mercoledì, 16 Giugno 2021
liberi di scrivere Leggi i racconti dell'edizione 2015

Leggi i racconti dell'edizione 2015

Leggi qui i migliori racconti selezionati dalla giuria del concorso letterario “Liberi di Scrivere” edizione 2015

VORACI

«Sei squisito, tesoro».

La sala da pranzo ha due finestre grandi. La musica è Bach, Variazioni Goldberg, Aria. Il tavolo è un rettangolo di noce ma il colore non si vede.

«Davvero. Dopo tutti questi anni. Sei ancora così…delizioso».

La tovaglia è bianca. I piatti di porcellana. La donna afferra il calice alla base, stringendolo tra indice e pollice, e lo solleva verso l’alto. Il vino è rosso e fermo e si muove oscillando lungo le pareti di cristallo del bicchiere.

«Buon anniversario, caro».

L’uomo sorride e un filo di carne gli scivola tra gli incisivi, ricadendo appena sotto il labbro.

«Buon anniversario anche a te, cara».

Le risponde, imitando nel gesto la moglie, solo scandendo meno il movimento. Il calice traccia una curva rapida nell’aria, s’inclina a un passo dalla bocca, le labbra si aprono. Tutto qua.

Poi aggiunge:

«E nonostante tutto, cara, sappi che anche tu sei ancora tenerissima».

Infine abbassa il calice e insieme lo sguardo sul piatto.

«Nonostante tutto?»

Nel piatto.

«Si?»

«Cosa intendi con quel nonostante tutto

«Come? Nulla, cara».

Il piatto – la sua reale essenza – è la somma di ciò di cui è fatto e di ciò che contiene.

«Invece adesso mi spieghi cosa volevi dire con quel nonostante tutto».

Gli intima lei. Ha poggiato il calice sul tavolo ma insiste nel tenerlo tra le due dita.

«Non intendevo niente. E’ solo una frase di circostanza».

Sospira lui.

«No, tu lo sai cosa volevi dire».

«Cosa?»

«Che non sono più buona come prima».

L’uomo alza gli occhi al cielo. E’ così bianco.

Così pulito.

«Ma certo che lo sei».

Bach.

Ci sarebbe silenzio, altrimenti.

Lei è lì ferma e non dice nulla ma strofina la base del calice.

Lui sta fermo lì e non dice nulla.

Crede sia finita qui.

«Non ti piaccio più».

Non è finita lì.

«Cara…ti prego».

«Non ti piaccio più!».

Sta singhiozzando.

«Cara, ora basta».

Lui torna a posare lo sguardo sul piatto.

«Non è il caso ora di fare una tragedia per una frase senza importanza».

E poi sulla forchetta.

«E invece è importante!».

L’uomo scuote la testa, due volte. La forchetta ha una forma strana e spaventosa. Non è come il cucchiaio. Il cucchiaio ha una forma davvero stupida.

«Franco, guardarmi».

Il piatto e la forchetta.

«Franco, ho detto di guardarmi!»

L’uomo la guarda. Una goccia di sangue caldo le orna la guancia come il neo di una diva.

«Luisa, tutti con gli anni diventiamo diversi. Io per primo: ti sembro la stessa persona? Lo vedi bene anche tu, credo. Lo vedi, quello che non ho più».

E allarga un braccio. Un braccio solo.

«Sai benissimo che non intendevo quello».

Pausa. La donna sposta le dita dal calice alla tovaglia. Le fa scorrere sulla superficie di cotone finché non trova una leggera increspatura del tessuto. L’attrae e la soffoca fra le falangi.

«C’entra Lucia, vero?»

«Ancora con questa storia».

Sbuffa lui.

«Non hai mai provato niente di meglio di Lucia, eh?»

«Luisa, ti prego».

«Ma quanto è buona Lucia, quanto è dolce Lucia, quanto mi piace Lucia. Non mi stancherei mai di Lucia…».

«Non l’ho mai detto».

Mentre le mente, dilata il suo campo visivo. Il tavolo, le sedie, i piatti, i bicchieri, le bottiglie. La distanza tra loro è colmata da una serie di cose che per lo più contengono altre cose.

«L’hai detto. E ti si leggeva in faccia, cosa credi?»

La sala da pranzo è un sistema complesso di elementi statici, pieni e destinati a svuotarsi.

«E allora? Dove vuoi arrivare? Sai benissimo che dobbiamo farlo. Abbiamo bisogno di altre persone, per andare avanti».

«Non è vero».

«E Carlo allora? Ti sei dimenticata di lui, adesso?»

«Con Carlo era diverso».

«Ah, era diverso!»

«Carlo era necessario».

«Appunto, è quello che dico io».

Ma lei risponde:

«No. Perché Carlo non mi è mai davvero piaciuto. Era sopravvivenza, semplicemente».

La donna libera le dita dal loro appiglio di stoffa.

«Mentre tu, Franco, lo fai per il piacere. Lo fai per il gusto. Non perché non ti basto. Non perché ne hai bisogno, un bisogno vitale intendo. Tu lo fai perché lo vuoi, Franco. Tu lo vuoi!».

E così dicendo solleva l’unico indice che l’è rimasto.

E lo piega prima verso di sé.

«Questa è la differenza che c’è tra me».

E infine verso di lui.

«E te».

Poi tace.

Bach.

Ci sarebbe silenzio, altrimenti.

Franco annuisce.

«Forse hai ragione, cara».

Pausa.

«Si, mangiare lo stesso ogni giorno è stancante. Non solo: è nauseante. Lucia mi piaciuta? Si, eccome! L’ho divorata! Era buona con tutto: la patate, le zucchine, i piselli, i cavolfiori! E che ripieno ne ho fatto, e le polpette, e il lesso – sai cara quanto io odi il lesso – e invece Lucia…un lesso magnifico!»

«Sei crudele, Franco».

«No, non sono crudele. Sei tu che non vuoi guardare in faccia la realtà! Dobbiamo nutrirci di altri, mangiare altre persone, cibarci di esseri viventi, del tutto uguali a noi, perché né tu, né io siamo sufficienti. Non bastiamo a noi stessi. Eppure all’inizio capita di crederlo. Te li ricordi, i primi tempi, appena conosciuti? Tu, il mio piede sinistro. Io, la tua mano destra. Eravamo così affamati. Eravamo convinti di riuscire a farcela da soli. Non è vero? Non avevamo bisogno di nessun altro! Poi capisci che non è così. E’ una questione fisica, di proporzioni. Di quantità. Di tempo. E quindi di sopravvivenza? Si, naturalmente. Ma non venirmi a dire che è solo questo. C’è di più».

La donna si asciuga una lacrima col polso monco.

«La verità è che siamo golosi, siamo famelici, siamo voraci. Siamo cannibali! E mangeremmo chiunque, anche solo per sapere che sapore ha. Anche solo per poi sputarlo via al primo assaggio. Ma non importa. Questa è la nostra natura. Mangiamo quello che siamo. Certo, possiamo far finta che non sia così. Possiamo nutrirci di quel poco che basta e possiamo convincerci che sia giusto così».

L’uomo si accarezza il petto, la spalla, si ferma lì.

«E allora sì. Forse, cara, hai ragione».

Ogni tanto gli capita di sentire di avere ancora il braccio.

«Forse dovremmo smetterla davvero. Non mangiamo più nessun altro. Facile, no? Ci nutriremo solo di noi stessi. Da domani, ogni giorno, come oggi, come ora. Pezzo dopo pezzo. Al forno, alla griglia, stufato, arrosto, in brodo, fritto e al sangue! Fino a consumarci a vicenda. Preferisci così, cara?»

La donna fa segno di no con la testa.

«Bene».

Dice lui, con la forchetta in mano.

«E ora mangia, che le dita si freddano».

