giovedì, 24 Giugno 2021

CARUGATE – Al via la quarta edizione di “Liberi di Scrivere”, concorso letterario nazionale per aspiranti scrittori

scrivere-LETTERA“Liberi” e “Scrivere” sono due termini che da soli evocano un mondo di possibilità.

Insieme però, costituiscono uno dei punti di forza della Biblioteca Civica di Carugate.

Il concorso letterario biennale “Liberi di Scrivere” è, infatti, giunto alla sua quarta edizione con una breve e gloriosa storia alle spalle che ha portato nomi importanti del panorama letterario e non solo, a presiederne la giuria.

L’ edizione attuale proporrà ai partecipanti una sfida attuale e complicata come quella sul tema della violenza di genere, argomento sostenuto dall’ assessore carugatese  alla Cultura e alle Pari Opportunità, Wally Francheschin, e poi messo a punto dalla Commissione Biblioteca Civica e Attività Culturali.

Nemica, Amica, Amante. Storie di violenza sulle donne: paura, silenzio, rinascita”.

E’ questo il titolo del quarto capitolo del fortunato concorso letterario nazionale, aperto a tutti i maggiorenni che consegneranno a mano o con raccomandata con ricevuta di ritorno, entro e non oltre le ore 18.00 di mercoledì 30 ottobre 2013, le loro 15.000 battute spazi inclusi (questo il limite fissato per la lunghezza delle opere), sino ad ora rimaste chiuse in un cassetto.

La commissione giudicante di quest’anno è davvero ricca di nomi importanti a partire da Elisabetta Bucciarelli, nota scrittrice di romanzi Noir, che presiederà la giuria avvalendosi dell’ apporto di un’ esperta in criminologia come Cinzia Mammoliti, di scrittori come Cristina Obber, Mauro Raimondi e Mirfet Piccolo, di giornalisti ed esperti di cinema come Alberto Figliolia e Giorgio Bacchiega, oltre al supporto di esponenti del settore Cultura della Provincia di Milano come Cristina Borgonovo e Paola di Andrea.

Nel dettaglio, le opere dovranno pervenire in duplice copia cartacea in busta sigillata priva di riferimenti e dati personali, che saranno invece contenuti in una seconda busta sigillata (inserita nella prima) insieme al file di testo su supporto cd-rom.

I primi tre romanzi considerati meritevoli, si aggiudicheranno un premio in denaro rispettivamente di 500, 300 e 200 euro e le premiazioni ufficiali avverranno già nelle prime settimane del 2014 in una cerimonia pubblica. Verrà inoltre consegnato un premio popolare assegnato dai cittadini e i racconti , sia premiati che fuori classifica, verranno pubblicati e distribuiti nei luoghi di ritrovo del territorio.

La violenza sulle donne è un tema delicato che spesso fugge dalle discussioni plateali proprio per la fragilità dell’ argomento, ma proprio questo fattore di shock ha svegliato molte coscienze e molte sensibilità, perché non provare dunque a mettere per iscritto queste storie e iniziare a scriverne, se a parlarne si fa ancora fatica ? Il 4° concorso letterario “Liberi di scrivere” ne fornisce l’occasione, peccato sprecarla !

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LIBERI DI SCRIVERE
INCONTRO CON VALERIO VISINTIN, CRITICO GASTRONOMICO DEL “CORRIERE DELLA SERA”

Il termine per la presentazione degli scritti è scaduto ormai da giorni, e ora la palla passa alla giuria del 5° Concorso Nazionale di Scrittura Liberi Di Scrivere. Un’edizione quella del 2015, che batte i record toccando quota 173 racconti pervenuti, con autori provenienti da 16 regioni d’Italia, e l’ingresso di un racconto proveniente dalla Svizzera.

A guidare il lavoro dei giurati c’è Valerio M.Visintin, critico gastronomico del Corriere Della Sera, che nella foto di copertina vedete nella “versione per il pubblico”, ovvero quella che ne copre le sembianze, di modo che il suo lavoro da “Anton Ego” sia preservato. Visintin cura il blog del Corriere Mangiare a Milano ma le sue recensioni non sono le classiche fredde cronistorie di una piacevole o disdicevole cenetta, con voto finale e tanti saluti. I suoi post vanno al di là, raccontando uno spaccato della società, il contesto del cibo, le storie legate alla tavola, facendosi largo tra alcune note poetiche ed evocative, come quando scrisse “Quel che voglio davvero nella vita è fare il sommelier dei sorrisi femminili”. Insomma, Visintin è il presidente di giuria ideale per un concorso letterario dove si chiede agli autori di scrivere e romanzare il cibo, il mangiare, il bere, gli uomini e le donne.

Ma cosa si aspetta da questa risma di 173 racconti ?
“Mhmm… Mi piacerebbe davvero sorprendermi, ritrovare il cibo in ogni strana dimensione, quella negativa, quella dell’eccesso magari, o comunque incipit che partano dalla tavola –ha raccontato- però, se sto a vedere la tendenza degli ultimi anni anche dei cosiddetti food blogger, spesso e volentieri si scrive di cibo per raccontarne la preparazione, la cerimonia del cucinare, il dettaglio del come si fa piuttosto del come si mangia.” Trovare una visione insolita del cibo è un’esigenza comprensibile in un uomo che ha fatto degli alimenti e del cibo l’oggetto del mestiere, quasi perdendone il senso del ricordo legato a contesti più conviviali che lavorativi.

E lui, allora, come ne avrebbe parlato del cibo se fosse stato un partecipante ?
Mi sarei allontanato dall’oggetto della trattazione, avrei scelto un punto di vista strano, non immediato, intimo, per sorprendere prima di tutto me stesso, perché chi scrive deve sorprendere prima di tutto sé, per poi colpire gli altri”. E il legame tra cibo e storie è dato di fatto che non si può negare, soprattutto nel caso di Visintin, figlio d’arte di un padre anche lui giornalista al Corriere, che quando morì nel 1990 lasciò incompiuto un pezzo sulla ristorazione per la rivista “Bar Giornale”, che Valerio si prese il coraggio di terminare di suo pugno, chiudendo così il lavoro di suo padre, e aprendo a se stesso una nuova strada.

Il racconto, il cibo, le storie, sono cose che hanno accomunato tutti i 174 partecipanti (un racconto è scritto in coppia) al concorso di quest’anno, vero clamoroso successo che il critico spiega così: Mangiare è forse il fatto più evocativo nella vita di una persona, addirittura sin da prima della nascita già ci nutriamo. Non tutti potremmo intrattenerci parlando di astrofisica nucleare, ma sicuramente sul cibo ognuno di noi ha storie, racconti e aneddoti da spendere. Tutti lo viviamo, e in tempo di crisi spesso torna ad essere il momento centrale, spesso rifugio per antonomasia. Un tempo i programmi televisivi di cucina non erano una passerella per Chef, ma scoperta del nostro paese attraverso le pietanze, e penso a Mario Soldati, oppure ad Ave Ninchi e Luigi Granelli e alle loro narrazioni sul cibo come elemento centrale, o ancora ricordo il libro di Marotta l’Oro Di Napoli, e quel pezzo dove descrive il ragù.” 

A scambiarci quattro chiacchiere ci si rende conto di come Valerio M.Visintin, cresciuto con Jules Verne prima e con i testi dei cantautori italiani poi, non possa che essere giudice perfetto di questo concorso nazionale declinato sul cibo e la scrittura, ingredienti che danno gusto al suo lavoro e sapore alle sue recensioni.

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DIAMANTE GREZZO

Ding Dong

“Buon giorno sono la Dottoressa, Guardia Medica”.

Il clic d’apertura dell’uscio di quella villetta bifamiliare rimbomba tra i campi di Rovello. Sono le 2:45 di una notte uggiosa di metà aprile.

Appena entrata il fetore di escrementi e piscio assale il mio olfatto che con un gesto di ribrezzo mi chiede di tornare indietro. Non posso, c’è una ragazza che sta male: crisi d’otite acuta.
Percorro le scale nel buio della notte, seguendo una luce lieve  proveniente dal piano superiore. Per sopperire l’adrenalina che sento salire dalle gambe fin su alla gola, inizio a pensare di  trovarmi all’entrata dell’ inferno di Dante e che  quell’immagine scura che mi aspetta davanti all’ingresso sia solo Caronte. Un uomo magro, barbuto, scuro in volto sovrasta l’entrata dell’appartamento, non sembra essere allarmato, mi osserva con aria di superiorità. Con uno sguardo indica una stanza poi di nuovo mi immobilizza con gli occhi: sorrido. Si gira, si dirige verso la porta e la apre.
Una nuvola di fumo mi avviluppa come una soffice coperta, l’anidride carbonica mi occlude il respiro. Sdraiata su di un letto sporco nella penombra, intravedo una sagoma esile di un corpo seminudo, avvolto solo da una camicetta sbrindellata. Il viso è sciupato, le occhiaie sono pesanti sotto quelle palpebre chiuse, le labbra secche si muovono al ritmo lento di quel respiro ansimante. Mi schiarisco la gola per farmi notare. Quando i suoi occhi con debole forza si aprono, trovo OcchiBlu: una giovane ragazza dai grandi occhi color zaffiro. Mi osserva. Solo allora mi accorgo che il viso è rigato dalle lacrime e che quel boccheggiare è la musica di un pianto muto e soffocato.
Improvvisamente una palla di pelo impaurita sfreccia tra le mie gambe fuori dalla stanza, lasciando di lei solo un mucchietto di deiezioni morbidamente deposti su un ammasso di vestiti abbandonati per terra.
Chiedo di restare sola con la mia paziente per poterla visitare adeguatamente, l’ombra alle mie spalle esita un po’,osserva la ragazza con uno sguardo freddo e quasi d’avvertimento, poi esce.
Subito mi metto al lavoro, apro la mia borsa, tiro fuori lo sfigmomanometro e mi avvicino a lei; le chiedo di sedersi e alzare un poco la camicetta: subito noto la pelle arrossata e piccoli graffi sparsi su tutta la superficie. Il battito è leggermente accelerato con qualche extrasistole, la pressione alta. E’ evidentemente agitata. Prendo l’otoscopio e inizio a capire di quale livello di otite si tratta.
Nulla. Nessuna infiammazione, nessun arrossamento, neanche un poco di cerume. Immobilizzata da quel pietrificante sguardo celeste, provo un terrore immenso e per un secondo prego di essere in un sogno.

