano i baci e lei in quel nido di tenera carne si addormenta senza pensare ai vestiti da preparare per l’indomani mattina, alla merenda e alle scarpe da tennis da mettere in cartella che il martedì c’è motoria.

 

Il giorno dopo si sveglia ancora mezza vestita districandosi fra gli arti dei suoi figli.  si infila le calze, il maledetto tubino nero che è per lei come  la tuta blu di un operaio, li veste nel letto ancora addormentati, li mette in macchina con un biberon ciascuno e li porta alla scuola materna.

 

Deve fare presto, Betta non si è ancora truccata e deve anche passare al supermercato. Ci sono dieci minuti di strada, bastano e avanzano per il solito make up. Sulla statale apre il piccolo beauty, le ginocchia mantengono il volante, prende fondotinta e spugnetta  e guardandosi nello specchietto retrovisore si spalma la faccia, il fard è un giochetto, basta una mano e a memoria si colora le guance.

 

Primo semaforo, è rosso, c’è poco tempo, mette il rossetto solo sul labbro superiore e poi deve ripartire. C’è coda, bene, può cercare il mascara, sfila lo spazzolino, le suonano, deve ripartire ma è esperta, lo sa mettere in movimento, fissa la strada tenendo ferma la testa e spazzola le ciglia dell’occhio destro dalla giusta distanza, il sinistro è un po’ più complicato:l braccio finisce davanti all’occhio destro, non vede la macchina che le inchioda davanti, ci finisce addosso senza nemmeno frenare.

 

Lo spazzolino del mascara si conficca preciso nell’occhio.

 

Betta alza la testa dal volante, ha la vista annebbiata, con fatica mette a fuoco l’orologio, si accorge che sono già le otto e mezza, deve fare veloce, un altro ritardo e rischia il licenziamento. Abbandona la macchina e a piedi si avvia verso il supermercato incurante degli insulti dell’automobilista tamponato.

“Chiamo la polizia! Si fermi!” ma la voce scompare mentre si allontana di fretta.

 

Betta cammina veloce, scarta i bancari appesi alla ventiquattrore che la guardano dall’alto delle loro sedici mensilità disapprovando con dei piccoli no della testa.

Attraversa con passo spedito il bar del centro commerciale dove le casalinghe vanno a bere il caffè con le amiche prima di fare la spesa; anche loro guardano senza farsi vedere, loro approvano, riconoscono il tappo giallo del mascara, è quello che fa le ciglia folte e lunghissime. Ottimo rapporto qualità/prezzo.

 

Betta prende il carrello direttamente dalla lunghissima fila in movimento spinta dal solito pachistano che riesce a farla zigzagare attraverso i clienti senza fare incidenti. Sembra l’incantatore di un enorme serpente metallico, lui tiene sempre gli occhi bassi, così gli hanno insegnato al suo paese. L’uomo si ferma le fa prendere il carrello, non alza lo sguardo e non parla, forse pensa alla moglie e ai figli restati a Karachi.

 

Reparto frutta e verdura: le mele, le banane e le patate, tasto quindici, sessantasette, diciotto, Betta è concentrata, deve ricordarsi il terno secco per non fare avanti e indietro per tre volte; alle bilance una piccola lacrima di sangue esce dall’occhio infilzato e poi cade sul sacchetto delle banane.

 

“Signora! L’ho vista sa?” le inveisce contro una cinquantenne ingioiellata stretta in uno splendido tailleur color champagne.

“Il guanto! Il guanto non l’ha messo!” Betta la guarda e ripensa ai numeri sedici, sessantasette, ottantuno … no diciassette, settantasei, diciotto. E’ inutile non si ricorda più, guarda la signora senza parlare, fa girare un paio di volte il sacchetto delle patate e poi la colpisce alla tempia. La signora si accascia svenuta sul pavimento. Betta urla: ” Aiuto! Si sente male, dov’è la sicurezza?” Immediatamente accorrono due energumeni armati che soccorrono impacciati la donna priva di sensi. “Quindici e sessantasette , ecco si”, pesa la roba e s’incammina nel reparto della carne.

 

Le bistecche famiglia non sono ancora sul banco. Betta scosta la tenda del retro dove i macellai tagliano la carne e fa qualche passo chiedendo permesso ma non vede nessuno. Dalle spalle si sente schiacciare con decisione verso il muro piastrellato, “Cosa ti serve bella signora?”.

