COSA SUCCEDERA’ ALLA RAGAZZA

Prima del loro accordo, aveva sempre avuto il problema del ritorno a casa. Era stata una fortuna, davvero, l’aver trovato quasi subito il lavoro al club dopo che la sua ditta aveva chiuso durante le ferie estive e lei era rimasta da un giorno all’altro senza il suo ventennale lavoro sicuro da impiegata e una figlia adolescente a carico.

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Tornare a casa alle due del mattino era sempre stato un bel casino, per Anna.

Ogni tanto l’accompagnava Hibram, l’aiuto-cuoco senegalese, ma significava aspettare fino alle quattro, perché doveva lasciare la cucina pulita e pronta per il giorno dopo. Oppure qualcuna delle ragazze che ballavano intorno al palo, ma c’era sempre l’incognita del cliente che gradiva continuare il balletto da un’altra parte, o delle troppe sostanze ingoiate o sniffate durante la serata. Quando arrivava mezzanotte lei iniziava a pensare di rientrare a casa, dalla sua bambina lasciata sola, e le prendeva quell’ansia mescolata a senso di colpa.

Ma, si diceva, in fondo è stata una fortuna, davvero, trovare questo lavoro di cameriera così velocemente, proprio quando temeva di doversi rivolgere ai servizi sociali, o peggio alla parrocchia,  e vedersi magari portar via Caterina.

In questo modo poteva ancora farcela, a tirare avanti.

Certo, con tante rinunce, imparando a lavare a mano le collant e le magliette più delicate, a rammendare ogni cosa rammendabile, a farsi i capelli da sola, a passare frettolosamente e a testa bassa davanti alle vetrine del centro.

Poi era arrivato lui. L’accompagnava a casa in auto da più di due mesi ormai, nelle notti scure e gelide d’inverno.

Era iniziato tutto una notte che Hibram si era dato malato e le ragazze erano un po’ troppo su di giri. La bionda albanese, quella più affidabile alla guida, aveva ricevuto da un cliente una scatolina con il nastro di Cartier, ed era sparita con lui dalla porta sul retro.

Stava aspettando che arrivasse il taxi, quando lui si offrì di portarla a casa.

Non stavano molto lontani, disse, nessun problema.

In realtà abitava a otto chilometri da lei, scoprì in seguito, ma a lui non importava, né per quella volta né per le successive. La strada valeva bene la sua compagnia, le disse.

Era un gentiluomo. La prima volta le aprì la portiera e le augurò una buona notte e una buona giornata per l’indomani senza neanche toccarle una mano. Stessa cosa la notte seguente.

La terza sera le diede un piccolo bacio sulla guancia.

La quarta le porse una scatola di gelatine, solo un piccolo pensiero.  Si intrattennero in auto per un po’;  fu allora che le raccontò la storia della sua vita. Una discesa banale e graduale verso la disillusione, così la chiamò.

Parlava in modo tranquillo, senza emozioni, del suo ottimo lavoro in un gruppo bancario, dello stipendio che lo faceva vivere senza problemi. Del figlio all’università.

E della moglie malata, qualcosa di subdolo e incurabile, così le disse, che gli aveva reso impossibile una vita matrimoniale normale. Normale per qualsiasi uomo, se capiva quello che intendeva dire. E lei capì. Sapeva fin troppo bene quando fosse rara la vita normale, quanto facilmente si potesse uscire dai suoi binari.

Nell’oscurità della macchina parcheggiata, aveva appoggiato la testa tra i suoi seni e le aveva chiesto di accarezzargli il viso.

Era venuto al club per qualche mese prima di decidersi a offrirle il passaggio a casa.

Due, tre volte alla settimana. Generoso nelle  mance ed educato. Sempre solo.

Sceglieva il tavolo nell’angolo, chiedeva di lei.

Sembrava fuori posto in quell’ambiente fatto di tovaglie rosse, candele, musica new-romantic e giovani donne in miniabito. Non che ci fosse nulla di male se un uomo rispettabile frequentava il club per consumare una cena tranquilla, guardare le ballerine arrotolarsi intorno al palo, magari concedersi qualche bicchiere o qualche giro di danza con una delle ragazze.

Qualcuno ci portava anche le mogli.

Gli era piaciuto che fosse stata lei a servirlo la prima volta, le disse. L’aveva colpito la grazia nei movimenti, il sorriso gentile ma non malizioso. Aveva intuito che era una persona seria, capitata lì dentro a causa delle difficoltà della vita.