 

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TRANCI DI VITA

Marco non conosce ancora il proprio nome quando per la prima volta viene accolto dal seno della madre e poggia la sua testolina sulla pelle calda, per poi strisciare con la guancia in cerca del capezzolo. Finalmente lo trova e l’istinto lo spinge a succhiare, mentre tiene chiusi gli occhi non ancora abituati alla luce del mondo. Il latte gli invade la bocca che fa così conoscenza con il suo sapore, dolce come la voce che accompagna la sua poppata con parole che Marco non può capire, ma di cui già avverte la tenerezza.

Per molto tempo il gusto del latte è l’unico ad essergli familiare, è quello che chiede a gran voce prorompendo in un pianto che si desta dai suoi istinti primari per smuovere gli animi e risvegliare gli assonnati genitori. È lui a dettare gli orari dei propri pasti, rispondendo ai pungoli della fame, e nulla lo acquieta se non quel latte che è stato il suo primo amico. Ma poi le settimane passano e di giorno in giorno scopre nuovi sapori, impara a riconoscere la differenza tra il dolce e il salato, esplora con la lingua le diverse sfumature di un mondo che appare sempre più vario.  Inizia a distinguere i gusti che gli piacciono da quelli che gli fanno storcere il naso, e così rifiuta categoricamente i broccoli, mentre batte le mani per l’eccitazione di fronte al formaggio.

Seduto nel seggiolone, Marco vede il cucchiaino volare verso la sua bocca come un aeroplanino, accompagnato dai versi di suo padre che tenta di trasformare ogni pasto in una grande avventura. Ogni volta che ingoia un boccone, i suoi genitori esplodono in esclamazioni di gioia, come tifosi allo stadio. La sua bocca è la caverna oscura dove tutti quei cibi scompaiono per sempre, e Marco si chiede dove vadano a finire, mentre assiste all’inspiegabile prodigio della propria crescita. Non può sapere che tutti quei sapori diventano parte di lui, andando a costituire i tasselli che compongono l’integrità del suo corpo; non può immaginare che quel latte ancora gli scorre nel sangue, e che quei broccoli gli vibrano di vita nelle cellule. E, anche quando lo saprà, stenterà a credere che quelle pappette e cremine si possano davvero trasformare in materia umana. Ma se lo dice papà, allora dev’essere vero.

 

 

Davide approfitta di un attimo di distrazione della professoressa per infilare la mano sotto il banco e riempirsi la bocca con una merendina, che poi mastica con la faccia rivolta verso il basso, sperando di non essere visto. Il gusto del pan di spagna e quello del cioccolato si mescolano sulla punta della lingua e Davide chiude gli occhi, godendosi il sapore zuccherino della trasgressione, mentre ancora una volta si chiede come possa sua madre definire “schifezze” quelle merendine che lui trova deliziose. Ha sempre le tasche dello zaino strabordanti di caramelle, cioccolatini e biscotti trafugati dalla dispensa ed è diventato ormai un esperto nel mentire quando sua madre gli chiede se è stato lui a fare incetta di dolciumi. Purtroppo, però, i brufoli che emergono sul suo viso come vulcani lo tradiscono e le sue bugie hanno vita breve, così come i barattoli di crema di nocciola che non durano mai a lungo, nonostante suo padre tenti di nasconderli dietro i pacchi di pasta. Sua madre marcia per casa furibonda, minacciando di non comprare più il cioccolato, ma Davide sa benissimo che non lo farà mai perché in fondo anche lei non potrebbe rinunciarvi.

Col passare degli anni, i furtarelli si fanno via via più rari, mentre più frequenti diventano le uscite con gli amici. Così nei pomeriggi d’estate Davide incontra i suoi compagni di scuola e, con la scusa di andare a prendere un gelato, passeggia con loro per le strade della città, raccontando episodi esilaranti delle sue vacanze, mentre nelle serate d’autunno ride insieme agli amici della squadra di basket, assaporando una pizza farcita con wurstel e patatine. Il suo primo bicchiere di vino lo fa sentire grande, e, mentre sul suo viso si fanno strada i segni dell’adolescenza, inizia a disdegnare l’aranciata e a preferire la birra, che gli offusca un po’ la mente e al contempo lo esalta, mentre sulla lingua sente ancora il sapore della trasgressione, che è mutato nel tempo, ma resta sempre inebriante.

 

 

Sofia afferra con una mano un tarallo dal sacchetto posto accanto a lei sulla scrivania, mentre con l’altra sottolinea una frase del libro di Letteratura Italiana che ha davanti agli occhi. È tutto il giorno che studia, china sui manuali dell’università, tentando di memorizzare quante più informazioni possibili prima di un esame che teme di non passare, e nella sua testa c’è una grande confusione di numeri e nomi, una matassa di nozioni che si fa via via più ingarbugliata mentre i minuti scorrono lenti, trascinandosi l’uno dietro l’altro con fatica. La noia e la stanchezza la costringono di tanto in tanto sbadigliare, la incoraggiano a prendersi una pausa e a gravitare inevitabilmente verso il frigorifero, fonte di ogni sua consolazione durante lo studio. Nel corso di una giornata mangia frutta, formaggi, arachidi e crostatine, rispondendo, più che alla fame, alla necessità di spezzare la monotonia di quelle lunghe ore trascorse a leggere e ripetere ad alta voce quello che riesce a ricordare. Ogni morso è accompagnato da un leggero senso di colpa, che prende vita sotto forma di una vocina che le martella in testa e le ricorda che non riuscirà mai a smaltire tutte le calorie che sta ingerendo, ma questa vocina è messa a tacere quando la forza di volontà di Sofia è vinta dalla consistenza e dal sapore del pecorino.

Nonostante il cibo sia per lei un pensiero fisso, al punto che ogni tanto teme che Dante le abbia già riservato un posto nel girone dei golosi, la sera quasi sempre si dimenticherebbe di cenare se non fosse per sua madre che le telefona e le ricorda di mangiare. Ma quando apre il frigorifero lo trova sempre troppo vuoto ed è con delusione che passa in rassegna la scatola di fagioli quasi finita, i pomodori un po’ ammaccati sparsi sul ripiano, i bocconcini di scamorza ancora chiusi nella loro confezione. Allora si ritrova a contare i giorni che mancano al suo ritorno a casa e inizia a stilare una lista di piatti che spera che sua madre le prepari per renderla felice durante il fine settimana passato con la famiglia. Sogna ad occhi aperti le lasagne, la carne alla pizzaiola, la torta agli amaretti che è la sua preferita da quando era bambina. Sentendo ormai l’acquolina in bocca, chiude il frigorifero e inizia a comporre un numero al telefono: ha deciso che, per questa sera, ordinerà la pizza.

 

 

Riccardo è tutto preso a leggere a un’importante email quando l’orologio digitale, confinato nell’angolo basso dello schermo, gli ricorda che è giunto il tempo della pausa pranzo. Si dice che mangerà non appena avrà finito di scrivere la risposta, ma ben presto si ritrova sommerso di richieste di approvazione di importanti documenti e il pranzo passa inevitabilmente in secondo piano. Tuttavia, trascorsi venti minuti, Riccardo non può più ignorare i morsi della fame, che si fanno sentire con sempre più insistenza.

Tira fuori dalla borsa una ciotola di plastica contenente un’abbondante porzione di parmigiana: è l’immancabile “schiscetta”, quella che si porta ogni giorno a lavoro da casa. Srotola il tovagliolo nel quale è avviluppata la forchetta e inizia a mangiare a grandi bocconi la parmigiana, rigorosamente fredda, perché il viaggio dal suo ufficio alla sala mensa con il forno a microonde gli pare un inutile spreco di tempo ora che ha tutto quel lavoro di cui occuparsi. Nonostante la temperatura non ideale, la parmigiana è buona, forse addirittura migliore di quanto non lo fosse la sera prima, quando sua moglie ne aveva preparato un’enorme teglia e ne aveva servito una porzione ciascuno mettendo prima da parte, con previdenza, un ampio quadrato da destinare al pranzo del marito per il giorno successivo.