“La prego Dottoressa, mi Aiuti!”

Quando conobbi OcchiBlu ero sicura di poterla aiutare; nel ventunesimo secolo nessuno muore per un’otite, anche se acuta. Tuttavia, ascoltando la sua storia, pensai solo alla morte: senza via di ritorno.

Aveva solo undici anni quando, per la prima volta, il Padre la penetrò con il dito medio, fece così male che le lacrime scesero spontaneamente, ma l’amore per un Genitore supera tutto! Anche un cetriolo o un manico di scopa; anche quella volta in cui, dopo aver bevuto un bicchierino di troppo, le infilò il cambio dell’auto nella vagina, sporcando di rosso tutto l’abitino nuovo.

OcchiBlu non parlava, si lasciava accarezzare, baciare, palpare, attraversare senza mostrare nessun emozione. Era forte lei, era un Diamante Grezzo.

D’altronde c’era già la Madre che tutti i giorni piangeva e urlava, una donna minuta e dolce che tutte le notti usciva ben vestita per lavorare e poterla mantenere. OcchiBlu amava sua Madre, più della sua stessa vita. Una volta prese coraggio e le raccontò che cosa facesse col Padre; le rivelò di quando fecero insieme quei video nudi, di com’erano fatti quei signorotti che le venivano presentati tutte le sere e con cui lei passava un po’ di tempo in camera sua. La Madre la guardò interdetta e quando finì il racconto le disse di non volerla mai più sentir menzionare fandonie del genere e, gridando di essere tremendamente delusa di lei, si chiuse in camera piangendo fino all’esaurimento.

OcchiBlu era forte, era orgogliosa, non aveva bisogno di raccontare a nessuno delle sue esperienze, neppure alla Madre!

Una mattina nebbiosa, i carabinieri circondarono la casa e arrestarono il Padre, la piccola soffrì tantissimo. Lui urlava disperato, dimenandosi come un matto nel tentativo di scappare. Lei lo osservava confusa, senza capacità di reagire, non riusciva a capire come mai lo portassero via, lei lo amava.
Quando poi, subito dopo, arrivarono dei signori che, con la forza, presero lei e suo fratello strappandoli via dalla Madre e li portarono in una prigione di bambini, provò ancor più dolore.
OcchiBlu non aveva nessuna intenzione di restare in quel luogo per molto tempo. Tutti i giorni litigava con qualcuno e spesso si picchiava con altre bambine; addirittura, una volta, tagliò i capelli a una ragazzina che l’aveva minacciata con un coltello.
Il giorno in cui finalmente la fecero uscire, non vide l’ora di abbracciare i suoi Genitori, ma, arrivata a casa, trovò solo la Madre con le valige strabordanti e pronte per andare a vivere in una nuova casa, con un padre nuovo.

OcchiBlu odiava il suo Patrigno. Era un Mostro! Tutte le notti si intrufolava nella sua stanza, si infilava nudo nel suo letto e con parole dolci le diceva che se solo avesse emesso un suono avrebbe ammazzato di botte suo fratello e la sua amata mamma. Le sfiorava delicatamente la bocca, gliela tappava con la sua corposa lingua e in silenzio godeva di quel corpo giovane e rigoglioso.

OcchiBlu era indistruttibile. Avrebbe fatto uscire suo Padre dalla galera e gli avrebbe riferito tutto quello che subiva dal Mostro. Gli avrebbe raccontato  di quel glorioso giorno in cui, da vera coraggiosa, lo aveva spinto giù dalle scale pregando che morisse e, quando  lo vide rialzarsi con solo qualche graffio in viso, gli sputò in faccia senza muovere ciglio; gli avrebbe raccontato che, subito dopo, lui le saltò addosso come un cane rabbioso, la sbatté per terra strappandole i vestiti e la penetrò con forza e severità, mentre lei, impassibile, lo fissava per dimostrargli di essere più forte. Avrebbe raccontato ogni cosa, fino all’ultima battaglia, anche se sarebbe stato molto difficile provare le colpe del Patrigno, implicato in storie di mafia . Sarebbero serviti plurimi testimoni di diversa natura e qualifica.
Lo stesso giorno, OcchiBlu, iniziò la sua ricerca: doveva trovare degli Angeli.

Solo ad altissime temperature un diamante può essere smerigliato.

Quando scappò di casa, divenne come una zingara: nomade nelle dimore altrui.
La notte andava nelle discoteche, nei pub, nei bar e mettendosi in mostra, agganciava con la sua arte da seduttrice ogni genere di uomo; lo incantava con i suoi grandi occhi color zaffiro, con il suo seno reso prosperoso da un push-up e con quel modo di fare un po’ stronzo e un po’ dolce. Poi gli regalava il suo corpo in un mix di godimento e orgasmi, in cambio di una casa e qualcosa da mangiare. Faceva così ogni volta che si trovava senza tetto, ogni volta che l’uomo numero 15, 16, 17 la mollava con ridicole scuse su facebook. Eppure, non solo gli uomini rimanevano incantati dalla sua Persona. Le donne infatti, si innamoravano di quel visetto simpatico e amichevole, di quella donnina sempre vestita bene che, quando si stava in compagnia, aveva sempre una buona parola per tutti e per tutti si faceva difensore. Tuttavia, anche le amiche presto si allontanavo, poiché l’ospite in casa, come un pesce, dopo un po’ puzza; soprattutto quando di notte si sveglia, preso da attacchi di panico, e inizia a urlare, chiedendo aiuto e invocando Dio.

Dopo qualche mese dalla sua fuga, OcchiBlu rimase incinta. Era stato il numero 23, il 24 o addirittura il 22. Non lo sapeva, e nessuno dei ragazzi le aveva risposto al messaggio dove annunciava la notizia. Intanto, un esserino minuscolo, giorno dopo giorno, stava crescendo in quella pancia che non sarebbe mai più stata così piatta.

Se non sei nata gitana, prima o poi la strada ti condurrà verso casa.

Quella notte OcchiBlu era tornata a casa, appesantita dall’orgoglio di chi non vuole darla vinta ma succube della pioggia che non le permetteva di dormire sulla panchina d’un parco. Aveva abbracciato la Madre che, subito dopo i primi momenti di estasi per il ritorno del figlio al prodigo, aveva iniziato ad andare su tutte le furie: come si era permessa di restare incinta!
Quando il Patrigno tornò a casa, era ormai il tramonto; trovandola in camera, non aspettò molto per sfogare il suo sesso dentro di lei e recuperare più volte tutto quel tempo perduto. Ma questa volta fu diverso, questa volta l’aveva penetrata troppo forte, il sangue era uscito e l’utero , era stato sfondato.
Non si sentirono mai così tante urla provenire da quella casa di Rovello, mai così tante da far allarmare i vicini che, insieme, citofonarono per chiedere notizie. Se avessero chiamato la polizia cosa sarebbe successo? Il Mostro doveva fare qualcosa.

“Chiamate la Guardia Medica” .

Sono le  5:47 di una mattina uggiosa di metà aprile, il sole restituisce colore alla campagna e a quella villetta che, per qualche ora, avevo pensato fosse l’inferno.
OcchiBlu si era addormentata stringendomi la mano come per supplicarmi di restare così, prima di andarmene via, le avevo lasciato il mio bigliettino da visita con in aggiunta scritto il numero di telefono di due psicoterapisti specializzati in casi border, che gestivano una comunità chiamata: “Angeli”.
Cos’altro potevo fare?

Un Diamante Grezzo può essere modellato solo ad altissime temperature o, da un altro Diamante.

Erano ormai passati quindici anni da quel fatidico incontro eppure tutte le volte che la notte mi trovavo a Rovello per curare qualcuno, mi compariva quell’immagine di verginità lacerata, quell’apparente assenza di Dio.
Una mattina in guardia medica, poco prima di finire il turno, una ragazzina si presenta in ambulatorio chiedendomi di aiutarla: era appena fuggita da una comunità dove aveva vissuto, da quando era nata, con la madre la quale era appena morta di HIV. Un po’ confusa, invito la ragazza ad andare a fare colazione in modo da poter parlare con più calma

Alessandra inizia il suo racconto con le lacrime agli occhi, mi narra di quando fece la sua prima festa di compleanno, di come la sua mamma le avesse cucito addosso il suo primo vestitino da cerimonia; mi racconta di come tutte le sere prima di dormire cantavano insieme le canzoni più belle del momento, dicevano una preghierina e si addormentavano abbracciate sotto la lucina dell’abatjour; mi espone quanto la sua mamma era forte e determinata, di come aveva combattuto per poter restare dentro quella comunità, di quanta sofferenza aveva passato e di come era diventata il capo sarto nella bottega dell’associazione.
Alla fine del racconto,  confusa e frastornata, le chiedo come mai sia venuta a cercare proprio me, come avesse fatto a trovarmi, chi pensi che io sia, cosa possa fare per aiutarla e soprattutto come mai avesse così tanta necessità di raccontarmi di sua madre. Chi era?

