domenica, 13 Giugno 2021

PRIMA LUCE

Inciampo.

La mano brancola nel buio, trova un masso e lo stringe. Tenebre maledette.

Mi sollevo e guardo avanti: lui è ancora lì, ma tra poco la nebbia lo inghiottirà. Devi muoverti. Fa’ presto.

L’oscurità torreggia su di noi, figlia di quest’antro sconfinato. M’inerpico sul sentiero cercando di tenere il passo, ma il piede non risponde. Arranca sulla terra umida come un serpente ferito. Corpo, prigione d’anima, tu non sei qui. La fatica e il dolore sono soltanto illusioni, almeno finché dura questo cammino.

Mi affretto, corro, volo dietro di lui. Le mani fendono la nebbia come remiganti. Nel silenzio gelido dell’antro sento il cuore battere d’apprensione. Vorrei chiamarti, gridare la mia pena e il mio desiderio; ma so che basterebbe un sussurro a perdermi. Se ti voltassi, io ripiomberei nell’oblio. Orfeo, mio adorato Orfeo.

Sei sceso negli Inferi per ricondurmi alla luce. Hai ammansito Cerbero e insegnato il pianto ad Ade. Tutto ciò l’hai fatto nel mio nome; eppure, perché i tuoi piedi sembrano galoppare, perché le tue gambe si flettono spietate? Non ti angoscia il pensiero di lasciarmi indietro? Il tuo passo non è quello di un amante. E’ la marcia di un eroe che torna dall’impresa, gonfio d’orgoglio, impaziente di sfoggiare il suo trofeo.

Senza che me accorgessi, la salita è terminata. L’aria intorno a noi ha un sapore nuovo e la foschia è più rada. Le dita dei piedi sfiorano pallidi arbusti, simulacri della vita di lassù. Finalmente posso muovermi di buona lena! Ma proprio quando la via è facile e guadagno terreno sul mio amato, un ricordo s’insinua come una brezza malevola. Mi torna alla mente l’addio di Persefone; mentre Ade commosso c’invitava a partire, lei parlò a me e solo a me. La voce della dea riecheggiò nella mia testa: «Sono stata donna prima di te. Sei certa di ciò che vuoi? Posso sfogliare i tuoi ricordi: vedo passione, ma anche profonda tristezza. E’ davvero amore quello che ti riporterà fra i vivi?».

Il ricordo è un freno che rallenta le membra. L’incedere si fa distratto, quasi annoiato. Soltanto tu continui a camminare, dritto per la tua strada. E in fondo, perché no? L’hai sempre fatto, anche quando mi portavi nella foresta col pretesto di passeggiare insieme. Sapevo che non t’importava; volevi solo che qualcuno ti ammirasse mentre pizzicavi le corde, inventando nuove melodie. Ero io a guardarti, ma poteva essere chiunque altro, perché non cercavi amore: volevi essere adorato.

Quasi a scacciare i pensieri oscuri, ecco! La prima luce ci coglie. E’ solo un bagliore tenue all’imbocco della caverna, eppure i miei occhi ne sono abbagliati. Di colpo avverto una stanchezza profonda. Corpo, prigione d’anima, lentamente ti riappropri di me: rivoli di sudore m’imperlano la fronte e la nuca, il respiro diviene affannoso. Riaffiora il vecchio dolore: il piede pulsa per il morso del serpente. Miei Dei, mi sento mancare…

Niente di tutto ciò tocca il mio Orfeo, che con ampie falcate procede verso il mondo dei vivi. La distanza che ho conquistato a fatica è già perduta: dieci, venti, trenta passi… lui sa che ormai è fatta. Quella luce è il suo trionfo. Già lo sento canticchiare il primo verso della ballata: “Orfeo tornato dagli abissi”. Per lui ormai non esisto più.

Il dubbio di Persefone torna ad assillarmi: sei certa sei certa sei certa?

Ed è come se un vaso di crudeltà si fosse aperto.

Rivivo le notti trascorse in compagnia della luna: sapevo dov’eri ma aspettavo comunque il tuo ritorno, maledicendoti per le passioni fugaci, gli ardori e le infatuazioni di donne senza volto. Quando rientravi all’alba, trovandomi ancora sveglia, mi lanciavi un’occhiata di rimprovero. Perché ti sorprendi, donna, sembravi dire. Uno spirito eccelso appartiene al mondo intero, non può essere solo tuo. Tali sciocchezze mi propinavi; e io, nella stupidità del mio amore, ti ascoltavo!

Come ho potuto credere a un bugiardo simile?

Che ipocrita sono; conosco già la risposta. Ti credevo perché sei un magnifico bugiardo. Stregavi le folle cantando il nostro amore, colmo di una tenerezza struggente. Invece la verità si svelava più tardi, nel giaciglio, quando ebbro di vino mi prendevi con foga, ansando come un animale, tappandomi la bocca per soffocare i lamenti. Poi crollavi su di me, già addormentato. Nessun bacio accarezzava il mio viso.

E chissà se almeno ti penti di quella volta…

Era il banchetto che attendevo da tempo. Giorni trascorsi alla ricerca di spezie d’Oriente, studiando ricette di paesi mai visti, soltanto immaginati. Lunghe, cerimoniose istruzioni alle ancelle: entrare di là, uscire di qua, come servire il vino, quando cambiare portata senza interrompere le chiacchiere degli ospiti. Un intero pomeriggio a profumare la sala con fiori selvatici e bracieri d’incenso. Poi venne il momento che avevo sognato: gli amici più cari riuniti nella frescura del portico, all’ora del tramonto. Li incantai con il sorriso che avevo provato per ore nell’acqua della fonte. Ma proprio mentre invitavo alla cena, note appena schiuse ci colsero: tu avevi carezzato la lira. E tutti, ancora una volta, caddero nell’inganno. Fu come se le ore avessero cessato di esistere, ogni anima presente in quel portico rapita per un tempo interminabile. E intanto, nel salone, i fiori appassivano, le pietanze raffreddavano, le mosche ronzavano attorno ai piatti.

Quanta rabbia provai allora! Tuttavia la collera mi sembra un dono rispetto all’umiliazione di quella sera: perché, nel tuo canto, parlavi di me. Mi chiamavi Musa, dedicandomi ogni respiro. Per gli altri ormai c’era solo Euridice la bella, sublime, simile alla Luna. Volevo urlare che una creatura del genere non sarebbe mai nata, che quel ritratto era una clamorosa bugia. Ma nessuno mi avrebbe ascoltata, perché l’Euridice cara ai loro cuori non era sotto quel portico: era cullata fra gli arpeggi della tua melodia. Io non esistevo più.

Non mi restava che fuggire lontano, fino a quel prato, fino alla roccia. Fino al dente avvelenato della vipera. Tuttavia quel dolore atroce non fu niente, niente! Paragonato a quello che m’infliggesti.

 

Il chiarore dell’alba accoglie la fine di questo cammino. Una brezza tiepida scompiglia i capelli. Mancano pochi attimi alla mia resurrezione.

Tu sei già nella luce, la tua ombra avanza senza rumore nel mondo dei vivi. Orfeo, mio adorato Orfeo.

Soltanto ora capisco: spirito lo ero ben prima di finire in questo luogo oscuro. Spirito lo sono sempre stata. Al tuo fianco ero priva di consistenza, un essere rarefatto determinato dalla tua volontà. Ma se spirito devo essere, almeno non voglio più provare dolore. Niente più notti insonni né lividi sul volto. Nessuna triste ipocrisia. Persefone, ora sono certa.

Sulla soglia degli Inferi, sussurro: “Orfeo”.

I riflessi lo tradiscono; forse si sentiva già al sicuro sotto i raggi del sole. Si gira verso di me e in quell’istante lo sento: il sospiro di Ade, un vento infernale che mi solleva e risucchia con sé. L’espressione sul suo viso s’imprime nei miei occhi, prima che il turbine mi trascini via: è pallido, sbigottito, furente. Sa che l’ho beffato. L’uomo capace di smuovere un Dio è stato battuto da una donna; sconfitto da una creatura che riteneva priva d’orgoglio. Non una lacrima a rigargli il viso. Nessun pianto che parli di me.

Che importa, ora? Quello che era il mio amore è già lontano. La sua figura svanisce, i contorni si assottigliano come l’eco di parole svogliate, perdendosi nella prima luce.

 

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IL BUCO

1

Adesso tremava. Nel buco.

In solaio l’aria era sudata e appiccicosa. Ma ci era abituata e non voleva muoversi da lì. Se l’era inventato lei quel posto: la salvezza.

 

2

Un anno prima si stava nascondendo. In quel periodo le capitava spesso. Stanca di affrontarlo e di inventare un modo efficace per coprire il viola delle percosse.

Prigioniera nella sua casa.

 

Lui pensava che le sfuggisse, in qualche modo, e scappasse da sua madre.

Incassava il colpo. Non capiva che una madre che si vede arrivare una figlia piena di lividi, poi, al pranzo della domenica, non poteva essere così premurosa nei suoi confronti.

Stupido.

 

Ma lei non scappava.

Si nascondeva: per capire, per sfinimento, per paura.

Più avanti, scoprì che sbagliava.

 

Ma lo amava.

 

Poi lui sbolliva la rabbia, e lei, la mattina, era ancora al suo fianco. Le prime volte lui cercò perfino di scusarsi.

La fine, per lei. Quando si scusava le si apriva il cuore. Si alzava, andava in bagno sorridendogli. Si lavava i denti, attenta, con lo spazzolino, a non inciampare nel labbro, lacerato dallo schiaffo della sera prima. Il labbro che sbatte sul dente e si rompe come carta velina.

L’anello al dito ad aumentare il danno.

La fede.

 

3

Adesso tremava. Nel buco.

Dopo un anno l’aveva fatta grossa, lei.

Pensò alla prima volta che la picchiò.

 

4

Era sera.

Lui arrivò come una furia. Una accozzaglia di retaggi primitivi: il peggio della storia dell’uomo, del maschio, in un unico corpo.

La porta sussultò, il braccio la fece ribattere sugli stipiti, lacrimando per il colpo preso.

«Dove sei!?», sbraitò.

L’urlo la cercò per tutta la casa.

«Sono qui, che succede?», preoccupata. Non per quello che le sarebbe successo.

Preoccupata: l’uomo che amava era rientrato da una sera con amici con un urlo, non con un bacio o un abbraccio.

«Cosa sei andata a dire?», inveiva, agitandosi come un invasato.

Lei titubava. Lui entrò in stanza. Lei capì.

L’uomo che amava si era trasfigurato: gli occhi, spalancati e ubriachi, che lei non gli aveva mai visto. Pieni di disprezzo.

 

5

Nel buco ricordava solo l’inizio e la fine del litigio.

 

6

L’inizio.

Lei, giorni prima, al loro amico Paolo, aveva detto che lui, la bestia, quando si attaccava alla playstation diventava un bambino in un corpo d’adulto. Con un sorriso: sapeva che era così per tutte le sue coetanee coi propri compagni. L’amore è cieco.

«Mai come me», rispose Paolo, «Silvia, quando accendo quell’aggeggio, esce sempre con le amiche».

Vita a due. Niente di che. Basta non superare i limiti.

La questione saltò fuori con i suoi amici. Sfottò e risate. Normale. Ma lui si sentì ferito, umiliato. Per colpa sua.

In realtà non era solo quello il motivo. Lei lo capì più avanti.

 

La fine.

Un pugno sul fianco. Improvviso. Il respiro che non sale. L’atterraggio crudo: ginocchia e mani sul pavimento. E un calcio in pancia, che la fece distendere a terra.

Rimase lì, dolorante, ma dentro era peggio.

Si rannicchiò, gli occhi umidi.

Lui se ne andò, come se avesse appena finito di pisciare con la tazza abbassata. Non come uno che ha appena ammazzato di botte la donna che ama. Per un motivo idiota.

Sul pavimento, lei sentì qualcosa nello stomaco: arrivò al cervello, al cuore e infine all’anima.

Una sensazione che distruggeva il sogno di una vita insieme, di un futuro.

Un nome preciso, agghiacciante: paura.

Aveva paura.

 

7

Adesso tremava. Nel buco.

Aveva fatto quello che doveva fare. L’aveva fatta grossa.

Quante volte aveva usato quel nascondiglio. Troppe.

 

8

Il buco era in solaio: scatoloni, scaffali, libri e quant’altro di polveroso. C’era anche un vano. Un metro per un metro: un buco. Dimenticato dai muratori.

 

Quando lo usò la prima volta fu per caso.

Era in soffitta, sentì la porta sbattere. Dopo mesi, aveva associato il rumore dell’uscio ai pugni e ai calci: un segnale.

Alzò gli occhi al cielo, scese una lacrima. Non voleva affrontarlo: non ce la faceva più.

Sentiva i passi e le urla. Sarebbe arrivato anche lì, e, vista la porta del solaio aperta e la scala appoggiata, avrebbe capito dov’era.

Rabbia e dolore. L’anima lacerata.

Vide il buco, tra gli scatoloni, una vecchia TV, le pinne e l’ombrellone, per le ferie, insieme. Loro due.

Ci saltò dentro. Tirò davanti uno scatolone. Ragnatele le piovevano in testa. Odiava i ragni.

Ma in quel momento odiava di più lui, anzi: non lo odiava.

Non ancora.

 

Sentì i passi sulla scala, i «dove sei, stronza?!», «sei scappata ancora?!», tuonavano. Ma non entrò in solaio. Vi infilò la testa, diede un occhio. Niente.

Lei capì che lì c’era un rifugio. Per capire. Per nascondersi, dall’uomo che amava.

Che amava?

Anche quello doveva capire.

 

9

Adesso tremava. Nel buco.

Anche se fuori il cielo era azzurro e dalle tegole filtravano lame di luce. Spruzzi di polvere brillavano nel sole. Seguì una lama con lo sguardo, fino al pavimento. Vide un insetto. Ribaltato. Stava morendo, sotto il suo stesso peso.

Una cimice.

Non riusciva a tornare dritta, non aveva la forza per vivere.

Pensò alla forza. Che serve. Tanta. A volte la si ha, a volte no.

Si innamorò di lui anche per la sua forza. Si ricordava come se fosse ieri quando pensò: «lo amo».

 

10

Era estate.

Il mare, una spiaggia, ragazzi che scherzano in acqua. Lei non amava le onde. Ma poteva starsene in disparte, quando tutti si divertivano e la invitavano a gettarsi?

Lui capì. Già si piacevano, si cercavano sempre: con lo sguardo, gli sfioramenti, le battute.

«Non preoccuparti», disse, «ti tengo d’occhio io». Protettivo.

Lei, rassicurata, si gettò.

Il vento salì di tono. Nessuno ci fece caso.

Una, due, tre onde presero forma di drago. Alcuni di loro, ribaltati troppo nella sabbia, andarono agli asciugamani, invitando anche gli altri a farlo.

Lei, ben felice, si apprestava a seguire il consiglio, ma fu colpita da un onda. Si trovò sott’acqua.

Panico. L’unica cosa da evitare, nel mare e nella vita.

Il cuore scavalla i normali battiti, si apre la bocca: acqua salata entra, poca. Al panico sembrano secchiate.

Poi una morsa al braccio. Una forza la stava tirando fuori dai flutti.

Era lui. Sempre vicino. Deciso e delicato come l’amore.

Lei capì che l’amava.

«Ti tenevo d’occhio».

«Anch’io», rispose.

 

La sera si amarono, sulla spiaggia. Fu un sogno.

 

11

Adesso tremava. Nel buco.

Tutta quella forza, possibile muro a difesa del loro amore, le si ritorse contro.

Fissava la cimice.

 

12

Iniziò tutto per quello stupido motivo: un videogioco. Pensava, all’inizio.

Sbagliato.