Mentre si ingozza scavando con la forchetta nella ciotola, un boccone di parmigiana gli cade sulla tastiera, e Riccardo impreca e tenta di ovviare al danno con il tovagliolo, mentre sul computer appaiono sempre più email che lo spronano a tornare a lavorare. Le dita ricominciano a correre rapidamente sulla tastiera, e Riccardo non si accorge di aver dimenticato nella borsa una mela, la quale si dovrebbe ormai rassegnare ad essere riportata a casa, insieme alla forchetta e alla ciotola da lavare.

 

 

Latte. Uova. Pasta. Pesce. Farina.

Amelia ripete mentalmente la lista della spesa, maledicendosi per aver dimenticato a casa, come sempre, il foglietto sul quale si era appuntata tutto ciò che doveva acquistare. Cammina tra gli scaffali del supermercato, spingendo il carrello, muovendosi da un reparto all’altro con la sicurezza di chi conosce quel luogo bene quanto la propria casa. Controlla i prezzi, dà un’occhiata alle scadenze, calcola quanto latte deve comprare, quanta frutta può permettersi di prendere per essere sicura che non vada a male. Quando poi ha superato la cassa, dopo aver pagato, torna a casa, trascinando in ascensore sacchetti che paiono macigni, e poi è di nuovo fuori, pronta a saltare da un supermercato all’altro per andare a caccia di offerte, consultando i volantini come se fossero mappe del tesoro.

La sua mente è sempre in frenetica attività, tenuta in moto da una rapida colazione al mattino e da un misero yogurt ad ora di pranzo. Ma è a cena che la sua creatività si deve scatenare per ideare un pasto che soddisfi le richieste di tutti e che sia al contempo sano, gustoso e veloce da preparare. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, sembra incapace di accontentare l’intera famiglia: i figli si lamentano perché è la terza volta che c’è l’insalata quella settimana – ma d’altronde bisogna finire il cespo – mentre lei si preoccupa perché forse stanno mangiando troppa carne e non abbastanza legumi. Le cene diventano per lei uno stress che si aggiunge a quello accumulato durante la giornata, ma per fortuna ogni tanto suo marito si sostituisce a lei ai fornelli e riesce a sorprenderla con qualche piatto semplice ma sfizioso che riesce a fare contenti tutti e che non scarseggia di certo in fantasia, come quella volta che ha preparato una frittata mescolando alle uova tutto quello che gli capitava sotto il naso nel frigorifero, e ne è uscito fuori un piatto che da allora è conosciuto in famiglia con il nome di “pasticcio di papà”.

 

 

Lorenzo dispone con cura le fette di prosciutto crudo lungo il margine sinistro del grande piatto ovale, per poi deporre due mozzarelle al centro della composizione contornata da foglie di lattuga, ricottine e spicchi di tramezzini rivestiti di salse, salumi ed olive trafitte da stuzzicadenti. Si attarda un momento a contemplare la sua creazione, poi passa al piatto successivo e ripete i medesimi gesti, aggiustando di tanto in tanto la posizione di una tartina per migliorare il risultato finale. Con la stessa dedizione si assicura che la pasta sia cotta al punto giusto prima di scolarla e che il pollo sia tenero all’interno e croccante all’esterno prima di servirlo con un contorno di patate al forno cosparse di rosmarino. Non permette che nessun antipasto, primo o secondo lasci la sua cucina senza essersi prima assicurato che esso sia al contempo bello da vedere e buono da mangiare, come ogni opera d’alta cucina che si rispetti.

A ciascuno dei suoi piatti dona un nome particolare, che possa stuzzicare la curiosità di chiunque legga il menù, e così le composizioni di frutta diventano “mosaici”, gli assortimenti di rustici “fantasie”, le verdure di diversi colori vanno a formare un arcobaleno con sfumature che tendono al verde e all’arancione e che rendono più vivaci i secondi di carne e di pesce che si susseguono uno dopo l’altro davanti ai commensali, i quali si ripromettono che non toccheranno più cibo quel giorno per poi inevitabilmente cedere alle tentazioni dei delicati profumi che si innalzano dai loro piatti.

Talvolta, quando vede i camerieri portare via le sue belle composizioni, soffre al pensiero che esse saranno presto intaccate da forchette e coltelli, ma poi ricorda a se stesso che i suoi piatti sono opere d’arte che hanno una doppia vita: prima meravigliano con la loro bellezza, conquistando gli occhi con l’armonia dei colori e l’equilibrio delle forme, poi sorprendono con il loro sapore talvolta delicato, talvolta deciso, ma che è sempre una gioia per il palato. Ed è la soddisfazione a saziarlo quando vede ritornare, impilati gli uni sugli altri, i piatti vuoti, ripuliti fino a quasi non lasciare alcuna traccia di quello che era stato il loro contenuto, se non qualche ombra di salsa o fogliolina di insalata.

 

 

Teresa è seduta al tavolo della sua cucina immersa nel silenzio e osserva il piatto in attesa di fronte a lei. Inizia a mangiare lentamente, con la dentiera che le balla appena e la costringe ad affrontare ogni boccone con fatica, ma questo non le dispiace, poiché le offre l’occasione di soffermarsi su sapori che le riportano alla mente ricordi recuperabili solo attraverso le sensazioni. Ogni morso le dà una spinta lungo lo scivolo della memoria, richiamando momenti lontani che sembrano però ancora vivi, come se appartenessero al presente. E così quando beve del latte si sente ancora una bambina con il muso chiazzato di bianco, mentre quando assaggia una pesca ritorna ai giorni in cui si alzava in punta di piedi per rubare la frutta dagli alberi dell’orto del nonno o staccava le more dai cespugli, per ritrovarsi poi con le braccia rigate dalle spine e le labbra tinteggiate di un rosso violaceo. Il cioccolato, ora consumato in piccoli quadratini da succhiare piano, ha il sapore dei giorni di festa, il pane quello delle lunghe ore di lavoro nei campi. L’odore dei pomodori la riporta alle mattinate d’estate passate a fare la salsa, quello dei biscotti alle sere d’inverno trascorse a sfornare dolciumi, e, se si concede qualcosa di sfizioso, le pare di sentirsi ancora una regina, come quando durante un ricevimento di matrimonio vedeva passarsi sotto gli occhi piatti che avrebbe potuto solo sognare di assaporare da bambina. Eppure una parte di lei preferisce la sobrietà della sua cucina al fasto delle grandi sale, il sapore essenziale dei suoi piatti a quello ricercato delle ricette di illustri chef, gli intimi pranzi di Natale alle cene eleganti delle grandi occasioni. Ama impastare i fusilli con le proprie mani, modellare le polpette da immergere nel sugo, per poi osservare con un sorriso compiaciuto come tutti i parenti apprezzino il pasto e ridere un poco quando suo nipote, cuoco di professione, si avventa con scarsa eleganza sulla porchetta. E anche se talvolta la carne si bruciacchia in superficie o la pasta manca di sale, sa che la gioia di ritrovarsi tutti insieme attorno alla tavola renderà indulgenti anche i palati più raffinati e saprà restituire sapore anche ai piatti più insipidi.