Si stabilì un tacito accordo tra loro due. Lui arrivava sempre dopo le undici, consumava qualcosa, e l’aspettava per accompagnarla a casa. “E’ arrivata la sua carrozza, madame” ammiccava la signora Tonetti, la padrona del club, quando lo vedeva entrare, ma non diceva altro,  apprezzando le mance lasciate da quell’uomo riservato.

Per Anna quel passaggio significava essere a letto entro le tre, potersi svegliare insieme a sua figlia e prepararle la colazione, come una brava mamma, senza che Caterina dovesse pensarci da sola,  e andare lei stessa a svegliarla con una tazza di caffè, come era successo agli inizi perché non riusciva a svegliarsi.

 

Una notte lui aveva voluto prolungare la conversazione, e aveva parcheggiato in piazza, lontano dalla luce dei lampioni.

Suggerì la cosa molto educatamente. Le ricordò ancora una volta quanto si sentiva solo, e quanto apprezzava la sua dolce compagnia. Quanto poteva soffrire la situazione un uomo normale, com’era lui, dai bisogni naturali. Gliene sarebbe stato grato, se riusciva a capire cosa intendeva. Lei capiva, sì. Non era necessario aggiungere altro.

Anche se veniva da un uomo della sua riservatezza, la cosa non la sorprese. Sembrava piuttosto la conseguenza naturale della cortesia nei suoi confronti, del bacio sulla guancia, della scatola di gelatine, delle carezze sul viso. Dopo, le aveva infilato una banconota piegata nella borsetta e quando lei aveva protestato lui aveva insistito. Qualcosa per la bambina, le aveva detto.

A casa vide che era una banconota da cinquanta euro. Quasi non ci credeva. Per venti minuti. Più di quanto guadagnasse in una sera al locale.

Ogni tanto, in seguito, aggiungeva altre banconote, da dieci o da venti, nonostante lei non facesse niente di più. A parte il tempo dedicato ad ascoltarlo, che era aumentato, perché era parlare ciò di cui lui aveva davvero bisogno.

Esprimersi liberamente, sfogare le piccole preoccupazioni e le frustrazioni di ogni giorno. Parlare con lei, perché non aveva nessun altro con cui farlo. La moglie aveva ormai perduto la facoltà di conversare razionalmente.

Ecco perché era capitato al club, in fondo. Ecco perché le aveva offerto di accompagnarla. Una presenza gentile, una spalla su cui piangere, disse sorridendo con quel suo modo serio.

Naturalmente ci volle un po’ per abituarsi, per superare l’imbarazzo. La prima volta corse in bagno a lavarsi le mani, la bocca, ingoiando l’amaro profumato del sapone.  Ma ben presto si abituò. Spegneva totalmente il cervello, o faceva vagare la mente sul programma del giorno dopo. Finalmente poteva permettersi di comprare qualcosa di carino. Caterina desiderava tanto un Mp3.

Alcune volte si sentiva perfino orgogliosa, in fondo lo stava aiutando a distrarsi un po’,  a sopportare una vita infelice. Lo faceva nel miglior modo possibile, per fargli piacere.

Per giustificare i soldi che le dava.

Un giovedì sera arrivò in ritardo. Non era mai accaduto prima. Lo trovò nervoso, immusonito.

Non parlò per l’interno viaggio. Anna non osò dire nulla. Solo quando si fermarono in piazza, lei si voltò a guardarlo, abbozzando un sorriso teso. Lui continuava a fissare la strada, accigliato. Provò a sfiorargli la spalla, prendendo il coraggio di chiedergli che cosa c’era che non andava.

Lui sospirò, e con voce cupa disse: Riccardo, mio figlio.

Cosa ha fatto? Chiese lei.

Vuole cambiare facoltà – rispose – E per cosa, poi? Per una femmina. Una qualche puttanella conosciuta in giro, probabilmente nemmeno maggiorenne.

Beh, certo è un colpo di testa – rispose Anna piano, per calmarlo un po’ – ma è normale alla sua età avere un momento di crisi.

Qualcosa nella frase di lui l’aveva ferita. Si vide davanti Carolina,  che ogni tanto le chiedeva il suo mascara, o l’ombretto, o di prestarle gli stivali di pelle da mettere con i leggins.

Vedrai che gli passa, in fondo i ragazzi devono fare le loro esperienze…, le venne da dire, ma non finì la frase perché lui mormorava furibondo:  sappiamo tutti che ragazze ci sono in giro adesso, ah, piccole troie, che non si faccia infinocchiare come un coglione.