Nel buco capì che la causa scatenante non erano state le battute degli amici, ma perché lei si era permessa di parlare di lui, senza consultarlo, ad altri.

Di agire come se lei e lui fossero uguali.

Capì che, per lui, non erano uguali.

Lui aveva libertà assoluta di fare e disfare, se lo faceva lei scattava la punizione.

Si rese conto che non era quasi mai ubriaco quando la picchiava. Era lucido.

Lui aveva una scala di valori che prevedeva questo.

Il punto di non ritorno: era premeditata e voluta la punizione.

Per questo poi, al lavoro, con gli amici, dalla suocera, era affabile e piacevole.

 

Non sarebbe mai stato diverso da così.

 

Una scala di valori distorta. Per colpa di chi? Genitori? Infanzia? Non le interessava saperlo: non voleva guarire un uomo, non sapeva farlo.

Voleva avere un compagno. Vero.

 

Ognuno ha dei valori. Se ci allontaniamo da essi i nostri istinti ci dicono che la via non è quella giusta. Nell’inconscio. In fondo. Dove i nostri demoni ci governano.

E lui aveva questo valore: lei è inferiore. Va punita.

Nessuno sarebbe stato capace di estirparglielo, questo valore marcio.

Quando lei comprese questo, fece quello che doveva fare.

 

Anche perché, stamattina, lui aveva un ombrello e la vergata le sfiorò la tempia. Meno male. Ma le fracassò la fronte. Sangue sul pavimento, sul tavolo. Sull’anima. La camicetta bianca piena di rosso vischioso e di lacrime.

La portò al pronto soccorso.

«Se parli sarà peggio». Perentorio.

Lei inventò una scusa. Inferiore.

 

Lui andò al lavoro.

Lei a casa. Ma aveva deciso.

 

Chiamò la madre, le spiegò.

Chiamò i carabinieri, gli spiegò.

Chiamò lui e disse:

«Me ne vado. Ho chiamato mia madre, i carabinieri. Ho detto tutto. Non voglio vivere un secondo di più della mia vita con uno come te.

Non ti amo più».

 

Silenzio.

Poi un boato.

La porta!

Per qualche motivo, ora superfluo, non era al lavoro.

Lei era su, al secondo piano, vide la scala appoggiata.

Il buco!

 

13

Adesso era lì. Nel buco.

 

14

Lui giù, che sbavava. La cercava. Solo la morte glielo avrebbe impedito, dopo quello che le aveva detto. Trenta secondi prima.

Sul display del suo cellulare un fisso: era a casa. Non poteva scappare. Non ne aveva il tempo.

 

Lei fissava la cimice. Se nessuno l’aiutava, sarebbe morta.

Appoggiò l’unghia sul fianco dell’insetto. Diede un colpetto. Non si girò. Le zampe annaspavano nell’aria. Riprovò. Niente.

 

Da giù le urla salivano: la bestia era nel pieno della sua vigoria, supportata dalla convinzione che era giusto così.

 

Ma, chissenefrega: lei doveva salvare la cimice.

Appoggiò il polpastrello dell’indice alle zampe, con una grazia che solo un cuore pieno d’amore può avere.

L’insetto, sentito qualcosa a cui aggrapparsi, lo fece. Senza chiedersi se fosse il becco di un uccello predatore, un ragazzino intenzionato a schiacciarlo o la salvezza davvero.

La vita era lì: doveva rischiare.

Lei girò il dito, vide lo scudo della cimice. Magnifico: splendevano i toni oro e castano delle foreste antiche, il blu degli oceani e intarsi che solo Madre Natura può donare.

Brillava nel sole.

Pensò di scorgere una forma di cuore.

Pianse.

L’insetto turbinò le ali, ma non volò.

Stette lì. Per quanto? Chi lo sa?

La stava ringraziando.

Poi seguì il sole, infilandosi tra le tegole, scomparendo.

 

Pianse e capì: lei doveva ringraziare la cimice. Aveva fatto la cosa giusta.

Lei era la cimice.

Lei era bellissima.

Lei doveva brillare nel sole.

Ma adesso era con le ali schiacciate.

Aveva bisogno di aiuto.

L’aveva chiesto.

 

Scricchiolii la riportarono alla realtà. Stavolta saliva: avrebbe distrutto la casa prima di andarsene. Ogni buco.

Lei trovò una forza inattesa. Sicura che avrebbe ricevuto il polpastrello per salvarsi da chi aveva chiesto aiuto .

Doveva affrontarlo: l’ultima volta.

Spiò, vide una sagoma, ma anche una cosa che le fece gelare il sangue.

 

15

Non ne era certa.

Il sole illuminò il braccio, la mano e un oggetto luccicante.

Adesso era sicura: aveva qualcosa in mano e non sapeva come l’avrebbe usata.

«Dove sei? Non mi ami più? Bastarda!», gli occhi pazzi sibilavano ovunque. Si piantò davanti allo scatolone. Immobile.

Lei non sapeva se avesse capito, ma era tutto cambiato.

Dentro.

La cimice, la libertà, l’aiuto. Si rese conto che, dopo aver telefonato a sua madre, stava già meglio.

Condividere, ecco il segreto. Il coraggio ritrovato.

Era pronta a fare quello che aveva pensato nel caso l’avesse trovata. Il piano A era: nascondersi e sperare. Il piano B era: colpire.

Ma ora voleva che la trovasse.

Anche se nella mano luccicava qualcosa, qualsiasi cosa.

 

16

Successe tutto in pochi secondi.

Le sembrarono l’eternità.

 

17

Adesso non tremava. Nel buco.

Non tremava più.

 

18

Giunse le mani. Intrecciò le dita e pregò.

Lui andò a destra, ribaltò scatoloni, prese a calci roba.

Lei non fiatava.

Lui tornò, deciso, puntando la sinistra del solaio, poi si fermò di nuovo lì: davanti al buco.

Alle orecchie di lei arrivò un urlo, immondo, di gioia.

Una mano scardinò lo scatolone, mentre un piede scalciò brutalmente uno scaffale che crollò, con una vecchia televisione, che era sopra. Vetri sul pavimento, nuvole di polvere, ragni in fuga.

«Ci sei, puttana!», fremente, «ecco dove sparivi, brava! Ma adesso è finita!».

Artigliò i capelli. Un dolore inaudito le attraversò la cervice, come una lama di ghiaccio. Sentì addosso ancora quelle mani sudice e violente.

Non capì più niente.

Energia pura ormai, decise che il piano A non valeva più.

Piano B e basta.

 

Mentre lui la trascinava, come uno straccio, fuori dal buco, insultandola, lei partì.

Prima sollevò il viso. Per cinque secondi.

Voleva vederlo in faccia.

Lui si trovò gli occhi di lei, vitrei, brillanti, diamanti duri, verdi come foglia piena di rugiada primaverile, conficcati nei suoi. Ora lo odiava anche.

Spiazzato, si piantò come una statua.

Capì cosa aveva fatto per un anno? Capì che non c’era più paura dall’altra parte? Capì tutto?

 

A lei bastarono quei cinque secondi per ottenere due risultati.

Il primo: uno sguardo urlante, eterno, che diceva tutto, senza emettere fiato.

Il secondo: guadagnare tempo.

Cinque secondi.

Uno. Raccolse nel corpo il male dei colpi subiti. Da una vita.

Due. Unì a questo dolore l’energia della rinascita.

Tre.  Diventò uno scudo, magnifico, blu e marrone, mentre lame di sole s’infilavano tra le tegole e la facevano brillare.

Quattro. Partì, dal basso all’alto, con le sue mani in preghiera. Come mazza medioevale.

Cinque. Colpì.

 

19

Sentì una fitta lanciante alle nocche delle mani. Intuì che qualcosa andava all’indietro, pesante, goffa: la testa di lui. Le mani colpirono il mento. Lui, ancora pietrificato dallo sguardo, si sollevò da terra. Lei, piccola, piccola, lo sollevò.

Annaspò nell’aria, barcollando, cercando appigli.

Il buco e la porticina erano speculari.

Lui andava, all’indietro, come una barchetta risucchiata da una fogna. Il pavimento finì e lui centrò l’apertura.

Lei era ferma, le mani sulle ginocchia, debole. Rimettere insieme un altro colpo del genere? Impossibile.

Guardava la sagoma lottare con il pavimento e l’aria.

Lo vide scomparire nella porticina. Una mano arpionò il cavo di alimentazione del televisore, ormai rotto e tagliente, sperando che potesse sostenerlo. Illusione.

Vide scomparire anche il vecchio elettrodomestico.

Poi il tonfo. E il silenzio.

 

20

Dopo cinque minuti, si mosse. Decise che doveva andarsene.

Non aveva guardato giù, non sapeva com’era andata a finire, non che ne gliene importasse.

 

Ormai gli aveva detto quello che doveva dirgli.

Ormai aveva fatto quello che doveva fare: chiedere aiuto.

Ormai non lo amava più e non lo odiava più.

Ormai non c’era più.

Lui, per lei, non c’era più.

Qualsiasi cosa fosse successa giù.

 

Infilò la testa nell’apertura e guardò, una volta sola, dall’alto.

C’era una sagoma, sul fianco, immobile e una TV distrutta. Una macchia rossa. Un brandello di schermo macchiato, vicino alla nuca. Una lama luccicante.

Gli arti mal distribuiti: una marionetta buttata lì. Un polso girato toccava l’avambraccio, uno strano gonfiore al ginocchio: come se fosse uscita una rotula.

 

Scese la scala. Fece i pioli senza guardare mai verso il basso. Sentì il suolo, si voltò.

A testa alta, non per orgoglio: aveva paura. Non voleva guardare.

Sapeva che l’odore di morte che saliva dal pavimento era opera sua.

Sapeva che non le sarebbe successo niente: «Un incidente, credo, sa, non ero nemmeno in casa…sarà scivolato».

Ma sapeva che non era quello il modo.

Non ha avuto scelta. Aveva chiamato tutti, voleva risolvere. Nel modo giusto.

Non ne ha avuto il tempo.

Forse doveva farlo prima.

Forse doveva…

Forse…

Poi smise di pensare.

Si trovò al primo piano, vedeva la porta aperta e un bagliore. La lama di luce, che ha guidato la cimice verso la salvezza, ora era lì, fuori, che l’aspettava.

 

La libertà. La vita.

Nuova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LUNA PARK

‘Venite, signori e signore!  Lo spettacolo sta per iniziare.  Niente trucchi, non ci sono inganni.  Dietro quella tenda una ragazza in carne e ossa si trasformerà davanti ai vostri occhi in un gorilla di oltre duecento chili.  Forza, entrate!  Occasione unica.  Avanti, avanti.  Ultimo spettacolo!’

 

Non aveva potuto ignorare quel richiamo, talmente disonesto e grossolano da diventare irresistibile.  Nella penombra trovò solo un piccolo palco con un telo di velluto verde e due palme di plastica. Alla sua destra c’erano due uomini di mezza età, probabilmente entrati con la speranza di assistere a uno spettacolo erotico inusuale.  Di fronte aveva una famiglia con madre, padre, due figli ancora piccoli.  Tutti obesi, tutti e quattro con gli stessi occhi ravvicinati e le stesse gambe a salsicciotto piantate a X sulla terra come a dire io da qui non mi muovo.

Le luci si abbassarono.  Infine, con un gran balzo sul palcoscenico, fece la sua apparizione la donna gorilla.  Era semi-nuda e aveva iniziato a dimenarsi senza nessuna grazia in qualcosa che voleva imitare una danza africana.  Di tanto in tanto la ragazza spariva nell’ombra battendosi i pugni sul petto poi, mentre i tamburi battevano un ritmo ossessivo, si infilava in fretta e furia una pelliccia più folta, una parrucca più ispida e una maschera di gomma che sembrava uscita da un libro di scienze naturali.  La musica scricchiolava sgradevolmente.  Il disco si incantò due volte.

Lo spettacolo era terminato con un’esclamazione di noia e un applauso a mani molli.  Uscirono tutti, ma lei era rimasta dietro. Fissava il palco vuoto incapace di muoversi, ipnotizzata da tanto squallore.  Tornò a casa in silenzio.

 

Quella notte sognò Santa Agnese con i seni tagliati, poi la sua amica Marina che rideva sguaiatamente e, per ultimo, un uomo nudo che camminava per la strada in evidente stato di erezione.  Nessuno che dicesse niente, nessuno che fosse scandalizzato o che coprisse per decenza gli occhi ai bambini.

Si svegliò stanchissima. Suo marito dormiva al suo fianco. Respirava profondamente, con la pancia che si alzava e si abbassava dentro la canottiera traforata.  Dove vent’anni prima c’erano stati capelli folti e ricci, ora splendeva un cranio rosa coperto di gocce di sudore.  Lei cercò di ricordare l’ultima volta che avevano fatto l’amore, ma non ne fu capace.  Si infilò sotto la doccia e scacciò anche l’ultimo pensiero di quel sogno indecente.

 

Poco dopo uscì per andare al supermercato.  Fu là che lo incontrò.  Successe esattamente all’angolo fra i surgelati e i cibi per i cani.  A lei caddero di mano il gelato alla vaniglia, tre scatole di piselli, il pesce congelato. A lui sei scatole di Chump, giusto giusto sui suoi piedi.  Successe come nei film made in Hollywood, di quelli peggiori trasmessi in TV di prima mattina.  Si fissarono, si scusarono reciprocamente, si inginocchiarono in perfetta sincronia con un crac spaventoso delle teste.  Si misero a ridere e quando lui parlò, quando lui le parlò lei si sentì tutta molle.  Tutta molle e la testa leggera.

Era alto, magro e con i capelli brizzolati.  La fissava con occhi tutt’altro che onesti e lei sentì che la felicità era lì, sospesa a mezz’aria, e non le importò del marito, né dei figli tiranni o del sicuro castigo di Dio.  L’unica cosa di cui si pentì fu di non aver scelto per quella mattina un vestito un po’ attillato che le segnasse la vita, punto incantevole che sapeva di possedere ancora nonostante i chili di troppo.  Ma comunque sembrava piacergli anche così: quarantenne soprappeso, senza ombra di trucco e con i tacchi bassi.  E prima pensò che no, di certo si sbagliava, e figurati se un tipo del genere poteva avere pensieri del genere per una donna come lei: sbiadita, rotonda, con un elastico nei capelli e quel vestito comprato nei saldi alla Oviesse.  Ma quando lui le chiese se le andava di bere qualcosa, lei annuì d’istinto e senza abbassare gli occhi.  Lo seguì come si segue il destino quando ti cade ai piedi in quella strana maniera, senza preavviso, senza nessuna decenza.

 

Dopo pochi minuti erano seduti in un bar.  Lui parlava e parlava:

“Se il Chinotto fosse lanciato con una campagna di prim’ordine, sfruttando al meglio i media, su scala internazionale, intendo.  Sono certo che nel giro di due anni sarebbe un prodotto in competizione con la Coca-cola e la Pepsi. Quel che manca è il lancio commerciale, gli sponsor, gli investimenti necessari e l’immagine.  Ecco: quella, soprattutto.  È solo una questione di immagine.  Se si proietta l’immagine giusta…”

Non riusciva a seguirlo. Non pensava affatto alla campagna pubblicitaria del Chinotto.  Lei pensava a quanto fosse bella la sua bocca, a come lui muovesse con leggerezza quelle mani così curate, così eleganti.  E sì, diciamolo pure: pensava anche alla cosa magnifica che lui doveva averci fra le gambe.  Arrossì.  Proprio lei, avere certi pensieri.  Lei che non aveva mai tradito il marito.  E adesso se ne stava lì, a immaginare come fosse il pene di un perfetto sconosciuto, che cosa lui le avrebbe fatto se fossero stati chiusi in una stanza con un po’ d’acqua, dei viveri, un letto.  Cosa peggiore, pensava a cosa gli avrebbe fatto lei.  Lei che intanto si lasciava accarezzare le mani, e ascoltava con piccoli brividi di piacere le parole che quell’uomo le sussurrava tormentandole il lobo dell’orecchio.  La vita va vissuta pienamente – le diceva – senza paure, senza fuggire le occasioni magiche che ci sfiorano solo poche, pochissime volte nel corso dell’esistenza.  Non ce n’era comunque bisogno.  Lei non voleva affatto andarsene.  Voleva lasciarsi andare, dimenticarsi di tutto.  Quasi senza accorgersene si tolse l’elastico dai capelli e portò la mano di lui fra la massa lucida e nera che le cadde sulle spalle.  Chiuse gli occhi, concentrandosi sulle dita che le accarezzavano la nuca e quella voce… quella voce che le ripeteva quanto fosse bella, quanto avrebbe voluto tenerla vicina, farle l’amore.

