IL CERCHIO DI FUOCO

Mezzanotte

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Dormi, dormi, tu. Vorrei tanto poter dire che quando dormi sembri un bambino, un innocente, o anche solo un mammifero innocuo, ma non è vero.

Solo adesso posso stendermi. Quaranta minuti che giro sul tappeto come un criceto, perché non trovo le ciabatte e il pavimento è gelido. Ho girato e rigirato, e cullato Lucia cantandole la ninnananna greca che a te sembrava triste: ma non è triste; dice: “sonno, che porti via i bambini, vieni, prendi anche questo. Piccolo piccolo te l’ho dato; rendimelo grande; grande come…” ma tanto tu non sei stato attento.

Lucia ha un buon profumo. Quando è sveglia, anche se sono stanca da ululare alla luna, mi ubriaco del suo profumo, la tengo stretta, mi sembra di sentirmi ancora respirare. Ma ora deve abbandonarmi, così lontana da me, nella sua culla.

Che razza di benvenuto abbiamo dato a questa bambina venuta dal cielo?

Che cosa ha visto per prima cosa del mondo? Ha visto le luci dolci del Natale, i fiori di fuoco del capodanno. Ha visto i muri variopinti di questa casa dove dovevamo essere felici. Ha visto la sua mamma piangere,  piangere e buttarsi a terra e mordere la terra e gridare e piangere.

Io sono un bicchiere di lacrime, e tu mi rovesci.

Mi infilo nel letto e mi sembra di calarmi in una tomba. C’è questa lampadina blu sempre accesa e le ombre sono grevi, slabbrate. La testiera del letto è una lapide senza il nome.

So di essere stata spazzata via. Ma la mia statua di cera c’è ancora: sembra che io sia ancora viva. E adesso devo sdraiarmi proprio qui, di fianco a questa supernova di male, questo groviglio di urla, questa botola di pianto, questa puzza di assassino, te.

 

Due e venticinque

Domani mi pettinerò. Mi  metterò un po’ di fondotinta e berrò un caffè, e forse per mezz’ora sarò un po’ più lucida.

Nessuno si accorgerà che è la terza notte che non dormo, non dirò niente a nessuno e passerò due belle ore al Gruppo Mamme.

Però so già che le guarderò e penserò con invidia alle loro vite normali. Magari piene di pioggia, di code in posta, di colleghi irritanti, di zie malate. Ma vite ordinarie. La mia invece sembra una telenovela scritta male. Di quelle che ho sempre rifiutato di guardare, degnandole solo di una smorfia di disprezzo.

La mia vita la mia vita. Ha ha ha. La mia vita per ora è sciolta. La mia anima probabilmente è già laggiù che chiacchiera con Anubi.

E non sono nemmeno più arrabbiata con te: forse sei solo uno strumento del destino. Anche se uno strumento a forma di pirla è arduo da tollerare.

 

Forse c’è ancora una possibilità. Forse non ci siamo ammalati, forse quest’ultima che hai combinato non è il colpo di grazia. “Così impari”, mi hai detto persino, quando ho scoperto tutto. Eh sì, quanto ho imparato.

Mettere a posto la cucina già in ordine, pulire il cesso in continuazione… perché secondo te è sempre tutto sporco, e io non sono “capace di mandare avanti la casa”. Non disturbare quando ti fai la barba, non parlare quando sei al computer. Aspettarmi che tu ti incazzi lo stesso per qualche altra mia mancanza, perché sei come le sorellastre di Cenerentola. Tutte e due. Il motivo lo trovi anche se non esiste.

Ho imparato che tu “porti a casa i soldi”, e quindi io devo “fare la brava”. Ho imparato che quello che dichiaravi quando eravamo fidanzati è scaduto. E che io non posso mettere niente in discussione, altrimenti non mi lasci dormire finché non ti do ragione.

A me sembra fantascienza, ma sta succedendo sul serio. Non contraddirti, non parlare, non parlare, e attenzione: non lamentarmi se non mi rivolgi la parola per intere giornate. Non sei uno romantico, dici. E soprattutto non mi devo far beccare a piangere, altrimenti è la fine.

Devo credere a mia sorella, che mi ha esposto la sua teoria sui cloni cattivi inviati sulla Terra dagli alieni?

