UNA SU TRE

Stando a un rapporto dell’Onu, una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza; l’ho sentito al giornale radio. Quando avevo vent’anni, litigando col mio fidanzato di allora diedi e ricevetti uno schiaffo. Eravamo entrambi esasperati, stremati, consumati da un amore difficile che cercavamo di mantenere vivo a tutti i costi.  Quello per me non significò subire una violenza, semmai fu uno scambio reciproco di violenza, anche se il mio fidanzato era più forte di me e riuscì sicuramente a causarmi più dolore di quanto gliene avessi procurato io con le mie manine da intellettuale. Dieci anni dopo un altro uomo, incapace di impormi a parole il suo punto di vista, mi schiaffeggiò più di una volta, con tutta la rabbia e la frustrazione che gli venivano dall’impossibilità di sottomettermi. Questo per me significò subire una violenza.

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Quando sei cresciuta in una famiglia dove tutti si rispettano e si vogliono bene, vezzeggiata  e viziata dai genitori, dai nonni, e dai fratelli più grandi, quando sei abituata ad avere intorno persone che nei tuoi confronti nutrono solo le migliori intenzioni, il primo schiaffo che prendi ti sorprende, non senti neanche il dolore, non hai paura, non provi rabbia. Lo stupore ti coglie;  ti domandi: “Che cosa ho fatto?” Se senti l’odio dell’altro che dai polpastrelli si irradia lungo la tua guancia, se una vampata di collera per te inspiegabile ti si rovescia addosso con la forza d’urto di una mano maschile pilotata dal rancore, rimani immobile a domandarti: “Che cosa ho fatto?” Non porgi l’altra guancia, non ti difendi nemmeno, e non ti chiedi che cosa puoi fare per fermarlo, cerchi soltanto di capire la ragione di quella reazione inconsulta, pensi che forse hai fatto davvero qualcosa di sbagliato, di terribile, di inaccettabile per quest’uomo così diverso da te, così imprevedibile. Se reagisci così, se sei come me, pur indignata e sconvolta sei già disposta a perdonarlo prima ancora che lui abbia chiesto scusa, sei già pronta a parlarne, a metterti in discussione, a ripartire da capo su nuove basi. Sei pronta ad asciugare le sue lacrime, perché sai che lui si pentirà, e piangerà quando si renderà conto di averti fatto male. Sei già pronta a consolarlo. Sei pronta a ricevere un altro schiaffo.

Perché è così che andranno le cose, solo che la seconda volta sarà molto peggio della prima, perché stavolta non sarà lo stupore il tuo sentimento più forte. La seconda volta ti lascerai contagiare dall’odio. Così è stata la mia storia. Preferirei non raccontarla, ma una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza. Una su tre. Che tipo di violenze? E quante lo vanno a raccontare in giro?

La violenza fisica è umiliante. Lo so perché al terzo schiaffo il mio sentimento più forte, dopo l’odio, fu la vergogna. Per lui, che si era ridotto a picchiarmi nel tentativo vano di ridurmi in suo potere, ma anche per me, che l’avevo lasciato arrivare fino a quel punto, che non me ne ero andata subito dopo il primo schiaffo. è umiliante perché ti senti risospinta in una condizione sub-umana, una condizione a cui non sei abituata, e che non riesci a gestire; e dopo il terzo schiaffo viene subito il quarto, perché ormai anche per lui uno tira l’altro, come le ciliegie.

Quattro schiaffi, questa è tutta la violenza che ho subito fino ad oggi. Non  lo so se rientro nel conteggio dell’ONU, se posso considerare la mia esperienza affine a quella vissuta da una donna su tre.  Sono certa che in quel rapporto si celino storie di sopraffazioni e di abusi ben più agghiaccianti della mia. Purtroppo ci sono ancora realtà al mondo in cui una donna che ha preso solo quattro schiaffi da un uomo in tutta la sua vita può ritenersi fortunata, e difficilmente avrà la possibilità di tagliare ogni rapporto con chi potrebbe arrivare a compiere gesti ben più efferati dell’ennesimo ceffone. Io non ho aspettato di ricevere il quinto, ma sono nata in un luogo e in un’epoca in cui il ricorso alla violenza per affermare il dominio di un sesso sull’altro è arrivato ad essere – nel comune sentire, come nel diritto – inaccettabile. L’uomo che mi ha schiaffeggiata quattro volte veniva da un’altra epoca, da un altro contesto, da un’altra concezione del rapporto tra i sessi. Per lui  amarmi significava esercitare un controllo assoluto su ogni aspetto della mia esistenza, non solo all’interno delle mura domestiche, ma anche sul lavoro, nelle relazioni familiari, nelle amicizie. Significava anche aspettarsi che io gli dessi retta su tutto, che accettassi senza discutere ogni sua decisione; significava poter sindacare sul mio comportamento, sul mio modo di parlare, di muovermi, di vestirmi, in una parola su ogni minimo dettaglio della mia vita e della mia persona. Eppure era un uomo colto, sensibile, garbato; l’avevo incontrato nella sede di un’associazione che si occupava di immigrati, dove facevo un po’ di volontariato. Non era uno dei miei allievi al corso d’italiano, era uno dei volontari dell’associazione, e già da diversi anni. Aiutava gli insegnanti, organizzava eventi di autofinanziamento e spettacoli, dava una mano in tutte le iniziative. Mi innamorai di lui per la passione che metteva in ogni sua attività; era anche un uomo intelligente, tanto che dall’inizio aveva già capito come sarebbe andata a finire tra noi.