Lei sentì che l’uomo prendeva il suo viso fra le mani.  La baciò.  Un bacio profanatore che poco aveva a che fare con le telenovelas e i film Hollywoodiani con il bollino verde.  E quando lui le disse: ‘andiamo’ lei lo seguì.  Semplicemente.

 

La porta dell’hotel si chiuse dietro di loro con un piccolo rumore.  Lui si avvicinò, le sbottonò il vestito di mussola, le palpò il sedere.

 

“Bella figa che sei.  Vieni qui che ti lecco tutta…”

 

La frase la colpì come uno schiaffone.

 

“Per favore, non parlarmi così.”

“Così come?”

“Usando quei… quei termini.”

“Ma dai!  Preferisci se ti do della racchia?”

 

Rise e intanto le sfilò il vestito.

Sperò che lui la tenesse vicina, che l’accarezzasse a lungo, prima.  Ma lui l’abbracciò di sfuggita solo per sganciarle il reggiseno.  Continuò a parlare senza freni.  Era eccitante, disse.  La osservò da vicino e in tutte le angolazioni.  Le chiese di mettersi a carponi.  Le ordinò si spostarsi in questa e quella posizione, di aprire di più le gambe, di alzare le ginocchia, appoggiarsi sui gomiti.

Si sentì profanata, conscia dei suoi chili di troppo, di quegli occhi che la scrutavano, che entravano in ogni sua imperfezione, in ogni piega del corpo.

Un attimo di assoluta lucidità.  Qualcosa di amaro le si lacerò dentro.  Il salto del puma.  Lo scatto dei reni.  Un respiro trattenuto a lungo fra la pelle sudata e il suo cuore.  L’imposta che cigola.  Il rumore di un taglia erba.  Un bagliore.  Là, dove la luce mastica la carne e l’odore di minestra si attacca alle lenzuola.  Gli occhi sul riflesso dello specchio e la certezza che è tutto vero.  Tutto vero.  Chiuso e doloroso come il niente.

Chiuse gli occhi.  Se ne andò lontano.  Lasciò solo il corpo sul letto.  Le mascelle contratte.  Le gambe aperte.

 

“Sei un po’ inibita, eh?  Non è che mi aiuti molto.”

 

Ridacchiò, e glielo mise in bocca.

 

Lei si sentì sporca.  Stupida e sporca.  Voleva solo andarsene, tornare a casa il prima possibile.  L’uomo le mise una mano fra le cosce e lei sentì che là, fra le gambe, non c’era che plastica. Solo un triangolo di plastica senza vita, come le bambole con cui lei giocava da bambina.  Voleva solo che finisse, ma lui si prese il suo piacere senza fretta, girandola e rigirandola più volte.  Le fece alzare le gambe, inarcare la schiena, le chiese di affondare le unghie nelle natiche.

Se solo non fosse corso a lavarsi nel bagno venti secondi dopo essere venuto.  Se solo lui l’avesse abbracciata, almeno dopo, e le avesse baciato la fronte.

 

Poco dopo la riportava al parcheggio del supermercato.  In macchina era nervoso.  Fumava.  Le rivolse solo qualche frase banale, tanto per rompere il silenzio.  Lei rispose a monosillabi.

La scaricò di fretta dandole un biglietto di visita e dicendole di chiamarlo se ogni tanto le andava di fare del buon sesso.  Lei non rispose.  Evitò il suo sguardo, prese il biglietto e scese.

Voleva solo correre via, ma si sforzò di camminare piano, con fare normale.  Raggiunse la sua utilitaria.  Aprì.  Si sedette alla guida con movimenti composti.

Dallo specchietto retrovisore lo vide ingranare la marcia, sterzare con un cigolio nervoso delle gomme, sparire dietro l’angolo.  Solo allora accese il motore.

 

Guidò in silenzio verso la città.  I poster della superstrada erano pieni di visi sorridenti, di gente bella e felice.  Sembravano prenderla in giro.

Imboccò il lungomare.  Non c’era vento.  Il cielo biancastro si confondeva con la lunga distesa di sabbia.  Un mondo informe immerso in un’afa lucente e senza confini.  Gli ombrelloni sotto il sole erano immobili.  La spiaggia brulicava di corpi perfetti.

Si trovò imbottigliata in una lunga fila di TIR.  Guardò più volte l’orologio.

Ferma al semaforo si trovò accanto un camion.  Era dipinto con palme, alberi tropicali, pappagalli dai colori sgargianti contro un tramonto di fuoco. Avvinghiata ad una liana c’era l’immagine una donna provocante: i seni scoperti, solo un lembo di pelle di leopardo intorno ai fianchi.  Accanto a lei la faccia spaventosa di un gorilla dai denti aguzzi, gli occhi iniettati di sangue e i pugni alzati verso il cielo

Guardò nella cabina di guida.  Vide una donna minuta, senza ombra di trucco. Aveva i capelli raccolti, indossava una maglietta a righe e fumava con l’aria annoiata.  No, non poteva essere lei – pensò.  Questa ragazza era così dolce, così…. così normale.

I loro occhi si incrociarono per un attimo, poi scattò il verde.  Lei guardò per l’ultima volta il viso della biondina, la sua aria slavata di ragazza di provincia.  Inserì la prima.  Accelerò.

Di colpo sentì un nodo allo stomaco, gli occhi riempirsi di lacrime.  Dalla sua bocca uscì un lamento monocorde e lunghissimo.  Scoppiò a piangere, con singhiozzi violenti che la scossero tutta.  Dovette accostare.

 

Lasciò che il corpo si lasciasse andare a quel pianto: il viso sul volante, le mani che stringevano il cerchio di plastica.  Rimase in quella posizione a lungo. Poi sentì qualcuno che batteva sul finestrino, piano piano:

 

“Signora, scusi… si sente male?”

 

A parlarle era stato un vecchio signore.  Lei lo fissò con gli occhi gonfi.  Era sudata, rossa in viso, il naso le gocciolava.

 

“No, no… sto bene…”

“È sicura?  Se ha bisogno di qualcosa…”

“No, grazie.  Non ho bisogno di niente.  Adesso passa…”

 

Tirò su col naso e cercò di ricomporsi.  Sperava che quel vecchio se ne andasse, che la lasciasse in pace, ma lui non si mosse.  La fissava serio.  Dopo un po’ aggiunse:

 

“Scusi se mi intrometto, ma mi dia retta.  Qualsiasi cosa sia non ne vale la pena, mi creda.  Se non si tratta di problemi di salute… tutto il resto si risolve.  Finché abbiamo la vita… i soldi e tutti gli altri affanni, guardi, quelli si sistemano.  Scusi se mi sono permesso… ma sa?  Ho una figlia della sua età e vederla piangere così…. Tenga…”

 

Le allungò un fazzoletto.  Era di cotone e a quadri.  Era stirato e profumava di ammorbidente.

 

“No, guardi.  Non saprei come restituirglielo.” – gli disse.

“Ma che dice?  Non c’è mica bisogno di restituirlo.  Da brava, tenga.  Ah, se solo avessi la sua età, altro che piangere.”

 

Le sorrise.  Lei gli fu grata per il silenzio che seguì, per non chiederle altro, per quel suo salutarla con un piccolo gesto del mento.  Il vecchio le disse solo “mi raccomando”, poi riprese la sua passeggiata.  Se ne andò a piccoli passi, un po’ curvo sotto il sole.

Restò a guardarlo fino a che sparì dietro l’angolo.  Tirò su col naso, quindi accese di nuovo il motore.

 

Riprese il cammino verso casa. Erano le sei.  Il sole era più basso e si cominciava a respirare.  Passò davanti al Luna Park: stavano finendo di smontare.  Non rimanevano che lo stand dei torroni e dello zucchero filato, un camion solitario, le gambe metalliche di una giostra abbandonate sul prato.  Qualche cartaccia svolazzava sul terreno secco, calpestato, senza più un filo d’erba.

 

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LA VITA VUOTA DELLE COSE CHE NON HO

Questa vita a volte è davvero traballante, ed è difficile tirare il carretto per una donna che deve lasciare i figli a casa da soli a dormire, perché il marito si è liquefatto e invece l’amministratore arriva a battere cassa puntuale come le tasse, e i soldi anche se pochi maledetti e subito li devi svangare!

Là fuori c’è un mondo a dir poco selvaggio, specie se vivi di notte e hai a che fare con quella parte di società un po’ border line, tra la malavita e divertimento estremo, insomma un mondo dove la gente crede che un po’ tutto sia permesso.

Tutte le sere mi trucco come un panda o come un clown, che poi c’è poca differenza e mi vesto o svesto alla 012, che fa un freddo, ma un freddo che il posteriore mi si gela! Mica è facile là fuori sulla strada, tra protettori pronti a farti fuori per un nulla, e drogati che si fanno d’acido, vengono a creare problemi, e poi è un miracolo se ritrovano il tuo corpo tutto intero.

Tra noi lucciole, belle di notte o escort, sì, tra noi c’è solidarietà e se possiamo ci diamo una mano, ma è dura e non tutti riescono a portare la pelle a casa all’alba del nuovo giorno.

Quello che manca nella mia vita, quello che non ho è la sicurezza, la tranquillità e un sacco d’altre cose.

Se ne incontra di gente strana: mariti incompresi, mariti falliti, mariti viziosi, mariti vigliacchi, e fidanzati falsi come le monete da tre euro!

Io mi faccio pagare sempre subito, per evitare scherzi, ma la crisi si vede pure qua, perché ultimamente mi chiedono lo sconto con la scusa della rata dell’auto, della quarta settimana, del mutuo da pagare e vagli a spiegare che i miei figli hanno il brutto vizio di mangiare tutti i giorni o che il mutuo del cavolo devo pagarlo pure io!

Sembro una calamita per i “casi umani”, e ogni tanto vengono a sbattere contro di me personaggi grotteschi, però mi sono anche fatta una clientela fissa che mi dà qualche soddisfazione, ma solo sul lato economico s’intende! La solitudine mi accompagna e disegna dei vuoti, perché quello che mi manca è un uomo che mi ami, una carezza, un sorriso e nonostante i miei figli, quello che non ho è l’amore che tante altre donne hanno a casa.

Ogni quindici giorni mi viene a trovare il ragioniere Benelli, signorino di cinquantadue anni che vive con la mamma, da cui è letteralmente plagiato. Mi fa tenerezza il Benelli che è un po’ timido, si presenta sempre con un pacchettino di pastarelle, e non sempre vuole la prestazione, ma solo parlare e si sfoga, si sfoga su questa spalla con top ridotto, e un po’ mi fa tenerezza. Tutte le settimane e sempre alla stessa ora arriva puntuale come la morte il dott. Martini, marito frustrato perché ha una moglie pia, devota, direi monacale. Lui invece ha un po’ di voglie pruriginose, ogni tanto si presenta con la busta della spesa, perché prima di venire da me passa al sexy shop, e io che non ho più vent’anni mi devo mettere a fare il geco per accontentarlo, ma con quello che mi paga ho risolto alla grande la rata della scuola del più piccolo, e la macchinetta per i denti del grande la sto pagando a rate.

Il mio cliente migliore è un architetto originario di Napoli, single e pure lui vive con mammà! Lo vedo pure due volte alla settimana, paga bene, infatti, ho preso la lavatrice nuova, perché la vecchia stava insieme con la colla, e ho pure un commercialista come cliente, ma non vuole quasi mai consumare, mi racconta i suoi guai, a volte piange pure, e a me interessa poco, l’importante è che paghi e soprattutto che io riesca a pagare le bollette.

Ogni tanto, una volta al mese se va bene vedo l’Umberto il meccanico, che s’è dovuto sposare per aver ingravidato la figlia della Ines, quella del negozio di scarpe in centro, pure lui è frustrato e insoddisfatto per la situazione in cui si è messo e viene da me.

Io non ho nessuno che ascolti i miei guai, e un’altra cosa che mi manca è una persona con cui parlare, ecco cosa mi manca.

I peggiori clienti sono gli sbruffoni, violenti, degli autentici maiali. Li mando via i tipi così e li faccio correre, ma a volte quando la serata è magra bisogna fare buon viso a cattivo gioco, mando giù il magone, spero che non mi accada niente, e in momenti del genere non mi sento più donna, la dignità va a farsi benedire, e il freddo nel cuore si fa gelo. Quando torno a casa con i piedi doloranti, scendo dai trampoli, mi faccio un pediluvio e mi sgrasso dal trucco, dagli odori, e da quelle vite, cerco di scalarmi il cuore, ma lui rimane sempre un po’ freddo, però sono felice d’essere a casa, finalmente al sicuro. Mi domando se sono o se tornerò mai ad essere una donna normale, e questa sensazione cerco d’afferrarla quando mi vesto da donna/mamma, vado a fare la spesa senza trucco, incontro la moglie del dott. Martini che prende la mozzarella più insipida e capisco molte cose. Giro per gli scaffali, a volte mi sento osservata, parlo con le casalinghe, e mi sento normale.

In quei momenti non penso ai pericoli che corro di notte, poi però vedo le locandine dei giornali, e ai titoli di cronaca. Mi torna in mente Nadia, una collega russa che misero sulla strada dei suoi connazionali senza scrupoli, una poveretta che hanno trovato mesi fa a pezzi in un fosso dentro una busta di plastica nera, e allora qualcosa mi morde il cuore perché aveva ventidue anni e penso che potrebbe capitare pure a me e allora che farebbero i miei figli?

Torno a casa, preparo la cena e il tramonto mi fa sempre un po’ paura.

Mi manca una vita normale, ecco quello che non ho.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA COLLINA

 “ Non c’è giustificazione …
ricorda .. non c’è giustificazione alla violenza …
nessuna giustificazione
”.