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SASSI DI PATATE

Mia nonna si chiamava Carmelina e tutti i giorni andava al campo a raccogliere da mangiare. E raccoglieva patate, perché nel campo c’erano solo patate. Mio nonno, Mimino, diceva che nel campo c’erano troppi sassi, ma che sassi e patate andavano d’accordo e quindi quelle piantava, quelle mia nonna raccoglieva e quelle, ogni sera, noi ci mangiavamo. Però a cena, dovevamo fare attenzione, perché mia nonna non ci vedeva tanto bene e aveva gli occhi offuscati dalla cataratta e  ogni tanto, invece di raccogliere una patata, raccoglieva un sasso e lo cucinava. Per questo motivo a cena ogni volta che la nonna mestolava nel piatto e sentivamo ”tan”, sapevamo che nel piatto non aveva messo solo patate ma anche qualche sasso e noi picciriddi, sentendo quel “tan”, ci ammazzavamo dalle risate.

Mio nonno era vecchio, era talmente vecchio che aveva una gamba di qua e una gamba di là e tutti in paese lo chiamavano “lu zuppo”. Ma a mio nonno, quel soprannome, non piaceva  e quando dal campo passavano le persone che gli gridavano “lu zuppo! lu zuppo!” lui dal campo gli tirava le pietre, ma visto che anche mio nonno non ci vedeva tanto bene, spesso gli tirava dietro qualche patata. I cristiani, allora, ricevendo addosso le patate se le infilavano velocemente in tasca e scappando gridavano soddisfatti del bottino: “ Grazie Mimino u zuppo! Grazie!” e se ne andavano ridendo.

Mio nonno era vecchio, talmente vecchio che ha fatto addirittura la prima guerra. Un giorno se ne stava al campo quando arrivò suo padre buonanima, Mimino pure lui. Quel giorno gridava a mio nonno “Mimino, Mimino… corri, Mimì!”. Mio nonno credendo che fosse accaduto qualcosa alla madre corse più veloce che poteva, anche se in realtà non poteva correre perché era zoppo.

–       Che c’è papà?

–       C’è che sei stato chiamato!

–       Ma dove?

–       Sei stato chiamato in guerra!

–       Ma come? Sono zoppo! – gli rispose mio nonno.

Allora suo padre gli disse – Mimì la vedi questa pietra?

–       Sì

–       La vedi questa patata?

–       Sì.

–       Tra pietra e patata cosa scegli di essere?

–        Una patata! – disse mio nonno

–       Bravo! Ma in guerra pietre e patate servono tutte e due, perché con le patate tu ti sfami e con le pietre tu ti difendi e tu Mimino, figlio mio zuppo, non sei solo una patata tu sei soprattutto una pietra, quindi vai in guerra!

E Mimino, mio nonno, “lu zuppo” partì e si fece tutta la guerra in trincea a scavare la terra per nascondersi sottoterra come una patata. Mio nonno mi disse che patate anche in guerra gli toccava di mangiare, ma che a lui non gli dispiaceva perché mangiando patate gli sembrava di stare più vicino a casa e al suo campo di sassi e patate. Mio nonno mi disse che in tasca si teneva sempre i una patata e la lasciava lì per giorni, settimane e pure mesi. Mi disse che le patate germogliavano in tasca come ad allungare le braccia per tornare alla loro terra. Lui tornò, più zoppo di prima, perché gli spararono ad una gamba e quando tornò mia nonna l’abbracciò piangendo e lo strinse forte. Dopo aver salutato l’amata, mio nonno iniziò a camminare verso il campo di sassi. Arrivato vide che nel campo, i sassi, si erano moltiplicati, sembravano raddoppiati, centuplicati. Mio nonno allora si infilò una mano in tasca e prese una di quelle patate con il germoglio, una delle patate della trincea, la portò alla bocca e dopo averla baciata la piantò sottoterra. Quella fu la prima di tante patate che noi picciriddi, la sera, stando attenti al “tan”, ci mangiavamo..

Quando il nonno morì, morì veloce, morì talmente veloce che quando mi gridarono: “curri, curri che il nonno stà male!” il nonno era già morto. Se ne andò così via, in un istante, nella velocità di un curri, curri e non riuscii nemmeno a salutarlo. Mio nonno morì nel suo campo tra i sassi e le patate, dissero che lo trovarono a pancia all’aria boccheggiando come un pesce in un fiume in secca. Mia madre mi raccontò che prima di sospirare le strinse la mano dicendogli “bacia Carmelina”. Mia madre gli rispose “la baci tu a mammà quando torniamo a casa” e mio nonno gli strinse forte la mano ribadendo con rabbia “ti dissi, bacia Carmelina”. L’amore dei miei nonni era grande, era talmente grande che andava al di là delle parole dette e non dette, al di là delle azioni fatte o non fatte. Un amore di altri tempi, fatto di doveri da compiere, di sacrifici da fare in nome di una promessa fatta davanti a Dio. “bacia Carmelina” disse e fu lì che mia madre grido curri, curri e quando correndo arrivai, mio nonno era già partito. Ricordo che aveva la faccia stanca e stringeva nelle mani tre patate, le ultime tre patate raccolte.  Il giorno del funerale di mio nonno era un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sette, ma siccome sette persone per mia nonna erano poche, chiamò altre sette persone che io non avevo mai visto prima. Queste sette persone si disperavano e urlavano il nome di mio nonno. Quando però tornammo a casa, dopo aver messo il nonno sottoterra insieme alle ultime tre patate raccolte, quelle sette persone ricevettero  dei soldi da mia nonna e se ne andarono felici, mentre noi continuavamo a piangere. Fu allora che mia nonna iniziò a guardarmi con uno sguardo colmo di tristezza, era come se nei miei occhi cercasse gli occhi di suo marito che non avrebbe mai più rivisto se non attraverso i miei. Fu allora che mia sorella si avvicinò a mia madre e chiese: ”mamma ma il nonno quando torna?” e mia madre accarezzandola rispose “il nonno torna presto”. E aveva ragione perché il nonno non se ne andò mai. La nonna, che da quel giorno si vestì sempre di nero, apparecchiava tutti i giorni per lui e diceva che c’era anche se non c’era e che bisognava rispettare il suo desiderio d’apparecchiare. E che se qualcuno si sedeva al posto del nonno le abbuscava col battipanni. Ma la vita, alla morte del nonno era cambiata, la nonna passava le giornate al campo a lavorare e mia madre cercava di dissuaderla, che quello era un lavoro da masculi e che non gli faceva bene di fare tutto lei. Mia nonna era sorda a questi rimproveri. Tutte le mattine partiva con in mano il rosario e tutte le sere tornava sul carro recitando le preghiere. Mia nonna soffriva e soffrì talmente tanto che dopo pochi mesi morì. La ricordo ancora, sul letto di morte, tutta vestita di nero con i capelli bianchi e magra, magra che pareva una carrubba. Il giorno della sua morte intimorito mi avvicinai al letto e lei sottovoce mi disse “ricordati che anche se io non ci sarò più e nessuno apparecchia, al posto del nonno nessuno può sedersi, neppure tu”. Quando morì mia nonna era anche quello giorno un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sei, ma visto che sei persone erano poche mia madre chiamò altre sei persone che si disperarono e piansero e poi presi i soldi se ne andarono ridendo. Quel giorno tornati a casa mia sorella non fece domande, aveva capito che cos’era la morte. E che i morti non tornano. Fui io però a fare una domanda a mia madre; la guardai dritta negli occhi e gli dissi :”mamma, ma anche tu morirai?” e lei mi rispose sorridendo “certo figlio mio, ma il giorno che accadrà tu mi devi promettere una cosa”  io gli feci un cenno con il capo come per dire sì. Allora mia madre concluse “ figlio mio mi devi promettere che quando io morirò al mio funerale sarete in cinque e cinque soli e che tu, figlio mio, apparecchierai la tavola  e mangerai al mio posto”. Ed è per questo che oggi ho apparecchiato e mangerò patate e scrivo queste poche righe di ricordo e di storia dal posto che fu di mia madre e che ora è il mio di posto…

 

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PAMELA

Pamela era tonda e rossa, perciò tutti la chiamavano Mela. Era anche dolce come un frutto, ma questo non lo sapeva nessuno. Suo padre aveva un’amante – questo, però, lo sapevano tutti. L’aveva conosciuta un’estate di qualche anno prima, e le aveva ammiccato proprio sotto lo sguardo della moglie. L’amante era la loro vicina d’ombrellone, e Pamela all’inizio non aveva capito. Aveva solo dodici anni, Pamela, e quella donna le pareva una sirena, con le labbra violette e le gambe lunghissime.