“ La mia mamma era un Diamante grezzo e tu il suo Angelo. Sii anche il mio.”

 

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SETTE DOMANDE A …
ELISABETTA BUCCIARELLI

Un Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano, assegnato al libro “Ti voglio credere”, e un Premio Franco Fedeli 2010 per il libro “Io ti perdono”. Spiccano questi due riconoscimenti nel denso curriculum di Elisabetta Bucciarelli, la nota scrittrice di romanzi Noir che quest’anno sarà Presidente di giuria per il concorso letterario Liberi di Scrivere. Fermarsi a queste due menzioni però, tradirebbe la carriera dell’autrice milanese, che non sarebbe la scrittrice conosciuta oggi se non avesse vissuto a pane, teatro e scrittura, ma che allo stesso tempo si è formata su due grandi passioni: l’arte e il cinema. Proprio per il cinema Elisabetta Bucciarelli ha scritto molto sin dai vent’anni, partecipando alla stesura del corto “Fame Chimica” e del docu-film “Amati Matti”, menzione speciale della giuria al 53° Biennale del Cinema di Venezia. Tra i suoi romanzi più celebri tra cui perdersi per conoscere meglio il mondo del noir e il mondo dell’autrice, ricordiamo: “Happy Hour”, “Dalla parte del torto”, “Femmina de luxe”, “Io ti perdono”, “Ti voglio credere”, “Dritto al cuore”, “Corpi di scarto” e “L’etica del parcheggio abusivo”. Dunque conosciamo meglio questa scrittrice che tanto sta dando al romanzo italiano, e… benvenuti nel Noir, una valida alternativa ai telefilm sul crimine…

 

– Come Presidente di Giuria di un concorso letterario, e come autrice di romanzi noir, è obbligo chiederle com’è nata questa passione, con quali libri ha iniziato ad amare la letteratura, e quando ha pensato seriamente di voler scrivere ?

Il noir è ormai solo un’etichetta comoda per catalogare i libri, è un concetto anfibio, a metà tra il giallo e il mainstream. Di fatto dovrebbe essere il punto di vista delle vittime, un plot senza per forza l’indagine, un’atmosfera solida per nulla rassicurante. Ho amato molto Izzo e Malet, loro erano veramente Noir, ma devo a Durrenmatt la spinta a scrivere quello che scrivo. Non a caso era un drammaturgo, perché in realtà la mia vera passione è il teatro, la scrittura drammaturgia appunto. Mi sono formata al laboratorio della Civica scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi, ex Piccolo Teatro di Milano, dove i miei innamoramenti iniziali sono stati Shakespeare, Genet, Beckett, Pinter e Muller. A scuola ho un ricordo forte ed emozionante di Manzoni, letto però durante l’estate che precedeva l’anno scolastico in cui avrei dovuto studiarlo. E così è stato per l’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia e le poesie di Leopardi. Forse questo essere in anticipo sugli obblighi della scuola mi ha salvata e mi ha fatto amare anche la letteratura. Ho capito che non avrei potuto fare altro che scrivere e che dovevo attivarmi seriamente per farlo dopo l’esperienza del laboratorio del Piccolo Teatro, avevo vent’anni.

– Ora presiede la giuria di questo concorso, ma lei ha mai partecipato a eventi simili ? Se sì, quali erano i temi e com’era andata ?
Tra le varie esperienze come giurata ricordo in particolare un premio letterario molto prestigioso per la qualità dei promotori, uno tra tutti Luigi Bernardi, editor e scrittore, il premio si chiama Lama e Trama e si svolge a Maniago. Sono stata scrupolosa e coscienziosa, con la consapevolezza di avere sotto gli occhi e tra le mani la fatica e le emozioni di tanti partecipanti.

– Il suo nome si lega al genere letterario dei romanzi noir, un aspetto particolare rispetto ai filoni più commerciali. Com’è nato il suo interesse per questo mondo?
Credo che il genere, di cui il noir fa parte, imponga allo scrittore delle gabbie forti e precise. E’ nelle forzature che trovo la mia libertà maggiore. Per questo scrivere una storia che abbia delle regole mi concede la possibilità di poter esprimere anche tutto ciò che sento e devo. Le rabbie e i conflitti, la ricerca della verità e le ingiustizie di cui siamo tutti vittime. Sembra un paradosso ma non lo è.

– In generale quanto è importante per lei, che vengano organizzati concorsi letterari su scala nazionale ? quanto contribuiscono alla scoperta di nuovi scrittori e quanto può, un giovane che sogna di diventare scrittore, contare su questi eventi ?
Mai come in questo momento esistono concorsi a premi per esordienti o aspiranti scrittori. Troppi e troppo spesso organizzati solo a fini di lucro. Più che scoprire nuovi talenti offrono la possibilità di raccogliere idee, pensieri e opinioni su temi precisi e importanti. Sono spaccati sociologici più che letterari. Poi capita che qualche autore colga l’occasione di un successo per proseguire, ma lo farebbe ugualmente anche senza concorsi letterari. Alcune competizioni, invece, hanno proprio l’obiettivo di fare scouting ma sono quelle che hanno in giuria editor, agenti o case editrici come il Premio Calvino per esempio. Sono un’altra categoria di concorsi ed è un bene che esistano.

– Dover giudicare dei racconti, che emozioni le da ? Si aspetta di trovare qualche nuovo talento ? O comunque, che aspettative ha su questo concorso ?
Questo è un buon concorso, sia per la qualità dei giurati tutti di alto profilo, sia per il tema proposto, la violenza contro le donne declinata in molti modi differenti, un argomento importante e necessario su cui occorre interrogarsi in continuazione. Mi aspetto di trovare idee, opinioni, riflessioni dense. Spero di leggere testi scritti da donne ma anche da uomini, e mi auguro che si possa aprire un dibattito, magari sui modelli femminili e maschili che dobbiamo superare e sostituire.

– Reiner Maria Rilke in “lettere ad un giovane poeta”, consigliava all’ aspirate scrittore: “Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore, confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere ?”. Lei cosa si sente di dire a chi si appresta a consegnare in busta chiusa il suo racconto e il suo sogno, vedendo in questo concorso nazionale, una possibilità ?
I sogni vanno seguiti sempre e farlo è già un atto psicomagico. La scrittura è democratica, è di tutti e tutti hanno diritto di esprimersi per suo tramite. Ma il consiglio è soprattutto di leggere, tanto, sempre. Di continuare a cercare le parole giuste per chiamare le cose e i sentimenti e di farlo nei libri dei bravi scrittori. Leggere poesie, soprattutto, tutte le sere prima di dormire.

– Infine le chiedo un consiglio per chi sta ultimando i suoi racconti e si appresta a consegnarli: Il tema proposto dalla commissione della Biblioteca Civica di Carugate in sintonia con l’ Assessore Walli Franceschin, è stavolta di grandissima attualità e coinvolge diverse problematiche legate alla violenza di genere. Ecco, un racconto che muove da situazioni reali, da storie sentite o lette sui giornali e infarcite di dettagli, come dovrebbe fare per slegarsi dalla cronaca giornalistica per assumere un aspetto più letterario?
La vita reale va metabolizzata, tenuta a distanza, elaborata. Deve trascorrere un tempo perché le nostre piccole storie private possano diventare la storia di tutti e trasformarsi in scrittura per gli altri, narrazione. Questo concorso non chiede ai partecipanti di essere scrittori ma di sperimentarsi con le parole per provare a raccontare. Anche l’autobiografia è una forma letteraria, purché sia universale nei contenuti. Un consiglio tecnico potrebbe essere di non scrivere in prima persona, privilegiando la terza, di non utilizzare il tempo presente ma l’imperfetto o il passato prossimo, operazioni entrambe capaci di mettere spazio tra il “nostro ombelico” e la pagina bianca. Più difficile, ma assai efficace, provare a stare dalla parte dei cattivi e ho il sospetto che nelle trame dei racconti del nostro concorso potrebbero essercene molti.

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LIBERI DI SCRIVERE
MASSIMILIANO FINORIO: IL MAESTRO CON LA PASSIONE DEL TEATRO,CHE HA VINTO IL PREMIO DELLA GIURIA POPOLARE

Il suo non è stato solo il racconto più apprezzato e votato dai lettori di Fuoridalcomune.it, tra quelli in gara nell’edizione 2015 del concorso letterario “Liberi di scrivere”, ma anche il settimo classificato nella graduatoria finale stilata dalla commissione ufficiale di valutazione, presieduta dal giornalista e critico gastronomico Valerio Massimo Visintin.