 

Comunque. Ci siamo ammalati, adesso? Moriremo?

Per ora non possiamo saperlo, e vedo tutti cadere intorno a me come foglie.

La mamma, che non sa, e mi dice di non stare seduta sull’orlo della sedia-astuta, lei capisce che sono in bilico su uno spigolo di  cornicione-e mi dice cose, mi dice che posso essere forte e libera, e devo pensare alla mia bambina, e che la vita va avanti.

Ma che succede se NON va avanti.

E la mia sorellina, la mia prozia col suo cagnetto scemo e innocente.

Tutti cadono come carte, non posso più aggrapparmi a niente.

Solo Dio resiste, piantato in mezzo al campo da rugby. E anche se non riesco più a pregare: Dio, lo so che non mi lasci. Io muoio, se devo, ma risparmia mia figlia, che non ha chiesto di venire al mondo, ha gli occhioni blu, sorride, e a differenza di suo padre mi sorride gratis.

 

Due e cinquantadue

Temporale. Era così bello, quando ero piccola, sentire il temporale a notte fonda, o alla mattina presto, aprire gli occhi e vedere che c’era una luce accesa in casa, una luce gialla, e persone che parlavano. Io facevo una tana sotto le coperte e mi sentivo al sicuro.

Ora sono io che devo essere questo per la mia bimba: un posto sicuro e caldo dove qualcuno ti vuole bene. Devo farcela: non so come. Cercherò di non farmi mangiare; costruirò un muro per difendermi da te.

Però. Se penso a come ti amavo.

Venivo fin là in bicicletta; poi, quando ti salutavo, cercavo di stare dritta in sella con la schiena. Me ne andavo senza girarmi mai, sperando che tu, invece, ti girassi a guardarmi. E quando avevo il vestito blu, come mi hai guardato: come se tu fossi in prigione e avessi appena scoperto che io avevo le chiavi. Era un pomeriggio d’ottobre, la luce era color pandoro, e io avrei voluto dirti che non dormivo e non mangiavo più, che avevo fame e sete di te. E adesso invece mi chiedo dove troverò le forze per sopravvivere. E tu mi rendi così debole; tu, la mia brutta sorpresa. Tu il mio amore guasto, avvelenato.

 

Ti ricordi come pioveva quel giorno e tu sei arrivato con il raffreddore e come ridevamo, e c’erano le lucine di Natale nella mia stanza, anche se era aprile, perché dopo le feste avevo provato a toglierle senza riuscirci…quella volta abbiamo mangiato biscotti e marmellata e parlato di paesi lontani e cantato insieme.

C’erano dei pomeriggi azzurrini, in cui l’aria pulita scendeva nei polmoni come una grattugia fredda. Solo noi a giocare a pallone nel prato che diventava scuro, quasi danzando.

 

Tre e tredici

E invece sono io sola, ora, a muovermi in punta di piedi, ballando su un campo minato. Recito “La Buona Moglie”, e lo sforzo mi strema.

Guarda con che maestria metto in scena il pezzo “ti saluto e ti auguro buon lavoro”, anche se poco prima hai strillato come un pazzo facendo vibrare il pavimento i muri la neonata e tutte le interiora dell’interprete femminile.

Cerco di calcolare le entrate e le uscite di scena. Non sempre ci azzecco.

-Stai zitta! Non sei capace di stare zitta?

Ops.

-Perché non parli?

Ops.

 

Cantavo tutto il giorno, parlavo sempre, rompevo le palle, ridevo. A casa mia ero un flagello, non vedevano l’ora che andassi fuori.

Ho provato a cantare, l’altra sera, con la chitarra; al posto della voce usciva un soffio come un pallone bucato. Mi sono spaventata e ho lasciato perdere.

Mi sdraio per terra, e Lucia mi gioca intorno. A volte non riesco neanche a guardarla, ma sento che è qualcosa di buono, come un panino fresco alle sei di mattina.

Solo, non so dove vado a finire.

 

Mi ricordo che, quando avevo sedici anni, a Carnevale mi sono vestita “da donna” (con i tacchi e la minigonna e via dicendo), perché c’era uno che continuava a prendere in giro le mie scarpe da ginnastica e le maglie lunghe fino alle ginocchia. Mi sento così anche adesso. Mi sono vestita da quello che devo essere secondo te, e sto scomoda da morire.

