domenica, 13 Giugno 2021

DIAMANTE GREZZO

Ding Dong

“Buon giorno sono la Dottoressa, Guardia Medica”.

Il clic d’apertura dell’uscio di quella villetta bifamiliare rimbomba tra i campi di Rovello. Sono le 2:45 di una notte uggiosa di metà aprile.

Appena entrata il fetore di escrementi e piscio assale il mio olfatto che con un gesto di ribrezzo mi chiede di tornare indietro. Non posso, c’è una ragazza che sta male: crisi d’otite acuta.
Percorro le scale nel buio della notte, seguendo una luce lieve  proveniente dal piano superiore. Per sopperire l’adrenalina che sento salire dalle gambe fin su alla gola, inizio a pensare di  trovarmi all’entrata dell’ inferno di Dante e che  quell’immagine scura che mi aspetta davanti all’ingresso sia solo Caronte. Un uomo magro, barbuto, scuro in volto sovrasta l’entrata dell’appartamento, non sembra essere allarmato, mi osserva con aria di superiorità. Con uno sguardo indica una stanza poi di nuovo mi immobilizza con gli occhi: sorrido. Si gira, si dirige verso la porta e la apre.
Una nuvola di fumo mi avviluppa come una soffice coperta, l’anidride carbonica mi occlude il respiro. Sdraiata su di un letto sporco nella penombra, intravedo una sagoma esile di un corpo seminudo, avvolto solo da una camicetta sbrindellata. Il viso è sciupato, le occhiaie sono pesanti sotto quelle palpebre chiuse, le labbra secche si muovono al ritmo lento di quel respiro ansimante. Mi schiarisco la gola per farmi notare. Quando i suoi occhi con debole forza si aprono, trovo OcchiBlu: una giovane ragazza dai grandi occhi color zaffiro. Mi osserva. Solo allora mi accorgo che il viso è rigato dalle lacrime e che quel boccheggiare è la musica di un pianto muto e soffocato.
Improvvisamente una palla di pelo impaurita sfreccia tra le mie gambe fuori dalla stanza, lasciando di lei solo un mucchietto di deiezioni morbidamente deposti su un ammasso di vestiti abbandonati per terra.
Chiedo di restare sola con la mia paziente per poterla visitare adeguatamente, l’ombra alle mie spalle esita un po’,osserva la ragazza con uno sguardo freddo e quasi d’avvertimento, poi esce.
Subito mi metto al lavoro, apro la mia borsa, tiro fuori lo sfigmomanometro e mi avvicino a lei; le chiedo di sedersi e alzare un poco la camicetta: subito noto la pelle arrossata e piccoli graffi sparsi su tutta la superficie. Il battito è leggermente accelerato con qualche extrasistole, la pressione alta. E’ evidentemente agitata. Prendo l’otoscopio e inizio a capire di quale livello di otite si tratta.
Nulla. Nessuna infiammazione, nessun arrossamento, neanche un poco di cerume. Immobilizzata da quel pietrificante sguardo celeste, provo un terrore immenso e per un secondo prego di essere in un sogno.

“La prego Dottoressa, mi Aiuti!”

Quando conobbi OcchiBlu ero sicura di poterla aiutare; nel ventunesimo secolo nessuno muore per un’otite, anche se acuta. Tuttavia, ascoltando la sua storia, pensai solo alla morte: senza via di ritorno.

Aveva solo undici anni quando, per la prima volta, il Padre la penetrò con il dito medio, fece così male che le lacrime scesero spontaneamente, ma l’amore per un Genitore supera tutto! Anche un cetriolo o un manico di scopa; anche quella volta in cui, dopo aver bevuto un bicchierino di troppo, le infilò il cambio dell’auto nella vagina, sporcando di rosso tutto l’abitino nuovo.

OcchiBlu non parlava, si lasciava accarezzare, baciare, palpare, attraversare senza mostrare nessun emozione. Era forte lei, era un Diamante Grezzo.

D’altronde c’era già la Madre che tutti i giorni piangeva e urlava, una donna minuta e dolce che tutte le notti usciva ben vestita per lavorare e poterla mantenere. OcchiBlu amava sua Madre, più della sua stessa vita. Una volta prese coraggio e le raccontò che cosa facesse col Padre; le rivelò di quando fecero insieme quei video nudi, di com’erano fatti quei signorotti che le venivano presentati tutte le sere e con cui lei passava un po’ di tempo in camera sua. La Madre la guardò interdetta e quando finì il racconto le disse di non volerla mai più sentir menzionare fandonie del genere e, gridando di essere tremendamente delusa di lei, si chiuse in camera piangendo fino all’esaurimento.

OcchiBlu era forte, era orgogliosa, non aveva bisogno di raccontare a nessuno delle sue esperienze, neppure alla Madre!

Una mattina nebbiosa, i carabinieri circondarono la casa e arrestarono il Padre, la piccola soffrì tantissimo. Lui urlava disperato, dimenandosi come un matto nel tentativo di scappare. Lei lo osservava confusa, senza capacità di reagire, non riusciva a capire come mai lo portassero via, lei lo amava.
Quando poi, subito dopo, arrivarono dei signori che, con la forza, presero lei e suo fratello strappandoli via dalla Madre e li portarono in una prigione di bambini, provò ancor più dolore.
OcchiBlu non aveva nessuna intenzione di restare in quel luogo per molto tempo. Tutti i giorni litigava con qualcuno e spesso si picchiava con altre bambine; addirittura, una volta, tagliò i capelli a una ragazzina che l’aveva minacciata con un coltello.
Il giorno in cui finalmente la fecero uscire, non vide l’ora di abbracciare i suoi Genitori, ma, arrivata a casa, trovò solo la Madre con le valige strabordanti e pronte per andare a vivere in una nuova casa, con un padre nuovo.

OcchiBlu odiava il suo Patrigno. Era un Mostro! Tutte le notti si intrufolava nella sua stanza, si infilava nudo nel suo letto e con parole dolci le diceva che se solo avesse emesso un suono avrebbe ammazzato di botte suo fratello e la sua amata mamma. Le sfiorava delicatamente la bocca, gliela tappava con la sua corposa lingua e in silenzio godeva di quel corpo giovane e rigoglioso.

OcchiBlu era indistruttibile. Avrebbe fatto uscire suo Padre dalla galera e gli avrebbe riferito tutto quello che subiva dal Mostro. Gli avrebbe raccontato  di quel glorioso giorno in cui, da vera coraggiosa, lo aveva spinto giù dalle scale pregando che morisse e, quando  lo vide rialzarsi con solo qualche graffio in viso, gli sputò in faccia senza muovere ciglio; gli avrebbe raccontato che, subito dopo, lui le saltò addosso come un cane rabbioso, la sbatté per terra strappandole i vestiti e la penetrò con forza e severità, mentre lei, impassibile, lo fissava per dimostrargli di essere più forte. Avrebbe raccontato ogni cosa, fino all’ultima battaglia, anche se sarebbe stato molto difficile provare le colpe del Patrigno, implicato in storie di mafia . Sarebbero serviti plurimi testimoni di diversa natura e qualifica.
Lo stesso giorno, OcchiBlu, iniziò la sua ricerca: doveva trovare degli Angeli.

Solo ad altissime temperature un diamante può essere smerigliato.

Quando scappò di casa, divenne come una zingara: nomade nelle dimore altrui.
La notte andava nelle discoteche, nei pub, nei bar e mettendosi in mostra, agganciava con la sua arte da seduttrice ogni genere di uomo; lo incantava con i suoi grandi occhi color zaffiro, con il suo seno reso prosperoso da un push-up e con quel modo di fare un po’ stronzo e un po’ dolce. Poi gli regalava il suo corpo in un mix di godimento e orgasmi, in cambio di una casa e qualcosa da mangiare. Faceva così ogni volta che si trovava senza tetto, ogni volta che l’uomo numero 15, 16, 17 la mollava con ridicole scuse su facebook. Eppure, non solo gli uomini rimanevano incantati dalla sua Persona. Le donne infatti, si innamoravano di quel visetto simpatico e amichevole, di quella donnina sempre vestita bene che, quando si stava in compagnia, aveva sempre una buona parola per tutti e per tutti si faceva difensore. Tuttavia, anche le amiche presto si allontanavo, poiché l’ospite in casa, come un pesce, dopo un po’ puzza; soprattutto quando di notte si sveglia, preso da attacchi di panico, e inizia a urlare, chiedendo aiuto e invocando Dio.

Dopo qualche mese dalla sua fuga, OcchiBlu rimase incinta. Era stato il numero 23, il 24 o addirittura il 22. Non lo sapeva, e nessuno dei ragazzi le aveva risposto al messaggio dove annunciava la notizia. Intanto, un esserino minuscolo, giorno dopo giorno, stava crescendo in quella pancia che non sarebbe mai più stata così piatta.

Se non sei nata gitana, prima o poi la strada ti condurrà verso casa.

Quella notte OcchiBlu era tornata a casa, appesantita dall’orgoglio di chi non vuole darla vinta ma succube della pioggia che non le permetteva di dormire sulla panchina d’un parco. Aveva abbracciato la Madre che, subito dopo i primi momenti di estasi per il ritorno del figlio al prodigo, aveva iniziato ad andare su tutte le furie: come si era permessa di restare incinta!
Quando il Patrigno tornò a casa, era ormai il tramonto; trovandola in camera, non aspettò molto per sfogare il suo sesso dentro di lei e recuperare più volte tutto quel tempo perduto. Ma questa volta fu diverso, questa volta l’aveva penetrata troppo forte, il sangue era uscito e l’utero , era stato sfondato.
Non si sentirono mai così tante urla provenire da quella casa di Rovello, mai così tante da far allarmare i vicini che, insieme, citofonarono per chiedere notizie. Se avessero chiamato la polizia cosa sarebbe successo? Il Mostro doveva fare qualcosa.

“Chiamate la Guardia Medica” .

Sono le  5:47 di una mattina uggiosa di metà aprile, il sole restituisce colore alla campagna e a quella villetta che, per qualche ora, avevo pensato fosse l’inferno.
OcchiBlu si era addormentata stringendomi la mano come per supplicarmi di restare così, prima di andarmene via, le avevo lasciato il mio bigliettino da visita con in aggiunta scritto il numero di telefono di due psicoterapisti specializzati in casi border, che gestivano una comunità chiamata: “Angeli”.
Cos’altro potevo fare?

Un Diamante Grezzo può essere modellato solo ad altissime temperature o, da un altro Diamante.

Erano ormai passati quindici anni da quel fatidico incontro eppure tutte le volte che la notte mi trovavo a Rovello per curare qualcuno, mi compariva quell’immagine di verginità lacerata, quell’apparente assenza di Dio.
Una mattina in guardia medica, poco prima di finire il turno, una ragazzina si presenta in ambulatorio chiedendomi di aiutarla: era appena fuggita da una comunità dove aveva vissuto, da quando era nata, con la madre la quale era appena morta di HIV. Un po’ confusa, invito la ragazza ad andare a fare colazione in modo da poter parlare con più calma

Alessandra inizia il suo racconto con le lacrime agli occhi, mi narra di quando fece la sua prima festa di compleanno, di come la sua mamma le avesse cucito addosso il suo primo vestitino da cerimonia; mi racconta di come tutte le sere prima di dormire cantavano insieme le canzoni più belle del momento, dicevano una preghierina e si addormentavano abbracciate sotto la lucina dell’abatjour; mi espone quanto la sua mamma era forte e determinata, di come aveva combattuto per poter restare dentro quella comunità, di quanta sofferenza aveva passato e di come era diventata il capo sarto nella bottega dell’associazione.
Alla fine del racconto,  confusa e frastornata, le chiedo come mai sia venuta a cercare proprio me, come avesse fatto a trovarmi, chi pensi che io sia, cosa possa fare per aiutarla e soprattutto come mai avesse così tanta necessità di raccontarmi di sua madre. Chi era?

“ La mia mamma era un Diamante grezzo e tu il suo Angelo. Sii anche il mio.”

 

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COME UNA CIMICE DA LETTO

Ricordo.

Il momento più duro era la notte,

quando il buoi permetteva di muoversi in silenzio, nascosto, appostato, ed io ero più fragile.

 

Le chiamano Cimici da letto, sono parassiti che colpiscono l’uomo soprattutto di notte. Non vivono sul corpo dell’ospite, ma si insediano in micro – ambienti in sua prossimità.

E come una cimice, lui si nascondeva dietro il cespuglio di casa, rientravo dalle mie serate con gli amici e con la coda dell’occhio vedevo la ruota della bicicletta sparire dietro quel maledetto cespuglio.

Ora mi sento in pericolo!

Faccio finta di niente, metto la chiave nella toppa il più velocemente possibile cerco di entrare in casa. Ho un mare di lacrime nella pancia, formiche dentro le dita delle mani, un cocomero in gola, il torace batte come un grosso tamburo il cui suono è accompagnato dal fischio delle mie orecchie, le gambe di marmo e i piedi di piombo, la testa vuota, il mio respiro accelera e accelera, sempre più veloce, sempre più veloce e poi…

Stop! Silenzio!

Sono a casa al sicuro, qui non può entrare.

Il corpo gelato e immobile fatica a preparasi per la notte.

Succederà qualcosa adesso…No adesso…No adesso…No adesso…il tempo passa, poi: sono le 5.00 del mattino. Io sono ancora sveglia.

 

Mi chiedo: “perché proprio a me?”

La cimice dei letti è un parassita estremamente “democratico” che, nella scelta degli ospiti da “vampirizzare”, non sta a discriminare in termini di età, religione, razza, etnia, ceto sociale o altro. Similmente si trova a suo perfetto agio tanto in un tugurio che cade a pezzi quanto in un albergo a cinque stelle con tutti i comfort.

Donne italiane e donne straniere, casalinghe e insegnanti, mamme e amanti, nei quartieri popolari e tra i bastioni di Milano. Nessun confine all’ossessione di uomini che ti seguono, ti chiamano, di guardano da lontano, ti perseguitano.

Le cimici dei letti si attivano a partire dalla tarda sera, e danno il meglio di loro stesse intorno ad un’ora prima dell’alba. Possono provare ad alimentarsi in altre ore della giornata se ne diamo loro l’opportunità.

Dopo una notte di paura, stress e insonnia, alle prime luci dell’alba i miei occhi trovano finalmente riposo, ma il sonno è subito interrotto dallo squillo del cellulare oppure dal citofono di casa o dai rumori alla finestra.

Ora mi sento in gabbia!

Lui non può entrare, io non posso uscire. Vorrei affrontarlo, avere la forza di schiacciarlo come una cimice, liberarmi, mi sento fragile e impotente.

Per un attimo vorrei non essere donna, avere la forza di un uomo per liberarmi, per rendere giustizia al male che sto subendo, per riprendermi la dignità che ogni persona ha il diritto di mantenere.

Vorrei vivere al settimo piano, vorrei stare in una torre, non vorrei nessun principe che venisse a salvarmi, vorrei fuggire senza dire niente a nessuno.

Ma qualcuno di più saggio un giorno  mi disse: “se fuggi una volta dovrai fuggire per sempre”

Così restai!

 

Le cimici dei letti raggiungono la vittima appostandosi in fori o crepature sulle pareti senza farsi vedere,  a volte possono attendere il buio per ore appesi al soffitto e quando la luce viene a mancare si possono lasciare andare sul corpo della vittima prendendola alla sprovvista nella notte.

La cimice è attratta dal calore del corpo e dal respiro  della sua vittima.