 

C’era una volta … mia nonna Irma. Aspettavo l’estate tutto l’inverno, per potermi recare nella casa ai piedi della collina. Un casolare robusto con una grande cantina, in cui si viveva per sfuggire alla calura d’agosto.
Nonna Irma era una donna sola, aveva cresciuto sua figlia da sola e non sentiva il desiderio di avere qualcuno accanto: l’esperienza della guerra aveva lasciato in lei un solco profondo e non solo sul viso.
In quei luoghi mi sentivo libera, potevo diventare la regina delle amazzoni,  tra le canne di bambù; con la bicicletta correvo a perdifiato fino alla piazza del paese,  dove i bambini mi aspettavano per giocare a mondo o cucinare  le torte di fango: le più buone della terra.
Ricordo che un giorno tornai a casa con un occhio pesto: cercai di spiegare alla nonna che, quel prepotente di Luigi, aveva fatto cadere la mia  bicicletta nuova e quindi io gli avevo dato uno spintone facendolo precipitare a terra, lui di tutta risposta mi aveva sferrato un pugno proprio sullo zigomo; senza pensarci neanche un istante gli avevo piantato un calcio là, dove sapevo  avrebbe fatto più male; se l’era meritata…Lei mi guardò profondamente negli occhi e disse: “ Nessun oggetto, nessun discorso,  nessun pensiero giustifica un atto di violenza, neanche la tua bicicletta nuova.. Non ci sono scuse.”  Io comunque avevo ragione.
La sera, seduta sulle sue ginocchia, davanti al portone aperto della casa, l’interno della quale era nascosto da una tenda verde, ascoltavo le storie della collina.
– Sulla collina- narrava- si sentono bisbigli e parole sommesse.
Io chiedevo se fossero fantasmi e la nonna rispondeva che erano racconti … racconti  di persone abbandonate a se stesse.
– A volte le voci fanno paura e allora ci si tappa le orecchie con le mani, si gira canale per non vedere, si mette la musica a tutto  volume per non sentire; ma le voci sussurrano al cuore e non si può non ascoltarle.
Adesso che la nonna non c’è più e io sono una donna, ho deciso di andare sulla collina.
Mi arrampico faticosamente lungo una stradina irta e abbandonata da tempo: nessuno sale più là in alto, nessuno crede più che, nel cammino verso il terzo millennio, queste voci esistano ancora. Arrivo in una radura, gli alberi lasciano intravedere … qualcosa … qualcuno …
Qui il tempo si è fermato. Il cancello arrugginito si apre con un sinistro cigolio. Tra gli autobloccanti dei vialetti crescono ciuffi d’erba ingiallita dal susseguirsi delle stagioni. Mi guardo intorno e, nascoste tra le pieghe dei sassi, leggo storie dimenticate, impigliate tra i rami. Mi avvicino lentamente ad un angelo con un’ala sola e ascolto il frusciare del vento tra le foglie:
“Mi chiamo Maria, mi sono sposata nel duemilaotto a ventidue anni. Il mio compagno è gentile e sensibile, mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Mi sono innamorata di lui per una rosa rossa, non un unico fiore ma una pianta intera.
L’ho posata sul balcone della nostra casa, tra i profumi del rosmarino e della santoreggia.
Era avvolta in un sacchetto di carta del pane, l’ho estratta delicatamente per non rompere neanche una spina e l’ho infilata nella terra umida e ambrata, nell’enorme vaso che avevo acquistato per lei.
Ci ricorda ogni giorno il nostro amore.
Io e il mio compagno stiamo bene insieme.
Facciamo lunghe passeggiate mano nella mano.
Non vuole che guardi gli uomini che passano è un po’ geloso e questo mi lusinga.
Vuol dire che mi ama.
La casa diventa il nostro nido e lui mi vuole tutta per sé.
La notte si risveglia sudato e affannato, impaurito come un uccellino in gabbia, mi fa giurare che non lo lascerò mai.
Io gli accarezzo i capelli e lui si addormenta sul mio seno.
Passiamo molto tempo da soli io e lui.
Gli amici si allontanano perché è geloso degli sguardi che giudica indiscreti e delle amiche che mi portano sulla cattiva strada.
Il suo amore è come un cuscino di piume bianche e leggere, a volte mi sostiene e mi fa sognare; a volte si posa sul mio viso fino a bloccarmi il respiro.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere, durante il tragitto mi chiede di tenere gli occhi bassi, di non guardare e non provocare: io sono solo sua.
La rosa sul davanzale cresce rigogliosa.
Quel giorno ero andata da sola a fare la spesa nel supermercato sotto casa e mi ero trattenuta a parlare con la mia vicina, che ancora non conoscevo.
Entro in casa e lo trovo sconvolto sulla poltrona ad aspettarmi, il pavimento è cosparso da pezzettini rossi, che assomigliano a mille gocce di sangue: è la rosa strappata, divelta dalla sua terra e ridotta in minuscoli frammenti ….
Mi abbraccia forte, mi chiede di non lasciarlo più solo per così tanto tempo; ha avuto paura, tanta paura di perdermi. Lo consolo, gli faccio capire quanto lo amo … un bacio lungo un respiro diventa una stretta serrata, che mi comprime come una morsa d’acciaio.
Il silenzio è ormai il nostro discorso preferito.
Senza più fiori, privata delle sue foglie e del suo odore, la rosa rossa appassisce sul balcone.
Piango, la raccolgo, la depongo nella pattumiera del nostro appartamento.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Niente più passeggiate mano nella mano.
La casa diventa la mia prigione e le stanze sono vuote e fredde, senza amore. Allora decido di parlargli, di aprire il mio cuore: non si può andare avanti così, questa non è vita e il nostro amore sta morendo; ma la discussione diventa violenta e sono costretta a chiudermi in camera da letto.
Forse ho esagerato, dovevo essere più discreta … Sento il suo respiro dietro la porta,  mi chiede perdono, dice che non accadrà più … non voleva … e comunque anche io dovrei sapere quanto mi vuol bene, dovrei rispettare il suo amore così immenso e unico.
Il giorno dopo non vado in fabbrica, non saprei cosa dire, come spiegare quei segni sul viso.
Penso al fiore appassito nella spazzatura, a quel profumo sepolto tra i resti di cibo andato a male.
Scendo le scale in fretta, mi avvio verso il fioraio e acquisto una magnifica pianta dal cuore rosso.
Il nostro balcone si ricolora, ma quando guardo quel bocciolo, che ancora deve spuntare, capisco che non sarà mai più quello di prima.
Mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Il tempo passa e nulla cambia, tra urla, grida, pianti, perdoni e incomprensioni, i giorni si susseguono sempre uguali. Finalmente mi guardo allo specchio: la tristezza è dipinta sul mio viso, niente trucchi … solo sofferenza. Mi sento vuota, inutile, stanca …
Ho paura di affrontarlo allora lascio un biglietto: “ Mi dispiace”.
Cammino lentamente sotto una pioggia sottile, distinguo le mie lacrime dall’acqua solo dal sapore salato. La strada è quella della mia vecchia casa … mia madre mi aspetta, mia madre sa …
Nel tragitto mi accorgo di non riuscire ad alzare gli occhi da terra è l’abitudine …
Sono inquieta penso a lui e mi dispiace … ma il ricordo degli schiaffi inutili mi rassicura. È giusto così!

E’ tardi e lui sarà arrivato a casa. Il telefono squilla … ha saputo … piange … vuole che torni, ma io non posso e allora m’insulta, urla … Mi dispiace.
Per giorni la sua figura si staglia davanti alla casa di mia madre come un’ombra oscura, così io sono ancora una volta sua prigioniera, segregata dalla paura.
Mia madre mi accompagna ogni giorno al lavoro e mi viene a prendere.
Il telefono manda messaggi offensivi, mi dispiace e sono terrorizzata … Gli chiedo ripetutamente di firmare le carte della separazione.
Ti prego … lasciami libera … lasciaci liberi.
Chiedo aiuto ma poche persone prendono la cosa sul serio:
Passerà …
Abbi pazienza …
Ci vuole tempo per queste cose.
In fondo ti vuole bene.
Mia madre non risponde alle mie domande, è preoccupata ma non capisce e attende.
Una mattina squilla il citofono: è lui. La sua voce è calma, tranquilla sembra il ragazzo sensibile di cui ero innamorata; dice che ha capito, sa che ha bisogno di aiuto e firmerà la separazione.
Mi chiede di scendere nel portone.  Ho quasi voglia di riprovare … ma ho paura. Passo un po’ di rossetto sulle labbra, raccolgo  i capelli per non farlo arrabbiare, mi diceva sempre che lasciare i capelli sciolti è segno di civetteria …. in fondo ci siamo voluti bene.
Scendo le scale con le carte in mano, sono serena, la sua voce è così morbida.  Apro il portone con il sorriso sulle labbra. Sento un dolore improvviso e lancinante …  mi chiedo da dove venga, mi tocco con le mani il cuore e percepisco un calore appiccicoso e un odore nauseabondo, mi viene da svenire.
Mentre chiudo gli occhi, lo intravedo con un coltello in mano e penso Mi dispiace …”.
Mi sveglio accoccolata su un tappetino verde, tra le mani lo scheletro di una rosa rossa, una lacrima scende sul mio viso. Strappo i fili d’erba che ricoprono il nome sulla lapide e lascio che il sole lo inondi di calore.
Riprendo il mio cammino lungo i sentieri di questo paese senza nome, cerco di farmi strada tra i rovi, cresciuti a dismisura per non permettere al mondo di vedere la tristezza e la solitudine di queste vite spezzate. Il profumo di fiori d’arancio mi conduce sotto una zagara bianca. Mi siedo, abbasso le palpebre e percepisco il canto del mare lontano.
“Mi chiamo Giada frequento la prima liceo di un paese vicino al mare. Al termine della scuola mi piace correre con i miei compagni sulla spiaggia,  fino alla riva e tuffarmi tra le onde.  Amo sentire la musica a tutto volume e vestirmi alla moda,  con i Jeans attillati e le magliette che lasciano intravedere la pancia. Sono molto coraggiosa, mi sono appena tinta i capelli di rosso per andare a una festa. Attraverso la strada felice: ho promesso ai miei genitori che tornerò a casa presto …. Mi dispiace che mi stiano ancora aspettando …”.
Tutto questo è assurdo … in cima a questa collina sento discorsi di donne che chiedono soltanto di essere ricordate, la loro voce è la mia voce; mille storie di questo secolo appena cominciato e già così amaro.
Ormai è pomeriggio e io cerco di togliere la ruggine dalla  statua di una giovane, inchinata a raccogliere una spiga di grano:
“ Mi chiamo Irina sona nata in Ucraina ventiquattro anni fa. Sono venuta in questo paese, con i miei sogni nella valigia, per trovare un po’ di serenità. Chiusa in quel camion pensavo al futuro, al lavoro e ai miei figli che presto mi avrebbero raggiunta. Quella strada non era sicura e io volevo soltanto riavere la mia dignità. Mi dispiace di non esserci riuscita”
… di fianco una piccola scultura bianca, con il disegno di un albero di Natale e un CD di musica POP appoggiati sopra:
“Mi chiamo  Lina, ho sedici anni: io ero sola … loro erano in tanti”.
Percorro pochi passi …  un velo impigliato ad un ramo sussurra parole inizialmente incomprensibili per me poi,  lentamente, quei suoni acquistano significato:
“Mi chiamo Miriam ho voluto togliermi il velo e amare un uomo straniero. Mio padre e i miei fratelli non erano d’accordo …”.
MI  gira la testa … sento sussurri ovunque … percorro di corsa un lungo tappeto rosso, al termine del quale un elegante vestito azzurro mi attende …
“Mi chiamo Ethel: non ero mai abbastanza magra per le sfilate!”
Mi chiamo … Mi … Mi…. dispiace.
All’improvviso mi accorgo di non essere più sola, uomini e donne, sono saliti fin quassù per cambiare l’aspetto del luogo: ripuliscono statue e piantano rose rosse,  togliendole dal sacchetto del pane, si chinano ad ascoltare, strappano  erbacce, si scambiano sguardi; cantano nenie e canzoni come questa:
“Non aver paura/parla alla tua vicina/all’amica che ti sta accanto/alla guidatrice del tram, alla fioraia/alla professoressa, all’incantatrice di serpenti/alla zingara che legge la mano, alla donna con il velo/alla madre con il figlio, alla passeggiatrice, alla strega. //Non aver paura/esci di casa /e sussurra nell’orecchio/di ogni donna che incontri//Alza la testa /solleva le braccia/e urla il tuo dolore. //Non aver paura/non aver vergogna/di dire al mondo /la rabbia che hai dentro/la tua storia è la loro storia. “
Anche il mio compagno mi ha raggiunto sulla collina e mi tiene la mano quando si ode l’ultimo tenue sussurro:
“Mi chiamo Irma e sono stata violentata dalle SS, in un campo di concentramento ….  Non c’è giustificazione … ricorda .. non c’è giustificazione alla violenza … nessuna giustificazione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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IN NOMINE PATRIS

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”

(S. Quasimodo)

 

Guardandoti, ritrovo immutata sul tuo volto la maschera di sempre, rigida e imperscrutabile come quelle che venivano usate nel teatro antico. La tua espressione, scolpita nel gesso delle buone maniere, ha sempre fatto di te un ottimo teatrante, su questo non ci sono dubbi.

Agli occhi di tutti eri il capo famiglia perfetto, il marito irreprensibile, il padre amorevole, l’uomo dai sani principi, il cristiano devoto, l’avvocato incorruttibile, l’intrattenitore dalla barzelletta sempre pronta. Perfetto sotto tutti i punti di vista. Diverso da me che, dentro e fuori casa, alzavo la voce per un nonnulla, facevo a botte con i maschi, prendevo brutti voti a scuola, e non sapevo il rispetto per i genitori. Te ne do atto, nell’ars oratoria, come la chiamavi tu, non avevi rivali. Riuscivi a forare la mente delle persone con la sola forza del verbo, appoggiando la voce sugli accenti giusti. Io no, sapevo solo urlare. Oppure stare zitta, raggomitolata dentro un mondo tutto mio in cui le parole non avevano peso. Un mondo in cui sarebbe bastato uno sguardo per sondare la profondità di un disagio. Un mondo in cui io riuscivo perfino a immaginare che i malesseri potessero scoppiare come una bolla di sapone. Più mi rintanavo e più invece affondavo. Più cercavo l’ombra e più diventavo fantasma a me stessa. Nelle tue mani la mia paura diventava un’arma. Per sentirmi libera ho dovuto fare i conti con la realtà, capire che, a differenza di quello che andavi sostenendo tutte le volte in cui ti capitava di perdere una causa, il giudice non si sarebbe lasciato gettare fumo negli occhi tanto facilmente. Si è comportato da uomo di scienza e coscienza ed è andato oltre i ruoli e le apparenze. Ha creduto ad altri uomini di scienza, i dottori, che per primi mi hanno aiutata ad alzare il velo dell’ipocrisia. L’ultima volta che sono ricorsa alle loro cure, infatti, non hanno permesso che mamma ti giustificasse. Sempre pronta a difendere te e la sua stessa tranquillità, lei aveva il brutto vizio di parlare anche quando non le veniva rivolta alcuna domanda. Raccontava della mia distrazione, delle cadute giù dalle scale, della bicicletta che sbadatamente facevo rovinare a terra. Ti scusava come fanno i deboli, a occhi bassi e senza lacrime. Ripeteva sempre la stessa litania mandata a memoria senza fede e senza cuore.

Lo ammetto, non deve essere stato facile per nessuno alzare un polverone contro di te. Nemmeno il parroco aveva saputo prendere una posizione quando, protetta dalla grata del confessionale, in un bisbiglio, avevo trovato la forza di denunciare le tue colpe e la mia disperazione. Ero alla mia prima confessione, quella che avrebbe dovuto portarmi alla prima comunione, ma, nonostante avessi ottenuto la piena assoluzione, era stata anche l’ultima.

“Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris et filii et spiritus sanctus sancti”, aveva detto don Pierino.

In nomine patris, con questa formula lui mi aveva rispedita, più indifesa che mai, a te che mi aspettavi fuori, perfettamente a tuo agio alla luce del sole. Eppure avrei dovuto saperlo, poche ore prima mi avevi avvertita, non osare aprire bocca, avevi bisbigliato nel mio orecchio, tanto nessuno ti crederà. Nella penombra del confessionale, convinta di essere al sicuro, avevo ugualmente trovato la forza per disubbidirti. Da giorni cercavo le parole giuste, ci provavo e ci riprovavo, mescolavo i sentimenti alle preghiere, scomodavo i santi, invocavo il mio angelo custode senza mai ottenere risposta, eppure alla fine avevo vuotato il sacco.

Ero stata rimandata indietro, come se avessi parlato di una birichinata qualsiasi. Ancora stordita dall’odore dell’incenso, dei fiori, della cera sciolta e della vergogna, mi ero chiesta da cosa fossi stata assolta, ma più mi ponevo domande e più mi sentivo confusa. Eri un avvocato. Più influente che stimato.