Quell’estate ligure Pamela la ricorderà sempre perché sulla spiaggia, mentre la sirena e suo padre si scambiavano sguardi, dagli occhi della madre fuggì qualcosa. Qualcosa le scivolò via dallo sguardo, proprio così. Pamela per anni pensò che aveva perso la gioia che le teneva gli occhi allegri, ma poi capì che aveva smarrito se stessa, sua madre, aveva smarrito se stessa tra le scogliere, era franata negli abissi del mondo.

Quell’estate ligure Pamela la ricorderà sempre perché da quel momento sua madre prese a guardarla con occhi enormi, allucinati. Entrava con lei in bagno, si chiudeva la porta alle spalle e si spogliava completamente. Nuda, ripeteva forte: “Sei tu che mi hai fatto questo!” e le imponeva il desolante spettacolo del suo corpo pesante, sformato, grondante di grasso dal collo alle caviglie. I seni cadenti e grossi, le vene viola che laceravano il ventre, i fianchi duri e larghi, le gambe gonfie. Un corpo decadente, quello di sua madre, un corpo invecchiato presto, spaventoso e ripugnante. Pamela non voleva guardare: chiudeva gli occhi, cacciando via quell’immagine.

Mormorava piano: “Mamma, mamma…”, ma sua madre non c’era, non rispondeva, continuava ad urlare.

“Guardami! Smettila di frignare e guardami!”

Le comprimeva il piccolo volto nelle immense mani fino a quando la figlia non riapriva gli occhi e li piantava in quel molle paesaggio grigio e rosa. Pamela piangeva. Attraverso le lacrime quella massa che si ritrovava davanti era fluida, correva da tutte le parti: sembrava di essere in un acquario, davanti a un grosso pesce che presto l’avrebbe divorata.

Pamela se lo sognava la notte, quel corpo, appeso come i salami dal macellaio. Sognava quel corpo smembrato e agonizzante, grondante di sangue. Qualcuno gridava. Lontano si poteva scorgere sua madre scappare da quella carneficina, correre verso il mare; Pamela, però, non poteva muoversi: qualcuno le bloccava la testa e la obbligava a guardare il corpo maciullato.
Quando si svegliava era tutta un tremore e le pareva di sentire un tamburo suonarle veloce nel petto. Nascondendosi sotto le coperte pensava che se lei non fosse nata sua madre si sentirebbe ancora bella, e suo padre la guarderebbe come guardava la sirena sulla spiaggia di sole. Pensava che quel buio silenzioso e sospeso della sua stanza avrebbe forse potuto risucchiarla fuori dalla vita, e lo sperava davvero. La mattina, però, la luce tornava ad inondare la camera, e lei capiva che la notte non l’aveva trascinata via.

Così Pamela mangiava, mentre i sensi di colpa la divoravano e il corpo di sua madre la perseguitava. Aveva voglia di scomparire e mangiava. Si strafogava di cibo, Pamela, divorava qualsiasi cosa le capitasse davanti. Inghiottiva quantità strabilianti di dolciumi, soprattutto, e non poteva arrestarsi, non riusciva a frenare quelle mani fameliche. Parevano aver vita propria, le mani di Pamela, sembrava che in quella carne fosse imprigionato lo spirito di sua madre, che la obbligava a mangiare. Pamela non aveva fame, no, ma continuava a infilarsi cibo in bocca. Si vergognava di se stessa, del modo disgustoso in cui lo faceva. Osservava le briciole caderle sul petto, accumularsi tra le pieghe dei vestiti e precipitare sul pavimento; il succo zuccherato della frutta le colava sul mento, si appiccicava alle guance, le macchiava le magliette. Inorridiva al suono della pasta sminuzzata tra i denti, al rumore dei biscotti sbriciolati sulla lingua e a quello delle caramelle dure spezzate tra i molari. Ma soprattutto, la disgustava masticare la carne, passare la lingua sui denti e sentire che dei pezzetti erano rimasti intrappolati lì come prigionieri tra sbarre bianche: le venivano in mente i suoi sogni terribili, con la carne molle della madre appesa dal macellaio.
Odiava tutto questo, ma continuava a mangiare. Voleva così cacciare il dolore che aveva preso ad abitare quella casa; voleva che sua madre dimagrisse, che tutto quel grasso le scivolasse via dalle ossa. Voleva, soprattutto, inghiottire l’infelicità e la paura che la pervadevano e seppellirle in fondo allo stomaco, in quel buio abisso che era il corpo umano. Pensava che lì non l’avrebbero più assalita come bestie affamate – non si sarebbero più cibate, l’infelicità e la paura, della sua mente, dei suoi respiri.

Pensando di strappar via quel corpo rivoltante dall’anima di sua madre, Pamela mangiava, pronta ad assumere su di sé il peso dell’intero organismo che l’aveva data alla luce; pronta a fondere il proprio corpo col suo per liberarle entrambe di quel male, per accogliere la sofferenza materna nel proprio petto, per riuscire ad avere indietro la mamma, quella vera.

Poche volte, in quegli anni, Pamela vide lo sguardo della donna che l’aveva generata tornare luminoso. Quelle volte sua madre cucinava piatti meravigliosi, saporiti, pieni di odori buoni, e i suoi occhi non erano più allucinati, tornavano umidi e quieti. Alla mamma era sempre piaciuto cucinare; lo faceva con gioia: apriva le finestre e cantava, girando a piedi nudi sul pavimento della cucina, i capelli coperti da bandane azzurre. In quei momenti voleva essere sola, non si faceva aiutare da nessuno: diceva che quello era l’unico momento in cui poteva ritrovare la pace. Perciò Pamela, che non voleva disturbarla, si faceva piccola piccola e la sbirciava dallo stipite della porta. La osservava danzare sulle piastrelle pulite: le sembrava così leggera, come se quel suo corpo monumentale si librasse fino al soffitto.
Quelle volte Pamela credeva che tutto ciò che era successo fino ad allora fosse stato solo un altro dei suoi brutti sogni, pensava che sua mamma non era mai scivolata via sulla sabbia, strisciando fino in fondo al mare. Pamela sorrideva e ascoltava quel canto diffondersi in tutta la casa, ed era come addormentarsi in un tiepido sopore; come quando era bambina e, le mattine d’inverno, ancora immersa nel dormiveglia, si rannicchiava sotto le coperte mentre il caldo la avvolgeva. Allora la mamma le si sedeva accanto e cantava piano al suo orecchio, carezzandole i capelli, in modo che il suo risveglio fosse dolce, dolce e piacevole.
Quelle volte, mentre sua mamma cantava e cucinava piatti prelibati, Pamela sentiva dentro di sé qualcosa tremare e chiudeva gli occhi. Aveva paura di riaprirli: temeva di scoprire che sua mamma era scomparsa di nuovo, ché forse le finestre aperte avevano fatto volar via il suo spirito. Perciò la parte migliore era quella in cui abbassava le palpebre ed era come le mattine d’inverno, quando tutto andava lento e il mondo fuori mormorava piano una musica francese.

*

Col passare degli anni, invece, Pamela divenne Mela, tonda e rossa come un frutto. Il liceo era cominciato e già quasi finito e lei non era riuscita a salvare l’anima di sua madre, a strapparla via da quella caverna di tenebre che era il suo corpo sempre più pesante. Non era più riuscita nemmeno a guardarsi allo specchio, Pamela: le volte in cui aveva catturato la propria immagine in quel mondo impalpabile di vetro, infatti, non aveva sorpreso altro che il corpo di colei che l’aveva messa al mondo. Col passare degli anni Pamela divenne Mela, e Mela divenne sua madre.