La cimice punge e buca la pelle con il suo doppio ago. Con un ago si nutre del sangue della vittima, mentre con l’altro rilascia la saliva che  provoca rigonfiamenti e prurito violento.

Essere presa alla sprovvista, prima dal polso e poi un colpo veloce al braccio.

Schizofrenia dialettica tra urla e dolcezze.

Allontanamenti e recuperi violenti, per i capelli e dal bacino.

Una reazione allontana il carnefice.

Ora la rabbia: reazione e resistenza!

Questo lo manda in collera, così  lascia andare la sua grossa mano sul corpo della vittima, che fa fatica a piegarsi.

Il corpo resiste e le mani diventano due, e poi tre e poi quattro e ancora cinque.

Il corpo resiste ancora e poi…

Cede!

Atterra, un corpo fragile, corpo violaceo, corpo che racconta, corpo violentato, corpo oppresso, corpo di una donna attraversato dalle mani di un parassita.

Ora mi vergogno!

 

Psicologicamente le persone reagiscono alle punture da cimice con ansia, stress e insonnia.

Quella notte era insonne, corpo tremante, incerta se fosse la paura oppure il ghiaccio che medicava la guancia gonfia e dolente.

Raccontare di avere le cimici da letto ad un ospite, non è semplice. Potrebbe fuggire, aver paura di infettarsi, provare ribrezzo, lasciarti sola. Allora taci! Non dici nulla! Se non lo dici, non esiste! Prima o poi spariranno da sole, andranno anche loro in letargo.

Così davanti ad un caffè e una sigaretta si parla della serata che arriverà e nascondi il terrore dietro ad una risata grassa e lunga.

Le cimici dei letti, possono vivere dai sei ai nove mesi se nutrite bene, non vanno mai in letargo, e riescono a sopravvivere per un intero anno anche senza cibarsi.

Ora ho paura.

Così tanta paura, che trovo il coraggio di urlarlo.

“Aiuto!”…grido alle istituzioni.

Ma se non muore qualcuno la paura è bugia.

“Aiuto!”…grido ai servizi

Ma se non lo vai a raccontare in TV la tua storia vale poco.

“Aiuto!”…grido agli amici.

Mani di donne che si sono appoggiate su di me, mi hanno accarezzata, mi hanno abbracciata.

Mani di donne che sono diventati pugni duri, forti e chiusi, che hanno lottato insieme.

Mani di donne che hanno pulito, sistemato e ricostruito.

Mani di donne che si sono unite e hanno fatto cordone unico di fronte ad un solo uomo.

Mani di donne coraggiose

Mani di donne che si sono prese Cura.

Ora sono salva!

La disinfestazione è durata 9 mesi: da Giugno a Marzo.

L’azoto liquido è il prodotto più efficace per debellare i parassiti.

Bisogna smontare tutti i mobili, trattare angolo per angolo, lavare tutto a 90°, gettare libri e legno datato. Buttare vecchi ricordi, eliminare gli odori, sterilizzare tutto e lavare con il sudore e con le lacrime il ricordo di quell’esperienza.

La pulizia è durata 9 mesi.

Nove sono stati i mesi che abbiamo trascorso per liberarci delle cimici dei letti.

Nove sono stati i mesi che abbiamo trascorso per  far sparire quella ruota di bicicletta dietro a quel maledetto cespuglio.

Nove mesi. Un ciclo al femminile. Nove sono state le donne che mi hanno aiutato.

Nove mesi come il tempo che una donna impiega a mettere al mondo un figlio.

Nove mesi il tempo di creare una nuova vita dentro di se. Il tempo per rinascere, per dare alla luce una nuova donna.

 

Esiste un prima e un dopo

da quella mano grossa che si posa sul tuo viso,

un ieri e un oggi da quel morso che ti succhia il sangue e la vita.

Solo urlando puoi rinascere.

Solo insieme è possibile.

Per un attimo, ma solo per un attimo ho avuto la presunzione di pensare di potercela fare da sola e che prima o poi sarebbe finita da se e che lui avrebbe capito e che forse cambiando il mio atteggiamento avrei potuto migliorare o arrestare il dolore.

Per un attimo, ma solo per un attimo ho avuto la presunzione di negare la mia fragilità.

 

Fragile come una farfalla, che vola delicata e gode della bellezza che la circonda, cerca fiori su cui posarsi, dove nutrirsi e gioire. Le sue ali sono fragili come carta velina, che si spostano ad ogni colpo di vento, che si feriscono se attraversa dei fitti rami di un albero. Una farfalla come simbolo di rinascita che non è immune né indifferente a ciò che che accade intorno a lei, attenta a  ciò che la circonda. Capace di guardare, di emozionarsi, di stupirsi e di piangere ancora, di indignarsi, di provare gioia e dolore, di sorridere e di sognare, di vivere…e prima o poi, riuscire a tornare a dire

“ti amo”.

 

 

 

 

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ANESTESIA

Ancora una, tre volte, mille

                                                                                                 da giorni, ore, secoli

                                                                                                                    gli alfieri infilzano regine.

 Lo fanno anche se non lo sai

 anche ora mentre pensi.

 Lo rifanno dall’alba del tempo

che si espande come ombra della sera

 nel silenzio del terrore

 in tutti i mondi possibili.

 

Mi hanno inchiodata in due contro quel muro sudicio, trascinata qui, nella casa degli alfieri, rinchiusa in questa stanza buia, occhi imprigionati, finestre sprangate, lordura ovunque. La ascolto, la vivo, la respiro: sono io, chiusa nella scatola del mio terrore.

A volte tengo gli occhi appiccicati come pugni stretti, perché non vorrei che fosse vero. E quando li riapro, spero di svegliarmi. Ma il puzzo di piscio ha ormai invaso la stanza, insieme col fetore del mio corpo e di ciò che è rimasto del mio grembiule stracciato, macchiato di sangue e di tutto il resto che mi cola lungo le cosce, dritto sul pavimento.

Mi riempiono la bocca di pastiglie. Me le sbattono in gola a manciate, come pastone nel collo di un’oca. Ma… gli alfieri no, non possono spezzare lance dentro le regine. I re solo, solo loro  possono  prenderle per mano.

Cerco di salvarmi come posso. Scrivo parole, messaggi sui muri, con le dita intinte nei miei stessi escrementi, nella saliva e nel sangue che mi rimane. Scrivo per terra e contro queste pareti che mi stritolano, alte e appuntite come muraglie che avanzano verso me, crollando sul mio corpo accartocciato.

Ma poi, a ore indefinite, li sento arrivare. Avverto i loro passi avvicinarsi come lupi, finché non sono dietro alla porta. La chiave ruota lentamente nella toppa, e allora le fauci infuocate dell’inferno si spalancano, e io so di non avere scampo.

Gli alfieri invadono la stanza, a volte uno, a volte due, a volte a frotte,  immensi armadi scaraventati su di me.

Cerco di fuggire, cozzo addosso al buio come un ratto impazzito, ma mi sovrastano sempre, mi premono sul letto o sul pavimento, dove capita. Mi bloccano i polsi, le gambe, gli spasmi, e come pistoni mi trapassano da parte a parte, sbattendomi la testa per terra o contro il muro.

Sento le loro mani ingigantirsi e diventare piovre mostruose. Le sento farsi largo nei miei anfratti, in mezzo alle pietre di terrore del mio corpo. Vedo le loro bocche muoversi addosso a me, murene enormi che emettono veleni. L’alito appestato e i gemiti approdano come boati contro il mio viso schiacciato di lato. Allora attaccano la gola e scendono bramosi al seno, coprendolo di lividi.

Io vorrei essere un insetto spiaccicato sul pavimento, per sparire in una crepa e dissolvermi come un granello di polvere o una briciola di pane raffermo o una bestemmia contro il vuoto. Mi trasformo in straccio per non soffrire o  divento dura come un bastone o insensibile come la lingua, gonfia di pastiglie, grossa come un uovo.

Allora mi schiaffeggiano, alcuni mi prendono a pugni. Annaspo, tremo, e dalla gola non passa più un filo d’aria. Un terrore sordo si incolla al mio ultimo pensiero: ora mi uccidono. Invece tornano a calarsi i calzoni e mi usano ancora, ancora, ancora.

Tutto gira vorticosamente. La ventola aggrappata al soffitto è  un’enorme libellula che danza e ruota in continuazione. Io soffoco e  divento un pesce che boccheggia travolto dall’alta marea. Annego. Guardo il soffitto, il silenzio, il nulla, e penso che non esisto e che forse sono morta e che questo è solo un assaggio dell’inferno e che gli alfieri sono demoni mandati da un dio.

Eppure, per rari miseri istanti,  spero qualcosa. Devo sopravvivere. Me lo dico, me lo ripeto. Prima o poi qualcuno mi libererà, forse qualcuno mi cercherà.

Mi chiedo il perché di tanto orrore, ma non riesco a trovare risposte.

Per salvarmi provo a morire, in queste notti e in questi giorni che si confondono, accecati dal dolore.

Mi trascino verso il letto intriso di liquidi maleodoranti, cullata dall’universo che c’è in me, che rifiuta di chiudere gli occhi e non sa più misurare il tempo. Mi raggomitolo, abbraccio me stessa, mi stringo forte,  ancora più forte, domandandomi se vivo e se avrò un’altra vita.

Invento frustate di speranza, senza dove e senza quando.

Talvolta il pavimento si inclina, avverto le pareti scivolare, scorrere silenziose, come sipari su un palco devastato. Però i riflettori non si accendono mai. E io scivolo da un capo all’altro della stanza, come un battello ebbro di buio, senza bussola, senza meta.

Sento un alfiere, sbarro gli occhi. Dopo un’eternità apre la porta, non per liberarmi: mi sembra che la sposti ancora più in alto, in modo che io, infimo essere, non possa mai più fuggire.

Mi lega a una seggiola e le mie grida, le lacrime, si mescolano ai suoi ansimi bestiali. Urlo con tutte le mie forze, con ogni nota possibile alle mie corde vocali. Grido fino a trasformarmi in animale, ma sembra che nessuno al mondo possa udirmi oltre queste mura.

Dopo avermi usata, mi getta in terra del pane. Poi mi rinchiude e i giri di chiave echeggiano come trombe di un arcangelo.

D’un tratto si apre uno squarcio in terra, vedo le fauci dell’inferno. Ho paura di caderci dentro. Mi avvicino facendo attenzione, e le braccia di un salvatore si agitano dal fondo della fossa per dissolvermi nei suoi abissi.

Farneticando guardo il mio grembiule, così sporco che mi si appiccica addosso. Striscio, mi stendo al suolo, ma non provo dolore.

Chiudo gli occhi finalmente. Nonostante il mio torpore cupo, riesco ancora a immaginare. A tratti intravvedo le ciglia, che accarezzano mura appuntite. I lividi si staccano dal corpo, involandosi in mille colori. E sogno di fuggire oltre ogni guerra, lievito oltre ogni coercizione. Spero sussurrando, minuscoli mondi di pace, melodie di albe rosa e sorrisi, al di là delle mie mani morsicate, fuori dall’esercito muto cui appartengo.

Sto mutando in gocce di anestesia, salgo in alto aggrappata alla luce, trapassando la ventola e il soffitto, diretta verso il sole. E’ incredibile, ma non mi eclisserò, non mi inabisserò: se qualcuno  leggerà, finalmente, malgrado tutto, prima o poi io sarò libera.

 

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L’ANGELO DIVELTO DELLA METROPOLITANA

Il lavoro mi attende come al solito, dall’altra parte della città. Ci penso. E intanto la guardo.

Una volta, avevo l’abitudine di leggere qualcosa. Solitamente un giallo, o un saggio poco impegnativo, di quelli scritti dai divulgatori di vaglia. Quei libri concepiti per farti sentire strutturalmente ignorante, sì, ma in via di guarigione. Adesso invece gioco con lo smartphone; non riesco a leggerci le mail, i giochi mi tediano, cerco perfino di barare al solitario (ovviamente invano).

Ecco perché, adesso, mi resta più tempo per guardarmi in giro. Come effetto collaterale dell’aver smesso di leggere in metropolitana, mi sto formando una cultura sulle persone in carne e ossa. Prima nemmeno le notavo, perso com’ero tra i miei libri; mi gustavo i mille segreti della lince iberica, o le gesta di quell’imperatore che conquistò nazione dopo nazione e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione, come mi racconta Vecchioni in cuffia, ispirato come sempre.
È così che ho visto lei. Non so come si chiami, e in fondo non è che m’importi. Ma ho immaginato la sua storia; non credo di sbagliarmi, perché ogni mattino tempero a fondo il mio spirito d’osservazione.

C’è sempre un uomo, ad accompagnarla in metropolitana. Credo sia il suo ragazzo, o piuttosto il “compagno”, data l’età non freschissima. All’apparenza, è parecchio geloso. Non l’abbraccia ma la cinge; non l’accarezza ma la leviga. Più che accompagnarla, se la porta dietro con un freddo ma tenace attaccamento, come se fosse un oggetto altrui appena pignorato.

Lei è bella, anche se pare precocemente sfiorita. Ho qualche remora a definirla “attraente”. Non è una di quelle quarantenni dall’aspetto sbarazzino; piuttosto, sembra una trentenne che a ogni compleanno inanella due anni. E di sbarazzino non ha niente. È alta, coi tacchi supera il metro e ottanta; un’altezza che perfino nella Milano dai mille retaggi longobardi ti attira parecchi sguardi maschili. Abbonda nelle forme, anche a motivo degli abiti troppo fascianti, e per di più traslucidi. Affiancata al suo compagno, fanno due persone normali, perché invece lui è magro, molto magro. Ha una muscolatura nervosa, da pugile delle categorie inferiori. Vent’anni fa avrei pensato che avesse qualche problema di spade, o pere, o come le si vuol chiamare; oggi, però, quello non è più un pensiero comune, e lui pare semplicemente ossuto.

Pare quasi che si aggrappi a lei, con forza; ha l’aggressività strutturale delle case dei centri storici, quelle che si appoggiano le une alle altre per non franare, e nel farlo si condannano a un’infinita dipendenza, a un tragico mutuo soccorso.

Quando scendono alla loro fermata, che è anche la mia, la risucchia fuori dal vagone, sempre troppo velocemente. Tagliano perfino la strada ai ragazzini, i veri professionisti della fretta inutile. Lui la tira, quasi la strattona, la infila più o meno a forza su per la scala mobile, e intanto le parla nell’orecchio. Sembra pronunciare parole suadenti, ma quando intravedo i suoi denti il mio cervello registra un’immagine incongrua. Come se le parole non si conciliassero col tono. Sì, pare che la stia minacciando, ecco. O almeno, nel migliore dei casi, pare che le stia leggendo il mondo coi suoi occhi, come se volesse proteggerla costruendole intorno una barriera. Sarà per una questione ancestrale di sopravvivenza, però anche un perfetto estraneo come me lo percepisce chiaramente, l’odore della violenza.

Era un martedì, il giorno in cui finalmente incrociai lo sguardo di quella donna. Ricordo che avevo la borsa della palestra in mano e questo mi impediva di twittare come un adolescemo. Fissai quei due occhi nocciola, impegnati a guardarsi in giro. Taceva, mentre le braccia minacciose del compagno l’avvinghiavano. Sono sicuro che lei stesse cercando attenzione, un cenno, un gesto. Lo cercava tra gli estranei, come se amici e parenti non servissero a nulla, per una storia del genere. Come quando confidiamo a perfetti sconosciuti i lati oscuri della nostra vita, quelli che i nostri migliori amici mai conosceranno, nemmeno da lontano.