Massimiliano Finorio ha ottenuto grandi soddisfazioni grazie al suo scritto “Sassi di patate”, che i nostri lettori hanno votato come migliore tra i primi 20 selezionati dalla giuria con ben 807 voti, cioè il 46% del totale, superando all’ultimo momento “Kuknia” di Davide Depalo. Massimiliano apprezza moltissimo il giudizio popolare del web, ma ovviamente anche il settimo posto in classifica: “Il settimo posto mi piace particolarmente perché il mio racconto chiude il libretto stampato. Molte volte mi è capitato, leggendo i libri, di dare importanza all’ultima pagina del racconto e ora quell’ultima pagina sono io. Direi non male!” ci spiega.

Tra scuola e teatro
42enne, insegnante alla scuola elementare Maria Montessori di Carugate, Massimiliano si occupa da 20 anni di attività teatrale nelle scuole primarie e medie, scrivendo testi e mettendo in scena spettacoli. “Ho fatto anche monologhi teatrali, sia come autore che come attore. Non ho mai lavorato su testi di altri perché per me il teatro è qualcosa che parte da dentro. È una mia esigenza creativa” ci racconta. Tra il lavoro come maestro e i suoi spettacoli, Massimiliano non ha mai pensato di partecipare ad un concorso letterario, che ritiene molto lontano dal mondo teatrale, ma inaspettatamente, arriva l’incontro con “Liberi di scrivere”. “Un giorno ero in biblioteca e ho letto il tema del concorso. Tornato a casa mi sono seduto è in una mezz’ora ho scritto “Sassi di patate””. Un’idea fulminante quindi quella che lo ha colpito e lo ha portato a scrivere uno dei racconti più apprezzati di questa edizione del concorso.

Sassi di patate
Al centro del suo racconto ci sono la famiglia, l’amore, la tradizione. ”“Sassi di patate” è il racconto del contadino Mimino che il giorno del funerale di sua madre scrive una lettera d’amore rivolta proprio a lei. L’amore passa attraverso la storia della sua famiglia. Una famiglia di contadini. Una famiglia di lavoratori instancabili. Nel racconto l’amore superato dalla forza delle tradizioni e del dovere essere, diviene vero amore solo eliminando finzioni e doveri. La madre di Mimino insegna al figlio il valore della famiglia e delle sue radici. Il finale è rivolto al futuro”. Il testo utilizza un linguaggio semplice, immediato, proprio quello che userebbe un contadino. Nel racconto fanno spesso incursione termini legati alla lingua siciliana, che conferiscono realismo e fanno nascere anche un sorriso sul volto del lettore. “Molti mi hanno chiesto se è autobiografico. Io penso che questo sia uno dei complimenti migliori per me. Le persone leggono il racconto e sperano che Mimino sia esistito veramente”.

La soddisfazione del vincitore
Alla premiazione del concorso, avvenuta il 31 ottobre a Carugate (qui), Massimiliano ha ricevuto l’attestato da Valerio Massimo Visintin in persona. Il presidente della commissione ha insistito perché fosse proprio lui a premiarlo, avendo apprezzato particolarmente “Sassi di patate”. “L’apprezzamento speciale che mi ha fatto Valerio Massimo Visintin mi ha fatto intendere che avesse capito proprio tutti i quadri del racconto, a partire dal titolo stesso”.

Massimiliano conclude con una dedica particolare, rivolta alle persone con cui ha condiviso la gioia di questa vincita. “Prima di salutarvi vorrei dedicare il mio racconto ai miei amati genitori e alla mia numerosa famiglia, quella d’origine e quella in cui io e mia moglie siamo l’origine”.

Qui potete leggere “Sassi di patate”, il racconto di Massimiliano Finorio.

 

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COME UNA CIMICE DA LETTO

Ricordo.

Il momento più duro era la notte,

quando il buoi permetteva di muoversi in silenzio, nascosto, appostato, ed io ero più fragile.

 

Le chiamano Cimici da letto, sono parassiti che colpiscono l’uomo soprattutto di notte. Non vivono sul corpo dell’ospite, ma si insediano in micro – ambienti in sua prossimità.

E come una cimice, lui si nascondeva dietro il cespuglio di casa, rientravo dalle mie serate con gli amici e con la coda dell’occhio vedevo la ruota della bicicletta sparire dietro quel maledetto cespuglio.

Ora mi sento in pericolo!

Faccio finta di niente, metto la chiave nella toppa il più velocemente possibile cerco di entrare in casa. Ho un mare di lacrime nella pancia, formiche dentro le dita delle mani, un cocomero in gola, il torace batte come un grosso tamburo il cui suono è accompagnato dal fischio delle mie orecchie, le gambe di marmo e i piedi di piombo, la testa vuota, il mio respiro accelera e accelera, sempre più veloce, sempre più veloce e poi…

Stop! Silenzio!

Sono a casa al sicuro, qui non può entrare.

Il corpo gelato e immobile fatica a preparasi per la notte.

Succederà qualcosa adesso…No adesso…No adesso…No adesso…il tempo passa, poi: sono le 5.00 del mattino. Io sono ancora sveglia.

 

Mi chiedo: “perché proprio a me?”

La cimice dei letti è un parassita estremamente “democratico” che, nella scelta degli ospiti da “vampirizzare”, non sta a discriminare in termini di età, religione, razza, etnia, ceto sociale o altro. Similmente si trova a suo perfetto agio tanto in un tugurio che cade a pezzi quanto in un albergo a cinque stelle con tutti i comfort.

Donne italiane e donne straniere, casalinghe e insegnanti, mamme e amanti, nei quartieri popolari e tra i bastioni di Milano. Nessun confine all’ossessione di uomini che ti seguono, ti chiamano, di guardano da lontano, ti perseguitano.

Le cimici dei letti si attivano a partire dalla tarda sera, e danno il meglio di loro stesse intorno ad un’ora prima dell’alba. Possono provare ad alimentarsi in altre ore della giornata se ne diamo loro l’opportunità.

Dopo una notte di paura, stress e insonnia, alle prime luci dell’alba i miei occhi trovano finalmente riposo, ma il sonno è subito interrotto dallo squillo del cellulare oppure dal citofono di casa o dai rumori alla finestra.

Ora mi sento in gabbia!

Lui non può entrare, io non posso uscire. Vorrei affrontarlo, avere la forza di schiacciarlo come una cimice, liberarmi, mi sento fragile e impotente.

Per un attimo vorrei non essere donna, avere la forza di un uomo per liberarmi, per rendere giustizia al male che sto subendo, per riprendermi la dignità che ogni persona ha il diritto di mantenere.

Vorrei vivere al settimo piano, vorrei stare in una torre, non vorrei nessun principe che venisse a salvarmi, vorrei fuggire senza dire niente a nessuno.

Ma qualcuno di più saggio un giorno  mi disse: “se fuggi una volta dovrai fuggire per sempre”

Così restai!

 

Le cimici dei letti raggiungono la vittima appostandosi in fori o crepature sulle pareti senza farsi vedere,  a volte possono attendere il buio per ore appesi al soffitto e quando la luce viene a mancare si possono lasciare andare sul corpo della vittima prendendola alla sprovvista nella notte.

La cimice è attratta dal calore del corpo e dal respiro  della sua vittima.

La cimice punge e buca la pelle con il suo doppio ago. Con un ago si nutre del sangue della vittima, mentre con l’altro rilascia la saliva che  provoca rigonfiamenti e prurito violento.

Essere presa alla sprovvista, prima dal polso e poi un colpo veloce al braccio.

Schizofrenia dialettica tra urla e dolcezze.

Allontanamenti e recuperi violenti, per i capelli e dal bacino.

Una reazione allontana il carnefice.

Ora la rabbia: reazione e resistenza!

Questo lo manda in collera, così  lascia andare la sua grossa mano sul corpo della vittima, che fa fatica a piegarsi.

Il corpo resiste e le mani diventano due, e poi tre e poi quattro e ancora cinque.

Il corpo resiste ancora e poi…

Cede!

Atterra, un corpo fragile, corpo violaceo, corpo che racconta, corpo violentato, corpo oppresso, corpo di una donna attraversato dalle mani di un parassita.

Ora mi vergogno!

 

Psicologicamente le persone reagiscono alle punture da cimice con ansia, stress e insonnia.

Quella notte era insonne, corpo tremante, incerta se fosse la paura oppure il ghiaccio che medicava la guancia gonfia e dolente.

Raccontare di avere le cimici da letto ad un ospite, non è semplice. Potrebbe fuggire, aver paura di infettarsi, provare ribrezzo, lasciarti sola. Allora taci! Non dici nulla! Se non lo dici, non esiste! Prima o poi spariranno da sole, andranno anche loro in letargo.

Così davanti ad un caffè e una sigaretta si parla della serata che arriverà e nascondi il terrore dietro ad una risata grassa e lunga.

Le cimici dei letti, possono vivere dai sei ai nove mesi se nutrite bene, non vanno mai in letargo, e riescono a sopravvivere per un intero anno anche senza cibarsi.

Ora ho paura.

Così tanta paura, che trovo il coraggio di urlarlo.

“Aiuto!”…grido alle istituzioni.

Ma se non muore qualcuno la paura è bugia.

“Aiuto!”…grido ai servizi

Ma se non lo vai a raccontare in TV la tua storia vale poco.

“Aiuto!”…grido agli amici.

Mani di donne che si sono appoggiate su di me, mi hanno accarezzata, mi hanno abbracciata.

Mani di donne che sono diventati pugni duri, forti e chiusi, che hanno lottato insieme.

Mani di donne che hanno pulito, sistemato e ricostruito.

Mani di donne che si sono unite e hanno fatto cordone unico di fronte ad un solo uomo.