Poi sospirò, sembrò tranquillizzarsi. Le passò una mano sulla testa, stringendo una ciocca.

Ti sto facendo fare tardi. Si allentò la cravatta, reclinò un po’ il sedile, chiuse gli occhi.

Anna prese il pacchetto di fazzolettini dalla borsa, mordendosi le labbra. Sperò che finisse tutto molto in fretta.

Stava riaggiustandosi i capelli che lui le aveva nervosamente stropicciato, più del solito stavolta, quando nella piazza echeggiò una specie di ruggito, seguito da un grido.

Con un fulmineo impulso di paura si girò a guardare.

In fondo al parcheggio una ragazza correva sui tacchi, inseguita da un uomo che impugnava una bottiglia. Gridava aiuto dirigendosi verso di loro.

Oddio, guarda quella ragazza, gli disse, quello la sta inseguendo…

Dove? Chiese lui, e con indifferenza continuò a sistemarsi la cravatta.

La giovane  era quasi arrivata alla macchina. Lui accese i fari e lei barcollò, accecata.

Anna cercò di aprire la portiera, ma era chiusa con la sicura. La ragazza sbatté contro il cofano. Gemette, ma continuò a correre.

Dal finestrino Anna la vide bene: minigonna, stivali alti, il giovane viso sporco di fard e di rossetto. Gli occhi neri di mascara e eyeliner sembravano coperti di lividi.

La voce dell’uomo risuonò poco lontano:  ti uccido… cazzo… se ti prendo… anche lui superò l’auto, barcollando.

Vuoi fare qualcosa? – lo guardò – scendiamo dalla macchina. Non possiamo lasciarla nelle mani di quello…

Ma cosa dici? – esclamò lui – Cosa mai potrei fare?

Ma potrebbe essere raggiunta… aggredita… picchiata… o violentata… qualunque cosa…

Violentata? Rise lui. Una risata aspra, volgare.  Anna sentì un morso nelle viscere.

Violentata, quella? – ripetè – Figuriamoci!

Cosa vuoi dire? Chiese lei, a disagio.

Per la madonna, ma non vedi cos’è? E’ una puttana… hai visto com’è conciata?

Anna rimase attonita.

Anche se fosse… – aggiunse incerta – non possiamo starcene qui e lasciarla…

Santiddio, donna! – sbottò lui esasperato – una come quella se le va a cercare! E poi… ah ah, dài – rise forte – come può una puttana essere violentata? Me lo vuoi spiegare?

Le parole la colpirono come un pugno. Si sentì quasi svenire.

Ascolta… – la sua voce era tornata gentile ed educata – ora ti porto a casa. Ti ringrazio, come al solito.

Accese il motore e partì prima che lei potesse rispondere.

Anna stringeva la borsetta, le nocche esangui. Lo fissò.

Sussurrò, con un tono disperato: cosa succederà alla ragazza. Sembrava poco più di una bambina, sai.

Bambina?  – esclamò ridendo – Quelle come lei nascono belle che vaccinate! Mica deve importarci, cosa le succederà!

Anna aprì la portiera e scese. La notte umida le bagnava il viso. O forse era qualcos’altro. Improvvisamente desiderava allontanarsi da lui. Voleva essere sola, con sua figlia. Sola, con quella sensazione che si era impadronita di lei. Confusione, senso di colpa. Vergogna.

Aspetta un attimo, disse lui. Non dimentichi niente? Lei lo guardò come si guarda un pupazzo senz’anima. Vide che le stava porgendo una banconota da cinquanta euro. Esitò. Poi la prese, e si accorse che erano due.

Pensò a Caterina, domani avrebbero fatto colazione insieme, e le avrebbe chiesto il permesso di mettersi il mascara per andare a scuola.

Lasciò cadere le banconote sul sedile del passeggero, chiuse la portiera, e se ne andò.

 

Aprì piano la porta della camera. C’era un leggero profumo di talco.

Caterina dormiva, l’Mp3 stretto nella mano.

Baciandola tra i capelli, glielo tolse delicatamente.

Era ancora acceso, e Anna avvicinò una cuffietta all’orecchio.

Cosa succederà alla ragazza, cantava Battisti.

…che la vogliono ricoprire di cioccolata. Che la vogliono servire in bocca, ad una bocca sterminata di forno. Che cosa le tocca, sentire che cosa… *