Mentre la osservavo, lei mi ricambiò. Il suo carceriere mingherlino era distratto da qualcosa, forse dalla nuova pubblicità che era appesa al corrimano e che lui scagliò via con un colpo di nuca nervoso. Ci incrociammo per cinque, lunghi secondi. Mi guardava con brama, ma non certo per sedurmi. Ero sicuro che tentasse di trasmettermi un messaggio via pupille, giudicandomi l’unico ripetitore delle sue onde radio personali.

Il mingherlino percepì che lei aveva attivato un radar oculare. La fissò con gli occhi per due fermate, tacendo. Lei sostenne lo sguardo in modo intermittente. Quando uscirono, seguiti a ruota dal sottoscritto, lui le avvolse il mento con le cinque dita della mano destra, come se tenesse in mano il teschio di un nemico ucciso in battaglia più che una testa unita al resto di un corpo vivente.

Lei taceva, io pure. Mi sentii vigliacco, ma del resto che potevo fare? Continuai a tenerli d’occhio, mentre loro salivano la scala mobile. Il mingherlino scelse il gradino precedente il suo. In quel modo la superava in altezza per un soffio, nonostante lei portasse tacchi vistosi; visibilmente malvolentieri, tra l’altro. La folla li inghiottì e, per quel giorno, li allontanò da me.

L’indomani, la prudenza mi suggerì di portarmi un quotidiano. Raccolsi un Corriere usato ma tenuto bene. Per l’esattezza era il supplemento economico, ricco di gossip finanziario (lui compra lei; lei si fa acquisire da lui; loro due colti dal fotografo a scambiarsi azioni di nascosto, a fine CdA). Ma l’ampio foglio mi serviva soprattutto per guardare senza farmi vedere.

Anche quel giorno rividi la strana coppia. Incredibile quanto fossimo abitudinari, tanto da trovarci quasi sempre sullo stesso treno della metro e nello stesso vagone: circostanza quasi impossibile, in natura.

A meno che proprio non la si cerchi.

Lei era sempre vestita in modo abbastanza vistoso, più adatto all’ora dell’aperitivo che a quella del cappuccino. Il suo vestito grigio di ciniglia, aderente anzichenò, catturava l’attenzione.

Quel che non avevo visto fu la macchia scura sotto l’occhio destro. E un lampante livido sull’avambraccio sinistro. Tre fermate dopo ne notai uno pressoché speculare, sull’avambraccio destro. Procurarsi un ematoma e due lividi – proprio lì, poi – cadendo a terra in cucina? No, impossibile dare la colpa ai pensili.

Se non avessi ancora intuito cos’era successo, me l’avrebbe rivelato il suo sguardo. Anche quel giorno capii che mi stava cercando: al vedere i miei occhi, seminascosti da un ponderoso articolo sui destini dell’ENI, le sue sopracciglia guizzarono. Con un movimento brusco il mingherlino l’avvicinò. La fece ondeggiare pericolosamente, quando entrammo in velocità sulla curva tra Buonarroti e Pagano, dove i due rami della metro si riuniscono dopo la biforcazione.

Li rividi ancora il giorno dopo. Stavolta erano nel vagone accanto al mio e non sapevo se la ragazza mi avrebbe scorto. Infatti ero riuscito a sedermi, grazie al discutibile privilegio del salire in estrema periferia, dove il convoglio arriva semivuoto e i sedili sono ancora gelidi per la bruma del mattino. Subito sopra il ginocchio, tra gli stivali e la gonna, un altro livido faceva capolino, e nemmeno lì potei pensare a una caduta. L’ematoma sotto l’occhio non accennava ad assorbirsi. Anche quel giorno, il mio angelo divelto della metropolitana venne trascinato fuori dal vagone. Su per la scala mobile, il suo nervoso compagno eseguiva movimenti bruschi, le ringhiava sibilante all’orecchio, la stringeva e ne penetrava lievemente la carne con la mano, disegnando solchi sul tessuto attillato del vestito. Io sempre lì dietro, senza trovare il coraggio di staccarmi né di guardare negli occhi quell’uomo. Imperterrito, continuava a fissare il suo ostaggio in forma di ubertoso corpo femminile.

Nei dieci giorni seguenti, salvo due o tre volte, li vidi sempre lì, sempre allo stesso posto, sempre planati su due mondi diversi ma fusi tra loro. Il livido intorno all’occhio si era ormai quasi dissolto, ma il labbro inferiore era diventato improvvisamente blu.

–        Lo vedi, Elena? Lo vedi? Mi pareva di avertelo detto chiaro. Ma tu, niente.

Fu l’unica frase che riuscii a cogliere, nel diffuso scalpiccio di piedi troppo veloci per indossare scarpe eleganti. Non era la frase che avrei voluto sentirmi dire. Visto come negava con la testa, decisamente e recisamente, sembrava che nemmeno lei fosse d’accordo. Pareva che tentasse di spiegare, di giustificarsi, di puntualizzare, ben sapendo che tanto non l’avrebbe creduta; e che alla sera, se non prima, avrebbe pagato il conto di chissà quale sua tremenda insubordinazione.

Adesso sudo, sudo profondamente. Ho un desiderio crescente di cambiare treno, di spostare la sveglia anche solo di cinque minuti avanti o indietro, di posizionarmi in un altro vagone, di rimettermi a leggere un libro sui Sumeri o un giallo di Ellery Queen, di quelli tranquillizzanti. E invece no. Un’altra parte di me mi spinge a restare lì, a capire cosa stia succedendo, a saperne di più. Col passare dei giorni comincio sempre più a sentirmi colpevole, o se non altro complice. Dopo tanto parlare di violenza, ecco: mi ci trovo immerso anch’io, al mattino, tutti i giorni. Una violenza a domicilio, fresca come le brioche del bar di Beppe. Una violenza che oggi raggiunge lei ma domani potrebbe raggiungere me, mia figlia se l’avessi, la mia vicina di casa se facesse una scelta azzardata.

Dopo un mese la morsa al mio collo è fortissima. Al mattino sono preda dell’angoscia; la osservo quasi tutti i giorni ma nessun altro sembra accorgersene. Non finisce nemmeno in quell’incrocio di sguardi che unisce gli sconosciuti sui mezzi pubblici, soprattutto quando i controllori – pardon: verificatori – fanno (o non fanno) il lavoro per cui sono scarsamente pagati.

Usciamo dalla metropolitana e – lupus in fabula – li vedo, i verificatori. Poco male: il biglietto ce l’ho, e sono lieto per tutti coloro che non pagano e viaggiano a spese mie. Però i due uomini lasciano passare tutti. Non controllano nemmeno. Mi chiedo cosa ci stiano a fare, quale sia la loro utilità. Di certo il mingherlino dal ghigno cattivo passerà, penso, perché lui è di certo un buon cittadino, provvisto di regolamentare ticket.

Invece lo fermano.

Soltanto lui; lo agguantano e un po’ lo strattonano. Bloccano anche lei, ma poi l’accompagnano dolcemente in un cantuccio, dove altri due uomini in divisa – non sembrano proprio controllori – la invitano a parlare, forse le offrono un caffè.

Lui parla, parla ad alta voce; uh, quanto parla. A un certo punto prende a sbraitare e sono costretti a immobilizzarlo in due; è forte, proprio come un galletto, o come un magro ma pestifero peso piuma.

Quando mi fermo col pretesto di ritirare un giornale gratuito, senza nessuna intenzione di leggerlo, vedo che lo portano fuori e lo caricano su una pantera. Lui protesta, e allora gli infilano dentro la testa senza grandi complimenti. A quel punto non protesta più.

Lei piange, ma di un pianto che pare soddisfatto. Mi guarda mentre le sfilo davanti.

–       Grazie – mi dice. Lo intendo perfettamente, non mi sono sbagliato.

Perché “grazie”?, mi chiedo. Non ho fatto niente. Né io né gli altri. Non abbiamo proprio fatto niente.

E quel grazie mi ferisce come una lama, perché non me lo merito per nulla.

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LA MIGLIOR DIFESA

Ci sarà un posto sicuro, per te, anche se certamente non è questo e non è ora.

Mi ripeto, in un sussurro pieno di tremore, pieno di timore, pieno di me.

Raggomitolata al buio in una coperta troppo poco calda. La completa inutilità di cercare di scongelare un gelo che è dentro di me non mi frena dal tentare, ancora e ancora.

Salvarmi non è un’opzione e so che il nemico con cui combatto è velenoso, insidioso, vischioso, un buio denso in cui entro a tentoni, senza sapere se il prossimo passo sarà leggero o cadrà pesantemente nel vuoto.

La rabbia è l’ombra che soffia sul collo.

 

Respira.

Respira.

Respira.

Qualche volta dimentico quanto sia necessario. E’ in quei momenti che subentra il panico, la mia vista si annebbia, il cervello si stacca ed io sono preda di emozioni incodificabili, cui permetto di rendermi preda indifesa.

Ma non lo sono, oh Dio, non lo sono affatto, altrimenti non sarei più viva, a questo punto. Non rimarrebbe di me altro che una poltiglia infranta, un gruzzoletto di lacrime lasciate a seccare.

Una battaglia alla volta, con armi sempre più affilate che sono difese della mia mente e un corpo di giorno in giorno meno fragile, avanzo preparando il mio esercito alla guerra, alla guerra vera.

Sono il mio generale, il mio unico soldato, sono la patria per cui lotto. Devo portarmi fuori da questa follia, devo condurre me stessa in un futuro migliore, dove le fiamme non mangiano la quiete e dove nel silenzio sa scendere silenziosa la pace.

 

Respira.

Respira.
Respira.

Anche questa notte passerà così, sospesa su un filo sottilissimo di un equilibrio tremante: dovrò tenere salda la presa su tutti i piccoli pezzi in cui sento spaccarsi il mio cuore, il mio spirito, la mia forza o come preferite chiamarlo.

Vi ancoro le dita perché non ne sfugga nessuno; devono restare con me affinché io possa, domani o il giorno dopo ancora, riassestarmi e fuggire dove il passato mi parrà uno di quegli incubi attanaglianti che svaporano al mattino lasciandoti l’amaro in bocca, una confusione che poi si riassorbe come un ematoma.

 

Mi sento afferrare per un braccio e sbattere fuori dal letto, contro il comò.

– Che cosa fai ancora a letto, eh?

Mi arriva uno schiaffo in pieno volto, molto prima che io capisca cosa stia succedendo.

Una sveglia niente male. Come cominciare la giornata col piede giusto, no?

Mi massaggio una guancia, aspettando che il dolore passi. Solo dopo riesco a mettere a fuoco il viso contratto di mia madre, anche se l’avevo riconosciuta da subito. Sospiro.

La forma spigolosa e fastidiosa delle sue mani non mi è nuova; conosco i suoi palmi come i miei… la differenza è che i suoi ce li ho stampati addosso.

– Devi muoverti, devi preparare la colazione a tuo padre, devi vestirti e levarti dai piedi. Vai a fare il tuo dovere, vattene a scuola!

Osservo inespressiva la sua sfuriata. Dal suo labbro rotto si direbbe che la colpa della sua collera non sono di certo i cinque minuti di troppo che ho concesso al mio riposo.

La vera causa siede imponente dietro un tavolo sbilenco e troppo piccolo, sorridendo sotto i suoi baffi bruni, in attesa di essere servito da quelle che ritiene le sue piccole schiave, i suoi giocattoli portati da un Babbo Natale particolarmente in vena.

Ma quale Babbo Natale.

Chiunque sia lo stronzo ad avermi mandato qui, prima o poi mi sentirà. E ne ho di veleno da sputargli addosso.

 

Quando entro in cucina, come ogni mattina lui mi rivolge uno sguardo innocente, che sembra urlare “non volevo, ho alzato il gomito, non è colpa mia, le ho detto di non istigarmi, quando ci si mette sa essere veramente fastidiosa, io ho tentato di controllarmi” ed altre baggianate che non hanno più senso.

C’era un tempo in cui gli credevo e questo mi permetteva di affrontare la giornata a cuor leggero, dicendomi che non sarebbe più successo perché lui non era quel tipo di uomo, lui era mio padre ed un padre non fa così.

Questo milione di anni luce fa, quando ero ancora bambina e c’era in me l’innocenza dell’illusione, ora per fortuna infranta. Non sopporto l’idea di averlo in qualche modo giustificato, di avergli scioccamente dato fiducia; ciò che si merita è il disgusto che provo, tanto per lui quanto per lei, incapace di riprendersi la propria vita, inetta, così persa da non proteggere nemmeno quella ragazzina spaventata che le vedeva cadere a terra, nascosta dietro la porta. Quella ragazzina che ero io ed ero sua figlia.

Non poteva combattere per se stessa?

Che combattesse per me.

Non riusciva a rispettarsi?

Che rispettasse me.

Non ero io che dovevo metterla al sicuro, non ero che dovevo prendermi cura di lei, non ero io che dovevo asciugarmi le lacrime in silenzio perché “se papà le vede è ancora peggio”.

Che sia ingiusto, però, non basta a non far capitare quel qualcosa; quindi capitò, una, due, tre, mille volte, finché in me l’aspettativa di un giorno migliore non è scemata strisciando in vite lontane dalla mia.

Sono stata un automa che si muoveva in questa casa pulendo dove c’era da pulire, sistemando dove era necessario sistemare, chiudendo gli occhi quando si alzavano le mani e tappandomi le orecchie quando si urlava.

Così ho passato i primi anni dell’adolescenza. Un giorno mi sono svegliata e niente mi induceva a pensare ad un cambiamento, ma qualcosa nella mia mente era scattato.

Mi sono guardata allo specchio e ho visto l’immagine di mia madre ricalcare e coprire la mia.

E’ stato un colpo, mi è girata la testa, mi è salita la nausea quando ho compreso che mi stavo arrendendo esattamente come lei.

Per colpa sua, che non si ama e non ama me. O se lo fa, le riesce male.

Lui è il lupo cattivo, ma lei non è la povera Cappuccetto Rosso.

Lei è sua complice nel rendere la mia vita bruciante come una ferita aperta. Lei è condanna di se stessa, ma io ho deciso tempo fa di non lasciare a nessuno il permesso di affossarmi.

Continuando su quella strada avrei perso la rotta e probabilmente ora non sarei che l’ennesima “vittima”, che guarda quella sottospecie di prodotto umano con una certa devota compassione, nella patetica speranza che prima o poi qualche grazie divina lo renderà l’uomo dei sogni, il fantomatico e plastico Principe Azzurro che bacerà le ferite della povera, rincoglionita Principessa senza spina dorsale.

Ecco la pallida storiella che ancora vive nella testa incasinata di mia madre, ora fiacca, ora energica, ora stanca, ora piena d’ira che mai, mai una volta è stata indirizzata a lui, ma sempre a me, alle mie braccia, alla mia pancia, alla mia faccia.

Porto segni addosso che tracceranno nell’eternità la sua vergogna, la vergogna di una donna senza dignità, senza personalità, senza quell’amor proprio spicciolo, mero, in dotazione dalla nascita persino al più stupido, che ti spinge a correre se qualcuno minaccia la tua vita.

Non a piegarti, non ad abbassare la testa, non a singhiozzare biascicando un povero “ti amo”. A correre.

Ed è questo che farò, correrò via.

Non rispondo al saluto di quel patetico ometto che spera di minacciarmi con la sua imponenza fisica; nessun muscolo compenserà la devastazione della sua umanità. Nessuna abilità sarà in grado di porre rimedio alla sua bassezza.