Mani di donne coraggiose

Mani di donne che si sono prese Cura.

Ora sono salva!

La disinfestazione è durata 9 mesi: da Giugno a Marzo.

L’azoto liquido è il prodotto più efficace per debellare i parassiti.

Bisogna smontare tutti i mobili, trattare angolo per angolo, lavare tutto a 90°, gettare libri e legno datato. Buttare vecchi ricordi, eliminare gli odori, sterilizzare tutto e lavare con il sudore e con le lacrime il ricordo di quell’esperienza.

La pulizia è durata 9 mesi.

Nove sono stati i mesi che abbiamo trascorso per liberarci delle cimici dei letti.

Nove sono stati i mesi che abbiamo trascorso per  far sparire quella ruota di bicicletta dietro a quel maledetto cespuglio.

Nove mesi. Un ciclo al femminile. Nove sono state le donne che mi hanno aiutato.

Nove mesi come il tempo che una donna impiega a mettere al mondo un figlio.

Nove mesi il tempo di creare una nuova vita dentro di se. Il tempo per rinascere, per dare alla luce una nuova donna.

 

Esiste un prima e un dopo

da quella mano grossa che si posa sul tuo viso,

un ieri e un oggi da quel morso che ti succhia il sangue e la vita.

Solo urlando puoi rinascere.

Solo insieme è possibile.

Per un attimo, ma solo per un attimo ho avuto la presunzione di pensare di potercela fare da sola e che prima o poi sarebbe finita da se e che lui avrebbe capito e che forse cambiando il mio atteggiamento avrei potuto migliorare o arrestare il dolore.

Per un attimo, ma solo per un attimo ho avuto la presunzione di negare la mia fragilità.

 

Fragile come una farfalla, che vola delicata e gode della bellezza che la circonda, cerca fiori su cui posarsi, dove nutrirsi e gioire. Le sue ali sono fragili come carta velina, che si spostano ad ogni colpo di vento, che si feriscono se attraversa dei fitti rami di un albero. Una farfalla come simbolo di rinascita che non è immune né indifferente a ciò che che accade intorno a lei, attenta a  ciò che la circonda. Capace di guardare, di emozionarsi, di stupirsi e di piangere ancora, di indignarsi, di provare gioia e dolore, di sorridere e di sognare, di vivere…e prima o poi, riuscire a tornare a dire

“ti amo”.

 

 

 

 

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SETTE DOMANDE A…
WALLY FRANCESCHIN

Wally Franceschin è nota a Carugate per essere assessore alle Pari Opportunità, moglie, e mamma di tre figli cresciuti in paese.
Ma prima di tutto questo, Wally è una donna che si è nutrita di letteratura e poesia sin da giovanissima, con qualche racconto e qualche verso infilato nel cassetto semichiuso.  Nascondeva i romanzi dietro ai libri di scuola, perché suo padre le ha sempre spiegato che “la cultura nel grado delle priorità viene dopo il sostentamento, è un privilegio che bisogna possedere per poter andare nel mondo, ma ha valore se finalizzata ad un lavoro, altrimenti è perdita di tempo“.
E’ proprio da lei che è partita l’idea di affidare alla quarta edizione del concorso letterario “Liberi di Scrivere”, un tema così centrale, quotidiano e complesso come la violenza sulle donne, volgendo al femminile il titolo di un libro di Alice Munro “Nemico, Amico, Amante“. La scelta pare abbia pagato, con oltre cento racconti pervenuti da ben 17 regioni italiane. Se poi si pensa che durante l’anno, la Munro ha ricevuto  il premio Nobel per la Letteratura, si può tranquillamente pensare che il successo fosse già nell’aria…
Incontriamo allora Wally Franceschin, che per l’occasione ci ha svelato un curioso retroscena del suo rapporto con “Liberi di scrivere”.

. Il successo di questa edizione del concorso è notevole, avete tra le mani 142 racconti, alcuni arrivati dal carcere di Opera, uno scritto a due mani, altri di ragazzi giovanissimi. A cosa si può attribuire, secondo lei, questo enorme riscontro ?
Sicuramente abbiamo pubblicizzato molto e bene l’evento, credo però che la scelta dell’argomento abbia destato in molti il bisogno, l’esigenza di continuare a parlare di questo tema che sta sulla bocca di tutti, ma non si capisce bene quanto sia stato davvero compreso.
Il fatto che ci siano racconti scritti da detenuti, è una cosa che mi emoziona molto, perché proprio quest’anno abbiamo svolto incontri sulle parole poetiche dal carcere, con i lavori dei laboratori di scrittura delle strutture di Bollate e Opera appunto. Significa che quanto svolto ha lasciato un forte scambio, che continua nel tempo.

.Come mai ha proposto una tematica così forte per un concorso letterario di aspiranti scrittori?
Indubbiamente la scelta è stata un grosso rischio, ma più che altro perché è un tema di vitale importanza che purtroppo rischia di essere inflazionato, e come tale di risultare superficiale, di entrare nella quotidianità senza più la giusta attenzione.
Ho però voluto insistere molto su questo punto, perché con l’assessorato alle Pari Opportunità è da tempo che seguiamo un percorso di sensibilizzazione e approfondimento su questa piaga sociale che è la violenza di genere contro le donne. Ho capito che non é argomento da chiudere in una serata o in un incontro, ma è materia su cui discutere sempre, con costanza, senza lasciarlo cadere. Il concorso letterario si dimostra in questo senso uno strumento di coinvolgimento enorme sulla questione, oltre che un modo per capire come è recepita dalle persone, da chi ha una sensibilità letteraria, da chi sente l’esigenza di scriverne e parlarne.

 

.Si aspetta qualcosa da questi racconti ? Sappiamo che il 67% delle opere sono state scritte da donne, giusto ?
Sì, le donne hanno aderito con ben 96 racconti su 142, e gli uomini con i restanti 46, e questa è un’analisi che legata al tema proposto fornisce già delle indicazioni interessanti.
Ora bisognerebbe capire come, queste donne e questi uomini, hanno deciso di affrontare la questione, quali scelte narrative hanno adottato, se hanno preferito un romanzo thriller, o un racconto in prima persona, la forma del diario o una storia raccontata da terzi. E’ interessante per comprendere il modo in cui i due mondi percepiscono e rielaborano il problema. Ci si concentra sulle donne vittime di abuso, ed è corretto ovviamente, ma commettiamo una mancanza se guardiamo all’uomo solo come carnefice. C’è tutto il mondo degli uomini che amano queste donne colpite da violenza, i fratelli, gli amici, i compagni, i padri. Ricordiamo che molte donne subiscono abusi da perfetti sconosciuti, sebbene aumenti il numero di casi tra le mura famigliari. Sarebbe interessante capire se in qualche racconto di quelli a firma maschile, ci sono anche storie di uomini che hanno sofferto per la violenza subita da una loro compagna, amica, sorella. Pensandoci bene adesso, una cosa forse me la auguro: che ci siano tra questi racconti, storie di donne migranti, punti di vista diversi e di culture differenti sullo stesso problema.

 

.Nella sua vita, il percorso personale da studentessa ad assessore, ha qualche intreccio con la letteratura ? E secondo lei, letteratura e politica hanno un territorio comune dove incontrarsi ?
Scrivere e leggere sono sempre state costanti nella mia vita. Non nego di essermi cimentata anche con qualche scritto, soprattutto di poesia, anzi, a questo punto devo fare una confessione: alla prima edizione del concorso Liberi di Scrivere, ero stata una delle partecipanti carugatesi ad inviare il proprio racconto, ma se ancora non vendo libri, significa che non era andata tanto bene ! Comunque ho sempre coltivato la scrittura sotto molti aspetti, frequentando corsi di scrittura creativa ed esponendo brevi poesie e racconti in occasioni di eventi inerenti il mondo femminile.
Poi è capitato di iniziare a cimentarmi con una scrittura diversa, rivolta agli altri, ad una causa, ad un lavoro, al servizio di qualcuno. Quindi una cosa così personale come lo scrivere è entrata nella quotidianità, e mi ha fatto capire che ogni cosa passa attraverso la parola e la comunicazione, e che la scrittura come riflessione e consapevolezza, ad un certo punto diventa azione e si fa educazione e sensibilizzazione. E’ questo il forte legame tra letteratura, scrittura e politica: la riflessione che diventa azione concreta al servizio di altri. Ecco spiegato il passo che ho fatto quando ho accettato di diventare assessore alle Pari Opportunità, che sono una cosa fondamentale, queste opportunità, perché è essenziale essere alla pari, non uguali, ma in parità, e la differenza è notevole.

 

.In una società così multimediale e digitalizzata, con e-book e utilizzo di blog a profusione, è ancora fondamentale il ruolo della biblioteca ?
Bhè, assolutamente importante direi. Al di là del fatto che non tutta la popolazione è digitalizzata, esistono altre ragioni per cui la biblioteca è luogo fondamentale: l’integrazione e l’accesso alla cultura gratuito, lo scambio di conoscenze, le relazioni personali. Penso ai migranti, loro in un luogo così possono ricercare la loro cultura di origine nel nuovo mondo in cui vivono, e nel contempo relazionandosi con i loro neo concittadini. Inoltre, da accanita lettrice, il piacere del libro stampato è una cosa insostituibile soprattutto se si tratta di lettura di evasione, mentre non nego la comodità delle informazioni reperibili digitalmente soprattutto per studio, ricerche, approfondimenti. Per quanto riguarda gli e-book o gli audio libri, sono felice di annunciare che i primi racconti selezionati in questa edizione di Liberi di Scrivere, saranno poi trasformati in audiolibro, quindi fruibili da non vedenti così come da persone con disturbi dell’apprendimento, soprattutto ragazzi giovani.