Riconosce la voce del macellaio, quello che le fa sempre le battute sconce, sente premere il sesso dell’uomo sulle natiche, “Le bistecche”, dice lei cercando di divincolarsi, “Ho fretta”.

“Sono veloce, non si preoccupi”, lui le alza la gonna e la penetra da dietro, le da dei colpi secchi e veloci e viene prima di arrivare a dieci.  Il viso di Betta è premuto sulle piastrelle che si sporcano del suo sangue e di quello delle mani lorde del macellaio.

 

L’uomo si stacca da lei e allontanandosi senza guardarla borbotta  “Le ho appena messe fuori, le bistecche”.

Betta torna di là, le trova, ne prende una confezione e la mette nel carrello, poi lo yogurt, due litri di latte, la nutella, la salsa di pomodoro, gli spaghetti, il minestrone congelato e infine si precipita al pane, comincia ad essere molto tardi.

 

Davanti a lei c’è una persona, Betta aspetta mangiandosi le unghie condite da qualche goccia di sangue che le cola sulle labbra. Tocca a lei “Mezzo chilo di sfilatino morbido”. “E no signora, bisogna prendere il biglietto!” le fa una studentessa dietro di lei sventolando il proprio quadratino.

“Puttana di una ragazzina, che ti bocciassero per tre anni di fila” mormora Betta mentre torna indietro a prendere il numerino, è il venticinque, sul tabellone lampeggia il venti. Deve aspettare il suo turno, sotto gli sguardi vigili delle persone arrivate dopo di lei ma che hanno ben saldo in mano il proprio pezzetto di carta.

 

Riesce a prendere il pane poi si precipita alle casse, a quest’ora dovrebbe già essere in ufficio. Da un’occhiata al carrello e si infila nella cassa veloce. Ci sono cinque persone davanti a lei ma sa che lì si fa più in fretta.

La fila si blocca due volte: la prima volta la cassiera chiama un addetto al microfono perché un cliente si è dimenticato di pesare la frutta, dopo un tempo che a Betta sembra lunghissimo l’addetto arriva e con calma va a pesare la frutta per il cliente distratto; la seconda volta  la fila si ferma per la signora prima di lei perché la confezione dello zucchero è chiusa male e vuole farsi cambiare il prodotto, stessa trafila, altri dieci minuti.

 

Finalmente è il suo turno ma quando fa per mettere il suo primo acquisto sul nastro il cliente dietro di lei, un pensionato in calzoni bianchi con la riga, la ferma:  “Signora questa è la cassa per soli dieci pezzi”.

Betta guarda il proprio carrello con l’occhio sano, conta i pezzi poi guarda implorante l’anziano signore: “Sono undici pezzi… per favore”.

“Mi dispiace, è questione di principio!”  Betta si gira, stringe i denti fissandolo, senza abbassare lo sguardo lascia cadere la passata di pomodoro davanti ai piedi dell’uomo.  “Ops… mi dispiace” I pantaloni dell’uomo ora sembrano la Pimpa, Betta rilassa la mandibola in un sorriso:  “Ora sono dieci” e passa la spesa alla cassa.

 

“Sono venti euro e due centesimi”. Betta ne ha solo venti e il suo conto non permette altre spese con il bancomat, comincia a cercare sul fondo della borsa  ma non trova nulla, la cassiera tamburella le dita senza guardarla, Betta si agita, sente crescere l’imbarazzo mentre fruga in tutte le tasche senza risultato, è sudata, il sangue ora cola abbondante imbrattandole la giacca. Finalmente la cassiera con sufficienza le intima di lasciar perdere e le passa lo scontrino.

 

Betta sta buttando in fretta le ultime cose nella borsa di plastica quando sente una mano morbida che le prende la sua, si gira di scatto, nervosa,  è il nipotino del pensionato che la fissa serio, sgranando gli occhioni neri: “Le fa male quel coso nell’occhio, signora?”. A Betta viene da piangere sta per rispondere qualcosa ma il bambino scompare.

 

“Signora, mi risponda, sente dolore?”, sopra di lei un’infermiera la guarda preoccupata dentro un’autoambulanza che procede di fretta a sirene spiegate.