Se si scusasse da qui alla fine del mondo, sarebbe comunque troppo poco. Le parole non arrivano dove lui è riuscito a ferirmi. Prima di affondarvi, perdono il loro significato in quel lungo viaggio nell’oblio.

Non mi fa più alcun effetto: è come se la sua presenza fosse occultata nel mio campo visivo da tutto l’odio amaro che provo nei suoi confronti.

Mio padre, se proprio si vuol commettere l’abominio di definirlo tale, ha per me un certo riguardo, almeno da sobrio, almeno di giorno. Come se avesse il bisogno di sentire la coscienza a posto salutandomi o chiedendomi come va.

Godo della consapevolezza di irritarlo con il mio silenzio. Alzo i miei muri e lo taglio fuori; aver cominciato a farlo mi è costato qualche ceffone e qualche spintone, qualche graffio e qualche insulto, ma preferisco che mi rompa un osso o mi faccia sanguinare la testa piuttosto di fingere, come fa mia madre.

Lei incanala contro di me tutte le sue emozioni più oscure e poi gli stira le camice, lo bacia quando torna da lavoro e gli ronza intorno come l’ultima delle puttane.

Mi detesta, per questo comportamento. Mi sgrida, mi implora di smettere, mi dice che non capisco.

Ormai le sue richieste mi fanno ridere. Attendo che mi afferri i capelli e faccia la sua scenata, poi mi dileguo e la cancello dalla mia testa.

La scuola è un mondo parallelo che mi permette di evadere.

Studio, leggo, apprendo di molteplici realtà differenti che mi offrono su un piatto d’argento prospettive migliori, quelle che avevo perso.

I miei genitori, per tornare all’uso di termini impropri, pensano che io faccia parte di un non so quale gruppo di studio e per questo torno a casa solo per l’ora di cena.

Beffarli così facilmente non è che la parte migliore di tutta la situazione.

La verità è che all’inizio restavo in giro per la città a bighellonare, in un parco con un libro o in un bar a ristorarmi del calore, del vocio, del colore delle esistenze altrui.

Poi, l’idea. La via di salvezza.

I soldi.

Ho distribuito volantini, portato a spasso cani e svolto commissioni per nonnine con l’artrite. Qualcuno in questo quartiere ha imparato a conoscermi e a fidarsi di me.

Una minorenne senza referenze e senza un genitore alle spalle all’inizio destava sospetti, ma un primo simpatico e pittoresco signore mi ha dato una possibilità, forse leggendo in me un chissà cosa della sua giovinezza.

Mi ha spedito a zonzo a distribuire i volantini della sua trattoria e il resto è venuto da sé.

Ho ricevuto più chance da chi aveva il diritto di negarmele, che da chi si presumeva camminasse al mio fianco e mi aiutasse.

La famiglia non è scontata. La famiglia non è dovuta.

E’ una fortuna. E’ un lusso.

E non lo si capisce, perché la si pretende. Si dovrebbe avere il diritto di averla e invece no, no, lasciatevelo dire da me, dal basso del mio nido fatto di rovi di spine, lasciate che vi suggerisca la verità: se davvero avete una famiglia, baciate la terra su cui cammina, perché è un dono, uno di quei miracoli verso cui la gente si definisce scettica.

 

Preparo il caffè, glielo verso bollente e senza zucchero in una tazzina, gli imburro il pane e mi defilo. Intravedo mia madre sprimacciare i cuscini nella loro camera da letto.

E’ il momento.

Alla luce del giorno, senza paura. Paura, è quella che ho lasciato tra le lenzuola umide di pianto, è quella che ho sepolto nel momento in cui ho capito che la mia vita vale più di ciò che mi è stato fatto.

Corro in camera mia, infilo la mano sotto il letto e tiro fuori un borsone. Pronto. Dentro giacciono ben piegati i miei pochi vestiti, i libri e qualche piccolo oggetto.

Nella tasca laterale, un coltello a serramanico.

Sul fondo, i miei soldi. Abbastanza.

Non tanti, perché non bastano mai, ma decisamente sufficienti a voltare le spalle a questo schifo. Certo, sto correndo un rischio, un passo dieci volte più lungo della mia gamba magra e sfregiata.

Ma sono pronta.

Sono donna, ora.

Non puoi fermarmi l’eventualità di cadere, non possono spaventarmi gli ostacoli e le difficoltà che già vedo delinearsi chiaramente all’orizzonte.

Ce ne saranno e mi costeranno fatica.

Mi ripagherà la sera la soddisfazione di non essermi abbandonata; mi cullerà la notte l’amore per me stessa e per la mia vita, mio inviolabile e intoccabile tesoro. Disinfetterà le mie ferite il caldo sapore della dignità, della forza, dello spirito di chi lotta.

Io lotto, io sono una guerriera.

E questo mi rende degna di quelle che, come me, hanno attraversato il dolore, la stanchezza, l’incompletezza, la confusione, la precarietà. Quelle che, come me, hanno dovuto scegliersi, smettendo di aspettare che lo facessero altri per loro, e sono diventate protagoniste brillanti di altrettante vite meravigliose.

Lego i capelli, getto la borsa in spalla e esco gridando: “ciao”.

“Ciao”. Solo “ciao”, esatto.

Gli sfuggo così, sotto il naso.

E la libertà mi rende bellissima.

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IL CERCHIO DI FUOCO

Mezzanotte

Dormi, dormi, tu. Vorrei tanto poter dire che quando dormi sembri un bambino, un innocente, o anche solo un mammifero innocuo, ma non è vero.

Solo adesso posso stendermi. Quaranta minuti che giro sul tappeto come un criceto, perché non trovo le ciabatte e il pavimento è gelido. Ho girato e rigirato, e cullato Lucia cantandole la ninnananna greca che a te sembrava triste: ma non è triste; dice: “sonno, che porti via i bambini, vieni, prendi anche questo. Piccolo piccolo te l’ho dato; rendimelo grande; grande come…” ma tanto tu non sei stato attento.

Lucia ha un buon profumo. Quando è sveglia, anche se sono stanca da ululare alla luna, mi ubriaco del suo profumo, la tengo stretta, mi sembra di sentirmi ancora respirare. Ma ora deve abbandonarmi, così lontana da me, nella sua culla.

Che razza di benvenuto abbiamo dato a questa bambina venuta dal cielo?

Che cosa ha visto per prima cosa del mondo? Ha visto le luci dolci del Natale, i fiori di fuoco del capodanno. Ha visto i muri variopinti di questa casa dove dovevamo essere felici. Ha visto la sua mamma piangere,  piangere e buttarsi a terra e mordere la terra e gridare e piangere.

Io sono un bicchiere di lacrime, e tu mi rovesci.

Mi infilo nel letto e mi sembra di calarmi in una tomba. C’è questa lampadina blu sempre accesa e le ombre sono grevi, slabbrate. La testiera del letto è una lapide senza il nome.

So di essere stata spazzata via. Ma la mia statua di cera c’è ancora: sembra che io sia ancora viva. E adesso devo sdraiarmi proprio qui, di fianco a questa supernova di male, questo groviglio di urla, questa botola di pianto, questa puzza di assassino, te.

 

Due e venticinque

Domani mi pettinerò. Mi  metterò un po’ di fondotinta e berrò un caffè, e forse per mezz’ora sarò un po’ più lucida.

Nessuno si accorgerà che è la terza notte che non dormo, non dirò niente a nessuno e passerò due belle ore al Gruppo Mamme.

Però so già che le guarderò e penserò con invidia alle loro vite normali. Magari piene di pioggia, di code in posta, di colleghi irritanti, di zie malate. Ma vite ordinarie. La mia invece sembra una telenovela scritta male. Di quelle che ho sempre rifiutato di guardare, degnandole solo di una smorfia di disprezzo.

La mia vita la mia vita. Ha ha ha. La mia vita per ora è sciolta. La mia anima probabilmente è già laggiù che chiacchiera con Anubi.

E non sono nemmeno più arrabbiata con te: forse sei solo uno strumento del destino. Anche se uno strumento a forma di pirla è arduo da tollerare.

 

Forse c’è ancora una possibilità. Forse non ci siamo ammalati, forse quest’ultima che hai combinato non è il colpo di grazia. “Così impari”, mi hai detto persino, quando ho scoperto tutto. Eh sì, quanto ho imparato.

Mettere a posto la cucina già in ordine, pulire il cesso in continuazione… perché secondo te è sempre tutto sporco, e io non sono “capace di mandare avanti la casa”. Non disturbare quando ti fai la barba, non parlare quando sei al computer. Aspettarmi che tu ti incazzi lo stesso per qualche altra mia mancanza, perché sei come le sorellastre di Cenerentola. Tutte e due. Il motivo lo trovi anche se non esiste.

Ho imparato che tu “porti a casa i soldi”, e quindi io devo “fare la brava”. Ho imparato che quello che dichiaravi quando eravamo fidanzati è scaduto. E che io non posso mettere niente in discussione, altrimenti non mi lasci dormire finché non ti do ragione.

A me sembra fantascienza, ma sta succedendo sul serio. Non contraddirti, non parlare, non parlare, e attenzione: non lamentarmi se non mi rivolgi la parola per intere giornate. Non sei uno romantico, dici. E soprattutto non mi devo far beccare a piangere, altrimenti è la fine.

Devo credere a mia sorella, che mi ha esposto la sua teoria sui cloni cattivi inviati sulla Terra dagli alieni?

 

Comunque. Ci siamo ammalati, adesso? Moriremo?

Per ora non possiamo saperlo, e vedo tutti cadere intorno a me come foglie.

La mamma, che non sa, e mi dice di non stare seduta sull’orlo della sedia-astuta, lei capisce che sono in bilico su uno spigolo di  cornicione-e mi dice cose, mi dice che posso essere forte e libera, e devo pensare alla mia bambina, e che la vita va avanti.

Ma che succede se NON va avanti.

E la mia sorellina, la mia prozia col suo cagnetto scemo e innocente.

Tutti cadono come carte, non posso più aggrapparmi a niente.

Solo Dio resiste, piantato in mezzo al campo da rugby. E anche se non riesco più a pregare: Dio, lo so che non mi lasci. Io muoio, se devo, ma risparmia mia figlia, che non ha chiesto di venire al mondo, ha gli occhioni blu, sorride, e a differenza di suo padre mi sorride gratis.

 

Due e cinquantadue

Temporale. Era così bello, quando ero piccola, sentire il temporale a notte fonda, o alla mattina presto, aprire gli occhi e vedere che c’era una luce accesa in casa, una luce gialla, e persone che parlavano. Io facevo una tana sotto le coperte e mi sentivo al sicuro.

Ora sono io che devo essere questo per la mia bimba: un posto sicuro e caldo dove qualcuno ti vuole bene. Devo farcela: non so come. Cercherò di non farmi mangiare; costruirò un muro per difendermi da te.

Però. Se penso a come ti amavo.

Venivo fin là in bicicletta; poi, quando ti salutavo, cercavo di stare dritta in sella con la schiena. Me ne andavo senza girarmi mai, sperando che tu, invece, ti girassi a guardarmi. E quando avevo il vestito blu, come mi hai guardato: come se tu fossi in prigione e avessi appena scoperto che io avevo le chiavi. Era un pomeriggio d’ottobre, la luce era color pandoro, e io avrei voluto dirti che non dormivo e non mangiavo più, che avevo fame e sete di te. E adesso invece mi chiedo dove troverò le forze per sopravvivere. E tu mi rendi così debole; tu, la mia brutta sorpresa. Tu il mio amore guasto, avvelenato.

 

Ti ricordi come pioveva quel giorno e tu sei arrivato con il raffreddore e come ridevamo, e c’erano le lucine di Natale nella mia stanza, anche se era aprile, perché dopo le feste avevo provato a toglierle senza riuscirci…quella volta abbiamo mangiato biscotti e marmellata e parlato di paesi lontani e cantato insieme.

C’erano dei pomeriggi azzurrini, in cui l’aria pulita scendeva nei polmoni come una grattugia fredda. Solo noi a giocare a pallone nel prato che diventava scuro, quasi danzando.

 

Tre e tredici

E invece sono io sola, ora, a muovermi in punta di piedi, ballando su un campo minato. Recito “La Buona Moglie”, e lo sforzo mi strema.

Guarda con che maestria metto in scena il pezzo “ti saluto e ti auguro buon lavoro”, anche se poco prima hai strillato come un pazzo facendo vibrare il pavimento i muri la neonata e tutte le interiora dell’interprete femminile.

Cerco di calcolare le entrate e le uscite di scena. Non sempre ci azzecco.

-Stai zitta! Non sei capace di stare zitta?

Ops.

-Perché non parli?

Ops.

 

Cantavo tutto il giorno, parlavo sempre, rompevo le palle, ridevo. A casa mia ero un flagello, non vedevano l’ora che andassi fuori.

Ho provato a cantare, l’altra sera, con la chitarra; al posto della voce usciva un soffio come un pallone bucato. Mi sono spaventata e ho lasciato perdere.

Mi sdraio per terra, e Lucia mi gioca intorno. A volte non riesco neanche a guardarla, ma sento che è qualcosa di buono, come un panino fresco alle sei di mattina.

Solo, non so dove vado a finire.

 

Mi ricordo che, quando avevo sedici anni, a Carnevale mi sono vestita “da donna” (con i tacchi e la minigonna e via dicendo), perché c’era uno che continuava a prendere in giro le mie scarpe da ginnastica e le maglie lunghe fino alle ginocchia. Mi sento così anche adesso. Mi sono vestita da quello che devo essere secondo te, e sto scomoda da morire.

Di sera, però, arrivano i demoni, che mi recuperano dalla raccolta differenziata in cui mi sono diligentemente separata, e mi dispiegano davanti una mappa tutta nera.

Sarebbe il momento di urlare, di dire che il bene non esiste. Distruggermi e distruggere tutto.

Invece ho cura di me. Faccio ginnastica. Inspiro. Canto canzoncine alla mia bambina. Mangio la minestra, mi taglio le unghie, piego i pantaloni.

Mi spiace, Lucia, piccolo piccolo bene mio, perché tu lo sai che per tutto questo tempo, dentro, io sto urlando e urlando e urlando.

Non so dove vado a finire. Sento che posso vivere come un pupazzo sorridente e assenziente che intanto coltiva per conto suo dei gustosi sogni di morte.

Lo so che invece devo raccattare le chiappe, e vivere, e lottare. Ma per un attimo voglio proprio sognare.

 

Quattro in punto

Io voglio terrorizzarvi. Voglio farvi cagare sotto, e farvi male, come voi fate a vostra moglie, alla vostra ragazza, ai vostri figli. Sarò la vostra maledizione.

Verrò di notte dove dormite e vi soffierò in faccia minacce gelide e incomprensibili. Vi sentirete lo stomaco che precipita in fondo ai piedi e che comincia a chiedere pietà.

Assumerò una forma a voi nota: per esempio l’immagine di vostra madre. Poi aprirò le fauci, e voi vedrete scintillare nell’oscurità orrende zanne bavose.

Sarò trista e gelatinosa come mille anni di pioggia, e quando anche l’ultima speranza vostra sarà volata fuori, mi muterò in una larva ributtante, e vi attaccherò.

Colpirò proprio dove finisce lo sterno, e si incontrano le costole e il respiro, dove l’anima tiene il suo filo più grosso. Succhierò fuori da voi tutta l’anima che trovo.