 

.Sappiamo di alcune novità introdotto per questa edizione, può accennarci qualcosa ?
Oltre alla conversione dei brani selezionati in audiolibro, ci sarà anche un premio speciale dato da una giuria popolare, che potrà esprimere la sua preferenza per uno tra i racconti selezionati dalla Commissione Giudicante. Chi otterrà questo riconoscimento sarà premiato e avrà uno spazio web dedicato con intervista, ma ci saranno maggiori dettagli prossimamente.

 

.Il successo di questa edizione, il numero crescente di blog, l’ uso dei social network, sono tutte forme diverse di una stessa esigenza: raccontare. Secondo lei questo aiuta o no, lo sviluppo di una consapevole comunicazione e di una letteratura?
Bisogna fare delle grandi distinzioni a mio avviso.  I social network sono una grande fonte di parole, ma tutte piuttosto auto referenziali, che mostrano un’importante tendenza al parlare di sé. Tra i blogger il discorso è differente, ci sono esperienze che somigliano solo a grandi vetrine in cui la gente tenta di mettersi in mostra, di sorprendere e stupire, e ci sono di contro pagine interessanti di approfondimento, di racconti e storie che hanno un piacevole valore letterario secondo me. Comunque credo che questa forsennata esigenza di parlare, comunicare, interagire, non sia figlia di Facebook o Twitter, ma che nasca ancora prima, sin dai tempi delle prime reti intranet aziendali, dove tra colleghi ci si mandavano messaggi con interi brani di libri, citazioni e cose simili. Poi si è passati alle mail, con la stessa funzione,  quindi agli sms, alle chat, solo alla fine ai social network. In sostanza, troveremo sempre nuove formule che ci consentano di spiegarci e comunicare, perché sono le nostre principali esigenze.

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SASSI DI PATATE

Mia nonna si chiamava Carmelina e tutti i giorni andava al campo a raccogliere da mangiare. E raccoglieva patate, perché nel campo c’erano solo patate. Mio nonno, Mimino, diceva che nel campo c’erano troppi sassi, ma che sassi e patate andavano d’accordo e quindi quelle piantava, quelle mia nonna raccoglieva e quelle, ogni sera, noi ci mangiavamo. Però a cena, dovevamo fare attenzione, perché mia nonna non ci vedeva tanto bene e aveva gli occhi offuscati dalla cataratta e  ogni tanto, invece di raccogliere una patata, raccoglieva un sasso e lo cucinava. Per questo motivo a cena ogni volta che la nonna mestolava nel piatto e sentivamo ”tan”, sapevamo che nel piatto non aveva messo solo patate ma anche qualche sasso e noi picciriddi, sentendo quel “tan”, ci ammazzavamo dalle risate.

Mio nonno era vecchio, era talmente vecchio che aveva una gamba di qua e una gamba di là e tutti in paese lo chiamavano “lu zuppo”. Ma a mio nonno, quel soprannome, non piaceva  e quando dal campo passavano le persone che gli gridavano “lu zuppo! lu zuppo!” lui dal campo gli tirava le pietre, ma visto che anche mio nonno non ci vedeva tanto bene, spesso gli tirava dietro qualche patata. I cristiani, allora, ricevendo addosso le patate se le infilavano velocemente in tasca e scappando gridavano soddisfatti del bottino: “ Grazie Mimino u zuppo! Grazie!” e se ne andavano ridendo.

Mio nonno era vecchio, talmente vecchio che ha fatto addirittura la prima guerra. Un giorno se ne stava al campo quando arrivò suo padre buonanima, Mimino pure lui. Quel giorno gridava a mio nonno “Mimino, Mimino… corri, Mimì!”. Mio nonno credendo che fosse accaduto qualcosa alla madre corse più veloce che poteva, anche se in realtà non poteva correre perché era zoppo.

–       Che c’è papà?

–       C’è che sei stato chiamato!

–       Ma dove?

–       Sei stato chiamato in guerra!

–       Ma come? Sono zoppo! – gli rispose mio nonno.

Allora suo padre gli disse – Mimì la vedi questa pietra?

–       Sì

–       La vedi questa patata?

–       Sì.

–       Tra pietra e patata cosa scegli di essere?

–        Una patata! – disse mio nonno

–       Bravo! Ma in guerra pietre e patate servono tutte e due, perché con le patate tu ti sfami e con le pietre tu ti difendi e tu Mimino, figlio mio zuppo, non sei solo una patata tu sei soprattutto una pietra, quindi vai in guerra!

E Mimino, mio nonno, “lu zuppo” partì e si fece tutta la guerra in trincea a scavare la terra per nascondersi sottoterra come una patata. Mio nonno mi disse che patate anche in guerra gli toccava di mangiare, ma che a lui non gli dispiaceva perché mangiando patate gli sembrava di stare più vicino a casa e al suo campo di sassi e patate. Mio nonno mi disse che in tasca si teneva sempre i una patata e la lasciava lì per giorni, settimane e pure mesi. Mi disse che le patate germogliavano in tasca come ad allungare le braccia per tornare alla loro terra. Lui tornò, più zoppo di prima, perché gli spararono ad una gamba e quando tornò mia nonna l’abbracciò piangendo e lo strinse forte. Dopo aver salutato l’amata, mio nonno iniziò a camminare verso il campo di sassi. Arrivato vide che nel campo, i sassi, si erano moltiplicati, sembravano raddoppiati, centuplicati. Mio nonno allora si infilò una mano in tasca e prese una di quelle patate con il germoglio, una delle patate della trincea, la portò alla bocca e dopo averla baciata la piantò sottoterra. Quella fu la prima di tante patate che noi picciriddi, la sera, stando attenti al “tan”, ci mangiavamo..

Quando il nonno morì, morì veloce, morì talmente veloce che quando mi gridarono: “curri, curri che il nonno stà male!” il nonno era già morto. Se ne andò così via, in un istante, nella velocità di un curri, curri e non riuscii nemmeno a salutarlo. Mio nonno morì nel suo campo tra i sassi e le patate, dissero che lo trovarono a pancia all’aria boccheggiando come un pesce in un fiume in secca. Mia madre mi raccontò che prima di sospirare le strinse la mano dicendogli “bacia Carmelina”. Mia madre gli rispose “la baci tu a mammà quando torniamo a casa” e mio nonno gli strinse forte la mano ribadendo con rabbia “ti dissi, bacia Carmelina”. L’amore dei miei nonni era grande, era talmente grande che andava al di là delle parole dette e non dette, al di là delle azioni fatte o non fatte. Un amore di altri tempi, fatto di doveri da compiere, di sacrifici da fare in nome di una promessa fatta davanti a Dio. “bacia Carmelina” disse e fu lì che mia madre grido curri, curri e quando correndo arrivai, mio nonno era già partito. Ricordo che aveva la faccia stanca e stringeva nelle mani tre patate, le ultime tre patate raccolte.  Il giorno del funerale di mio nonno era un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sette, ma siccome sette persone per mia nonna erano poche, chiamò altre sette persone che io non avevo mai visto prima. Queste sette persone si disperavano e urlavano il nome di mio nonno. Quando però tornammo a casa, dopo aver messo il nonno sottoterra insieme alle ultime tre patate raccolte, quelle sette persone ricevettero  dei soldi da mia nonna e se ne andarono felici, mentre noi continuavamo a piangere. Fu allora che mia nonna iniziò a guardarmi con uno sguardo colmo di tristezza, era come se nei miei occhi cercasse gli occhi di suo marito che non avrebbe mai più rivisto se non attraverso i miei. Fu allora che mia sorella si avvicinò a mia madre e chiese: ”mamma ma il nonno quando torna?” e mia madre accarezzandola rispose “il nonno torna presto”. E aveva ragione perché il nonno non se ne andò mai. La nonna, che da quel giorno si vestì sempre di nero, apparecchiava tutti i giorni per lui e diceva che c’era anche se non c’era e che bisognava rispettare il suo desiderio d’apparecchiare. E che se qualcuno si sedeva al posto del nonno le abbuscava col battipanni. Ma la vita, alla morte del nonno era cambiata, la nonna passava le giornate al campo a lavorare e mia madre cercava di dissuaderla, che quello era un lavoro da masculi e che non gli faceva bene di fare tutto lei. Mia nonna era sorda a questi rimproveri. Tutte le mattine partiva con in mano il rosario e tutte le sere tornava sul carro recitando le preghiere. Mia nonna soffriva e soffrì talmente tanto che dopo pochi mesi morì. La ricordo ancora, sul letto di morte, tutta vestita di nero con i capelli bianchi e magra, magra che pareva una carrubba. Il giorno della sua morte intimorito mi avvicinai al letto e lei sottovoce mi disse “ricordati che anche se io non ci sarò più e nessuno apparecchia, al posto del nonno nessuno può sedersi, neppure tu”. Quando morì mia nonna era anche quello giorno un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sei, ma visto che sei persone erano poche mia madre chiamò altre sei persone che si disperarono e piansero e poi presi i soldi se ne andarono ridendo. Quel giorno tornati a casa mia sorella non fece domande, aveva capito che cos’era la morte. E che i morti non tornano. Fui io però a fare una domanda a mia madre; la guardai dritta negli occhi e gli dissi :”mamma, ma anche tu morirai?” e lei mi rispose sorridendo “certo figlio mio, ma il giorno che accadrà tu mi devi promettere una cosa”  io gli feci un cenno con il capo come per dire sì. Allora mia madre concluse “ figlio mio mi devi promettere che quando io morirò al mio funerale sarete in cinque e cinque soli e che tu, figlio mio, apparecchierai la tavola  e mangerai al mio posto”. Ed è per questo che oggi ho apparecchiato e mangerò patate e scrivo queste poche righe di ricordo e di storia dal posto che fu di mia madre e che ora è il mio di posto…

 

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LIBERI DI SCRIVERE
VINCE GIOVANNA PINA CON “TERRA PROMESSA”. SI CHIUDE IN BELLEZZA IL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE DEL 2017

Si è conclusa con una bellissima cerimonia di premiazione la sesta edizione del concorso letterario “Liberi di scrivere” (QUI IL CONCORSO).