 

No Banner to display

MARGHERITA

Mi chiamo Margherita, Marghe per gli amici. Una volta mi sono vista allo specchio, mi ci ha messa davanti un esserino tutto felice. Mi ha scartata, tolta dall’involucro di bollicine e allora, per la prima volta, vidi la luce. Sara stava su delle gambe, mi spiegava, e aveva i capelli marrone scuro, diceva, e le braccia e le mani e la faccia e un sorriso, perché era felice di avermi. Io invece, avevo una base, un collo lungo tutto verde e una corolla di petali rossi con una lampada al centro. Saremmo diventate grandi amiche noi. La sera non avrebbe più avuto paura grazie a me. Mi mise sul suo comodino, che era casa mia, e Mamma attaccò la spina. Succedeva che quando faceva buio fuori, Sara si metteva a letto e mi leggeva una storia, poi si addormentava e Mamma mi spegneva. Le storie di Sara erano le più belle del mondo, magari un giorno ve ne racconterò una. Oggi, però, voglio narrarvi i Tragici Eventi che mi hanno condotta qui.

Tutto cominciò un giorno in cui tanti oggetti vennero spostati in cameretta. Scatole, sedie, secchi. Sara era molto felice, saltellava chiedendo a Mamma e Papà se poteva tenere un pennello anche lei, se poteva provare il rullo anche lei. Stavano ridipingendo la cucina.

Una mattina, in tutto quel trambusto, Sara si vestì tutta contenta perché sarebbe andata a fare colazione al Bar e avrebbe preso il latte col cacao e una brioche che non sapeva ancora se la voleva alla marmellata o alla cioccolata o alla crema, anzi le voleva tutt’e tre. Mi dava le spalle mentre, pronta per uscire, chiamava Mamma. Quando Mamma entrò non sembrava aver sentito Sara, infatti aveva gli occhi tristi e vuoti. Subito la seguì Papà. Parlavano a voce bassissima e concitata. Finché Mamma non si girò verso Papà di scatto e gridò:“Basta!”. Papà alzò un braccio in alto, come a prendere la rincorsa, ma non so cosa stesse per fare e non lo scoprì mai perché Sara, per lo spavento, sussultò e mi fece cadere a terra. Così, mentre il mio petalo si spezzava intravidi Papà lanciarci uno sguardo, abbassare il braccio quasi deluso e avvicinarsi per abbracciare Sara che stava per mettersi a piangere mentre mi guardava.

Tornata dal Bar Sara mi disse che Mamma e Papà, per consolarla, nel pomeriggio l’avrebbero fatta dipingere e che le avevano preso tre brioche mignon, una alla marmellata, una alla cioccolata e una alla crema.

Da allora nessuno volle aggiustarmi e quando Mamma o Papà passavano per la cameretta dicevano: “Ma perché non la butti quella lampada rotta?”. Fu così che cominciò un lungo periodo in cui Sara prima di addormentarsi leggeva in silenzio e spesso non mi teneva più accesa fino a tardi. Non aveva più paura di addormentarsi anche se restavo spenta. Ora erano altre cose che le facevano paura e aveva deciso di non dirle più a me. Le diceva a un libro di pagine bianche che ogni tanto mi lasciava aperto accanto ed io potevo sbirciare cosa ci scriveva, però non sapevo leggere e non so cosa avrei dato per saperlo fare.

Fu in quel periodo che cominciò l’Era delle Mostruose Voci, prima di quest’Era avevo conosciuto solo la voce di Sara in tutte le sue meravigliose sfumature, ora scoprivo che strani e certamente terribili esseri infestavano le altre stanze della casa.

Ai tempi delle Mostruose Voci casa mia non era più la stessa. C’era polvere ai miei piedi, i libri di storie erano spariti, mi si accalcavano attorno calzini, riviste e tubetti colorati che ogni tanto Sara si spalmava sulle labbra. Anche un cellulare, la sera.

Sara si tagliò i capelli corti corti e aveva spesso gli occhi anneriti dal trucco. Capitava, inoltre, che si comportasse in modo strano. Ad esempio, un pomeriggio si sedette sul bordo del letto, le Mostruose Voci si facevano i fatti loro mentre i suoi neri occhi colavano davanti a me che non potevo più fare nulla per la sua paura. La vidi prendere da una cartelletta un righello, appoggiarne al polso il lato sottile e sfregare lentamente. Mi parlò di nuovo dopo anni di silenzio e la sua voce, pure lei, era diversa: “Hey, Marghe, chi sa come sarebbe se…” ma non capii cosa disse perché in un’altra stanza le Mostruose Voci si erano spente e un boato di cose rotte giunse fino a noi. Piatti rotti, bicchieri rotti, piastrelle rotte. Sogni, forse, rotti. Quello fu Il Giorno del Boato.