Io so chi siete. State attenti. Prima non vi vedevo, ma ora, dopo essere stata bruciata viva, riconosco dovunque il vostro marchio di sopraffazione.

Vi sradicherò dal pianeta. Vi annegherò come cimici.

Tu, gentile vicino di casa che mi tieni aperto l’ascensore, che fai il commercialista e piaci a tutti. Tratti la tua ragazza come una sguattera; pensavo fosse fatta così lei, e invece sei tu. E lei balbetta, quando siete insieme.

Tu che vai sempre in chiesa, e che ti prendi cura-così dicono!-di tua moglie che soffre di depressione.

Tu che tratti male la mia mamma…oh oh.

E che mi portavi a fare dei bei giri in bici. Sempre con una faccia triste, che io sospettavo fosse colpa mia.

E poi abbiamo costruito un aquilone…giallo e azzurro, perfetto.

 

Chissà quando troverò un posto di me dove fermarmi. Dove smettere di odiare tutti questi.

Quando impiccano quattro stupratori in India, io non batto ciglio.

Quando il padre di una donna vittima dell’ex marito gli spara, io approvo.

Quando mio padre ha il colpo della strega, io rido.

Poi mi vergogno: so che anche questo è ingiusto. Il problema è che mi vergogno appena appena.

Bisogna percorrerla, la strada del perdono, se voglio rimanere un essere umano. Ma prima devo essere. Devo salvarmi.

 

Quattro e quaranta

I ragazzi del tuo paesino conoscono molti giochi crudeli. Uno è questo: lo scorpione che si suicida. Occorrente, uno scorpione vivo e un accendino; si versa il liquido dell’accendino attorno allo scorpione, fino a formare un cerchio. Si dà fuoco. Lo scorpione, quando si vede circondato dalle fiamme, per non morire bruciato si conficca il pungiglione in corpo.

E muore?

Eh certo, muore.

Dunque lo sapevi di essere velenoso.

Dunque bisognerebbe lasciarti solo in mezzo al fuoco, e il tuo artiglio si rivolgerebbe contro di te.

Invece ho l’impressione che tutti si affannino ad aiutarti:

i tuoi amici, che ti danno consigli al doppio malto su come si trattano le donne,

la vicina che, dopo avere ascoltato le urla, mi dice “comunque è sempre suo padre”,

la donna col rossetto fucsia che dichiara impassibile “ci sono anche donne che maltrattano gli uomini, perché di loro non si parla?”,

il poliziotto della questura che quando progettavo di andarmene mi ha abbaiato per telefono “ma certo che è sottrazione di minore, signora: se lo scordi di lasciare la casa e faccia la pace con suo marito”,

e tutti quelli che, come te, dicono che per la felicità e la salute di un bambino è  necessario che i genitori stiano insieme.

Dicevo.

Perché sono io, ad essere sola in mezzo al cerchio di fuoco?

 

Amore mio, due notti fa ti ho sognato di nuovo. Ho sognato che mi telefonavi ed eri stato via per tanto tempo, forse rapito, e finalmente eri tornato, e io avrei potuto sbarazzarmi del tuo cugino bastardo che avevano messo al tuo posto. Eravamo contenti per telefono, e ridevamo! Dopo pochi giorni ci saremmo rivisti.

Amore mio, dove sei finito?

 

Quando scrivevo la tesi, anche quando eri ospite da me e non avevi un altro posto, stavi fuori tutto il giorno, perché io riuscissi a concentrarmi. E compravi il pollo al mercato senza dirmi che quelli erano gli ultimi soldi che avevi. E quando eravamo in bicicletta ti giravi sempre per vedere se c’ero, e coglievi per me le more dei gelsi…

Io spero che anche per te nella vita ci sarà qualcosa di ottimo e dolce e starai bene e in pace. Ma lontano da me.

Non mi aspetto che tu capisca. Penserai che sia io a fare del male a te.

Ma quando sarai molto vecchio ti ricorderai di una bizzarra ragazza che ti correva incontro e c’erano girandole e lune e pesci enormi nella fontana e poi

ti ricorderai le stelle nel deserto

e ti sembrerà che se tu fossi stato un po’ meno avido avresti potuto tenere con te tutte queste cose, se solo le avessi lasciate vivere

e poi penserai che in fondo non è neanche tutta colpa tua, e che se è andata così un senso ci dovrà essere per forza, e chi sa se è vissuta veramente o è solo un personaggio di fantasia, quella strana ragazza che ti amava tanto.

 

Sette e dieci

Mi sono appisolata e ho sognato.

Ho sognato di essere in visita in una casa di streghe, in cima a una collina. Per entrare avevo dovuto togliere le scarpe, tra gatti e specchi rotti. Poi volevo andarmene. Mettevo Lucia nel suo passeggino; mettevo una scarpa, e l’altra? Sparita. La trovavo, ma intanto era sparita l’altra.

-vado a casa senza scarpe- annunciavo, ed uscivo in giardino. Una strega mi diceva: -aspetta, hai bisogno di aiuto per uscire da qui. Il giardino è pericoloso persino per me. Bisogna capire quale delle uscite è aperta: l’aria , l’acqua o la terra…

Mentre ancora parlava, arrivavano le linci. Sbucavano dai cespugli e prendevano Lucia! Le inseguivo gridando insulti. Nel crepuscolo vedevo la tutina gialla di Lucia che si allontanava a balzi.

Ma la mia disperazione calamitava la magia che c’era nell’aria a chili, e quando gridavo: “Lucia!” con le mani tese, Lucia mi compariva tra le braccia, nuda e ridente. Salva. Le linci se ne andavano.

-Vado a casa!- gridavo inferocita.

-Zitta, o si sveglia il drago-mi diceva la strega. Mi porgeva una sedia azzurra, che prendeva quota.

-andiamocene di qua- dicevo, ed eravamo già in volo.

 

Sto qui davanti al cielo in burrasca, con il tè verde e le mie amiche scarpe che mi aspettano di fianco alla sedia, e la testa tranquilla, almeno per ora.

È ancora scuro fuori. Ma è giorno, adesso, nella stanza dei miei pensieri, e c’è una grande insegna luminosa che dice non è giusto vivere così.

Tu dormi ancora, tranquillo, con le tue lunghe ciglia, e non sai che io sono scappata. Con la sedia volante e Lucia. Non sono ancora uscita da questa casa: ma dall’incendio delle tue grida, dal nero dei tuoi occhi sono già libera, libera finalmente.

 

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UNA SU TRE

Stando a un rapporto dell’Onu, una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza; l’ho sentito al giornale radio. Quando avevo vent’anni, litigando col mio fidanzato di allora diedi e ricevetti uno schiaffo. Eravamo entrambi esasperati, stremati, consumati da un amore difficile che cercavamo di mantenere vivo a tutti i costi.  Quello per me non significò subire una violenza, semmai fu uno scambio reciproco di violenza, anche se il mio fidanzato era più forte di me e riuscì sicuramente a causarmi più dolore di quanto gliene avessi procurato io con le mie manine da intellettuale. Dieci anni dopo un altro uomo, incapace di impormi a parole il suo punto di vista, mi schiaffeggiò più di una volta, con tutta la rabbia e la frustrazione che gli venivano dall’impossibilità di sottomettermi. Questo per me significò subire una violenza.

Quando sei cresciuta in una famiglia dove tutti si rispettano e si vogliono bene, vezzeggiata  e viziata dai genitori, dai nonni, e dai fratelli più grandi, quando sei abituata ad avere intorno persone che nei tuoi confronti nutrono solo le migliori intenzioni, il primo schiaffo che prendi ti sorprende, non senti neanche il dolore, non hai paura, non provi rabbia. Lo stupore ti coglie;  ti domandi: “Che cosa ho fatto?” Se senti l’odio dell’altro che dai polpastrelli si irradia lungo la tua guancia, se una vampata di collera per te inspiegabile ti si rovescia addosso con la forza d’urto di una mano maschile pilotata dal rancore, rimani immobile a domandarti: “Che cosa ho fatto?” Non porgi l’altra guancia, non ti difendi nemmeno, e non ti chiedi che cosa puoi fare per fermarlo, cerchi soltanto di capire la ragione di quella reazione inconsulta, pensi che forse hai fatto davvero qualcosa di sbagliato, di terribile, di inaccettabile per quest’uomo così diverso da te, così imprevedibile. Se reagisci così, se sei come me, pur indignata e sconvolta sei già disposta a perdonarlo prima ancora che lui abbia chiesto scusa, sei già pronta a parlarne, a metterti in discussione, a ripartire da capo su nuove basi. Sei pronta ad asciugare le sue lacrime, perché sai che lui si pentirà, e piangerà quando si renderà conto di averti fatto male. Sei già pronta a consolarlo. Sei pronta a ricevere un altro schiaffo.

Perché è così che andranno le cose, solo che la seconda volta sarà molto peggio della prima, perché stavolta non sarà lo stupore il tuo sentimento più forte. La seconda volta ti lascerai contagiare dall’odio. Così è stata la mia storia. Preferirei non raccontarla, ma una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza. Una su tre. Che tipo di violenze? E quante lo vanno a raccontare in giro?

La violenza fisica è umiliante. Lo so perché al terzo schiaffo il mio sentimento più forte, dopo l’odio, fu la vergogna. Per lui, che si era ridotto a picchiarmi nel tentativo vano di ridurmi in suo potere, ma anche per me, che l’avevo lasciato arrivare fino a quel punto, che non me ne ero andata subito dopo il primo schiaffo. è umiliante perché ti senti risospinta in una condizione sub-umana, una condizione a cui non sei abituata, e che non riesci a gestire; e dopo il terzo schiaffo viene subito il quarto, perché ormai anche per lui uno tira l’altro, come le ciliegie.

Quattro schiaffi, questa è tutta la violenza che ho subito fino ad oggi. Non  lo so se rientro nel conteggio dell’ONU, se posso considerare la mia esperienza affine a quella vissuta da una donna su tre.  Sono certa che in quel rapporto si celino storie di sopraffazioni e di abusi ben più agghiaccianti della mia. Purtroppo ci sono ancora realtà al mondo in cui una donna che ha preso solo quattro schiaffi da un uomo in tutta la sua vita può ritenersi fortunata, e difficilmente avrà la possibilità di tagliare ogni rapporto con chi potrebbe arrivare a compiere gesti ben più efferati dell’ennesimo ceffone. Io non ho aspettato di ricevere il quinto, ma sono nata in un luogo e in un’epoca in cui il ricorso alla violenza per affermare il dominio di un sesso sull’altro è arrivato ad essere – nel comune sentire, come nel diritto – inaccettabile. L’uomo che mi ha schiaffeggiata quattro volte veniva da un’altra epoca, da un altro contesto, da un’altra concezione del rapporto tra i sessi. Per lui  amarmi significava esercitare un controllo assoluto su ogni aspetto della mia esistenza, non solo all’interno delle mura domestiche, ma anche sul lavoro, nelle relazioni familiari, nelle amicizie. Significava anche aspettarsi che io gli dessi retta su tutto, che accettassi senza discutere ogni sua decisione; significava poter sindacare sul mio comportamento, sul mio modo di parlare, di muovermi, di vestirmi, in una parola su ogni minimo dettaglio della mia vita e della mia persona. Eppure era un uomo colto, sensibile, garbato; l’avevo incontrato nella sede di un’associazione che si occupava di immigrati, dove facevo un po’ di volontariato. Non era uno dei miei allievi al corso d’italiano, era uno dei volontari dell’associazione, e già da diversi anni. Aiutava gli insegnanti, organizzava eventi di autofinanziamento e spettacoli, dava una mano in tutte le iniziative. Mi innamorai di lui per la passione che metteva in ogni sua attività; era anche un uomo intelligente, tanto che dall’inizio aveva già capito come sarebbe andata a finire tra noi.

“Sei mai stata con un musulmano?” mi aveva chiesto.

“No, mai, perché?”

“Dovresti leggerti qualcosa su noi uomini musulmani; siamo diversi da tutti i fidanzati che hai avuto finora.”

Io non credevo nelle differenze culturali, ero convinta che l’indole e le inclinazioni personali contassero molto di più dell’origine etnica o confessionale, perciò feci spallucce e non ascoltai il suo consiglio; a me non interessavano i suoi correligionari, a me interessava lui, e lui mi pareva aperto e affidabile molto più di tanti italiani che avevo conosciuto.

“Guarda che io sono geloso” mi disse anche “sono possessivo”.

“Magari” pensavo io “magari avessi trovato un uomo che sa quello che vuole e lotta per avermi.”

Amir in Egitto si era laureato, ma a Milano faceva il portinaio in un palazzo di lusso; dopo un mese che stavamo insieme, perse il lavoro. Probabilmente gli inquilini mal sopportavano il portinaio immigrato, nonostante il suo aspetto bello ed elegante. Mi indignai, mi rammaricai, e senza che lui dovesse chiedere, gli proposi di venire a vivere con me. Allora stavo scrivendo la  tesi di dottorato; passavo molto tempo in casa, mi ero allestita una postazione PC nell’anticamera del mio bilocale in affitto. Amir si portò dietro i suoi mobili, i suoi tappeti, i suoi vestiti eleganti, e sopratutto il suo giro di amici e amiche che mi piombavano in casa a tutte le ore del giorno e della sera e a cui dovevo, secondo lui, fare sempre e comunque gli onori di casa. Persi la pace e la tranquillità che mi erano necessarie per lo studio, e non riuscivo a fargli capire quanto fosse grave  per me.

“La mia ex era una dottoranda anche lei” mi diceva “ma riusciva lo stesso a prepararmi un tè quando tornavo a casa e a stirarmi le camicie”.

“Ma io non sono una casalinga, Amir” ribattevo “e non lo sarò mai!”

Amir si innervosiva perché non corrispondevo al suo ideale di donna, ma se ne aveva voglia cucinava e lavava i piatti senza battere ciglio. Era come lacerato e sospeso tra due modelli culturali opposti: non si riconosceva più nella sua cultura di origine, ma non riusciva ad accettare completamente la nostra.

Il primo schiaffo lo presi per un futile motivo; ma dopo un mese di convivenza lui era come una pentola a pressione a cui nessuno avesse fatto sfiatare la valvola. Quel pomeriggio mi aveva chiesto di passargli il suo pacchetto di sigarette, ma io ero di cattivo umore, e in più stavo lavorando.

“Perché non te lo prendi da solo?” gli avevo risposto “visto che sei lì a far niente…”

“Vuoi darmi per favore quello stupido pacchetto?” aveva ripetuto lui, scandendo le parole con una calma eccessiva che avrebbe dovuto mettermi in allarme.

“No, non te lo do.”

Amir si era alzato dalla poltrona senza replicare. Mi si era avvicinato da dietro, prendendomi per il braccio. Mi ero girata a guardarlo, aveva un’espressione dura, ma con un velo di tristezza.

“Togliti gli occhiali” aveva detto.

“Perché?”

“Tu toglili e basta.”

Li avevo tolti. Mi era bastato un attimo per capire che se avessi tentato di difendermi sarebbe stato peggio. Potevo cercare di divincolarmi, potevo gridare, ma la certezza della sua superiorità fisica mi aveva annichilita.  Il dolore era arrivato dopo, e insieme al dolore le sue scuse infinite e un racconto patetico di come solo un’altra volta nella vita avesse picchiato una donna, e di come avesse giurato a se stesso di non farlo mai più.

“Perdonami” mi supplicò, è un brutto periodo.”

Mi confessò che stava prendendo degli psicofarmaci, e mi chiese di aiutarlo. Come potevo rifiutare?