Ora però le cose sono cambiate. Le parti si sono invertite. Io ho puntato il dito e sono diventata l’accusa. Tu l’accusato. Non sono don Pierino, non ho nessuna intenzione di assolverti purificando la tua anima con la leggerezza di due dita lanciate in aria a tracciare una croce. Non l’ho fatto anni fa in tribunale, e non lo farò nemmeno adesso. Non ha importanza che tu sia qui, in questo letto d’ospedale, con i piedi ormai incamminati sulla via dell’ultimo giudizio. Mi fa un certo effetto rivederti dopo diciassette anni, questo sì.

Tanti ne sono passati dal giorno in cui, spinta dal bisogno di trovare un luogo tutto mio in cui tu non avresti mai potuto intrufolarti, sono sparita dalla circolazione. Per impedirti di rompere i sigilli della mia pace, rossa e fragile come la ceralacca, potevo solo mettermi in viaggio evitando accuratamente le strade che tu avevi scelto e spianato per me a suon di botte. Sapendo quanto tu odiassi la montagna, ho camminato in quella direzione. Non è stato difficile. Senza rendertene conto, mi avevi insegnato a vivere in salita, a posare passi brevi e pesanti, a trattenere l’aria nei polmoni, a cadere e a rialzarmi senza far caso alle ferite, a tenere lo sguardo puntato a terra per essere salda come una cerva che si muove tra un salto di roccia e l’altro. Avevo letto da qualche parte che, secondo Dante, del paradiso non erano rimasti altro che i fiori, le stelle e i bambini, per questo mi ero trasferita in un casale isolato, a due passi dal cielo.

Nei primi tempi non riuscivo a fidarmi di nessuno, vivevo con tutti i sensi in allerta, pronta a scansare pericoli e crepacci, rocce ruvide e intrigo di sottobosco. Eppure, essendo convinta che ci fosse un porto per ogni destino, continuavo a cercare una traccia. Avevo scelto la solidità della roccia per costruirvi il mio nido e la quiete della montagna per erigere il mio eremo, perché volevo sentirmi come un’aquila reale che, quando apre le sue grandi ali, traccia ampie figure di libertà nell’aria.

Riesci a immaginare come sia andata a finire, papà? Per anni non sono riuscita a lanciare sguardi giù, a fondo valle, né a puntare gli occhi nell’azzurro del cielo. Ho semplicemente vissuto la tenacia della terra, cercando e trovando conferme del fatto che i veri lupi non si nascondono nella ruvida asperità della roccia, ma nella falsità che morde e sbrana l’anima, fino a trasformare il cuore di un uomo in un pugno di granito. In montagna, nella mia bella montagna, ci sono tappeti di bosco e infinite sfumature di verde, prati da sfalcio e intrighi di luce. Poco più su c’è il grigio del sasso nudo su cui, dall’alba al tramonto, gioca e rimbalza il sole. Nei castagneti i frutti maturano dentro agli astucci dei ricci, nessuno li forza a cadere prima del tempo.

A me è successa esattamente la stessa cosa. A poco a poco la mia mente, mai del tutto sgombra dai pensieri tristi, ha iniziato a sconfinare, finendo per rifiorire in pensieri di leggerezza. In quel tacere di monti sono perfino riuscita a udire il canto timido del mio cuore. Mi è costata una enorme fatica emergere da quel mondo incantato per venire qui oggi. Ma dovevo farlo. Sentivo che per chiudere definitivamente col passato avrei dovuto, per forza di cose, darti un’altra possibilità.

Nonostante la vecchiaia, tu sei però rimasto quello di sempre. Esprimono molto più delle parole gli occhi, e i tuoi, in questo preciso momento, mi avvertono che non sono la benvenuta. E come potrebbe essere altrimenti? Non mi hai convocata, non mi parli, non cerchi il mio perdono. Ti limiti a fissarmi. Usi lo sguardo come se fosse una spada, non è così papà? So leggerti dentro, per questo non mi è difficile comprendere che, indipendentemente dall’esito della sentenza, credi di avere ancora ragione. Mi hai condannata tanto tempo fa, dal tuo punto di vista io sono l’aguzzina e tu la vittima. La mia querela ti ha portato via fama e prestigio, corte e maniero. Non è più tempo di falsità e messinscena, di accuse e di recriminazioni, sappi però che io ho perso molto più di te. Pur non sentendomi in colpa e non aspettandomi nulla dalla vita, non sono mai riuscita a sentirmi del tutto libera. Non fraintendere, la montagna, colla sua gente, mi ha accolta e difesa. Pian piano ho imparato a rispettarmi. A rispecchiarmi nelle ferite della roccia. Ferite che, anno dopo anno, diventano sempre più profonde. A provocarle sono uomini senza scrupoli che disboscano e bruciano e zittiscono e spopolano e spaccano e mettono a nudo il sasso e distruggono tutto quello che capita loro a tiro. Uomini come te, papà. Uomini che ti frugano nelle viscere per poi disconoscerti ed esporti alla pubblica gogna. Uomini che, alla prima occasione, ti vendono al miglior offerente. Credo sia per questo che più i tuoi occhi odiano, più i miei si vanno riempiendo di montagna e di luce. Come vedi, la distanza che da sempre ci divide, si ripropone di nuovo a ruoli invertiti. Tu, disteso tra le lenzuola candide come un manto di neve che ricopre la tua debolezza e la malattia che ti consuma, sei più orizzontale, piatto e gelido di una pianura aggredita dall’inverno. Io ti osservo, ferma ai piedi del letto, con la fragile solidità di un carpino aggrappato a un salto di roccia. Ho il cuore ancora inzuppato nell’aria della primavera, per questo e non per orgoglio non piego il capo. Sono come un fiore che ha appena lasciato il suo amato prato. Tu sei tutto intento a non lasciar trapelare l’imminente fine, io invece sono ancora immersa in una fiaba senza tempo. Non ti penso più come il centro dell’universo, il campanile che sale e sparge da una valle all’altra la sua benedizione, le sue verità. Da tanto ho imparato a non girare attorno al tuo universo, ma avevo bisogno di questo istante per capirlo fino in fondo. Per scrostarmi dalla testa e dal cuore le ultime tracce di quei giorni pesanti che sono stati la mia infanzia al tuo fianco. Giorni in cui l’uomo nero aveva fattezze fin troppo note. Giorni in cui gli incubi della notte non conoscevano lo sbocciare rassicurante del sole. Giorni in cui le punizioni diventavano una faccenda di ripostigli bui, luoghi privi di qualsiasi ricircolo d’aria. Da quando non devo più preoccuparmi di trovare l’ossigeno e la luce necessaria a restare in vita, sono rinata. Ho iniziato a credere in me stessa. Sì, oggi sento che la mia forza è reale. A conferma che le promesse, le minacce e le lusinghe con cui fino all’ultimo hai tentato di chiudermi la bocca durante il processo, non erano che vento di zizzania. Ti vedo sai? Nonostante tu sia stremato e ferito sei peggio di una bestia, non lasci la presa. Non potendo o forse non riuscendo a parlare, usi gli occhi per braccarmi. Mi stringi in un assedio di ghiaccio, il colore delle tue iridi è quello degli iceberg. Strano, non lo avevo mai notato prima, forse perché fino a poco tempo fa non alzavo lo sguardo. Ora non mi fai più paura, continua pure a tenermi il dito puntato contro, per me non ha più importanza se gli altri non possano o non vogliano riconoscere il male che mi hai fatto. Bastano i miei ricordi a fare da confine. A ripararmi dai colpi delle tue mani, sempre gonfie di botte, sempre pronte a calare e a lacerare le mie carni. Tra noi c’è un solco enorme che gli anni hanno approfondito. Se ho deciso di scavalcarlo, è solo per restituirti il passato.

Lo faccio a modo mio, facendoti vedere la donna che sono diventata. Non si tratta di una sfida, solo una specie di contraddittorio. I ricordi sono specchi… riesci a vedere le impronte che hai lasciato sulla loro superficie, papà? Sono pesanti come pietre, eppure sono riuscita a stanarle e a riportarle a te… girano attorno al tuo letto, tutte assieme fanno più rumore di uno sciame di api impazzite. Puoi starne certo, presto si poseranno sulla tua pelle per restituirti i morsi del tuo stesso veleno.

“L’ora di visita è terminata. Signorina, deve uscire.”

Ecco. L’infermiera, senza nemmeno rendersene conto, ha messo fine ai nostri tempi irripetibili. Ancora una volta è toccato ad altri definire i confini. L’ospedale, proprio come un tribunale, è fatto di ordine e di rigore. Di regole e di orari. Qui ognuno ha un ruolo e un posto predefinito. Durante questa ora, nessuno di noi due ha mosso un muscolo. Ti lascio che sei ancora vestito della tua solita, massiccia superbia. Io che invece indosso i miei nuovi orizzonti, posso tornare, finalmente libera e leggera, al mio piccolo casolare. Dista mezz’ora di cammino da un minuscolo paese, appena una manciata di case, in cui tutto mi parla di famiglia. Più terra e verde e roccia che casa e muri e strade. Lassù l’aria profuma di fienagione e i limpidi cieli conoscono il volo maestoso delle aquile. Per me non si tratta di un semplice rifugio. Non più. In montagna mi sento davvero bene. Respiro. Vivo. E come un fiore di prato mi apro al soffio del vento che rotola sulle rocce, le scala intessendomi dentro un ricamo di terra e d’azzurro. E sai perché, papà? Perché anche una cerva ferita, finché il suo cuore batte, trattiene tra gli zoccoli orizzonti di luna che nessun cacciatore riuscirà mai a impagliare.

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BETTA VA DI FRETTA

Elisabetta va sempre di corsa, anche il suo nome non riesce a starle dietro, infatti per fare prima si fa chiamare da tutti Betta.

 

A volte le sembra di non aver tempo nemmeno per respirare, sicuramente non per respirare come si deve. Non è una brava donna di casa e forse nemmeno una brava madre ma non ha tempo per migliorare.

Lavora tutto il giorno e la sera è nervosa e alza la voce con i figli stanchi e affamati, gli urla addosso la sua frustrazione   poi, mentre lava i piatti del giorno prima, ci pensa, si pente e allora chiede scusa e li bacia e gli dice che li ama.

 

Ritira i panni asciutti, stende quelli bagnati, lava quelli sporchi, fa la pasta in bianco e poi gli accende il pc così stanno buoni per dieci minuti.

Betta allora va in bagno e accende la sigaretta, guarda fuori dalla finestra e mentre fuma guarda le luci degli aerei che passano,  la fanno sognare quelle lucine gialle che si muovono in cielo, molto più che le stelle. Fuma piano e se ne sta lì ad accarezzare la notte con lo sguardo mentre consuma la sigaretta.

 

“Mi scappa la cacca!”, butta la sigaretta a metà, li lava, li sveste, li veste e li porta  nel suo letto per fare prima. Se li bacia dappertutto, ne ha bisogno, soprattutto sulla bocca, li stringe forte, li lecca anche un po’ chiedendosi se sia sbagliato ma tanto non sa resistere;  loro ridono la circondano di braccia e gambe e le dicono che le vogliono bene, la accarezzano e ricambiano i baci e lei in quel nido di tenera carne si addormenta senza pensare ai vestiti da preparare per l’indomani mattina, alla merenda e alle scarpe da tennis da mettere in cartella che il martedì c’è motoria.

 

Il giorno dopo si sveglia ancora mezza vestita districandosi fra gli arti dei suoi figli.  si infila le calze, il maledetto tubino nero che è per lei come  la tuta blu di un operaio, li veste nel letto ancora addormentati, li mette in macchina con un biberon ciascuno e li porta alla scuola materna.

 

Deve fare presto, Betta non si è ancora truccata e deve anche passare al supermercato. Ci sono dieci minuti di strada, bastano e avanzano per il solito make up. Sulla statale apre il piccolo beauty, le ginocchia mantengono il volante, prende fondotinta e spugnetta  e guardandosi nello specchietto retrovisore si spalma la faccia, il fard è un giochetto, basta una mano e a memoria si colora le guance.

 

Primo semaforo, è rosso, c’è poco tempo, mette il rossetto solo sul labbro superiore e poi deve ripartire. C’è coda, bene, può cercare il mascara, sfila lo spazzolino, le suonano, deve ripartire ma è esperta, lo sa mettere in movimento, fissa la strada tenendo ferma la testa e spazzola le ciglia dell’occhio destro dalla giusta distanza, il sinistro è un po’ più complicato:l braccio finisce davanti all’occhio destro, non vede la macchina che le inchioda davanti, ci finisce addosso senza nemmeno frenare.

 

Lo spazzolino del mascara si conficca preciso nell’occhio.

 

Betta alza la testa dal volante, ha la vista annebbiata, con fatica mette a fuoco l’orologio, si accorge che sono già le otto e mezza, deve fare veloce, un altro ritardo e rischia il licenziamento. Abbandona la macchina e a piedi si avvia verso il supermercato incurante degli insulti dell’automobilista tamponato.

“Chiamo la polizia! Si fermi!” ma la voce scompare mentre si allontana di fretta.

 

Betta cammina veloce, scarta i bancari appesi alla ventiquattrore che la guardano dall’alto delle loro sedici mensilità disapprovando con dei piccoli no della testa.

Attraversa con passo spedito il bar del centro commerciale dove le casalinghe vanno a bere il caffè con le amiche prima di fare la spesa; anche loro guardano senza farsi vedere, loro approvano, riconoscono il tappo giallo del mascara, è quello che fa le ciglia folte e lunghissime. Ottimo rapporto qualità/prezzo.

 

Betta prende il carrello direttamente dalla lunghissima fila in movimento spinta dal solito pachistano che riesce a farla zigzagare attraverso i clienti senza fare incidenti. Sembra l’incantatore di un enorme serpente metallico, lui tiene sempre gli occhi bassi, così gli hanno insegnato al suo paese. L’uomo si ferma le fa prendere il carrello, non alza lo sguardo e non parla, forse pensa alla moglie e ai figli restati a Karachi.

 

Reparto frutta e verdura: le mele, le banane e le patate, tasto quindici, sessantasette, diciotto, Betta è concentrata, deve ricordarsi il terno secco per non fare avanti e indietro per tre volte; alle bilance una piccola lacrima di sangue esce dall’occhio infilzato e poi cade sul sacchetto delle banane.

 

“Signora! L’ho vista sa?” le inveisce contro una cinquantenne ingioiellata stretta in uno splendido tailleur color champagne.

“Il guanto! Il guanto non l’ha messo!” Betta la guarda e ripensa ai numeri sedici, sessantasette, ottantuno … no diciassette, settantasei, diciotto. E’ inutile non si ricorda più, guarda la signora senza parlare, fa girare un paio di volte il sacchetto delle patate e poi la colpisce alla tempia. La signora si accascia svenuta sul pavimento. Betta urla: ” Aiuto! Si sente male, dov’è la sicurezza?” Immediatamente accorrono due energumeni armati che soccorrono impacciati la donna priva di sensi. “Quindici e sessantasette , ecco si”, pesa la roba e s’incammina nel reparto della carne.

 

Le bistecche famiglia non sono ancora sul banco. Betta scosta la tenda del retro dove i macellai tagliano la carne e fa qualche passo chiedendo permesso ma non vede nessuno. Dalle spalle si sente schiacciare con decisione verso il muro piastrellato, “Cosa ti serve bella signora?”.

Riconosce la voce del macellaio, quello che le fa sempre le battute sconce, sente premere il sesso dell’uomo sulle natiche, “Le bistecche”, dice lei cercando di divincolarsi, “Ho fretta”.

“Sono veloce, non si preoccupi”, lui le alza la gonna e la penetra da dietro, le da dei colpi secchi e veloci e viene prima di arrivare a dieci.  Il viso di Betta è premuto sulle piastrelle che si sporcano del suo sangue e di quello delle mani lorde del macellaio.