“Sei mai stata con un musulmano?” mi aveva chiesto.

“No, mai, perché?”

“Dovresti leggerti qualcosa su noi uomini musulmani; siamo diversi da tutti i fidanzati che hai avuto finora.”

Io non credevo nelle differenze culturali, ero convinta che l’indole e le inclinazioni personali contassero molto di più dell’origine etnica o confessionale, perciò feci spallucce e non ascoltai il suo consiglio; a me non interessavano i suoi correligionari, a me interessava lui, e lui mi pareva aperto e affidabile molto più di tanti italiani che avevo conosciuto.

“Guarda che io sono geloso” mi disse anche “sono possessivo”.

“Magari” pensavo io “magari avessi trovato un uomo che sa quello che vuole e lotta per avermi.”

Amir in Egitto si era laureato, ma a Milano faceva il portinaio in un palazzo di lusso; dopo un mese che stavamo insieme, perse il lavoro. Probabilmente gli inquilini mal sopportavano il portinaio immigrato, nonostante il suo aspetto bello ed elegante. Mi indignai, mi rammaricai, e senza che lui dovesse chiedere, gli proposi di venire a vivere con me. Allora stavo scrivendo la  tesi di dottorato; passavo molto tempo in casa, mi ero allestita una postazione PC nell’anticamera del mio bilocale in affitto. Amir si portò dietro i suoi mobili, i suoi tappeti, i suoi vestiti eleganti, e sopratutto il suo giro di amici e amiche che mi piombavano in casa a tutte le ore del giorno e della sera e a cui dovevo, secondo lui, fare sempre e comunque gli onori di casa. Persi la pace e la tranquillità che mi erano necessarie per lo studio, e non riuscivo a fargli capire quanto fosse grave  per me.

“La mia ex era una dottoranda anche lei” mi diceva “ma riusciva lo stesso a prepararmi un tè quando tornavo a casa e a stirarmi le camicie”.

“Ma io non sono una casalinga, Amir” ribattevo “e non lo sarò mai!”

Amir si innervosiva perché non corrispondevo al suo ideale di donna, ma se ne aveva voglia cucinava e lavava i piatti senza battere ciglio. Era come lacerato e sospeso tra due modelli culturali opposti: non si riconosceva più nella sua cultura di origine, ma non riusciva ad accettare completamente la nostra.

Il primo schiaffo lo presi per un futile motivo; ma dopo un mese di convivenza lui era come una pentola a pressione a cui nessuno avesse fatto sfiatare la valvola. Quel pomeriggio mi aveva chiesto di passargli il suo pacchetto di sigarette, ma io ero di cattivo umore, e in più stavo lavorando.

“Perché non te lo prendi da solo?” gli avevo risposto “visto che sei lì a far niente…”

“Vuoi darmi per favore quello stupido pacchetto?” aveva ripetuto lui, scandendo le parole con una calma eccessiva che avrebbe dovuto mettermi in allarme.

“No, non te lo do.”

Amir si era alzato dalla poltrona senza replicare. Mi si era avvicinato da dietro, prendendomi per il braccio. Mi ero girata a guardarlo, aveva un’espressione dura, ma con un velo di tristezza.

“Togliti gli occhiali” aveva detto.

“Perché?”

“Tu toglili e basta.”

Li avevo tolti. Mi era bastato un attimo per capire che se avessi tentato di difendermi sarebbe stato peggio. Potevo cercare di divincolarmi, potevo gridare, ma la certezza della sua superiorità fisica mi aveva annichilita.  Il dolore era arrivato dopo, e insieme al dolore le sue scuse infinite e un racconto patetico di come solo un’altra volta nella vita avesse picchiato una donna, e di come avesse giurato a se stesso di non farlo mai più.

“Perdonami” mi supplicò, è un brutto periodo.”

Mi confessò che stava prendendo degli psicofarmaci, e mi chiese di aiutarlo. Come potevo rifiutare?