Continuava a mangiare quanto prima, instancabilmente, anche se la verità è che Mela era esausta. Esausta di quel male che le si attorcigliava nella gola e che non riusciva ad estirpare, di quella fame insaziabile e nervosa, degli incubi; di sentirsi così: infinitamente antica, debole, sola. Mela era così esausta che aveva voglia di morire. Eppure non poteva smettere di far quello che seguitava a fare da anni, dalla mattina alla sera: mangiare. Perché, anche se odiava se stessa e il disgustoso modo che aveva di infilarsi il cibo in bocca, mangiare le dava un poco di conforto. L’alleviava, per pochi istanti, del peso che le gravava sul petto.

Mela, però, non mangiava cibo. Mandava giù palate di rimorsi, di terrore, d’insicurezze, di dolorosa solitudine. Quel groviglio amaro si presentava nella veste di paste, salumi e leccornie e si faceva spazio dentro il suo stomaco in maniera brutale. Così Mela non faceva altro che ingurgitare la parte più spaventosa e oscura di se stessa, fino a farla sedimentare nel corpo straniero in cui era intrappolata – il corpo di sua madre –. A volte voleva vomitare, buttare fuori se stessa da quella caverna mostruosa e lasciar correre via la piccola Pamela impaurita e tremante che ancora viveva in quel buio profondo.
Altre volte no, non aveva le forze per lottare coi demoni che abitavano con lei la grotta nera piena di echi e rimbombi. Questo accadeva di notte, quando non riusciva a dormire. Allora andava in cucina e si versava una grande tazza di latte; chiudeva gli occhi e cercava di bere tutto in un sorso solo, trattenendo il respiro. Sperava che il latte le entrasse nei polmoni e la facesse morire, sperava di annegare in quel freddo bianco per poi cadere a terra e non svegliarsi più. In qualche modo, però, Mela riusciva a finire il latte prima che le colasse giù nei polmoni. Ce la metteva tutta, in quelle notti, a morire. Ma Mela non moriva, perché quelle mani che non erano sue smettevano di premerle la tazza contro le labbra proprio nel momento in cui le mancava il fiato. Il latte le finiva in faccia, e allora il liquido fresco cadeva giù, sotto la camicia da notte, tra le pieghe del suo corpo tondo e pieno. Ed è così che Mela usava il latte, primissima e preziosa fonte di vita, per smettere di vivere.

Mela trovava l’assurdo meccanismo che la induceva a trangugiare cibo – dolore, sollievo, malessere – crudele e brutale, e la colpa era solo di quella donna ormai sconosciuta che viveva con lei. Mela odiava sua madre e la follia che le si agitava dentro, la odiava anche e soprattutto perché si era impossessata del suo corpo di bambina e l’aveva trasformato in una creatura mostruosa.
Eppure, quando sua madre cantava e preparava da mangiare per tre, apparecchiando la tavola per la famiglia del passato, perennemente dimentica del fatto che l’uomo che aveva amato l’avesse abbandonata, Mela mangiava anche la porzione destinata a suo padre. Lo faceva per farla felice, perché desiderava in maniera folle e disperata che sua madre l’abbracciasse, che tornasse quella di prima, che capisse quanto amore lei, sua figlia, così fedele, ancora le riservava.

“Dov’è?” chiedeva sua madre, smarrita, con occhi vacui.
“Stasera non c’è, lavora”.
“E quando torna?”
“Domani, mamma”.
“E il suo piatto? Come facciamo? Il suo piatto! Ho cucinato per lui! Il suo piatto!”
“Mangio io, mamma, non ti preoccupare, stai tranquilla”.

A quelle parole, sua madre si calmava. Si sedeva e studiava Mela finire la sua porzione e quella del padre. Allora le sorrideva e diceva con affetto: “Come sei brava, bambina, come sei brava” e Mela, a sentirla, si commuoveva nel profondo.

Da parecchi mesi, ogni giorno, la medesima scena andava ripetendosi. Ogni sera sua madre preparava la cena per quel marito che tanto aveva adorato, e lo attendeva. Ogni sera dimenticava che non sarebbe mai arrivato, che l’aveva abbandonata. Ogni sera quella grossa donna che era sua madre diveniva fragile e mansueta come una bambina, e a Mela, diventata madre di sua madre, veniva da piangere. Così, pur detestandola, ogni sera mangiava per sé e per suo padre per farla felice, e le diceva che era un’ottima cuoca. Sua madre sorrideva guardando lontano – forse quel mare ligure di tante estati prima – e pareva davvero che mai alcun dolore avesse gravato sul suo cuore.

A Mela sembrava di elemosinare, ogni sera, un affetto che altrimenti non le sarebbe mai più stato concesso. Quel “Come sei brava, bambina, come sei brava” era l’unico vero nutrimento che la tenesse in vita, che le facesse scivolare addosso le ore nell’attesa del momento in cui il giorno sbiadiva nel cielo: il momento in cui sua mamma cantava davanti ai fornelli. Mela ingurgitava cibo di continuo, ma era convinta che, se ogni sera non avesse udito quelle parole, il suo stesso corpo le sarebbe crollato addosso, travolgendola con tutto il peso che a fatica sopportava.

*

Era l’ultimo anno di liceo. Mancava poco alle vacanze di Natale e le porte delle classi erano spalancate, tutti i ragazzi ridevano e parlavano a voce alta, correvano sulle scale e si scambiavano gli auguri.

Mela, invece, tremava tutta sola in mezzo al corridoio della scuola, ansimando forte. Corse nel bagno incespicando nei suoi stessi piedi, col cuore che batteva troppo in fretta – desiderava quelle mattine d’inverno, quando il mondo girava piano –. Le si annebbiò la vista, mentre i pensieri le vorticavano nella testa e lei non riusciva a fermarli. Ancora una volta, era priva di controllo sul suo stesso corpo: non riusciva a calmare quel violento tremore che la scuoteva dalle gambe alle mani – quelle mani che non erano mai state sue.

“Apri gli occhi, apri gli occhi e guardami”.

Qualcuno era entrato nel bagno con lei e si era chiuso la porta alle spalle, le aveva preso la testa tra le mani. Lei aveva cominciato a dimenarsi: pensava che fosse sua madre. Sua madre faceva proprio così, entrava nuda nel bagno e se lei chiudeva gli occhi la obbligava ad aprirli, la forzava a guardare.

“Respira, dai, apri gli occhi. Guardami, non aver paura…”

Era come una musica dolce, quella che le arrivava sul viso. Così dolce che avrebbe voluto addormentarsi, lasciarsi invadere dal tepore e dormire, solo dormire, finalmente dormire.

“Guardami, Pamela, forza!”

Nessuno, a scuola, la chiamava Pamela. Solo Mela. Aprì gli occhi e si accorse, imbarazzata, di essere stretta in un abbraccio caldo, stesa per metà sul pavimento. Lentamente smise di agitarsi e di tremare.

“Ti ho vista in corridoio, ho visto che non stavi bene, eri pallida e tremavi e allora…”
“Chi sei?”
“Sono Ismael, ma tu chiamami Mael… mi chiamano tutti Mael” mormorò la voce.

Pamela guardò il volto del ragazzo: aveva la pelle scura, lunghe ciglia nere, il sorriso un po’ storto di chi sorride poco. Si ricordò di Ismael: facevano spagnolo insieme da due anni; era molto alto e magrissimo, se ne stava sempre chino sul banco, parlava a voce bassa. Si rese conto di non averlo mai guardato bene. Non aveva mai fatto veramente attenzione a nessuno, a scuola, perché mai avrebbe sperato che qualcuno si accorgesse di lei. Così lei non si era accorta degli altri.
Ora lo guardava bene. Il suo viso le piaceva.