 

L’uomo si stacca da lei e allontanandosi senza guardarla borbotta  “Le ho appena messe fuori, le bistecche”.

Betta torna di là, le trova, ne prende una confezione e la mette nel carrello, poi lo yogurt, due litri di latte, la nutella, la salsa di pomodoro, gli spaghetti, il minestrone congelato e infine si precipita al pane, comincia ad essere molto tardi.

 

Davanti a lei c’è una persona, Betta aspetta mangiandosi le unghie condite da qualche goccia di sangue che le cola sulle labbra. Tocca a lei “Mezzo chilo di sfilatino morbido”. “E no signora, bisogna prendere il biglietto!” le fa una studentessa dietro di lei sventolando il proprio quadratino.

“Puttana di una ragazzina, che ti bocciassero per tre anni di fila” mormora Betta mentre torna indietro a prendere il numerino, è il venticinque, sul tabellone lampeggia il venti. Deve aspettare il suo turno, sotto gli sguardi vigili delle persone arrivate dopo di lei ma che hanno ben saldo in mano il proprio pezzetto di carta.

 

Riesce a prendere il pane poi si precipita alle casse, a quest’ora dovrebbe già essere in ufficio. Da un’occhiata al carrello e si infila nella cassa veloce. Ci sono cinque persone davanti a lei ma sa che lì si fa più in fretta.

La fila si blocca due volte: la prima volta la cassiera chiama un addetto al microfono perché un cliente si è dimenticato di pesare la frutta, dopo un tempo che a Betta sembra lunghissimo l’addetto arriva e con calma va a pesare la frutta per il cliente distratto; la seconda volta  la fila si ferma per la signora prima di lei perché la confezione dello zucchero è chiusa male e vuole farsi cambiare il prodotto, stessa trafila, altri dieci minuti.

 

Finalmente è il suo turno ma quando fa per mettere il suo primo acquisto sul nastro il cliente dietro di lei, un pensionato in calzoni bianchi con la riga, la ferma:  “Signora questa è la cassa per soli dieci pezzi”.

Betta guarda il proprio carrello con l’occhio sano, conta i pezzi poi guarda implorante l’anziano signore: “Sono undici pezzi… per favore”.

“Mi dispiace, è questione di principio!”  Betta si gira, stringe i denti fissandolo, senza abbassare lo sguardo lascia cadere la passata di pomodoro davanti ai piedi dell’uomo.  “Ops… mi dispiace” I pantaloni dell’uomo ora sembrano la Pimpa, Betta rilassa la mandibola in un sorriso:  “Ora sono dieci” e passa la spesa alla cassa.

 

“Sono venti euro e due centesimi”. Betta ne ha solo venti e il suo conto non permette altre spese con il bancomat, comincia a cercare sul fondo della borsa  ma non trova nulla, la cassiera tamburella le dita senza guardarla, Betta si agita, sente crescere l’imbarazzo mentre fruga in tutte le tasche senza risultato, è sudata, il sangue ora cola abbondante imbrattandole la giacca. Finalmente la cassiera con sufficienza le intima di lasciar perdere e le passa lo scontrino.

 

Betta sta buttando in fretta le ultime cose nella borsa di plastica quando sente una mano morbida che le prende la sua, si gira di scatto, nervosa,  è il nipotino del pensionato che la fissa serio, sgranando gli occhioni neri: “Le fa male quel coso nell’occhio, signora?”. A Betta viene da piangere sta per rispondere qualcosa ma il bambino scompare.

 

“Signora, mi risponda, sente dolore?”, sopra di lei un’infermiera la guarda preoccupata dentro un’autoambulanza che procede di fretta a sirene spiegate.

 

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LA FURIA DELLE ACQUE

– Dovete aiutarmi, brigadiere.

Nunziata era seduta su una delle due sedie di legno, davanti alla scrivania. Era spaventata e scarmigliata, e aveva un occhio nero.

– Te l’ho detto, Nunziata, – ripose il brigadiere Nerucci con voce paziente – senza una denuncia io posso fare ben poco. Ma tu non ti vuoi decidere…

– Se lo denuncio finisce in galera – ribatté lei con voce sorda – e io come li sfamo i figli miei? Bene o male, quando è sobrio, qualche soldo a casa lo porta.

– Non puoi prendere le botte per tutta la vita, per quattro soldi. So che lavori, che in paese ti danno una mano e puoi cavartela anche senza di lui.

– Sì, ma quando poi esce di galera mi ammazza.

Il brigadiere Nerucci sospirò.

– Affrontiamo un problema alla volta, vuoi? Firmami questo benedetto foglio…

– Brigadiere, guardate che non m’importa delle botte. A quelle ormai ci sono abituata. C’è un’altra cosa…

– Cosa? –

Nunziata si torse convulsamente le mani.

– Ecco… la mia Giovanna ora s’è fatta grande… e non mi garba come la guarda. Non mi garba per niente.

Il brigadiere si avvicinò al viso della donna.

– Vuoi dire che Gervasio  ha messo le mani addosso a Giovanna?

– No…. ancora. Ma da un po’ di tempo fa dei discorsi… degli apprezzamenti…. Io ho paura, brigadiere. Ho paura che la rovini. Quando è ubriaco, è capace di tutto. E poi non è il suo vero padre… anche se lei non lo sa.

– Lo vedi che devi firmare la denuncia?

– Io non le metto per scritto queste cose. Sono cose tremende, mi vergogno. Dovete aiutarmi, brigadiere… perché se tocca Giovanna, io lo ammazzo.

Il brigadiere sospirò.

– Vuoi che ci parli?

– Magari…

– Va bene, anche se io la vedo in un’altra maniera. Vai a casa, ora, Nunziata, che s’è fatto quasi mezzogiorno.

La donna si alzò con gli occhi lucidi.

– Grazie… se lo potete fare, grazie.

 

 

 

 

 

 

 

– D’Ascenzi!

L’appuntato D’Ascenzi scattò in piedi e si precipitò nell’ufficio attiguo, da dove veniva la voce tonante.

Il brigadiere Nerucci contemplò il giovane alto e dinoccolato, che passava a malapena dalla porta. In quei giorni d’autunno erano soli: il maresciallo s’era operato d’urgenza d’appendicite, un carabiniere era in licenza matrimoniale e un altro s’era beccato l’influenza. Per fortuna, in quella stazioncina di paese noioso non accadeva  mai nulla. A parte le beghe familiari.

– Hai sentito, vero?

D’Ascenzi accennò un sì incerto con la testa.

– Andiamo a mangiarci un boccone da Gilda, poi andiamo a fare due chiacchiere con quel Gervasio.

– Bene – disse l’appuntato con un largo sorriso.

– Ovviamente, tu resterai in macchina.

Il sorriso di D’Ascenzi si spense.

 

Gilda la vedova gestiva l’unica osteria del paese, fumosa, unta e annerita, ed era famosa per la trippa. Nerucci però aveva la gastrite e proibiva anche al suo sottoposto di consumare cibi di dubbia provenienza.

– ‘Giorno brigadiere, il solito?- disse Gilda con finto entusiasmo.

Il solito era costituito da due insalate di campo, prosciutto e formaggio locali, mezzo bicchiere di vino al brigadiere e rigorosamente acqua all’appuntato, che annusava vanamente gli odori densi della trippa e dei fagioli con le cotenne.

– ‘Giorno Gilda, il solito, grazie.

– Avete visto che tempo, brigadiere? Pioverà anche oggi…

– Anche oggi, e anche domani, e anche dopo di domani – disse un vecchio torvo che faceva il solitario a un tavolo di fondo.

– Che dite, Osvaldo? – chiese il brigadiere – Non cambia?

– Per me, pèggiora  – rispose il vecchio, cambiando l’accento al verbo – Sono stato in bicicletta alle Trasubbie, e non m’è garbato per niente. E’ gonfio, e anche l’Ombrone dev’essere quasi al livello di guardia…

– Via, via, quanto sei pessimista! – brontolò Gilda –  Sarà quel che Dio vorrà.

Dopo aver consumato il solito, i due carabinieri salirono sulla vettura in dotazione dove l’appuntato entrava a fatica e, attraverso una strada a sterro, dietro il paese, arrivarono al podere di Gervasio. Nell’aia scorrazzavano marmocchi di varie età e galline spernacchiate. Sotto una tettoia di lamierino, Giovanna, la bella figlia adolescente, ricamava un improbabile corredo; la madre non c’era, il padre, o patrigno che fosse, più in là, in maniche di camicia, spaccava legna con una grossa ascia. Si voltò un attimo a guardare i nuovi arrivati, poi riprese il lavoro.

 

 

 

 

 

– ‘Giorno, Gervasio – disse il brigadiere in tono asciutto.

Con un colpo secco e preciso l’uomo spaccò in due un grosso legno, poi disse, senza voltarsi:

– Qual buon vento, brigadiere?

– Vento di pioggia – rispose lui, sentendo una goccia.

– C’è stata per caso una rissa all’osteria? Guardate che io non…

– Tua moglie ha un occhio nero – lo interruppe il brigadiere –  e mi piaceva sapere com’è successo.

Gervasio posò l’ascia e lo guardò:

– Le donne che lavorano si fanno male – rispose lentamente – alle gran dame del paese non succede.

– Sicuro di non aver niente da raccontarmi?

– Sentite, a me non l’ha detto, io mi faccio i fatti miei… e penso che tutti dovrebbero fare lo stesso.

– Io rappresento l’autorità qui, e ho il dovere di informarmi. Non è un passatempo. Allora, perché tua moglie ha sempre qualche livido?

Gervasio rise sinistramente.

– Glielo dico sempre io, di non farsi troppi bicchieri, che non lo regge più come prima. Che volete, anche lei ha i suoi anni, è sbadata… sbatte dappertutto.

Il brigadiere sentì prudere le mani.

– Credevo fossi tu, quello che beve.

Gervasio smise di ridere.

– Sentite, brigadiere,  state perdendo tempo e lo state facendo perdere a me. Bevo, e con questo? Io i soldi me li sudo, non me li manda lo Stato per andare a confondere la gente, e anche se un pochi li do alla Gilda per qualche cicchetto, non c’è niente di male. Nunziata è una chiacchierona, dovrò darle una lezione…

Il brigadiere si avvicinò e disse in tono minaccioso:

– Fai che non sappia che hai messo le mani addosso a tua moglie… e a tua figlia!

Gervasio si fece scuro in volto e riprese l’ascia.

– Non mi lascio intimidire da nessuno in casa mia. E non accetto consigli su come allungare e non allungare le mani, da uno che non tiene nemmeno famiglia.

Il brigadiere Nerucci si bevve la cattiveria gratuita, senza fiatare; trent’anni prima sua moglie era morta di parto, col bambino, e anche se all’epoca stava in un’altra città, in paese lo sapevano tutti.

–           Va bene Gervasio, farò finta di non avere sentito. Ma vedi di rigare dritto, e di lasciare in pace le donne di casa, se non vuoi più avermi tra i piedi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro grugnì e riprese a spaccar legna.

D’Ascenzi, che dal finestrino dell’auto non si era persa una  parola, vide il brigadiere tornare indietro, ricurvo, sconfitto, come invecchiato.

 

Mentre come ogni giorno ricominciava a piovere, e i figli correvano a ripararsi in casa, Gervasio guardò la macchina allontanarsi e poi vide la moglie farsi sull’uscio. Fece qualche passo verso la porta e disse, con odio:

– Puttana. Li hai chiamati tu, vero?

Nunziata avrebbe voluto scappare, ma era stanca di scappare.

– Li ho chiamati io, sì – rispose con un filo di voce – sono stufa, Gervasio, stufa di te, delle tue sbronze, della tua puzza di maiale. Non voglio che mi tocchi mai più.

Con un urlo l’uomo si lanciò verso di lei, ma sulla porta apparve Giovanna che fece scudo alla madre col suo corpo.

– Lasciala stare! Lasciala stare!

–  Dannata puttana bastarda! Siete uguali, tu e lei! Sai che ti dico, Nunziata? Che hai ragione,   da oggi   non  ti toccherò più. C’è di meglio, di molto meglio…

Gervasio sogghignando entrò in casa mentre le donne indietreggiavano. Mentre si voltava a chiudere la porta, Giovanna afferrò i suoi ferri da calza, sul  tavolinetto vicino all’entrata, nascondendo la mano dietro la schiena.

Fuori aveva ricominciato a piovere, una pioggia triste, torrenziale, continua e senza speranza.

 

– Brigadiere! Presto, guardi qui.

Nerucci entrò in ufficio e si tolse l’impermeabile fradicio.

Pioveva ininterrottamente da quarantotto ore.

– Che c’è, D’Ascenzi?

– Un fonogramma della Prefettura! Siamo in stato d’allerta, forse ci sarà un’inondazione! Accidenti, siamo soli, non c’è neanche il maresciallo…

– Stai calmo, D’Ascenzi, non ti agitare! Adesso prepariamo un bel volantino, facciamo un giro del paese e lo attacchiamo a tutti i portoni, poi parliamo con tutti quelli che incontriamo e li avvertiamo di non scendere in città. Comunque domani è festa e le scuole sono chiuse… Sai  che facciamo, dopo? Facciamo un bel giro fino all’Ombrone, per vedere se davvero il fiume vuole farci lo scherzo, o se sono solo i soliti inutili allarmismi.

– Signorsì… – balbettò l’appuntato.

 

 

 

 

 

All’ora di pranzo, il proclama steso a macchina era bell’è pronto, e i due carabinieri, sotto la pioggia battente, fecero il loro giro attaccandone copie dovunque, parlarono con tutti gli abitanti che riuscirono a incontrare, e si fermarono dalla vedova per il solito.

Dalla finestra dell’osteria, si vedeva il podere di Gervasio, l’aia fangosa deserta, il camino acceso.

– Quando il briaco è fori, Nunziata gli brucia tutta la legna – commentò Osvaldo.

– Perché, Gervasio è via? – chiese il brigadiere, sorpreso.

– Non si vede da un paio di giorni – disse Gilda – e visto che con quest’acqua non si lavora, vuol dire che è partito…

– Difatti, non c’è nemmeno l’Ape davanti casa – disse il Nerucci, pensieroso.

Come stabilito, verso le due, Nerucci e D’Ascenzi partirono in automobile per la loro ricognizione. La campagna circostante era immersa in una desolazione senza limiti, il cielo invariabilmente grigio prediceva solo sciagure. A un certo punto, lasciarono la provinciale e imboccarono una stradina che conduceva verso la sponda dell’Ombrone; il brigadiere esclamò:

– Merda, D’Ascenzi! Prima di notte il fiume tracima. Torniamo indietro, presto!

Sudato,   l’appuntato   innestò   la       retromarcia,      fece l’inversione e aveva percorso poche decine di metri quando  arrestò l’auto bruscamente.

– Che cavolo fai?

– Guardi là, brigadiere, in quella radura!

Tra le frasche, in una piccola radura, c’era un vecchio Ape blu, tutto fangoso.

– E’ di Gervasio – disse il brigadiere – viene, scendiamo.

I due si accostarono al mezzo e dentro, riverso contro il parabrezza, videro il guidatore.

– Accidenti brigadiere, è morto?

– Chissà. Aiutami, tiriamolo fuori.

I due, con fatica, tirarono fuori quello che  era stato una montagna d’uomo e lo adagiarono sotto una pianta che offriva un minimo di riparo.

– Andato. Gli sarà preso un infarto – disse il Nerucci.

– No, brigadiere. Hai dei buchi nella schiena. Del sangue raggrumato. Non ha visto?

–  Chissà con che diavolo…

– Sono dei ferri, brigadiere – lo interruppe l’appuntato – ferri da calza, direi… uno gli ha trapassato il cuore.