Sul palco dell’auditorium BCC di Carugate si sono infatti riuniti i giurati rappresentati dalla scrittrice Mirfet Piccolo, il Presidente di giuria Duccio Demetrio, l’organizzatore, bibliotecario e responsabile del settore Sport e Cultura, Corrado Alberti, l’assessore alla cultura e vicesindaco Gianluigi Maino e tutti i venti finalisti in trepidante attesa di scoprire il vincitore del concorso.

Dei 345 racconti arrivati solo i primi dieci sono stati inseriti in un’antologia distribuita gratuitamente proprio sabato pomeriggio e che vede ai primi tre posti dei racconti di grande caratura.

Dopo il conferimento dell’attestato di partecipazione al concorso, la chiamata dei primi 10 classificati è avvenuta in maniera del tutto particolare: una breve recensione del racconto, appositamente redatta dalla giuria, e una  reading musicata per l’occasione dal “Gruppo Teatro Tempo”, che  ha scandito l’incipit dei racconti finalisti, e  “chiamato” sul palco gli autori in erba.

(QUI LA CLASSIFICA FINALE DEI 20 RACCONTI FINALISTI)

copertina-liberi

Il primo premio è andato a Giovanna Pina, ex pubblicitaria con la passione del teatro, che con “Terra promessa” (LEGGI QUI  IL RACCONTOha saputo raccontare il silenzio nel dramma dell’immigrazione: “Ho sempre scritto da quando ero piccola ma sempre per me – ci racconta Giovanna Pina – Questo racconto arriva dalla mia esperienza come volontaria presso il centro rifugiati di viale Fulvio Testi a Milano. Ho mandato il mio racconto nell’ultimo giorno disponibile, non sono una partecipante assidua ai concorsi, a dir la verità è la mia prima partecipazione”.

vincitrice
Giovanna Pina, vincitrice dell’edizione 2017 del concorso letterario “Liberi di Scrivere” insieme al vicesindaco Gianluigi Maino, il presidente della giuria Duccio Demetrio e la scrittrice Mirfet Piccolo

A premiare l’autrice Maria Bianchetti, di Peschiera Borromeo, vincitrice del premio della giuria popolare e del web, ci ha pensato direttamente il presidente di Fuoridalcomune.it Stefano Augenti. Il racconto, intitolato “Una vita in silenzio” (lo potete leggere QUI) è stato votato per 176 volte sui 644 voti pervenuti, ottenuti dai i 20 finalisti, ospitati sulla nostra testata che anche quest’anno ha avuto l’onore di essere media partner del concorso. I racconti continueranno ad essere visibili sul nostro giornale a questo link (Clicca QUI), così come i racconti delle edizioni precedenti (Clicca QUI). Conosceremo meglio l’autrice del racconto in uno speciale approfondimento che avremo il piacere di ospitare sulle nostre pagine, nelle prossime settimane.

La vincitrice del premio Giuria Popolare Maria Bianchetti insieme al Presidente Duccio Demetrio
La vincitrice del premio Giuria Popolare Maria Bianchetti insieme al Presidente Duccio Demetrio

“Non posso che essere molto soddisfatto di come è andata –ha sottolineato il vicesindaco e assessore alla cultura Gianluigi Maino a margine della cerimonia di premiazione-  la mole di racconti provenienti da pressoché tutta Italia (e uno anche dalla Germania) sono numeri che rappresentano non solo più del doppio della partecipazione rispetto all’ultima edizione 2015, ma che pongono il concorso in una logica territoriale che esce  dalla zona Martesana, per proiettarsi sicuramente su tutta la regione, se non su tutto il territorio italiano. Un tema, quello del silenzio -ha ribadito Maino–  che non ha riscontro nella attualità più stretta, anche se molto presente: credo, infatti, che ci sia bisogno di riscoprire un po’ il silenzio, e con esso la riflessione, in antitesi al rumore e al “chiacchiericcio” costanti della vita di tutti i giorni. Questi sono stati, in buona sostanza, i motivi che mi hanno spinto a proporre questo tema, decisamente insolito ma molto intrigante per i partecipanti al concorso. I racconti pervenuti  – spiega l’assessore – sono stati quasi tutti di qualità e la cosa interessante è stato leggere come ciascuno, poi, abbia declinato la sua idea di silenzio cercandolo anche in elementi che solitamente non sono associati al silenzio”.

La sesta edizione, nota anche come edizione dei record per il numero di racconti pervenuti, è dunque volta al termine dopo aver regalato grandi emozioni e grandi sorprese. L’appuntamento ora è fissato al 2019, vista la cadenza bi-annuale del concorso, con la speranza di ricevere un numero sempre maggiore di racconti e di continuare a confermare Carugate, come un centro di produzione  culturale di grande rilievo.

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COSA SUCCEDERA’ ALLA RAGAZZA

Prima del loro accordo, aveva sempre avuto il problema del ritorno a casa. Era stata una fortuna, davvero, l’aver trovato quasi subito il lavoro al club dopo che la sua ditta aveva chiuso durante le ferie estive e lei era rimasta da un giorno all’altro senza il suo ventennale lavoro sicuro da impiegata e una figlia adolescente a carico.

 

Tornare a casa alle due del mattino era sempre stato un bel casino, per Anna.

Ogni tanto l’accompagnava Hibram, l’aiuto-cuoco senegalese, ma significava aspettare fino alle quattro, perché doveva lasciare la cucina pulita e pronta per il giorno dopo. Oppure qualcuna delle ragazze che ballavano intorno al palo, ma c’era sempre l’incognita del cliente che gradiva continuare il balletto da un’altra parte, o delle troppe sostanze ingoiate o sniffate durante la serata. Quando arrivava mezzanotte lei iniziava a pensare di rientrare a casa, dalla sua bambina lasciata sola, e le prendeva quell’ansia mescolata a senso di colpa.

Ma, si diceva, in fondo è stata una fortuna, davvero, trovare questo lavoro di cameriera così velocemente, proprio quando temeva di doversi rivolgere ai servizi sociali, o peggio alla parrocchia,  e vedersi magari portar via Caterina.

In questo modo poteva ancora farcela, a tirare avanti.

Certo, con tante rinunce, imparando a lavare a mano le collant e le magliette più delicate, a rammendare ogni cosa rammendabile, a farsi i capelli da sola, a passare frettolosamente e a testa bassa davanti alle vetrine del centro.

Poi era arrivato lui. L’accompagnava a casa in auto da più di due mesi ormai, nelle notti scure e gelide d’inverno.

Era iniziato tutto una notte che Hibram si era dato malato e le ragazze erano un po’ troppo su di giri. La bionda albanese, quella più affidabile alla guida, aveva ricevuto da un cliente una scatolina con il nastro di Cartier, ed era sparita con lui dalla porta sul retro.

Stava aspettando che arrivasse il taxi, quando lui si offrì di portarla a casa.

Non stavano molto lontani, disse, nessun problema.

In realtà abitava a otto chilometri da lei, scoprì in seguito, ma a lui non importava, né per quella volta né per le successive. La strada valeva bene la sua compagnia, le disse.

Era un gentiluomo. La prima volta le aprì la portiera e le augurò una buona notte e una buona giornata per l’indomani senza neanche toccarle una mano. Stessa cosa la notte seguente.

La terza sera le diede un piccolo bacio sulla guancia.

La quarta le porse una scatola di gelatine, solo un piccolo pensiero.  Si intrattennero in auto per un po’;  fu allora che le raccontò la storia della sua vita. Una discesa banale e graduale verso la disillusione, così la chiamò.

Parlava in modo tranquillo, senza emozioni, del suo ottimo lavoro in un gruppo bancario, dello stipendio che lo faceva vivere senza problemi. Del figlio all’università.

E della moglie malata, qualcosa di subdolo e incurabile, così le disse, che gli aveva reso impossibile una vita matrimoniale normale. Normale per qualsiasi uomo, se capiva quello che intendeva dire. E lei capì. Sapeva fin troppo bene quando fosse rara la vita normale, quanto facilmente si potesse uscire dai suoi binari.

Nell’oscurità della macchina parcheggiata, aveva appoggiato la testa tra i suoi seni e le aveva chiesto di accarezzargli il viso.

Era venuto al club per qualche mese prima di decidersi a offrirle il passaggio a casa.

Due, tre volte alla settimana. Generoso nelle  mance ed educato. Sempre solo.

Sceglieva il tavolo nell’angolo, chiedeva di lei.