“Grazie, Mael”.

Pensò a quel nome: Mael. Le ricordava il miele. Lo sussurrò, assaporandone il suono sulle labbra. Dopo qualche istante di silenzio, Mela sorrise: si accorse che Mael era l’anagramma del suo nome.

 

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PABLO MARIA SOTERO CHE NON MORI’ DA SOLO

In una camera del reparto terapia intensiva dell’ospedale centrale di Barcellona, egli giaceva sul suo letto vicino alla finestra. All’ultimo stadio di una cirrosi epatica, in coma da due giorni, Pablo Maria Sotèro stava morendo senza più dolore.

Da quando era stato ricoverato, una settimana prima, nessuno era mai andato a fargli visita. Non un parente né un amico. Gli infermieri ne erano rimasti dispiaciuti, e passando dalla sua stanza pensavano: pover’uomo, senza un cane che l’assista. Nessuno che si ricordi di lui. Che brutto modo di andarsene…

I più credenti fra loro si facevano di nascosto il segno della croce e pensavano: povero señor Sotèro, tutto solo nell’ora più difficile, senza il conforto di un amico. Ed erano stati con lui più premurosi e attenti, finché non aveva perso conoscenza.

Ma gli infermieri, in tutta la loro solerzia, non potevano certo accorgersi dell’invisibile folla che lentamente si stava raccogliendo intorno al capezzale di Pablo Maria Sotèro.

 

 

In quel mite pomeriggio barcellonese, al 110 de La Rambla, la Boquería, il più antico mercato cittadino, stava calando il sipario sul suo magnifico campionario di carni di toro e di ogni altra bestia, verdure e pesce di giornata, crostacei e frutti tropicali. Allestita in un edificio sorretto da colonne ioniche, la Boquería esponeva sul marmo dei suoi banchi tutta la materia prima della cucina locale.

Sui banchi del pesce i frutti di mare emanavano il secco profumo dell’acqua salata; gamberi di specie diverse formavano macchie di color rosso acceso, grigioverdi o arancione tenue; le granseole giacevano rovesciate come fragili pepite, le pericolose chele degli astici erano state fasciate col nastro adesivo per renderle inoffensive, mentre un bel giallo vivo brillava sulla fronte rotonda delle orate.

Le spezie e la frutta secca diffondevano nell’aria fragranze pungenti e offrivano allo sguardo una seducente gamma di colori. La carne di maiale, finemente lavorata in prelibati prosciutti, pendeva invitante sulla testa di chi, volendosi concedere un pasto «alla popolana», appoggiava i gomiti a un banco e ordinava un paio di tapas con un buon bicchiere di cava catalano.

Centinaia di candele votive accese a Sant’Eulalia, patrona della città, rischiaravano l’interno della Seu, l’imponente cattedrale a tre navate che dominava il Barrio Gotíco.

Fuori della cattedrale, tracce di mura romane affioravano qua e là nel labirinto di pietra grigia delle strade medievali, dove le botteghe antiquarie rigurgitavano stampe, mobili e libri antichi, complementi d’arredo in stile coloniale e un’impressionante scelta di armi d’epoca fra le quali pezzi di cui si certificava grottescamente che avessero ucciso «almeno un uomo». E questo accanto ai magnifici palazzi del XIV secolo e alle chiese gotiche di Sant Just e Santa Maria del Pi, sempre affollate di fedeli locali, così da formare quella speciale miscela di orrore, bellezza e paradosso, che spinge molti ad amare le grandi città del mondo e tanti altri a odiarle per le stesse ragioni.

Pablo Maria Sotèro non aveva mai pensato di poter vivere in un altro luogo che non fosse Barcellona. Per cinquant’anni aveva fatto musica suonando chitarra e armonica sulle Ramblas, offrendo melodia e parole alle milioni di persone che in ogni stagione gli erano passate davanti, talvolta tirando dritto, talvolta fermandosi ad ascoltare per poi gettare una moneta nella sacca della sua chitarra.

Di Barcellona, negli anni, aveva conosciuto e amato ogni angolo di strada; le case stravaganti e lo spettacolo permanente delle Ramblas, i riflessi metallici del sole sugli ombrelli e i ventagli della casa di Bruno Cuadros, in plaça de la Boquería, i gatti randagi che si contendevano i rifiuti del mercato; l’odore del porto, oleosa miscela di iodio e nafta, salsedine e acciaio, gli angoli morti delle banchine presidiati dai gabbiani, le feste popolari, il sudore, la forza e l’equilibrio dei castellers, decine di uomini, donne e bambini, che l’uno sulle spalle dell’altro formavano piramidi umane sorrette alla base da un impressionante intreccio di braccia; il boato del Camp Nou, che si propagava in tutta la città come l’eco di un tamburo, quando il Barça segnava un gol.

Pablo Sotèro non aveva votato la sua vita al lavoro né al guadagno, non all’amore coniugale né alla religione, mantenendo una distanza equa da tutto ciò che più frequentemente attrae l’animo umano e se ne appropria. Quanto al denaro, ne aveva fatto volentieri a meno, ogni volta che aveva potuto, barattando la sua musica con un buon pasto e un letto su cui crollare esausto, a fine serata, con la testa ancora ronzante di musica.

Così era stato ognuna delle infinite volte in cui aveva suonato fra i tavoli delle coctelerie o nelle piazze del Barrio Gotíco, sotto i portici di Placa Reial e nei locali del centro storico, per intrattenere le comitive di turisti fra un piatto di paella e una caraffa di sangria.

Della vita Sotèro amava tutto, avendola ridotta alla semplicità essenziale delle amicizie, del vino, del diverso sapore dei cibi, della gioia istintiva di suonare scaldandosi al sole o potersi riparare dalla pioggia davanti a una tazza di caffè fumante. Con l’armonica in bocca sdraiarsi sull’erba dei parchi cittadini d’estate, all’ombra delle piante, o guardare Barcellona dall’alto, fumando seduto sulla spettacolare ruota panoramica che dalla collina del Montjuic si affacciava sulla città.

Di sera, poi, perdersi con leggerezza nella strabiliante geografia dei ristoranti del Port Veil, dove la musica di Sotèro non si vendeva quasi mai per denaro, nossignore, ma per un piatto di riso brodoso fra i più buoni del Mediterraneo.

In quella parte di Barcellona che moriva sulle banchine del porto c’erano negozi di merluzzo salato, le bacallonerias, dove il pesce si dissalava ancora con l’acqua corrente dentro le vasche di marmo, mentre i ristoranti e le taverne diffondevano i profumi della cucina marinara catalana, che da sola riempiva il cuore di Sotèro e lo rallegrava.

Allora le note della sua chitarra salivano confondendosi col fumo delle grigliate di pesce freschissimo esaltate dal gusto dell’allioi, una salsa di aglio pestato montata con olio di oliva, o della salsa picata in cui l’aglio veniva mischiato a prezzemolo, mandorle e zafferano.

I temi delle sue canzoni diventavano quelli vibranti dell’indipendentismo catalano, quando il menù proponeva ricette tradizionali come lo xató, un’insalata di baccalà e tonno, acciughe, scarola e olive nere, o il baccallá a la llauna, prima passato in pastella e fritto in olio, quindi cotto al forno con salsa di pomodoro e vino, oppure la zarzuela de pescado: una zuppa di pesce profumata di essenze mediterranee, composta di vongole e aragosta, dentice, cernia e altre varietà di pesce di fondo.