– Perbacco, ragazzo, ma sei un fenomeno! Quindi…

–           Quindi siamo davanti a un omicidio, signore – disse D’Ascenzi  – e secondo me, se permette, è andata così: quest’uomo ha aggredito la moglie, o la figlia, e lei l’ha colpito alla schiena con una cosa che teneva nascosta, i ferri, appunto. La ragazza si è difesa con la prima arma che ha trovato…

 

 

 

 

 

– Perché dici la ragazza?

– Beh, ecco,… ho sentito dei discorsi, l’altro giorno… pare che non fosse proprio il padre e che, insomma, se mi permette, se la volesse fare…

– Però hai sentito anche, caro il mio fenomeno, che Nunziata diceva io lo ammazzo

– E’ possibile, ma senz’altro i ferri con le impronte li hanno fatti sparire, e poi la ragazza essendo minorenne se la caverà più facilmente.

– Cavolo, D’Ascenzi, non ti facevo così perspicace.

L’appuntato sorrise luminosamente sotto la pioggia.

– Per forza, da che sono con lei, in quel paese di morti di sonno, a parte questo, non è mai successo niente di interessante!

– Resta da chiarire come ha fatto il morto ad arrivare qui.

– Qualcuno della famiglia ha caricato il cadavere e condotto l’Ape fin qui. Nessuno se n’è accorto, con questo tempaccio non girava molta gente per il paese. Ora che ci penso… la figlia  ha  un   ragazzo  del    paese vicino, che quando non c’è il padre, viene in motorino e glielo fa pure provare! Quindi   s’è   data   coraggio   e   ha guidato l’Ape. Per una che ha appena commesso un delitto, cosa vuole che sia guidare senza patente?

– Co… come diavolo fai a sapere tutto questo?

– Osservo. Osservo i miei compaesani. Li studio.

– E… perché l’avrebbe portato qui?

D’Ascenzi si concentrò:

– Probabilmente l’assassina confida nella furia delle acque. La complice l’ha aiutata a caricarlo nel cassone… anzi, è salita anche lei, il cadavere era pesante. Una volta qui, l’hanno messo al posto di guida e sono tornate in paese a piedi. Tagliando per il bosco, non è lontano…

– Bingo! Sei proprio bravo, D’Ascenzi, hai un futuro nell’Arma.

– Grazie, signore. Che facciamo ora? Guida lei la macchina, e io riporto l’Ape in paese?

Il brigadiere lo fissò con un’espressione indecifrabile.

– Lo rimettiamo dove l’abbiamo trovato. E ce lo lasciamo.

– Cosa?!?

– Hai capito bene, D’Asce’.

– Ma…ma… brigadiere, se lei dice che qui fra qualche ora il fiume straripa… si porta via tutto, cadavere, Ape, tracce, prove…

– Appunto.

Il giovane, allibito, fissò il suo superiore.

–           Le…le…lei mi sta chiedendo – balbettò – di infrangere la legge?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

– Ascolta, D’Asce’. Stanotte l’Ombrone strariperà e si porterà via il cadavere. Quando lo ritroveranno, se lo ritroveranno, sarà difficile stabilire di cosa è morto. Fra tre anni me ne vado in pensione; non ho potuto far niente per quella povera donna e non voglio neanche rovinarla. Lo capisci?

– Non so se ce la faccio, brigadiere.

– Hai una madre, una sorella, D’Asce’?

– Lo sa benissimo, le ho mostrato le foto.

– Tuo padre le picchia? Le violenta?

– Ma che dice!

– Pensa a loro, appuntato; pensa che qualcuna è meno fortunata, e noi ci siamo anche per dare una mano. Vuoi che Giovanna finisca il suo corredo e si sposi il motociclista, o vuoi che marcisca in galera?

– La prima, signore.

– Bravo. Allora dammi una mano a rimettere dentro il defunto.

– Sa, brigadiere? Ancora non sono convinto…

– Convinciti, D’Asce’, o ti lascio qui col morto.

– D’accordo, ma mi chiami col mio cognome completo, è più rassicurante. Oggi lei è strano…

– Oggi è oggi. E non si ripeterà.

Verso le cinque,  il brigadiere e l’appuntato, fradici fino al midollo, tornarono in paese e finirono di allertare gli abitanti, che per fortuna erano tutti al sicuro.

 

La notte tra il 3 e il  4 novembre 1966 il fiume Ombrone straripò, travolgendo la città di Grosseto e le sue frazioni, Quando la furia delle acque si fu calmata, impantanato vicino alla foce, fu trovato l’Ape di  Gervasio; ci fu un funerale senza il morto, perché non fu mai trovato, durante il quale Don Giuseppe fece una bella predica, dicendo che dopotutto il defunto era stato un buon padre di famiglia e comunque il lavacro purificatore del fiume lo aveva ripulito delle sue colpe.

Nunziata trovò posto come bidella nell’asilo comunale. Tre anni dopo, Giovanna sposò un ragazzo che aveva la passione per le moto.  Il brigadiere andò in pensione e l’appuntato chiese e ottenne il trasferimento. In un paese dove succedesse pure di tutto, tranne, per carità, le beghe familiari.

 

 

 

 

 

 

 

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MARGHERITA

Mi chiamo Margherita, Marghe per gli amici. Una volta mi sono vista allo specchio, mi ci ha messa davanti un esserino tutto felice. Mi ha scartata, tolta dall’involucro di bollicine e allora, per la prima volta, vidi la luce. Sara stava su delle gambe, mi spiegava, e aveva i capelli marrone scuro, diceva, e le braccia e le mani e la faccia e un sorriso, perché era felice di avermi. Io invece, avevo una base, un collo lungo tutto verde e una corolla di petali rossi con una lampada al centro. Saremmo diventate grandi amiche noi. La sera non avrebbe più avuto paura grazie a me. Mi mise sul suo comodino, che era casa mia, e Mamma attaccò la spina. Succedeva che quando faceva buio fuori, Sara si metteva a letto e mi leggeva una storia, poi si addormentava e Mamma mi spegneva. Le storie di Sara erano le più belle del mondo, magari un giorno ve ne racconterò una. Oggi, però, voglio narrarvi i Tragici Eventi che mi hanno condotta qui.

Tutto cominciò un giorno in cui tanti oggetti vennero spostati in cameretta. Scatole, sedie, secchi. Sara era molto felice, saltellava chiedendo a Mamma e Papà se poteva tenere un pennello anche lei, se poteva provare il rullo anche lei. Stavano ridipingendo la cucina.

Una mattina, in tutto quel trambusto, Sara si vestì tutta contenta perché sarebbe andata a fare colazione al Bar e avrebbe preso il latte col cacao e una brioche che non sapeva ancora se la voleva alla marmellata o alla cioccolata o alla crema, anzi le voleva tutt’e tre. Mi dava le spalle mentre, pronta per uscire, chiamava Mamma. Quando Mamma entrò non sembrava aver sentito Sara, infatti aveva gli occhi tristi e vuoti. Subito la seguì Papà. Parlavano a voce bassissima e concitata. Finché Mamma non si girò verso Papà di scatto e gridò:“Basta!”. Papà alzò un braccio in alto, come a prendere la rincorsa, ma non so cosa stesse per fare e non lo scoprì mai perché Sara, per lo spavento, sussultò e mi fece cadere a terra. Così, mentre il mio petalo si spezzava intravidi Papà lanciarci uno sguardo, abbassare il braccio quasi deluso e avvicinarsi per abbracciare Sara che stava per mettersi a piangere mentre mi guardava.

Tornata dal Bar Sara mi disse che Mamma e Papà, per consolarla, nel pomeriggio l’avrebbero fatta dipingere e che le avevano preso tre brioche mignon, una alla marmellata, una alla cioccolata e una alla crema.

Da allora nessuno volle aggiustarmi e quando Mamma o Papà passavano per la cameretta dicevano: “Ma perché non la butti quella lampada rotta?”. Fu così che cominciò un lungo periodo in cui Sara prima di addormentarsi leggeva in silenzio e spesso non mi teneva più accesa fino a tardi. Non aveva più paura di addormentarsi anche se restavo spenta. Ora erano altre cose che le facevano paura e aveva deciso di non dirle più a me. Le diceva a un libro di pagine bianche che ogni tanto mi lasciava aperto accanto ed io potevo sbirciare cosa ci scriveva, però non sapevo leggere e non so cosa avrei dato per saperlo fare.

Fu in quel periodo che cominciò l’Era delle Mostruose Voci, prima di quest’Era avevo conosciuto solo la voce di Sara in tutte le sue meravigliose sfumature, ora scoprivo che strani e certamente terribili esseri infestavano le altre stanze della casa.

Ai tempi delle Mostruose Voci casa mia non era più la stessa. C’era polvere ai miei piedi, i libri di storie erano spariti, mi si accalcavano attorno calzini, riviste e tubetti colorati che ogni tanto Sara si spalmava sulle labbra. Anche un cellulare, la sera.

Sara si tagliò i capelli corti corti e aveva spesso gli occhi anneriti dal trucco. Capitava, inoltre, che si comportasse in modo strano. Ad esempio, un pomeriggio si sedette sul bordo del letto, le Mostruose Voci si facevano i fatti loro mentre i suoi neri occhi colavano davanti a me che non potevo più fare nulla per la sua paura. La vidi prendere da una cartelletta un righello, appoggiarne al polso il lato sottile e sfregare lentamente. Mi parlò di nuovo dopo anni di silenzio e la sua voce, pure lei, era diversa: “Hey, Marghe, chi sa come sarebbe se…” ma non capii cosa disse perché in un’altra stanza le Mostruose Voci si erano spente e un boato di cose rotte giunse fino a noi. Piatti rotti, bicchieri rotti, piastrelle rotte. Sogni, forse, rotti. Quello fu Il Giorno del Boato.

Dopo Il Giorno del Boato accadde che potei vedere sempre più spesso in cameretta anche la Mamma. Dormiva con noi e parlava tanto con Sara tra i singhiozzi. Non so cosa le facesse singhiozzare tanto, non capivo bene quello che si dicevano. Era che piangevano, certo. Però, non sembrava che si fossero fatte male. Sara da piccola si sbucciava un ginocchio o si faceva La Bua e allora piangeva. Dopo Il Giorno del Boato non mi fu chiaro il perché di tutte queste lacrime.

Una sera, tra questi singhiozzi, le Mostruose Voci si riaccesero e fu allora che mi accorsi che una di queste era della Mamma che si alzò dal letto di Sara e sparì fuori dalla porta per ore. Intanto Sara accese il suo stereo nuovo e mi stette accanto, seduta per terra, canticchiando la canzone che passavano alla radio. Il Terribile Evento non fu però questo. Accadde qualcosa di esorbitante: dalla porta cominciarono a entrare Oggetti Volanti. Le Mostruose Voci erano sempre più vicine mentre dalla porta entravano vestiti, flaconi, scarpe col tacco e senza, una lampada molto diversa da me e tanto altro ancora. Scoprii che il mondo conteneva oggetti molto vari e misteriosi: gli Oggetti Volanti. Per ultima entrò la Mamma sbattendo la porta e chiudendola a chiave. Fece un grande stanco sospiro. Poi, leggermente zoppicando si avvicinò allo stereo, lo spense e massaggiandosi un braccio si avvicinò a Sara. Cercò di abbracciarla come poteva, col braccio buono, ma lei si divincolò e si nascose nel suo letto, sotto le coperte. Voleva sparire, disse. Allora la Mamma promise che se ne sarebbero andate di lì, che le cose sarebbero cambiate. Io lo speravo proprio, con tutta quella polvere a soffocarmi non ce la volevo più e non sopportavo tutti quei singhiozzi notturni. Però prima del Grande Giorno passò ancora qualche settimana o forse addirittura mesi.

Fatto sta che il Grande Giorno arrivò, fu quello degli Uomini in Divisa. L’ultimo dei Terribili Eventi che mi hanno condotta qui avvenne La Sera del Mio Secondo Petalo Rotto, l’ultimo. Di nuovo le Mostruose Voci imperversavano da ore in un’alta stanza della casa, l’unica cosa diversa questa volta era che Sara non era con me, al sicuro. La vidi entrare di corsa, mi gettò a terra nel prendere il cellulare che mi stava accanto e fu così che si spezzò il mio ultimo petalo. Mentre mi guardava cadere a terra Sara compose un piccolo numero e con lucidità diede il suo indirizzo di casa, disse che aveva quattordici anni e che delle persone si stavano picchiando in casa sua. Il campanello suonò pochi minuti dopo, nel silenzio più totale. Le Mostruose Voci devono aver avuto paura del campanello perché quella fu la loro ultima notte. Gli Uomini in Divisa entrarono chiedendo della minore, come stava la minore. Arrivati in cameretta chiesero a Sara se stava bene e lei disse che, sì, stava bene. Allora uscì dalla stanza con uno degli Uomini in Divisa. Poi, entrarono tutti gli altri. La Mamma, il Papà e un altro degli Uomini in Divisa. Trascorsero ore a parlare. L’uomo in divisa, più che altro. Diceva che cazzo state facendo, che cazzo state facendo, che cazzo state facendo. La Mamma disse che voleva andarsene da questa casa ma l’Uomo in Divisa scosse la testa e disse che cazzo fa una donna sola, non è un cazzo una donna sola, che cazzo state facendo. Il resto non me lo ricordo, ero preoccupata per il mio petalo. A tarda ora se ne andarono tutti. Sara tornò in cameretta e restò sola con la Mamma. Fu allora che si dissero che loro due, non sole ma in due, se ne dovevano andare perché non era vero che non erano un cazzo. Accadde che rimasi lì a terra e così restai per lungo tempo.

Dal Grande Giorno degli Uomini in Divisa, vidi Sara e la Mamma solo due o tre volte. Vennero con scatole e borsoni a portare via le cose che servivano. Io non servivo più.

Accadde che Papà una sera disse a qualcuno che doveva mettere della roba in cantina e mi mise in uno scatolone sospirando che non aveva il coraggio di buttarmi via. È così che sono finita qui, con voi Amici Oggetti Dimenticati. Questi sono stati i Terribili Eventi che mi hanno condotta qui. Ora raccontatemi la vostra storia.

 

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L’UOVO

 

Il sangue mi filtrava attraverso le dita.

M’ero abbandonato fra i rami di un tasso con l’ultimo respiro che avevo in gola.

Premevo forte la ferita. La chiazza nera che s’allargava sul fianco dei pantaloni mi faceva paura, anche se non sentivo troppo male.

I tedeschi, guidati dai repubblichini, mi stavano cercando. O almeno, così credevo. C’eravamo fatti sorprendere, e molti miei compagni erano morti da stupidi.

Morti ridicole, con le braghe calate o con un fante di coppe in mano.

Io non volevo morire, era l’unica cosa che riuscivo a pensare in quel momento. Perciò schiacciavo la ferita con le mani, e cercavo di non far rumore respirando.

Ma sapevo che mi avrebbero trovato, e che non ci sarebbe stata pietà.

In quella guerra non poteva esserci pietà.

Non doveva.

Io non l’avrei avuta, loro non l’avrebbero avuta.

Ormai stava arrivando la notte, e cominciai a sperare che ce l’avrei fatta a non farmi trovare. Ma avrei dovuto uscire da lì, e chiudere il taglio aperto dal proiettile prima di finire dissanguato. Tentai di alzarmi alcune volte, ma sentii un chiodo penetrarmi nell’anca. Il dolore era lancinante, e mi ricacciò a terra. Quando l’adrenalina cominciò a defluire venni colto da una stanchezza senza appelli. Caddi in un sonno senza sogni.

Il buio mi protesse fino all’alba.