Di sera, però, arrivano i demoni, che mi recuperano dalla raccolta differenziata in cui mi sono diligentemente separata, e mi dispiegano davanti una mappa tutta nera.

Sarebbe il momento di urlare, di dire che il bene non esiste. Distruggermi e distruggere tutto.

Invece ho cura di me. Faccio ginnastica. Inspiro. Canto canzoncine alla mia bambina. Mangio la minestra, mi taglio le unghie, piego i pantaloni.

Mi spiace, Lucia, piccolo piccolo bene mio, perché tu lo sai che per tutto questo tempo, dentro, io sto urlando e urlando e urlando.

Non so dove vado a finire. Sento che posso vivere come un pupazzo sorridente e assenziente che intanto coltiva per conto suo dei gustosi sogni di morte.

Lo so che invece devo raccattare le chiappe, e vivere, e lottare. Ma per un attimo voglio proprio sognare.

 

Quattro in punto

Io voglio terrorizzarvi. Voglio farvi cagare sotto, e farvi male, come voi fate a vostra moglie, alla vostra ragazza, ai vostri figli. Sarò la vostra maledizione.

Verrò di notte dove dormite e vi soffierò in faccia minacce gelide e incomprensibili. Vi sentirete lo stomaco che precipita in fondo ai piedi e che comincia a chiedere pietà.

Assumerò una forma a voi nota: per esempio l’immagine di vostra madre. Poi aprirò le fauci, e voi vedrete scintillare nell’oscurità orrende zanne bavose.

Sarò trista e gelatinosa come mille anni di pioggia, e quando anche l’ultima speranza vostra sarà volata fuori, mi muterò in una larva ributtante, e vi attaccherò.

Colpirò proprio dove finisce lo sterno, e si incontrano le costole e il respiro, dove l’anima tiene il suo filo più grosso. Succhierò fuori da voi tutta l’anima che trovo.

Io so chi siete. State attenti. Prima non vi vedevo, ma ora, dopo essere stata bruciata viva, riconosco dovunque il vostro marchio di sopraffazione.

Vi sradicherò dal pianeta. Vi annegherò come cimici.

Tu, gentile vicino di casa che mi tieni aperto l’ascensore, che fai il commercialista e piaci a tutti. Tratti la tua ragazza come una sguattera; pensavo fosse fatta così lei, e invece sei tu. E lei balbetta, quando siete insieme.

Tu che vai sempre in chiesa, e che ti prendi cura-così dicono!-di tua moglie che soffre di depressione.

Tu che tratti male la mia mamma…oh oh.

E che mi portavi a fare dei bei giri in bici. Sempre con una faccia triste, che io sospettavo fosse colpa mia.

E poi abbiamo costruito un aquilone…giallo e azzurro, perfetto.

 

Chissà quando troverò un posto di me dove fermarmi. Dove smettere di odiare tutti questi.

Quando impiccano quattro stupratori in India, io non batto ciglio.

Quando il padre di una donna vittima dell’ex marito gli spara, io approvo.

Quando mio padre ha il colpo della strega, io rido.

Poi mi vergogno: so che anche questo è ingiusto. Il problema è che mi vergogno appena appena.

Bisogna percorrerla, la strada del perdono, se voglio rimanere un essere umano. Ma prima devo essere. Devo salvarmi.

 

Quattro e quaranta

I ragazzi del tuo paesino conoscono molti giochi crudeli. Uno è questo: lo scorpione che si suicida. Occorrente, uno scorpione vivo e un accendino; si versa il liquido dell’accendino attorno allo scorpione, fino a formare un cerchio. Si dà fuoco. Lo scorpione, quando si vede circondato dalle fiamme, per non morire bruciato si conficca il pungiglione in corpo.

E muore?

Eh certo, muore.

Dunque lo sapevi di essere velenoso.

Dunque bisognerebbe lasciarti solo in mezzo al fuoco, e il tuo artiglio si rivolgerebbe contro di te.