Sembrava fuori posto in quell’ambiente fatto di tovaglie rosse, candele, musica new-romantic e giovani donne in miniabito. Non che ci fosse nulla di male se un uomo rispettabile frequentava il club per consumare una cena tranquilla, guardare le ballerine arrotolarsi intorno al palo, magari concedersi qualche bicchiere o qualche giro di danza con una delle ragazze.

Qualcuno ci portava anche le mogli.

Gli era piaciuto che fosse stata lei a servirlo la prima volta, le disse. L’aveva colpito la grazia nei movimenti, il sorriso gentile ma non malizioso. Aveva intuito che era una persona seria, capitata lì dentro a causa delle difficoltà della vita.

Si stabilì un tacito accordo tra loro due. Lui arrivava sempre dopo le undici, consumava qualcosa, e l’aspettava per accompagnarla a casa. “E’ arrivata la sua carrozza, madame” ammiccava la signora Tonetti, la padrona del club, quando lo vedeva entrare, ma non diceva altro,  apprezzando le mance lasciate da quell’uomo riservato.

Per Anna quel passaggio significava essere a letto entro le tre, potersi svegliare insieme a sua figlia e prepararle la colazione, come una brava mamma, senza che Caterina dovesse pensarci da sola,  e andare lei stessa a svegliarla con una tazza di caffè, come era successo agli inizi perché non riusciva a svegliarsi.

 

Una notte lui aveva voluto prolungare la conversazione, e aveva parcheggiato in piazza, lontano dalla luce dei lampioni.

Suggerì la cosa molto educatamente. Le ricordò ancora una volta quanto si sentiva solo, e quanto apprezzava la sua dolce compagnia. Quanto poteva soffrire la situazione un uomo normale, com’era lui, dai bisogni naturali. Gliene sarebbe stato grato, se riusciva a capire cosa intendeva. Lei capiva, sì. Non era necessario aggiungere altro.

Anche se veniva da un uomo della sua riservatezza, la cosa non la sorprese. Sembrava piuttosto la conseguenza naturale della cortesia nei suoi confronti, del bacio sulla guancia, della scatola di gelatine, delle carezze sul viso. Dopo, le aveva infilato una banconota piegata nella borsetta e quando lei aveva protestato lui aveva insistito. Qualcosa per la bambina, le aveva detto.

A casa vide che era una banconota da cinquanta euro. Quasi non ci credeva. Per venti minuti. Più di quanto guadagnasse in una sera al locale.

Ogni tanto, in seguito, aggiungeva altre banconote, da dieci o da venti, nonostante lei non facesse niente di più. A parte il tempo dedicato ad ascoltarlo, che era aumentato, perché era parlare ciò di cui lui aveva davvero bisogno.

Esprimersi liberamente, sfogare le piccole preoccupazioni e le frustrazioni di ogni giorno. Parlare con lei, perché non aveva nessun altro con cui farlo. La moglie aveva ormai perduto la facoltà di conversare razionalmente.

Ecco perché era capitato al club, in fondo. Ecco perché le aveva offerto di accompagnarla. Una presenza gentile, una spalla su cui piangere, disse sorridendo con quel suo modo serio.

Naturalmente ci volle un po’ per abituarsi, per superare l’imbarazzo. La prima volta corse in bagno a lavarsi le mani, la bocca, ingoiando l’amaro profumato del sapone.  Ma ben presto si abituò. Spegneva totalmente il cervello, o faceva vagare la mente sul programma del giorno dopo. Finalmente poteva permettersi di comprare qualcosa di carino. Caterina desiderava tanto un Mp3.

Alcune volte si sentiva perfino orgogliosa, in fondo lo stava aiutando a distrarsi un po’,  a sopportare una vita infelice. Lo faceva nel miglior modo possibile, per fargli piacere.

Per giustificare i soldi che le dava.

Un giovedì sera arrivò in ritardo. Non era mai accaduto prima. Lo trovò nervoso, immusonito.

Non parlò per l’interno viaggio. Anna non osò dire nulla. Solo quando si fermarono in piazza, lei si voltò a guardarlo, abbozzando un sorriso teso. Lui continuava a fissare la strada, accigliato. Provò a sfiorargli la spalla, prendendo il coraggio di chiedergli che cosa c’era che non andava.

Lui sospirò, e con voce cupa disse: Riccardo, mio figlio.

Cosa ha fatto? Chiese lei.

Vuole cambiare facoltà – rispose – E per cosa, poi? Per una femmina. Una qualche puttanella conosciuta in giro, probabilmente nemmeno maggiorenne.

Beh, certo è un colpo di testa – rispose Anna piano, per calmarlo un po’ – ma è normale alla sua età avere un momento di crisi.

Qualcosa nella frase di lui l’aveva ferita. Si vide davanti Carolina,  che ogni tanto le chiedeva il suo mascara, o l’ombretto, o di prestarle gli stivali di pelle da mettere con i leggins.

Vedrai che gli passa, in fondo i ragazzi devono fare le loro esperienze…, le venne da dire, ma non finì la frase perché lui mormorava furibondo:  sappiamo tutti che ragazze ci sono in giro adesso, ah, piccole troie, che non si faccia infinocchiare come un coglione.

Poi sospirò, sembrò tranquillizzarsi. Le passò una mano sulla testa, stringendo una ciocca.

Ti sto facendo fare tardi. Si allentò la cravatta, reclinò un po’ il sedile, chiuse gli occhi.

Anna prese il pacchetto di fazzolettini dalla borsa, mordendosi le labbra. Sperò che finisse tutto molto in fretta.

Stava riaggiustandosi i capelli che lui le aveva nervosamente stropicciato, più del solito stavolta, quando nella piazza echeggiò una specie di ruggito, seguito da un grido.

Con un fulmineo impulso di paura si girò a guardare.

In fondo al parcheggio una ragazza correva sui tacchi, inseguita da un uomo che impugnava una bottiglia. Gridava aiuto dirigendosi verso di loro.

Oddio, guarda quella ragazza, gli disse, quello la sta inseguendo…

Dove? Chiese lui, e con indifferenza continuò a sistemarsi la cravatta.

La giovane  era quasi arrivata alla macchina. Lui accese i fari e lei barcollò, accecata.

Anna cercò di aprire la portiera, ma era chiusa con la sicura. La ragazza sbatté contro il cofano. Gemette, ma continuò a correre.

Dal finestrino Anna la vide bene: minigonna, stivali alti, il giovane viso sporco di fard e di rossetto. Gli occhi neri di mascara e eyeliner sembravano coperti di lividi.

La voce dell’uomo risuonò poco lontano:  ti uccido… cazzo… se ti prendo… anche lui superò l’auto, barcollando.

Vuoi fare qualcosa? – lo guardò – scendiamo dalla macchina. Non possiamo lasciarla nelle mani di quello…

Ma cosa dici? – esclamò lui – Cosa mai potrei fare?

Ma potrebbe essere raggiunta… aggredita… picchiata… o violentata… qualunque cosa…

Violentata? Rise lui. Una risata aspra, volgare.  Anna sentì un morso nelle viscere.

Violentata, quella? – ripetè – Figuriamoci!

Cosa vuoi dire? Chiese lei, a disagio.

Per la madonna, ma non vedi cos’è? E’ una puttana… hai visto com’è conciata?

Anna rimase attonita.

Anche se fosse… – aggiunse incerta – non possiamo starcene qui e lasciarla…

Santiddio, donna! – sbottò lui esasperato – una come quella se le va a cercare! E poi… ah ah, dài – rise forte – come può una puttana essere violentata? Me lo vuoi spiegare?

Le parole la colpirono come un pugno. Si sentì quasi svenire.

Ascolta… – la sua voce era tornata gentile ed educata – ora ti porto a casa. Ti ringrazio, come al solito.

Accese il motore e partì prima che lei potesse rispondere.

Anna stringeva la borsetta, le nocche esangui. Lo fissò.

Sussurrò, con un tono disperato: cosa succederà alla ragazza. Sembrava poco più di una bambina, sai.

Bambina?  – esclamò ridendo – Quelle come lei nascono belle che vaccinate! Mica deve importarci, cosa le succederà!

Anna aprì la portiera e scese. La notte umida le bagnava il viso. O forse era qualcos’altro. Improvvisamente desiderava allontanarsi da lui. Voleva essere sola, con sua figlia. Sola, con quella sensazione che si era impadronita di lei. Confusione, senso di colpa. Vergogna.

Aspetta un attimo, disse lui. Non dimentichi niente? Lei lo guardò come si guarda un pupazzo senz’anima. Vide che le stava porgendo una banconota da cinquanta euro. Esitò. Poi la prese, e si accorse che erano due.

Pensò a Caterina, domani avrebbero fatto colazione insieme, e le avrebbe chiesto il permesso di mettersi il mascara per andare a scuola.

Lasciò cadere le banconote sul sedile del passeggero, chiuse la portiera, e se ne andò.

 

Aprì piano la porta della camera. C’era un leggero profumo di talco.

Caterina dormiva, l’Mp3 stretto nella mano.

Baciandola tra i capelli, glielo tolse delicatamente.

Era ancora acceso, e Anna avvicinò una cuffietta all’orecchio.

Cosa succederà alla ragazza, cantava Battisti.

…che la vogliono ricoprire di cioccolata. Che la vogliono servire in bocca, ad una bocca sterminata di forno. Che cosa le tocca, sentire che cosa… * 

 

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