Mi svegliai con le mani attaccate ai pantaloni dal sangue incrostato. Prima che tentassi di alzarmi, sentii un rumore. Qualcuno si stava avvicinando. Trattenni il fiato, fino a che non vidi una gallina razzolare al di là dei rami del tasso. Istintivamente, desiderai arrostirla e mangiarla. Nient’altro. Avevo fame, e le labbra secche. Non bevevo da parecchio. Soffocando la mia pulsione, capii che – se c’era una gallina – avrebbe dovuto esserci anche un pollaio, ed un padrone. Avevo solo una possibilità: che fosse dei nostri, che aiutasse la lotta partigiana.

Dovevo essere poco sopra Casigno, calcolai, ma non avrei potuto giurarci: nella fuga avevo solo pensato a correre, senza sapere dove.

Non avevo le forze per fare altro che alzarmi, e sperare che il proprietario della gallina fosse un antifascista.

Sentii dei passi avvicinarsi, e la vidi.

 

*

 

Come tutte le mattine mi ero alzata molto, molto prima del sole.

Il mio Franco pretendeva che la sua uniforme fosse impeccabile, e fresca. Dato che tornava sempre tardi, la notte, non potevo fare altro che alzarmi, recuperarla dalla sedia sulla quale la lasciava e rinfrescarla. Stirarla con le braci e lavarla, se necessario.

Poi c’erano le bestie da accudire, e le galline cui dar da mangiare. Accendere il fuoco, raccogliere le uova e fare una frittata per Franco, che lui era abituato così.

Da quando si alzava a quando usciva di casa non faceva altro che gridare il mio nome:

“Maria! Mariaaaaa! Vieni qui subito!”

E se non andavo, o non sentivo, erano botte.

Sembrava un bambino, incapace di fare anche la cosa più elementare da solo. Gli allacciavo le scarpe mentre lui finiva la colazione. Una volta mi inginocchiai, ma lui si accorse che avevo le mani sporche di farina.

Mi spaccò un labbro con un calcio.

“Volevi sporcarmi le scarpe, stupida?”

Tamponai il sangue, andai a pulirmi le mani e tornai per allacciare le scarpe.

All’inizio non era così. Era gentile, ed educato. Lo sposai convinta che potesse essere un buon marito. Fino alla caduta del Duce le cose andarono abbastanza bene. Poi venne la Repubblica di Salò, e lui riuscì a ritagliarsi un ruolo importante. Cambiò all’istante. Tornava a casa sempre più tardi, puzzava di fumo e di sudore. In poche settimane sentii sempre più spesso anche la colonia di qualche donna. Non sempre lo stesso odore. Non cercava nemmeno di nascondere le tracce, non si toglieva nemmeno i capelli dalla giacca. Anzi, li faceva togliere a me.

Ma quella mattina sembrava particolarmente di buon umore. Mi rivolse addirittura la parola.

“Ieri ho ucciso due di quei banditi, sai?”

Rimasi impietrita. Avevo visto già abbastanza di quella guerra, ma non pensavo che mio marito potesse uccidere. Non pensavo ne avesse il coraggio. Non seppi come reagire. Non sapevo se dirgli ‘bravo’, o cos’altro. Mi limitai a inclinare la testa e stiracchiare un sorriso ebete, da mamma compiacente.

Non aggiunse altro e uscì lasciandomi sola.

Mi sedetti al tavolo e piansi in silenzio per un po’ sotto al crocifisso che troneggiava in sala da pranzo. Se non ci avesse pensato la guerra a cambiare qualcosa, quella sarebbe stata la mia vita per sempre.

Uscii a cercare la gallina che prima, raccogliendo le uova, non avevo trovato. Ne avevamo sei, ma quella mattina ce n’erano solo cinque nel pollaio. Fu facile. Era la più vivace, ma anche la più rumorosa. Razzolava vicino ad un arbusto.

Fu quando mi chinai per prenderla che lo vidi.

Emisi un grido e la gallina corse via con le ali spiegate, nell’eterno vano tentativo di prendere il volo.

 

*

 

La donna urlò, lasciando scappare la gallina, e fece due passi indietro.

“Stia tranquilla” – dissi con un filo di voce – “non le farò del male.”

Sembrava avesse pianto. Sotto l’aspetto sciupato sembrava piuttosto giovane. Non disse nulla, si limitò a tenere una mano davanti alla bocca, e l’altra sul ventre.

“Sono ferito. Mi può aiutare?”

Guardò verso la casa, poi fissò la ferita, poi ancora la casa. Non smetteva di coprirsi la bocca e la pancia. Infine sussurrò:

“Venga.”

Non mi portò in casa, ma nella stalla. C’era una mucca tutta ossa e un somarino. Mi fece sdraiare su un cumulo di paglia e disse subito:

“Non può restare qui.”

Sospirai. Mi sentivo addosso tutta la fatica del mondo e della guerra.

“Immagino. Ma, la prego, mi aiuti soltanto a pulire e disinfettare la ferita. Andrò via prima che torni suo marito.”

“Come sa che sono sposata?”

“La fede, no? Anche se è di ferro, è pur sempre una fede. Ma lei non sembra avere l’età per aver dato l’oro alla Patria.”

“È della prima moglie di mio marito” – disse lei con l’aria imbarazzata.

“Mi scusi. Mi scusi, davvero. Può aiutarmi, allora?”

“Non ho nulla per disinfettarla. Mi dispiace.”

“Basterà un po’ di acqua e sapone. Una garza per fasciarmi e andrò via.”

“Lei è un bandito, se l’aiuto sono guai.”

“Non sono un bandito, e se non m’aiuta morirò nella sua stalla.”

Si ritrasse, come se l’avessi offesa, e uscì dalla stalla. Non feci in tempo a chiederle un bicchiere d’acqua. Mi lasciai andare sulla paglia, sperando che tornasse.

 

*

 

Rientrai in casa con l’affanno.

Non avrei dovuto farlo entrare nella stalla. Dio mio, se Franco lo trova ci uccide. Aiutami tu, Dio, aiutami tu. Cosa devo fare?

Pensai che l’unica cosa da fare fosse curarlo e farlo andare via subito. Aveva ragione lui, su questo: se fosse morto nella stalla, da sola non sarei riuscita a spostarlo. Non era un uomo grosso, ma era piuttosto alto. E aveva gli occhi verdi, come se ne vedono pochi.

Presi una bacinella d’acqua, e una scaglietta di sapone. Avevo anche un vecchio asciugamano di cotone grezzo, ormai liso. Sarebbe andato bene per fasciare la ferita.

Mi venne in mente, uscendo dalla porta, chi fosse. Probabilmente era uno di quegli uomini che Franco e i suoi avevano attaccato il giorno precedente. Si, non c’erano dubbi, doveva essere uno dei banditi che non era riuscito ad ammazzare.

Rientrai nella stalla.

L’uomo aspettava sdraiato. Quando entrai non riuscì neanche a sollevare la testa. Si girò verso di me e sorrise.

“Grazie” – disse, prendendo la bacinella e portandosela alla bocca.

“Ma che fa? L’acqua è per lavare la ferita.”

“Ho sete.”

Cominciò a sciogliere il sapone nella poca acqua che aveva lasciato.

Poi mi guardò con aria interrogativa.

“Che c’è?”

“Sono ferito qui” – mi disse, indicando il fianco.

“Sì, lo vedo.”

Rimase zitto.

Sembrava imbarazzato.

Mi guardò e fece per sbottonarsi i pantaloni.

“Oh mio Dio, mi scusi!”

Mi alzai con un sussulto, mi segnai con la croce e uscii dalla stalla.

Fortunatamente la nostra casa era isolata. Nessuno avrebbe visto i miei spostamenti. Andai al pozzo e pescai un secchio d’acqua. Decisi di portarlo intero a quell’uomo.

 

*

 

Erano parecchi mesi che non mi spogliavo davanti ad una donna, e certo non ero nella condizione ideale. Staccando la stoffa dalla ferita dovetti soffocare un urlo. Il sangue aveva incollato il panno al taglio. Uscì un nuovo fiotto, che fermai alla meno peggio con la paglia.

Ero in un bagno di sudore. Riuscii a pulire la ferita, e a verificare che non sembrava troppo profonda. Mi tranquillizzai e mi fasciai con l’asciugamano vecchio. I pantaloni erano praticamente inservibili. Oltre al sangue, il culo era pieno di fango secco, e due strappi si aprivano in corrispondenza delle ginocchia. Con la poca acqua saponata che era rimasta decisi di lavarmi le ascelle e il collo. Mi spogliai e improvvisai quella toeletta, sentendomi subito meglio.

Poi la donna bussò alla porta.

“Un attimo” – dissi, usando la giacca per coprirmi le gambe.

“Si può?”

“Venga, certo, venga.”

La vidi ondeggiare per il peso del secchio.

“Acqua” – disse.

La ringraziai e infilai la testa nel secchio, bevendo ancora avidamente. Con quel che era rimasto mi sciacquai ancora le mani e la faccia, e mi ravviai i capelli.

“Grazie.”

“Si sente meglio?” – chiese, restando mani nelle mani in piedi, ad un buon metro da me.

Quella domanda poteva essere pericolosa. Sapevo bene di non potere ancora uscire da lì. Ero ferito, debolissimo e anche senza pantaloni.

“Avrei bisogno di mangiare qualcosa.”

“Non ho molto in casa.”

“Qualunque cosa.”

La donna annuì lentamente, comprensiva. Mi regalò un piccolo sorriso, dolce. Di più, quasi pietoso.

“Vedo cosa posso portarle.”

 

*

 

Non era vero che non avessi molto. Ma non potevo far mancare nulla dalla cucina, o Franco avrebbe potuto accorgersene. Una fetta di pane, avrei potuto dargliela, quella sì. E magari un uovo. Avrei detto che la Rosina s’era allontanata e l’aveva deposto chissà dove, se avesse chiesto. Lo faceva spesso, e in parte era vero.

Ma cosa stavo facendo? Stavo dando da mangiare ad un bandito. Addirittura, mi preoccupavo per lui. Non riuscivo a riconoscermi. Io non sono coraggiosa, non lo sono mai stata. Non voglio esserlo, è troppo pericoloso.

Buttai l’uovo in una padella, che misi sulle braci di fianco al fuoco acceso, poi lo feci scivolare sulla fetta di pane.

Portai il piatto nella stalla.

Questa volta non pensai a bussare, e trovai l’uomo che controllava la garza, già intrisa di sangue. Non aveva i pantaloni.

“Oh mio Dio!”

Mi segnai, ritraendomi dietro la porta.

“Mi scusi” – sentii che diceva – “entri, la prego.”

Entrai piano, mettendo il piatto davanti a me. Aveva la giacca sulle gambe, cosa che prima non avevo notato.

“Mi scusi lei” – dissi, allungando il pane.

Guardò l’uovo con amore, quasi, poi me. Aveva gli occhi lucidi.

“Un uovo…” – fu tutto quel che riuscì a dire.

Mangiò tutto in un attimo.

Presi il mastello e munsi un po’ la mucca. Quella mattina ancora non l’avevo fatto, così riuscii ad avere abbastanza latte. Lo porsi all’uomo che lo bevette avidamente. Si passò la lingua quattro o cinque volte attorno alla bocca, gustando il latte.

“Cos’è successo ai suoi pantaloni?”

Mi indicò quell’ammasso di fango e sangue incrostato. Lo presi ed uscii senza dire una parola. Dovevo coprire quelle gambe e quella ferita prima che fosse troppo tardi.

 

*

 

Il sapore dell’uovo e quello del latte mi avevano riportato ad un mondo senza guerra. Era il pasto più sereno che consumavo da parecchi mesi. Mi sentivo protetto, e non so perché. Non ce n’era motivo. In realtà sapevo che la sera sarebbe arrivata presto, e che avrebbe portato con sé il marito della donna. Avrei dovuto cercare di convincerla a farmi restare. Non potevo ancora muovermi, e un paio di giorni di riposo e di uova mi avrebbero fatto bene.

Rientrò con un paio di pantaloni in mano che non erano i miei.

Mentre me li porgeva le chiesi se suo marito non se ne sarebbe accorto.

“Franco ha occhi solo per la sua divisa” – rispose, non senza lasciarmi sentire la sua tristezza.

Divisa, aveva detto. Cercai di restare calmo.

“E così ora conosco il nome di suo marito, ma non il suo. Io mi chiamo Rino.”

“Io sono Maria.”

Dicendolo sembrò allungarmi la mano. Forse lasciò il movimento a metà. Ma io la presi lo stesso, e la baciai da vero cavaliere.

“Sei un bandito, Rino? Vai in giro ad ammazzare le persone?”

Mi sforzai di ridere.

“Ammazzare le persone? No, no, mai ammazzato nessuno” – mentii – “e non sono un bandito. Noi ci chiamiamo partigiani, e vogliamo liberare l’Italia dal Fascismo e dal Nazismo. Vogliamo la Pace.”

“Mio marito dice che siete degli assassini.”

“Ci difendiamo solo, ma siamo in guerra.”

“Voi avete tradito l’Italia e il Duce.”

Il discorso stava prendendo una brutta piega. Non avevo gli argomenti giusti per toccare il cuore di una donna, fingendo intanto di essere un santo.

“Sono solo un uomo, Maria. I fascisti hanno mandato mio fratello in Russia, e là ci è morto. Mio padre è morto nella guerra d’Africa, quella per l’Impero, e mia madre s’è uccisa di fatica. M’è rimasta una sorella e un fratello più piccolo. Combatto per loro, e basta. La politica non c’entra.”

Aveva le lacrime agli occhi.

“Anche io ho perso mio padre in Africa.”

“Allora mi capisci.”

“Sì. Forse.”

 

*

 

Lo capivo, ma sapevo anche che mio marito era con la Repubblica del Duce. Mi diceva cose che non avevo sentito da nessuno. Che per far l’Impero avevamo ucciso coi gas. Che i tedeschi facevano cose immonde, e noi li aiutavamo. Che nelle città erano sparite tante persone.

I suoi occhi verdi mi tenevano imprigionata. Mi sentivo guardata, come donna, come non succedeva da anni.

Decisi di lasciare che rimanesse qualche giorno nella stalla. Lo feci spostare di sopra, dalla scala, dietro al fieno accumulato. Lo andavo a trovare un paio di volte al giorno, portandogli un pezzetto di pane, una patata, una fettina di polenta. Me li toglievo di bocca per darli a lui, che Franco non doveva sospettare nulla.

Poi un giorno capitò, mio Dio.

 

*

 

Con Maria riuscivo a parlare liberamente. Anche troppo. Mi sembrava, per la prima volta nella vita, di essere l’educatore e non l’educato. Ignorava cose che mi sembravano talmente ovvie da non riuscire nemmeno a spiegargliele. Aveva attenzione per me, e sapevo che quel che mangiavo non l’aveva mangiato lei.

E poi mi piaceva. Non toccavo una donna da un anno.

La volevo.

Forse avrei voluto chiunque, in quel momento.

Quella mattina ero certo che, prima di entrare nella stalla, si fosse sistemata i capelli. Quando mi porse il bicchiere di latte ne approfittai per trattenerle la mano. La attirai a me e si lasciò baciare. La bocca si schiuse come un bocciolo.

Non ci fermammo fino alla fine.

Prima di scendere la scala a pioli mi guardò dritto negli occhi, e fece lo stesso sorriso che mi aveva dedicato il primo giorno, dolce e pietoso.

Un brivido mi percorse la schiena, poi mi addormentai.

 

Successe di nuovo il giorno dopo. E ancora.

Pensai che fosse giunto il momento di andare, ormai stavo meglio.

L’ultima volta che facemmo l’amore lei non mi guardò negli occhi. Tenne gli occhi bassi mentre si staccava, e scendeva le scale. Sfiorò il rosario che portò legato al polso, e io capii.

Feci appena in tempo a spingerla con forza giù dalla scala.

Fece un tonfo secco e si spezzò l’osso del collo. Non emise un singolo suono.

In quella guerra non poteva esserci pietà.

 

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