Invece ho l’impressione che tutti si affannino ad aiutarti:

i tuoi amici, che ti danno consigli al doppio malto su come si trattano le donne,

la vicina che, dopo avere ascoltato le urla, mi dice “comunque è sempre suo padre”,

la donna col rossetto fucsia che dichiara impassibile “ci sono anche donne che maltrattano gli uomini, perché di loro non si parla?”,

il poliziotto della questura che quando progettavo di andarmene mi ha abbaiato per telefono “ma certo che è sottrazione di minore, signora: se lo scordi di lasciare la casa e faccia la pace con suo marito”,

e tutti quelli che, come te, dicono che per la felicità e la salute di un bambino è  necessario che i genitori stiano insieme.

Dicevo.

Perché sono io, ad essere sola in mezzo al cerchio di fuoco?

 

Amore mio, due notti fa ti ho sognato di nuovo. Ho sognato che mi telefonavi ed eri stato via per tanto tempo, forse rapito, e finalmente eri tornato, e io avrei potuto sbarazzarmi del tuo cugino bastardo che avevano messo al tuo posto. Eravamo contenti per telefono, e ridevamo! Dopo pochi giorni ci saremmo rivisti.

Amore mio, dove sei finito?

 

Quando scrivevo la tesi, anche quando eri ospite da me e non avevi un altro posto, stavi fuori tutto il giorno, perché io riuscissi a concentrarmi. E compravi il pollo al mercato senza dirmi che quelli erano gli ultimi soldi che avevi. E quando eravamo in bicicletta ti giravi sempre per vedere se c’ero, e coglievi per me le more dei gelsi…

Io spero che anche per te nella vita ci sarà qualcosa di ottimo e dolce e starai bene e in pace. Ma lontano da me.

Non mi aspetto che tu capisca. Penserai che sia io a fare del male a te.

Ma quando sarai molto vecchio ti ricorderai di una bizzarra ragazza che ti correva incontro e c’erano girandole e lune e pesci enormi nella fontana e poi

ti ricorderai le stelle nel deserto

e ti sembrerà che se tu fossi stato un po’ meno avido avresti potuto tenere con te tutte queste cose, se solo le avessi lasciate vivere

e poi penserai che in fondo non è neanche tutta colpa tua, e che se è andata così un senso ci dovrà essere per forza, e chi sa se è vissuta veramente o è solo un personaggio di fantasia, quella strana ragazza che ti amava tanto.

 

Sette e dieci

Mi sono appisolata e ho sognato.

Ho sognato di essere in visita in una casa di streghe, in cima a una collina. Per entrare avevo dovuto togliere le scarpe, tra gatti e specchi rotti. Poi volevo andarmene. Mettevo Lucia nel suo passeggino; mettevo una scarpa, e l’altra? Sparita. La trovavo, ma intanto era sparita l’altra.

-vado a casa senza scarpe- annunciavo, ed uscivo in giardino. Una strega mi diceva: -aspetta, hai bisogno di aiuto per uscire da qui. Il giardino è pericoloso persino per me. Bisogna capire quale delle uscite è aperta: l’aria , l’acqua o la terra…

Mentre ancora parlava, arrivavano le linci. Sbucavano dai cespugli e prendevano Lucia! Le inseguivo gridando insulti. Nel crepuscolo vedevo la tutina gialla di Lucia che si allontanava a balzi.

Ma la mia disperazione calamitava la magia che c’era nell’aria a chili, e quando gridavo: “Lucia!” con le mani tese, Lucia mi compariva tra le braccia, nuda e ridente. Salva. Le linci se ne andavano.

-Vado a casa!- gridavo inferocita.

-Zitta, o si sveglia il drago-mi diceva la strega. Mi porgeva una sedia azzurra, che prendeva quota.

-andiamocene di qua- dicevo, ed eravamo già in volo.

 

Sto qui davanti al cielo in burrasca, con il tè verde e le mie amiche scarpe che mi aspettano di fianco alla sedia, e la testa tranquilla, almeno per ora.

È ancora scuro fuori. Ma è giorno, adesso, nella stanza dei miei pensieri, e c’è una grande insegna luminosa che dice non è giusto vivere così.

Tu dormi ancora, tranquillo, con le tue lunghe ciglia, e non sai che io sono scappata. Con la sedia volante e Lucia. Non sono ancora uscita da questa casa: ma dall’incendio delle tue grida, dal nero dei tuoi occhi sono già libera, libera finalmente.