Dopo Il Giorno del Boato accadde che potei vedere sempre più spesso in cameretta anche la Mamma. Dormiva con noi e parlava tanto con Sara tra i singhiozzi. Non so cosa le facesse singhiozzare tanto, non capivo bene quello che si dicevano. Era che piangevano, certo. Però, non sembrava che si fossero fatte male. Sara da piccola si sbucciava un ginocchio o si faceva La Bua e allora piangeva. Dopo Il Giorno del Boato non mi fu chiaro il perché di tutte queste lacrime.

Una sera, tra questi singhiozzi, le Mostruose Voci si riaccesero e fu allora che mi accorsi che una di queste era della Mamma che si alzò dal letto di Sara e sparì fuori dalla porta per ore. Intanto Sara accese il suo stereo nuovo e mi stette accanto, seduta per terra, canticchiando la canzone che passavano alla radio. Il Terribile Evento non fu però questo. Accadde qualcosa di esorbitante: dalla porta cominciarono a entrare Oggetti Volanti. Le Mostruose Voci erano sempre più vicine mentre dalla porta entravano vestiti, flaconi, scarpe col tacco e senza, una lampada molto diversa da me e tanto altro ancora. Scoprii che il mondo conteneva oggetti molto vari e misteriosi: gli Oggetti Volanti. Per ultima entrò la Mamma sbattendo la porta e chiudendola a chiave. Fece un grande stanco sospiro. Poi, leggermente zoppicando si avvicinò allo stereo, lo spense e massaggiandosi un braccio si avvicinò a Sara. Cercò di abbracciarla come poteva, col braccio buono, ma lei si divincolò e si nascose nel suo letto, sotto le coperte. Voleva sparire, disse. Allora la Mamma promise che se ne sarebbero andate di lì, che le cose sarebbero cambiate. Io lo speravo proprio, con tutta quella polvere a soffocarmi non ce la volevo più e non sopportavo tutti quei singhiozzi notturni. Però prima del Grande Giorno passò ancora qualche settimana o forse addirittura mesi.

Fatto sta che il Grande Giorno arrivò, fu quello degli Uomini in Divisa. L’ultimo dei Terribili Eventi che mi hanno condotta qui avvenne La Sera del Mio Secondo Petalo Rotto, l’ultimo. Di nuovo le Mostruose Voci imperversavano da ore in un’alta stanza della casa, l’unica cosa diversa questa volta era che Sara non era con me, al sicuro. La vidi entrare di corsa, mi gettò a terra nel prendere il cellulare che mi stava accanto e fu così che si spezzò il mio ultimo petalo. Mentre mi guardava cadere a terra Sara compose un piccolo numero e con lucidità diede il suo indirizzo di casa, disse che aveva quattordici anni e che delle persone si stavano picchiando in casa sua. Il campanello suonò pochi minuti dopo, nel silenzio più totale. Le Mostruose Voci devono aver avuto paura del campanello perché quella fu la loro ultima notte. Gli Uomini in Divisa entrarono chiedendo della minore, come stava la minore. Arrivati in cameretta chiesero a Sara se stava bene e lei disse che, sì, stava bene. Allora uscì dalla stanza con uno degli Uomini in Divisa. Poi, entrarono tutti gli altri. La Mamma, il Papà e un altro degli Uomini in Divisa. Trascorsero ore a parlare. L’uomo in divisa, più che altro. Diceva che cazzo state facendo, che cazzo state facendo, che cazzo state facendo. La Mamma disse che voleva andarsene da questa casa ma l’Uomo in Divisa scosse la testa e disse che cazzo fa una donna sola, non è un cazzo una donna sola, che cazzo state facendo. Il resto non me lo ricordo, ero preoccupata per il mio petalo. A tarda ora se ne andarono tutti. Sara tornò in cameretta e restò sola con la Mamma. Fu allora che si dissero che loro due, non sole ma in due, se ne dovevano andare perché non era vero che non erano un cazzo. Accadde che rimasi lì a terra e così restai per lungo tempo.

Dal Grande Giorno degli Uomini in Divisa, vidi Sara e la Mamma solo due o tre volte. Vennero con scatole e borsoni a portare via le cose che servivano. Io non servivo più.

Accadde che Papà una sera disse a qualcuno che doveva mettere della roba in cantina e mi mise in uno scatolone sospirando che non aveva il coraggio di buttarmi via. È così che sono finita qui, con voi Amici Oggetti Dimenticati. Questi sono stati i Terribili Eventi che mi hanno condotta qui. Ora raccontatemi la vostra storia.

 

No Banner to display

No Banner to display