Dopo un altro mese di vita insieme, gli schiaffi erano diventati più forti e le scuse meno convinte; certo, lui sbagliava, ma ero io a provocarlo, io che mi ostinavo a non fare quello che mi chiedeva, frequentando i miei amici maschi anche senza di lui, telefonando al mio ex fidanzato, presentandomi alle feste vestita di jeans invece che con la gonna. Alle amiche che mi chiedevano: “Come va?” rispondevo sempre: “Tutto bene. Sì insomma, ogni tanto c’è qualche divergenza, litighiamo un po’, ma poi facciamo sempre pace.” Gli schiaffi erano il nostro segreto, non volevo che pensassero troppo male di lui, non volevo che mi spingessero a lasciarlo. Fino a quell’ultima sera. Mi ero lasciata vestire da lui: gonna lunga, abbinata alla mia unica camicia elegante, pettinatura fresca di parrucchiere, e un trucco discreto sugli occhi.

Alla festa ricevetti un sacco di complimenti dalle amiche: “Come sei bella”, “Come sei elegante” , “Si vede che ti fa bene l’amore”. Amir e io ballammo insieme allacciati; mi pareva che le altre mi guardassero con invidia, sembravamo una coppia felice. A un certo punto andai a sedermi in un angolo con la mia amica Giulia. Mi girava la testa, e mi davano fastidio le scarpe; me le tolsi e appoggiai le gambe su quelle di Giulia, che cominciò a massaggiarmi con dolcezza la pianta dei piedi, mentre chiacchieravamo ad alta voce, cercando di sovrastare la musica. Vidi Amir che dall’altro lato della sala si sbracciava, facendo cenno di no col capo.

“Cos’ha il tuo fidanzato?” chiese Giulia “si sente male?”

“Che ne so?” feci io “mica capisco il linguaggio dei segni”. In realtà avevo capito benissimo; Amir voleva che tirassi giù i piedi e mi rimettessi le scarpe, ma non avevo nessuna intenzione di dargli retta. Di colpo me lo ritrovai alle spalle.

“Vieni con me” mi disse.

“Dove?”

“Tu vieni.” Il suo tono non ammetteva repliche.

Lo seguii fino a un salottino appartato, davanti al bagno; mi ritrovai con le spalle al muro.

“Perché non hai fatto quello che ti chiedevo?”

“Non stavo facendo niente di male.”

“Lascia giudicare a me cos’è male. Quando siamo con gli altri devi fare quello che ti dico; le discussioni, dopo.”

“Decido io come comportarmi in pubblico, sono una donna adulta, non sono una bambina.”

La bocca di Amir assunse una piega amara.

“Togliti gli occhiali” ordinò.

“Non voglio.”

Lo schiaffò mi arrivò netto e doloroso sulla guancia sinistra; gli occhiali schizzarono per terra. Erano infrangibili, ma qualcos’altro si spezzò dentro di me, con un rumore di vetri rotti proprio all’altezza del petto.

Non volevo piangere, ma sentivo le lacrime colarmi giù fino agli angoli della bocca. Mi chinai a raccogliere gli occhiali e mi infilai nel bagno senza dire niente. Chiusi a chiave la porta e cominciai a vomitare; vomitai la cena, e tutto il vino che avevo bevuto; vomitai l’euforia della festa, e poi lo stupore, l’odio, l’umiliazione, e la vergogna. Con un ultimo groppo acido vomitai dal naso anche l’ultimo residuo d’amore; alla fine mi sentivo completamente vuota. Tornai nel salone; Amir non c’era. Vidi Giulia sulla porta, con su il cappotto. Le corsi incontro e  mi aggrappai letteralmente alla sua manica.

“Giulia, ti prego, fammi dormire da te stanotte.”

“Sara, ma cos’è successo, ti senti male? Sei cadaverica!”

“Domani ti racconto tutto, te lo prometto, ma adesso andiamo via, per favore”.

In macchina mi rannicchiai sul sedile accanto a Giulia; fuori cadeva una pioggia sottile e silenziosa. Sapevo che il giorno dopo avrei dovuto affrontare una serie di questioni, non ultimo come riprendere possesso della mia casa e della mia vita senza farmi trascinare in una sequela infinita e lacerante di recriminazioni. Adesso però non avevo voglia di pensarci; preferivo pregustare il momento in cui a casa di Giulia avrei tolto le scarpe e la gonna per infilarmi un pigiama comodo preso in prestito dalla mia amica. Con quest’immagine confortante nel cuore, cullata dal rumore ritmico del tergicristalli, abbandonai la testa contro lo schienale e mi addormentai.

Amir, non l’ho perdonato.

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NEI SUOI OCCHI

Sabato sera abbiamo visto un film pornografico schifoso. Quando si è eccitato ha voluto che facessimo delle cose anche noi. Mi ha fatto fare cose che sa che non mi piacciono, mi umiliano e mi fanno soffrire. So che è inutile cercare di parlarci, di convincerlo a non farlo. Nei suoi occhi non c’è più nulla per me. Non c’è amore, non c’è pietà, non c’è compassione. E’ difficile per me ricordare se ci siano mai stati. Prima di iniziare si è tolto la vera e l’ha appoggiata sul comodino. Forse per fare come se non fosse mio marito. In realtà perché a volte mi ha lacerato la pelle colpendomi, anche sulla faccia. Non vuole che ci siano segni che poi io debba giustificare di fronte agli altri. Perché mi prende a schiaffi, sul corpo e sul viso, quando non sono abbastanza pronta ad ubbidire. Quando piango, o quando si accorge che mi sta venendo da piangere.

 

Aiuto non l’ho mai chiesto. Ne ho parlato qualche volta, all’inizio, con le amiche. La mia migliore amica era  turbata quando gli raccontavo certe cose. Non sapeva cosa consigliarmi, era evidente che preferiva non sapere. Avrebbe preferito non essere mia amica, piuttosto che stare ad ascoltarmi. Mia madre mi diceva che dovevo ragionare con lui, farlo ragionare, spiegarmi. Ci ho provato, all’inizio. Quando le ho detto che non serviva a niente, anche lei non sapeva più cosa dirmi. Le ho chiesto più di una volta se ne aveva parlato con papà. Mi ha detto di no. Che, se gliel’avesse detto, papà l’avrebbe ammazzato. Sappiamo tutte e due che mio padre non riuscirebbe ad ammazzare nessuno. Dirglielo io non sono mai riuscita. Non ci ho mai nemmeno provato. Morirei di vergogna. Anche se muoio di vergogna lo stesso, anche se non lo dico più a nessuno. Mentre aspetto che la faccia si sgonfi per poter uscire di casa, quando devo guardare negli occhi le persone, quando mi chiedono come va. Quando rispondo che, normale, va abbastanza bene.

 

Non riesco ad andare alla polizia. Dubito che mi sarebbero d’aiuto. Anche mia madre mi dice che aiuto vuoi che ti possano dare. Rovinerebbero solo il tuo matrimonio e basta; così le cose si metterebbero in modo che poi non si potrebbe più rimediare. Con lei è inutile parlare. Però leggo le notizie sui giornali, di donne che aiuto l’hanno chiesto e sono finite male lo stesso. A volte mi sono immaginata la scena. Io seduta su una sedia in un ufficio, le luci al neon sopra la testa, un poliziotto o una poliziotta che cerca di guardarmi negli occhi, mentre io non riesco nemmeno ad alzare la testa. E intanto cercare le parole per fare in modo che la mia vergogna non sia più grande della sua colpa. Senza riuscirci. E sapere in ogni istante che non sarei sola. Che ci sarebbe lui, dietro la spalliera della sedia, ad ascoltare le mie parole. A riaccompagnarmi a casa quando avrei finito la deposizione. Ad aspettarmi a casa. A venirmi a cercare. A farmela pagare.

 

Ho cominciato a pensarci quando stava per scadermi il contratto a tempo determinato. Non ci sarebbe più stato un posto di lavoro dove venire a cercarmi. Mentre lui era in studio a casa io ho riempito una valigia e un borsone con la mia roba. Ho preso i miei documenti, i soldi che ho prelevato questo mese e il mese scorso. Non gli ho lasciato scritto niente. Non ho detto niente a mia madre, niente alle amiche, niente alle colleghe. Ho preso un taxi e sono andata a casa di Anita. Mi ha detto che posso stare da lei finché sarà necessario. Mi ha detto che mi accompagnerà lei in un centro antiviolenza, quando e se mi sentirò pronta ad andarci. Sul taxi ero rabbiosa, felice. Mi sentivo calma, decisa, avevo il cuore in tumulto. L’autista ha intuito qualcosa, non so cosa. Ha cercato i miei occhi nello specchietto retrovisore. Poi li ha distolti per guardare la strada. Sì sto piangendo, avrei voluto dirgli, e allora?

 

Non so come ha fatto a trovarmi. Non ho mai risposto al telefono. Non ho detto a nessuno dov’ero. Ero uscita a fare la spesa mentre Anita era al lavoro. Ho messo giù le borse per cercare le chiavi. Mentre giravo la chiave nella toppa ho sentito i passi che scendevano a rotta di collo le scale dal piano di sopra. Non so nemmeno dire se ho capito subito. Mentre mi voltavo me lo sono trovato addosso. Ho aperto la bocca senza riuscire ad emettere un suono e lui mi ha spintonato dentro. Le borse sono cadute sul pavimento, lui ha chiuso la porta dell’appartamento alle sue spalle. La paura mi ha gelato. Ho pensato che mi avrebbe fatto del male. Ho sperato che qualcuno avrebbe visto le borse rovesciate sul pianerottolo, le chiavi ancora infilate nella toppa dall’esterno, che sarebbe venuto a vedere cosa succedeva. Ho indietreggiato. Sono stata io a parlare. Gli ho chiesto cosa voleva. Gli ho detto che ero stufa di lui, che volevo che uscisse da quella casa. Sentivo una morsa nella pancia, la voce mi tremava. Mi ha detto che era venuto a prendermi, che ero una brutta puttana, di fare le valigie. Gli ho detto che non ci pensavo nemmeno, di non avvicinarsi e di non osare toccarmi che mi sarei messa ad urlare e chiamato la polizia. Prova ad urlare e ti ammazzo, ha detto. Non so se ci sarei riuscita, avevo la gola bloccata, ho cercato di andare verso la stanza di Anita per chiudermi dentro. Mi ha sbarrato il passo, io ho cercato di lanciarmi verso la porta d’entrata ma lui era più vicino. Mi ha tirato uno schiaffo ma io mi stavo muovendo, mi ha preso solo di striscio, le  punte delle sue dita dure hanno urtato contro la mia guancia. Allora sono corsa all’indietro, verso la porta della cucina. Non sono riuscito a chiuderla dietro di me, c’era lui in mezzo, mi ha dato un’altra spinta. Ho gridato, ho chiesto aiuto, era la prima volta che lo facevo. Lui ha preso una padella per il manico e mi ha vibrato un colpo sulla testa, sul lato sinistro della faccia. Ho sentito uno schianto nella testa, ho perso l’equilibrio, ho cercato di aggrapparmi al banco della cucina ma sono caduta. Ho sentito una maniglia urtarmi nella schiena, con la nuca ho battuto contro uno spigolo. Il fiato mi mancava e nell’orecchio sinistro sentivo un doloroso ronzio metallico. Ma ho sentito lo stesso che diceva, se urli ancora ti ammazzo. Ti ammazzo e poi mi ammazzo. Vuoi questo, mi ha chiesto chiamandomi troia, vuoi morire? La cosa più strana era che era mio marito. Il suo volto, la sua voce, mi erano ancora familiari, malgrado tutto. Sono scoppiata a piangere per il dolore, per la rabbia, per la paura, lì seduta sul pavimento della cucina. Ho gridato ancora, ho chiesto aiuto, pensavo che la mia voce rotta dal pianto non l’avrebbe sentita nessuno. Anche lui si è messo a urlare, mi è arrivato un calcio sul braccio sinistro, ho sentito il rumore disordinato delle posate rovesciate sul piano della cucina. Mi è venuto sopra, scavalcando le mie gambe con un piede. Ho pensato che volesse picchiarmi ancora e ho alzato le braccia sopra la testa per proteggermi, mugolando. Il primo colpo non l’ho visto arrivare. Ho sentito solo un forte dolore al braccio sinistro, all’avambraccio, e ho visto anche qualche schizzo di sangue che mi cadeva sulla camicetta. Sono scivolata a terra, sulla schiena, cercando di allontanarmi da lui, tenendo le braccia alzate per proteggermi. Il secondo colpo l’ho visto con i miei occhi. Me l’ha sferrato con il coltello che teneva in mano, chinandosi in avanti, passando al di sotto delle mie braccia alzate, al centro del petto. Ho guardato in giù e ho visto l’assurda irrealtà della lama del coltello infilzata all’altezza del mio sterno. Ho alzato gli occhi per guardare il suo viso, che era vicinissimo. Ho cercato di prendergli il braccio con le mani, ma non sono stata capace di afferrare niente, lui stava già sfilando la lama dal mio corpo, quando ha tolto il coltello ho visto il sangue sgorgare dalla ferita. L’ho guardato ancora in faccia, i miei occhi dovevano essere enormi, perché sentivo la testa che mi stava esplodendo. Ho pensato che non poteva essere vero. Che non stava succedendo davvero. Ma poi l’ho visto nei suoi occhi e così lo sapemmo tutti e due. Che ora che mi aveva colpito e che il mio sangue macchiava i vestiti e le piastrelle l’avrebbe fatto ancora, e ancora, e ancora, finché l’avesse voluto, che io fossi ancora viva o fossi già morta, o finché il braccio non gli avesse retto più.