Dopo un altro mese di vita insieme, gli schiaffi erano diventati più forti e le scuse meno convinte; certo, lui sbagliava, ma ero io a provocarlo, io che mi ostinavo a non fare quello che mi chiedeva, frequentando i miei amici maschi anche senza di lui, telefonando al mio ex fidanzato, presentandomi alle feste vestita di jeans invece che con la gonna. Alle amiche che mi chiedevano: “Come va?” rispondevo sempre: “Tutto bene. Sì insomma, ogni tanto c’è qualche divergenza, litighiamo un po’, ma poi facciamo sempre pace.” Gli schiaffi erano il nostro segreto, non volevo che pensassero troppo male di lui, non volevo che mi spingessero a lasciarlo. Fino a quell’ultima sera. Mi ero lasciata vestire da lui: gonna lunga, abbinata alla mia unica camicia elegante, pettinatura fresca di parrucchiere, e un trucco discreto sugli occhi.

Alla festa ricevetti un sacco di complimenti dalle amiche: “Come sei bella”, “Come sei elegante” , “Si vede che ti fa bene l’amore”. Amir e io ballammo insieme allacciati; mi pareva che le altre mi guardassero con invidia, sembravamo una coppia felice. A un certo punto andai a sedermi in un angolo con la mia amica Giulia. Mi girava la testa, e mi davano fastidio le scarpe; me le tolsi e appoggiai le gambe su quelle di Giulia, che cominciò a massaggiarmi con dolcezza la pianta dei piedi, mentre chiacchieravamo ad alta voce, cercando di sovrastare la musica. Vidi Amir che dall’altro lato della sala si sbracciava, facendo cenno di no col capo.

“Cos’ha il tuo fidanzato?” chiese Giulia “si sente male?”

“Che ne so?” feci io “mica capisco il linguaggio dei segni”. In realtà avevo capito benissimo; Amir voleva che tirassi giù i piedi e mi rimettessi le scarpe, ma non avevo nessuna intenzione di dargli retta. Di colpo me lo ritrovai alle spalle.

“Vieni con me” mi disse.

“Dove?”

“Tu vieni.” Il suo tono non ammetteva repliche.

Lo seguii fino a un salottino appartato, davanti al bagno; mi ritrovai con le spalle al muro.

“Perché non hai fatto quello che ti chiedevo?”

“Non stavo facendo niente di male.”

“Lascia giudicare a me cos’è male. Quando siamo con gli altri devi fare quello che ti dico; le discussioni, dopo.”

“Decido io come comportarmi in pubblico, sono una donna adulta, non sono una bambina.”

La bocca di Amir assunse una piega amara.

“Togliti gli occhiali” ordinò.

“Non voglio.”

Lo schiaffò mi arrivò netto e doloroso sulla guancia sinistra; gli occhiali schizzarono per terra. Erano infrangibili, ma qualcos’altro si spezzò dentro di me, con un rumore di vetri rotti proprio all’altezza del petto.

Non volevo piangere, ma sentivo le lacrime colarmi giù fino agli angoli della bocca. Mi chinai a raccogliere gli occhiali e mi infilai nel bagno senza dire niente. Chiusi a chiave la porta e cominciai a vomitare; vomitai la cena, e tutto il vino che avevo bevuto; vomitai l’euforia della festa, e poi lo stupore, l’odio, l’umiliazione, e la vergogna. Con un ultimo groppo acido vomitai dal naso anche l’ultimo residuo d’amore; alla fine mi sentivo completamente vuota. Tornai nel salone; Amir non c’era. Vidi Giulia sulla porta, con su il cappotto. Le corsi incontro e  mi aggrappai letteralmente alla sua manica.

“Giulia, ti prego, fammi dormire da te stanotte.”

“Sara, ma cos’è successo, ti senti male? Sei cadaverica!”

“Domani ti racconto tutto, te lo prometto, ma adesso andiamo via, per favore”.

In macchina mi rannicchiai sul sedile accanto a Giulia; fuori cadeva una pioggia sottile e silenziosa. Sapevo che il giorno dopo avrei dovuto affrontare una serie di questioni, non ultimo come riprendere possesso della mia casa e della mia vita senza farmi trascinare in una sequela infinita e lacerante di recriminazioni. Adesso però non avevo voglia di pensarci; preferivo pregustare il momento in cui a casa di Giulia avrei tolto le scarpe e la gonna per infilarmi un pigiama comodo preso in prestito dalla mia amica. Con quest’immagine confortante nel cuore, cullata dal rumore ritmico del tergicristalli, abbandonai la testa contro lo schienale e mi addormentai.

Amir, non l’ho perdonato.