 

All’inizio ho pensato che andava tutto bene. Mi piaceva stare dov’ero. Mi sentivo al sicuro. Né lui né nessun altro avrebbero potuto venire a farmi del male. Non sentivo né caldo né freddo, né stanchezza né paura né dolore. Se aprivo gli occhi c’era sempre il buio intorno a me. Non so quanto tempo fosse passato. Non c’erano più i giorni né le notti, né lo spazio intorno né il mondo. C’ero solo io e me stessa, e questo era sufficiente. Poi, non so cosa è cambiato. Ho sentito il bisogno di uscire. Ho mosso le braccia, come pensavo di non poter fare, e ho spinto con le mani. Ho spinto finché il coperchio non si è mosso, è scivolato da parte. Ero sdraiata e la terra ha cominciato a franarmi addosso, ma non mi sono preoccupata. Mi sono riparata la faccia e poi ho cominciato a scavare con le mani, a risalire attraverso la terra, poi ho spinto di lato la lapide e sono uscita fuori. Avevo la faccia, le mani, il corpo e i vestiti tutti sporchi di terra, ma ero fuori. Anche lì era buio, però riuscivo a distinguere il cielo e le nuvole, gli alberi, le sculture le croci e le lapidi e le masse informi dei fiori sulle tombe. Ho provato a camminare. Ho fatto un po’ di fatica solo all’inizio, come per riprendere un’abitudine perduta. Ho camminato attraverso il cimitero, sui vialetti deserti, fino al cancello chiuso. Sono uscita nel piazzale del parcheggio, dove c’era solo qualche macchina qua e là. Conoscevo la strada e ho cominciato a camminare. Piano piano il terriccio che mi si era appiccicato alla pelle e ai vestiti ha cominciato a staccarsi e a cadere. Dopo un po’ perfino sotto le unghie con cui avevo scavato nella terra non c’era più nulla. Le vie periferiche della città erano vuote. Ho incrociato qualche auto, i fari mi hanno illuminata per un istante mentre passavano. Senza fermarmi, mi guardavo le braccia, le mani, le gambe, sotto i vestiti. Le ferite erano guarite quasi del tutto, stavano scomparendo, anche quelle più orrende che mi ero vista infliggere mentre ero ancora cosciente. Mi sentivo tranquilla, continuavo a camminare verso il mio quartiere. Incrociai qualche persona, nessuna mi degnò di uno sguardo. Solo i fari delle rare automobili gettavano su di me ogni tanto qualche lama di luce. Sono arrivata all’incrocio con la via dove avevo vissuto tanti anni con i miei genitori, ma ho continuato a camminare. Volevo andare a casa, non avevo fretta, ma volevo andare a casa. Il mio quartiere dormiva come il resto della città. Le case erano buie, solo qualche finestra era illuminata nelle facciate scure. Qualche luce l’ho vista spegnersi al mio passaggio. Per tutta la strada non sentii che pochi rumori, il rumore del motore delle macchine, il brusio di un traffico più lontano, un volta per un breve momento l’ululato di una sirena, a volte l’abbaiare di un cane. Sono arrivata davanti al mio portone. Non sapevo se lui fosse in casa o no, forse era in un posto dove l’avrebbero punito per quel che mi aveva fatto. Il portone si aprì e quando entrai vidi che ora indossavo il mio abito da sposa. La gonna era molto ampia e feci quasi fatica ad entrare nell’ascensore, la stoffa frusciò contro gli stipiti. Nella cabina l’abito era grande quanto il pavimento. La luce bianca pioveva dall’alto e illuminava la corolla quasi abbacinante della gonna candida intorno alla mia vita. Mi sono voltata per guardarmi nello specchio dell’ascensore, e ho visto che ero diventata giovane, giovane come allora, come quando meritavo un marito, quando avrei meritato dei bambini, un futuro migliore. Sono arrivata al mio piano, le porte si sono aperte e sono uscita sul pianerottolo. Vedevo la mia porta, lo zerbino davanti all’uscio, il nome di mio marito sopra il campanello. Sulle scale non si sentiva nessun rumore, se non un ronzio elettrico di fondo. Volevo vedere se la porta era aperta e sono entrata in casa. Il corridoio era buio, ma dalla sala in fondo proveniva il lucore di una televisione accesa. Mi sono avvicinata e mi sono affacciata sulla soglia. Lui era semidisteso sul divano, che guardava verso lo schermo del televisore, le palpebre semiabbassate. Avrei voluto dirgli che ero tornata, invece sono stata zitta. Ho fatto solo un passo avanti. Adesso la luce dello schermo investiva anche me. Non sapevo se lui mi vedesse, ho aspettato, e l’ho guardato fino a che lui non ha volto lo sguardo assonnato. Allora sono stata sicura che mi avesse vista. Ho pensato che mi vedesse uguale a me stessa sulla foto del matrimonio che avevamo sul comò della camera da letto; io ero uguale, ma non c’era lui al mio fianco. Non ha parlato, e neppure io. Solo ho continuato a guardarlo. L’ho guardato negli occhi, e poi ho scavato nei suoi occhi, sono andata oltre il suo sguardo, oltre alla sua indifferenza, oltre alla sua sorpresa, oltre alla sua paura; ho scavato oltre ai suoi ripugnanti occhi, oltre alla sua fetida violenza, sono arrivata fino in fondo, dove non c’era più nulla, e allora ho visto che ha capito: che sarei tornata ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora; che mi avrebbe visto finché i vermi non avessero divorato i suoi occhi; che un tempo io l’avevo amato. L’avevo amato per nulla, e ora lui sapeva quanto.

 

 

 

 

 

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LA FILASTROCCA

Estate 1978

 

“Facciamo un castello?” domanda Eva.

“Sìì!” rispondono in coro Astra e Selene.

“Corro a prendere le palette, le formine e il secchiello” grida entusiasta Selene correndo verso l’ombrellone.

Le sue amiche osservano la riva per scegliere il punto migliore per il loro progetto. Selene saltellando, un po’ per l’entusiasmo e un po’ per la sabbia bollente, arriva all’ombrellone dove le mamme hanno già risposto la borsa-frigo all’ombra e si stanno rilassando al sole. Le sedie a sdraio ondeggiano alla brezza del mare. Con un gesto veloce la bimba afferra i giochi per tornare di corsa dalle amiche. Sta correndo veloce sulla sabbia rovente e un bambino più alto di lei con il costume rosso e nero, le sbarra la strada. Selene cerca di scansarlo in velocità, ma lui è ancora più svelto e le blocca il passaggio.

“Dove credi di andare?” le urla guardandola dall’alto verso il basso, cercando di alterare la voce per sembrare ancora più grande.

“Dalle mie amiche, perché?” risponde Selene fingendo sicurezza, ma senza guardarlo in faccia.

“Adesso mi dai le palette! Sono mie, me le hai rubate!” urla di nuovo.

“No! Sono mie, me l’ha comprate la mia mamma!” si lamenta Selene.

“Bugiarda!” e dandole uno spintone la fa rotolare sulla sabbia calda strappandole le palette.

“Ahi! Cretino” piagnucola la bimba, ma il bambino dal costume rosso è già sparito. Le spuntano due grandi lacrime negli occhi verdi mare che scorrono lungo le guance rosse per il sole caldo e per la rabbia. Astra ed Eva che hanno assistito alla scena dalla riva si precipitano a soccorrerla.

“Ma che voleva quello scemo? Ti ha fatto male? Perché ti ha preso le palette?” chiede Astra preoccupata.

“Dice che sono sue e io gliele ho rubate! Ma non è vero!”

“Gliela facciamo pagare adesso!” sentenzia Eva presa da un impeto di rabbia per la prepotenza subita dall’amica del cuore.

“Ma lui è più grande…” piagnucola Selene ancora spaventata.

“Si, ma noi siamo in tre!” ribatte Eva ancora più arrabbiata “Ora ci penso e poi gliela facciamo vedere noi cosa vuol dire fare il prepotente!”

Intanto Astra abbraccia Selene e la consola. Eva scruta la riva e si accorge che il bambino con il costume rosso e nero è curvo sulla battigia intento a scavare una buca con le palette rubate.

Come se improvvisamente avesse avuto un’idea geniale, sussurra alle amiche: “ Venite con me e fate come vi dico io!”

Si avvicinano al bambino di spalle ed Eva grida forte: “Ehi tu!Restituisci le palette alla mia amica!”

Il bambino preso di sorpresa, si alza e si gira di scatto ed Eva si accorge che poi  non è così tanto più alto di lei. “Ridagliele!” incalza Eva sfruttando la sua rabbia e si accorge che il suo nemico ha i piedi sull’orlo della buca. Il bambino sorride perfidamente e con aria di sfida le risponde con sicurezza:

“E tu chi sei? Che vuoi da me?”

Eva lancia un’occhiata alle amiche e con lo sguardo indica loro la buca ai piedi del bambino. Astra e Selene furtivamente girano intorno al ragazzino e si posizionano alle sue spalle. Sorpreso dall’accerchiamento delle ragazzine, il bambino-bulletto si distrae un attimo ed Eva, con balzo da gatto lo spinge all’indietro. Astra e Selene lo afferrano per le spalle e, in un secondo, il bambino dal costume rosso e nero si ritrova con il sedere nella buca e le gambe per aria. Un’oda s’infrange e lo ricopre fra le risate generali.

Eva si china a riprendere le palette e trovandosi faccia a faccia con il perdente non più arrogante ormai, gli fa una sonora  e vibrante pernacchia. La soddisfazione di aver lavato un’ingiustizia non ha eguali e le bambine si allontanano abbracciandosi. Eva guarda Selene negli occhi verde mare ora sorridenti e le dice: “Nessuna può fare del male ad una di noi, saremo amiche per sempre! Come i tre moschettieri: una per tutte e tutte per una!”

“Bello! – sorride Astra – ma chi sono i tre mo…mo…moscherittieri?”

Selene ride, ma con aria saggia ribatte: “Tre guardie delle Regina di Francia”

“E come le conosci?” chiese ingenuamente Selene.

“Ma no! E’ una storia che mi ha letto la mia mamma, un giorno te la racconto!”

“Facciamolo anche noi un giuramento – esclama entusiasta Astra – “Sii!” le fa coro Selene.

“Va bene – conclude Eva – conosco una filastrocca, diamoci la mano e tuffiamoci in mare!”

“Filastrocca, filastrocca incantata

 fa che la nostra amicizia sia sempre incatenata

 Acqua salata, acqua di mare

 Nessuno ci potrà mai separare.”

Splash!

 

Primavera 2012

 

Eva guarda l’orologio, mancano pochi minuti alle 13,00. Si alza dalla scrivania del suo ufficio ed esce dalla stanza in silenzio. I colleghi, ancora indaffarati, neppure le rivolgono uno sguardo né la salutano.

Eva scende le scale e sente il nodo che sale in gola, è il suo ultimo giorno di lavoro.

Astra sta aiutando una cliente indecisa a scegliere un abito, allunga lo sguardo sull’orologio e si accorge di essere in ritardo. Sorride alla signora e le consiglia l’abito nero che la snellisce accompagnandola alla cassa in tutta fretta. Fa segno alla collega che deve scappare e saluta la signora complimentandosi per l’ottima scelta.

Selene apparecchia la tavola, spegne i fornelli, si sofferma a dare un’occhiata alla cucina e poi controlla l’orologio a pendolo in corridoio: è l’ora! Sfila il grembiule da cucina, infila gli stivali, il cappotto e la sciarpa, ma passando di fronte allo specchio si accorge che ha bisogno di indossare gli occhiali scuri. Non può proprio presentarsi in quello stato senza un paio d’occhiali da sole! Chiude la porta d’ingresso e inforca la bicicletta. L’aria è frizzante, la primavera è appena cominciata e poi oggi è venerdì.

Venerdì il paese è in fermento, c’è il mercato nelle vie principali del centro storico. Le donne affollano le strade e colgono l’occasione per trovarsi con le amiche. Selene pedala veloce, l’aria fresca le gela le mani, ma gira nel vicolo dietro la chiesa ed è arrivata, l’appuntamento è lì, come tutti i venerdì. Il campanile della chiesa batte l’ora.

“Ciao Selene”

“Ciao Astra, Eva è con te?”

“No, penso stia arrivando. Intanto entriamo, c’è un venticello gelido qui fuori!”

“Si, hai ragione!”

Il piccolo bar della piazza è sempre affollato il venerdì. Un dolce profumo di paste e caffé le investe:

“Buongiorno ragazze! Sempre puntuali all’appuntamento del venerdì, ma dov’è Eva?”

“Sta arrivando – risponde Astra – preparaci il nostro aperitivo, ci sediamo laggiù, quando arriva Eva dille che siamo a quel tavolo.”.

“Senz’altro ragazze, arrivo subito da voi”.

Dopo pochi minuti la porta del bar si apre nuovamente ed entra Eva, pallida e con l’aria distratta di chi non ha voglia di parlare. La barista subito la saluta:

“Buongiorno Eva! Non è una buona giornata oggi, vero?”

“Non molto – risponde Eva – le ragazze sono già arrivate?”

“Si, hanno già ordinato e ti aspettano la infondo”.

Eva ringrazia e si avvia al tavolo delle amiche. Si siede con aria esausta e sospira:

“E’ finita. Da domani sono ufficialmente disoccupata!”

Selene indossa ancora gli occhiali scuri, Astra cerca di consolare Eva e le dice:

“Una soluzione la troviamo, vedrai che non durerà a lungo, noi non ti abbandoniamo, lo sai, non ti preoccupare!”

Eva è pallidissima, sull’orlo di una crisi di pianto: “E’ incredibile che, dopo tanti anni, ti liquidino in questo modo! E poi non sono più giovane, adesso, come faccio?”

“Hai ragione – insiste Astra – ma disperarsi non serve, adesso calmati e poi insieme pensiamo ad una soluzione, ok? Diglielo anche tu, Selene!”

Selene resta in silenzio, dietro i suoi occhiali scuri. Astra alza gli occhi per cercare di capire perché Selene non l’aiuta a consolare l’amica. Per un attimo la confusione delle voci del locale, prende il sopravvento, nessuna di loro parla. Ognuna chiusa nei suoi pensieri. Il minuto interminabile Ë bruscamente interrotto dall’arrivo di Susy, la barista.

“Ragazze, il vostro aperitivo. Ma che sono queste facce?”

“Lascia perdere, Susy, non è giornata!” risponde Astra che sembra l’unica ad avere ancora il dono della parola.

A questo punto Astra con aria severa si rivolge a Selene: “Mi dici perché non ti levi gli occhiali qui dentro e perché non parli? Ho bisogno anche del tuo aiuto!”

Selene fa una piccola smorfia con le labbra strette, non è truccata oggi. La fossetta del mento comincia a tremare e scendono due lacrime da sotto le lenti scure. Prima che Astra aggiunga qualcosa, con il dito indice fa scivolare gli occhiali e sul suo occhio destro compare una larga macchia violacea che fa contrasto con i sempre bellissimi, occhi verde mare.

“Che cosa Ë successo? – esclama Astra – come hai fatto?”

Eva alza la testa e vedendo l’enorme livido sull’occhio di Selene, con aria fredda dice:

“Faresti meglio a chiederle chi è stato!”

Astra incredula si rivolge a Selene: “ E’ così? E’stato qualcuno?”

Selene annuisce ed ora le lacrime scorrono senza ostacoli, il nodo è stato sciolto. Selene racconta del diverbio avuto con Giacomo, il bambino dal costume rosso, che da oltre 15 anni è suo marito. Di come non ha potuto difendersi dalla sua forza, di come le sue parole non fossero più udite e le urla avessero preso il sopravvento. Racconta come lo schiaffone sia partito violento e ben assestato con l’intento di farla tacere, perché era più urgente farla tacere che ascoltare le sue motivazioni.

Astra la abbraccia con calore e le sussurra: “ Scusami non avevo capito! Non ho mai pensato che fossi a questo punto!”

Selene si soffia il naso. “Non importa”! Non l’ho mai detto a nessuno, ma non è la prima volta!”

Eva ancora pallida ha la stessa espressione di tanti anni fa, perché la prepotenza e la violenza non le ha mai sopportate.

“Glielo farò pagare anche questa volta!” sibila piena di rabbia.

“Non siamo più bambine, Eva, non basterà dargli uno spintone questa volta!” osserva Selene con gli occhi bassi.

“No, infatti, siamo donne adesso! Tu lo devi denunciare!!” aggiunge Eva con voce che sembra ora di metallo.

“Io non ho un lavoro, sono casalinga, ricordi? Non posso vivere senza un lavoro, non posso mantenermi, non posso pensare a mio figlio! Come credi che possa cavarmela, d’ora in poi, se decido di andarmene? Tu sei stata appena licenziata e Astra vive  appena con suo lavoro di commessa a tempo pieno, come credi che me la posso cavare?” risponde Selene arrabbiata con se stessa e con l’amica che sembra sempre sicura di sé.

Ad interrompere l’attimo drammatico, arriva Susy, che incurante delle facce scure delle sue tre clienti si siede al tavolo.

“Ragazze! Mi trasferisco in Costa Rica! Mio figlio Alberto ha preso in gestione un locale ed ha bisogno del mio aiuto. Ragazze, vi saluto e ci rivediamo l’anno prossimo, se ci rivediamo!”

Eva cambia espressione, la sua rabbia si trasforma in un sorriso beffardo che guarda Selene con aria d’intesa. Selene si affretta rimettere gli occhiali per nascondere l’offesa e Astra fissa Susy con aria interrogativa:

“Scusa, ma chi gestirà il locale d’ora in poi?”

Susy allarga le braccia appoggiandosi allo schienale della sedia:

“E’ per questo che ho bisogno del vostro aiuto, no? Chi meglio di voi, può aiutarmi a trovare la persona adatta?

Eva prende la parola: “Lascia che ci pensiamo un attimo, Susy”.

“Lo sapevo che potevo contare su di voi!” esclama alzandosi per tornare al suo lavoro.

“Facciamo un brindisi?” propone Eva.

“A cosa brindiamo?” chiede Astra.

“A noi, che ne dici Selene?”

Astra rimane sorpresa e guarda Selene che si è appena levata gi occhiali, mostrando il suo enorme livido. Solleva il bicchiere dal tavolo e beve in un sorso.

“Ti accompagno a casa, Selene!” afferma Eva.

“Non importa! Poi se Giacomo è in casa, magari s’innervosisce e litighiamo di nuovo, meglio di no.”.

“Come vuoi, ma non sono tranquilla!”

“E’ già successo, altre volte ti ho detto, ma poi si calma!”

“Non è una buona ragione per non denunciarlo!”

Selene resta in silenzio, si sente a disagio, si rimette gli occhiali e si alza. Le ragazze pagano il conto e la seguono. Fuori del locale, si salutano, ognuna torna alla sua vita, ognuna con la propria amarezza.

Un urlo di sirena squarcia la notte fonda, Eva si sveglia di soprassalto con il cuore in gola, ha un brutto presentimento. Si alza dal letto, non riesce a prendere sonno, decide di farsi una tisana, prende il cellulare nella borsa e lo accende. Nessun messaggio, nessuna telefonata, forse è solo un brutto pensiero. Beve la sua tisana bollente e si rannicchia sul divano sotto la coperta, insieme al gatto Pedro, che comincia a fare le fusa.

La mattina seguente si sveglia dolorante, il divano non è proprio il massimo, ma per lo meno ha dormito qualche ora. Decide di farsi una doccia lunga e rilassante e poi passare a trovare Selene, chissà che cosa è successo stanotte, il pensiero non se n’è ancora andato. Accende la radio:

“Orribile omicidio nella notte: una donna di nome Selene Giurati è stata trovata strangolata nella sua casa, il marito ha confessato di averla uccisa in un eccesso di rabbia, sembra che lei fosse intenzionata a separarsi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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COSA SUCCEDERA’ ALLA RAGAZZA

Prima del loro accordo, aveva sempre avuto il problema del ritorno a casa. Era stata una fortuna, davvero, l’aver trovato quasi subito il lavoro al club dopo che la sua ditta aveva chiuso durante le ferie estive e lei era rimasta da un giorno all’altro senza il suo ventennale lavoro sicuro da impiegata e una figlia adolescente a carico.

 

Tornare a casa alle due del mattino era sempre stato un bel casino, per Anna.

Ogni tanto l’accompagnava Hibram, l’aiuto-cuoco senegalese, ma significava aspettare fino alle quattro, perché doveva lasciare la cucina pulita e pronta per il giorno dopo. Oppure qualcuna delle ragazze che ballavano intorno al palo, ma c’era sempre l’incognita del cliente che gradiva continuare il balletto da un’altra parte, o delle troppe sostanze ingoiate o sniffate durante la serata. Quando arrivava mezzanotte lei iniziava a pensare di rientrare a casa, dalla sua bambina lasciata sola, e le prendeva quell’ansia mescolata a senso di colpa.

Ma, si diceva, in fondo è stata una fortuna, davvero, trovare questo lavoro di cameriera così velocemente, proprio quando temeva di doversi rivolgere ai servizi sociali, o peggio alla parrocchia,  e vedersi magari portar via Caterina.

In questo modo poteva ancora farcela, a tirare avanti.

Certo, con tante rinunce, imparando a lavare a mano le collant e le magliette più delicate, a rammendare ogni cosa rammendabile, a farsi i capelli da sola, a passare frettolosamente e a testa bassa davanti alle vetrine del centro.

Poi era arrivato lui. L’accompagnava a casa in auto da più di due mesi ormai, nelle notti scure e gelide d’inverno.

Era iniziato tutto una notte che Hibram si era dato malato e le ragazze erano un po’ troppo su di giri. La bionda albanese, quella più affidabile alla guida, aveva ricevuto da un cliente una scatolina con il nastro di Cartier, ed era sparita con lui dalla porta sul retro.

Stava aspettando che arrivasse il taxi, quando lui si offrì di portarla a casa.

Non stavano molto lontani, disse, nessun problema.

In realtà abitava a otto chilometri da lei, scoprì in seguito, ma a lui non importava, né per quella volta né per le successive. La strada valeva bene la sua compagnia, le disse.

Era un gentiluomo. La prima volta le aprì la portiera e le augurò una buona notte e una buona giornata per l’indomani senza neanche toccarle una mano. Stessa cosa la notte seguente.

La terza sera le diede un piccolo bacio sulla guancia.

La quarta le porse una scatola di gelatine, solo un piccolo pensiero.  Si intrattennero in auto per un po’;  fu allora che le raccontò la storia della sua vita. Una discesa banale e graduale verso la disillusione, così la chiamò.

Parlava in modo tranquillo, senza emozioni, del suo ottimo lavoro in un gruppo bancario, dello stipendio che lo faceva vivere senza problemi. Del figlio all’università.

E della moglie malata, qualcosa di subdolo e incurabile, così le disse, che gli aveva reso impossibile una vita matrimoniale normale. Normale per qualsiasi uomo, se capiva quello che intendeva dire. E lei capì. Sapeva fin troppo bene quando fosse rara la vita normale, quanto facilmente si potesse uscire dai suoi binari.

Nell’oscurità della macchina parcheggiata, aveva appoggiato la testa tra i suoi seni e le aveva chiesto di accarezzargli il viso.

Era venuto al club per qualche mese prima di decidersi a offrirle il passaggio a casa.

Due, tre volte alla settimana. Generoso nelle  mance ed educato. Sempre solo.

Sceglieva il tavolo nell’angolo, chiedeva di lei.

Sembrava fuori posto in quell’ambiente fatto di tovaglie rosse, candele, musica new-romantic e giovani donne in miniabito. Non che ci fosse nulla di male se un uomo rispettabile frequentava il club per consumare una cena tranquilla, guardare le ballerine arrotolarsi intorno al palo, magari concedersi qualche bicchiere o qualche giro di danza con una delle ragazze.

Qualcuno ci portava anche le mogli.

Gli era piaciuto che fosse stata lei a servirlo la prima volta, le disse. L’aveva colpito la grazia nei movimenti, il sorriso gentile ma non malizioso. Aveva intuito che era una persona seria, capitata lì dentro a causa delle difficoltà della vita.

Si stabilì un tacito accordo tra loro due. Lui arrivava sempre dopo le undici, consumava qualcosa, e l’aspettava per accompagnarla a casa. “E’ arrivata la sua carrozza, madame” ammiccava la signora Tonetti, la padrona del club, quando lo vedeva entrare, ma non diceva altro,  apprezzando le mance lasciate da quell’uomo riservato.

Per Anna quel passaggio significava essere a letto entro le tre, potersi svegliare insieme a sua figlia e prepararle la colazione, come una brava mamma, senza che Caterina dovesse pensarci da sola,  e andare lei stessa a svegliarla con una tazza di caffè, come era successo agli inizi perché non riusciva a svegliarsi.

 

Una notte lui aveva voluto prolungare la conversazione, e aveva parcheggiato in piazza, lontano dalla luce dei lampioni.

Suggerì la cosa molto educatamente. Le ricordò ancora una volta quanto si sentiva solo, e quanto apprezzava la sua dolce compagnia. Quanto poteva soffrire la situazione un uomo normale, com’era lui, dai bisogni naturali. Gliene sarebbe stato grato, se riusciva a capire cosa intendeva. Lei capiva, sì. Non era necessario aggiungere altro.

Anche se veniva da un uomo della sua riservatezza, la cosa non la sorprese. Sembrava piuttosto la conseguenza naturale della cortesia nei suoi confronti, del bacio sulla guancia, della scatola di gelatine, delle carezze sul viso. Dopo, le aveva infilato una banconota piegata nella borsetta e quando lei aveva protestato lui aveva insistito. Qualcosa per la bambina, le aveva detto.

A casa vide che era una banconota da cinquanta euro. Quasi non ci credeva. Per venti minuti. Più di quanto guadagnasse in una sera al locale.

Ogni tanto, in seguito, aggiungeva altre banconote, da dieci o da venti, nonostante lei non facesse niente di più. A parte il tempo dedicato ad ascoltarlo, che era aumentato, perché era parlare ciò di cui lui aveva davvero bisogno.

Esprimersi liberamente, sfogare le piccole preoccupazioni e le frustrazioni di ogni giorno. Parlare con lei, perché non aveva nessun altro con cui farlo. La moglie aveva ormai perduto la facoltà di conversare razionalmente.

Ecco perché era capitato al club, in fondo. Ecco perché le aveva offerto di accompagnarla. Una presenza gentile, una spalla su cui piangere, disse sorridendo con quel suo modo serio.

Naturalmente ci volle un po’ per abituarsi, per superare l’imbarazzo. La prima volta corse in bagno a lavarsi le mani, la bocca, ingoiando l’amaro profumato del sapone.  Ma ben presto si abituò. Spegneva totalmente il cervello, o faceva vagare la mente sul programma del giorno dopo. Finalmente poteva permettersi di comprare qualcosa di carino. Caterina desiderava tanto un Mp3.

Alcune volte si sentiva perfino orgogliosa, in fondo lo stava aiutando a distrarsi un po’,  a sopportare una vita infelice. Lo faceva nel miglior modo possibile, per fargli piacere.

Per giustificare i soldi che le dava.

Un giovedì sera arrivò in ritardo. Non era mai accaduto prima. Lo trovò nervoso, immusonito.

Non parlò per l’interno viaggio. Anna non osò dire nulla. Solo quando si fermarono in piazza, lei si voltò a guardarlo, abbozzando un sorriso teso. Lui continuava a fissare la strada, accigliato. Provò a sfiorargli la spalla, prendendo il coraggio di chiedergli che cosa c’era che non andava.

Lui sospirò, e con voce cupa disse: Riccardo, mio figlio.

Cosa ha fatto? Chiese lei.

Vuole cambiare facoltà – rispose – E per cosa, poi? Per una femmina. Una qualche puttanella conosciuta in giro, probabilmente nemmeno maggiorenne.

Beh, certo è un colpo di testa – rispose Anna piano, per calmarlo un po’ – ma è normale alla sua età avere un momento di crisi.

Qualcosa nella frase di lui l’aveva ferita. Si vide davanti Carolina,  che ogni tanto le chiedeva il suo mascara, o l’ombretto, o di prestarle gli stivali di pelle da mettere con i leggins.

Vedrai che gli passa, in fondo i ragazzi devono fare le loro esperienze…, le venne da dire, ma non finì la frase perché lui mormorava furibondo:  sappiamo tutti che ragazze ci sono in giro adesso, ah, piccole troie, che non si faccia infinocchiare come un coglione.

Poi sospirò, sembrò tranquillizzarsi. Le passò una mano sulla testa, stringendo una ciocca.

Ti sto facendo fare tardi. Si allentò la cravatta, reclinò un po’ il sedile, chiuse gli occhi.

Anna prese il pacchetto di fazzolettini dalla borsa, mordendosi le labbra. Sperò che finisse tutto molto in fretta.

Stava riaggiustandosi i capelli che lui le aveva nervosamente stropicciato, più del solito stavolta, quando nella piazza echeggiò una specie di ruggito, seguito da un grido.

Con un fulmineo impulso di paura si girò a guardare.

In fondo al parcheggio una ragazza correva sui tacchi, inseguita da un uomo che impugnava una bottiglia. Gridava aiuto dirigendosi verso di loro.

Oddio, guarda quella ragazza, gli disse, quello la sta inseguendo…

Dove? Chiese lui, e con indifferenza continuò a sistemarsi la cravatta.

La giovane  era quasi arrivata alla macchina. Lui accese i fari e lei barcollò, accecata.

Anna cercò di aprire la portiera, ma era chiusa con la sicura. La ragazza sbatté contro il cofano. Gemette, ma continuò a correre.

Dal finestrino Anna la vide bene: minigonna, stivali alti, il giovane viso sporco di fard e di rossetto. Gli occhi neri di mascara e eyeliner sembravano coperti di lividi.

La voce dell’uomo risuonò poco lontano:  ti uccido… cazzo… se ti prendo… anche lui superò l’auto, barcollando.

Vuoi fare qualcosa? – lo guardò – scendiamo dalla macchina. Non possiamo lasciarla nelle mani di quello…

Ma cosa dici? – esclamò lui – Cosa mai potrei fare?

Ma potrebbe essere raggiunta… aggredita… picchiata… o violentata… qualunque cosa…

Violentata? Rise lui. Una risata aspra, volgare.  Anna sentì un morso nelle viscere.

Violentata, quella? – ripetè – Figuriamoci!

Cosa vuoi dire? Chiese lei, a disagio.

Per la madonna, ma non vedi cos’è? E’ una puttana… hai visto com’è conciata?

Anna rimase attonita.

Anche se fosse… – aggiunse incerta – non possiamo starcene qui e lasciarla…

Santiddio, donna! – sbottò lui esasperato – una come quella se le va a cercare! E poi… ah ah, dài – rise forte – come può una puttana essere violentata? Me lo vuoi spiegare?

Le parole la colpirono come un pugno. Si sentì quasi svenire.

Ascolta… – la sua voce era tornata gentile ed educata – ora ti porto a casa. Ti ringrazio, come al solito.

Accese il motore e partì prima che lei potesse rispondere.

Anna stringeva la borsetta, le nocche esangui. Lo fissò.

Sussurrò, con un tono disperato: cosa succederà alla ragazza. Sembrava poco più di una bambina, sai.

Bambina?  – esclamò ridendo – Quelle come lei nascono belle che vaccinate! Mica deve importarci, cosa le succederà!

Anna aprì la portiera e scese. La notte umida le bagnava il viso. O forse era qualcos’altro. Improvvisamente desiderava allontanarsi da lui. Voleva essere sola, con sua figlia. Sola, con quella sensazione che si era impadronita di lei. Confusione, senso di colpa. Vergogna.

Aspetta un attimo, disse lui. Non dimentichi niente? Lei lo guardò come si guarda un pupazzo senz’anima. Vide che le stava porgendo una banconota da cinquanta euro. Esitò. Poi la prese, e si accorse che erano due.

Pensò a Caterina, domani avrebbero fatto colazione insieme, e le avrebbe chiesto il permesso di mettersi il mascara per andare a scuola.

Lasciò cadere le banconote sul sedile del passeggero, chiuse la portiera, e se ne andò.

 

Aprì piano la porta della camera. C’era un leggero profumo di talco.

Caterina dormiva, l’Mp3 stretto nella mano.

Baciandola tra i capelli, glielo tolse delicatamente.

Era ancora acceso, e Anna avvicinò una cuffietta all’orecchio.

Cosa succederà alla ragazza, cantava Battisti.

…che la vogliono ricoprire di cioccolata. Che la vogliono servire in bocca, ad una bocca sterminata di forno. Che cosa le tocca, sentire che cosa… * 

 

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