Le ricette a base di crostacei e frutti di mare andavano gustate su una musica diversa. Bogavante*, cigalas*, almejas*… il ritmo cambiava e le note di Sotèro cadevano snocciolate una a una per accompagnare la lingua e i denti che scavavano nella cedevole corazza dei crostacei o frugavano nei gusci aspri di limone dei frutti di mare, in cerca delle polpe più saporite e nascoste. Di tanto in tanto smetteva di suonare e si sedeva a un tavolo qualsiasi, fra la gente, per gustare a dovere un piatto di arroz negre* o di chipirones fritos*, oppure un suquet de rape* con una buona bottiglia di vino bianco del Pendés.

Era quello il suo compenso, insieme alle offerte che i clienti lasciavano sul tavolo.

Seguitava a suonare e a cantare fino a notte fonda, finché c’era qualcuno disposto ad ascoltarlo e poi ancora, in strada, per gli amici e le prostitute, annullando quel confine fra il giorno e la notte  che diviene superfluo se non hai nessuno che ti aspetti a casa né una casa in cui farti aspettare.

Gli capitava spesso, poco prima dell’alba, di trovarsi ancora con le gambe sotto il tavolino di uno di quei locali che non chiudono mai, davanti a un piatto di merluza al cava* o di pato con higos*, a spendere in cibo e in una profumata bottiglia di Riojas il ricavato di una serata di musica.

Anche se Sotèro non disdegnava affatto di suonare in quei locali dov’era chiamato a esibirsi, la sua musica più vera, libera e incondizionata, quella che scaturiva dalle profondità del suo animo e non trovava espressione che sotto il cielo azzurro delle Ramblas, era un’altra.

Nel suo vagare di notte per i quartieri di Barcellona aveva conosciuto il desolato candore delle prostitute, simili a rose sgualcite; aveva cercato a fondo negli occhi dei drogati per scorgervi quel barlume di rivelazione che l’eroina concedeva a coloro che lentamente stava uccidendo, e senza timori né preconcetti aveva avvicinato mendicanti, ladri, alcolizzati, folli, transessuali, poeti, omicidi: la vasta schiera degli animali notturni, refrattari al sole che gettava una luce sconveniente su sensibilità e drammi troppo accentuati per poterla sopportare. Per lunghe ore si era soffermato a parlare e a bere con loro, e per loro aveva suonato spesso fino alle luci dell’alba.

Da questo interesse innato per gli ultimi, gli emarginati, gli sconfitti, erano nati gli eroi delle sue canzoni. C’era l’anarchico Esteban, poeta cieco che nella soffitta di casa dava rifugio ai ricercati, e quando i poliziotti bussavano alla sua porta, da dietro gli occhiali neri rispondeva tranquillo, con volontaria ironia: “Non ho visto nessuno”.

C’era Ricardo il medico dei poveri, che per anni aveva esercitato la professione per amor del prossimo e della scienza, curando anche chi non aveva i soldi per pagargli le parcelle, finché, abbandonato dalla moglie, disprezzato dai figli, deriso dai colleghi, si era ritrovato nella stessa condizione dei suoi assistiti e anche adesso, vestito di stracci nella sala d’aspetto della stazione, con le mani nere di miseria e gli occhi miopi sempre attenti, non sbagliava una diagnosi.

Dalle canzoni che Sotèro interpretava sulle Ramblas affioravano le testimonianze di un’umanità offesa, ferita: di Carlos, precipitato dal ponte dove lavorava sospeso in aria per ore a saldare l’acciaio; di Jago e di Miguel, cinque figli in due, scaricatori di porto uccisi dal veleno di un container di scorie radioattive; di Gustavo «lo scemo del villaggio», morto disperato in manicomio dopo che per tutta la vita aveva cercato invano di comunicare col prossimo, nient’altro che questo, di farsi ascoltare, come ogni uomo necessita, da chi non aveva saputo riservargli che sarcasmo e commiserazione, povero idiota, bisbigliavano meschini, mentre era la persona più ricca di spirito che avessero mai incontrato.

Quando il dottore entrò nella stanza di Sotèro, erano già in tanti intorno a lui. Sembrava dovesse chiedere permesso, tale era l’assembramento di gente che circondava il letto. Invece entrò senza difficoltà, così come le due infermiere che lo accompagnavano.

Su una seggiola di metallo ai piedi del letto, sedeva tranquilla una giovane donna dal viso bello, corti capelli castano chiari, vestita leggera, gli occhi verdi e sereni. Sedeva tenendo le gambe unite, composte, e aveva entrambe le ginocchia escoriate.

Il dottore, che procedeva leggendo distrattamente la cartella clinica di Sotèro, parve intrampolare nelle gambe nude della ragazza. Passò invece attraverso di esse come se non gli fossero di alcun ostacolo: come se quelle gambe nude e segnate non avessero consistenza.

Di lei avevano parlato i giornali un paio d’anni prima, quando alla foce del Besòs, a est di Barcellona, era stato recuperato il corpo esanime di una giovane prostituta che qualcuno aveva strangolato e poi gettato nel fiume. Come estremo richiamo a una dolcezza che in vita le era stata negata, la corrente del fiume l’aveva avvolta e trascinata via, facendola danzare nel quieto incantesimo dei gorghi d’acqua, cullandola così fino alla foce.

Quando il dottore le passò davanti, lei non si scompose. Aveva inclinato il capo, scoprendo i lividi viola sul collo, e adesso osservava Sotèro con il volto pervaso da una sottile apprensione.

In piedi accanto al letto, un giovane soldato in mimetica assisteva alla scena con le braccia lungo i fianchi. In mezzo al petto la divisa era squarciata e imbrattata di sangue. Una macchia nera, densa come inchiostro, continuava ad allargarsi imbevendo il tessuto. Viscido sangue fresco macchiava le dita del ragazzo.

Aveva le guance lisce, larghi occhi lucidi e le ciglia lunghe, l’ossatura del viso appena pronunciata. Guardava preoccupato Sotèro, senza parlare, senza tradire nessun’altra emozione che una lieve tristezza. Non si curava nemmeno del sangue che aveva addosso. Era la morte a vent’anni, tragico emblema di tutte le guerre.

Chinato accanto a Sotèro c’era un tizio che gli parlava all’orecchio con fare da amico. Aveva in testa un cappello nero, i capelli un po’ lunghi, il collo e le mani abbronzati, le mani, soprattutto, che facevano contrasto col bianco del lenzuolo. Aveva appoggiato a terra il cartone del vino.

Era l’uomo di strada, il clochard, il mendicante senza fissa dimora, senza una famiglia a cui badare, senza nessuno da dover fregare ogni giorno per guadagnarsi il pane. Niente chiavi né telefono, nessun codice fiscale o tessera sanitaria. Quell’uomo era tutti i compagni che Sotèro aveva avuto e per i quali tante volte aveva suonato, condividendo con loro vino e pensieri sulle panchine di pietra fredda o al calore delle braci, nelle placide notti di luna piena come in quelle di pioggia e vento, confortati dal vino, dall’amicizia e da un inesprimibile senso di libertà.

La prostituta, il soldato, il mendicante. Così come tanti altri là intorno, tutti loro erano giunti da indefinibili distanze, riemersi dalle profondità dell’ignoto per raccogliersi al capezzale di Pablo Maria Sotèro e assisterlo in punto di morte perché non si sentisse solo.

Venivano da quel luogo che da millenni i vivi si affannano a chiamare paradiso, oppure inferno, o più semplicemente aldilà, e per esso disputano e arrivano a odiarsi, ma che forse non è che un’assenza di materia senza più dolore né affanni, nessun giudizio, nessuna beatitudine o condanna, né premi né castighi che andrebbero a turbare uno stato di quiete superiore, una presa di coscienza finale, assoluta e definitiva.

Quando il dottore e le infermiere furono usciti, loro invece non si mossero. Rimasero impassibili a vegliarlo, mentre Sotèro giaceva su un fianco e il suo respiro era tranquillo. Non c’erano in lui sofferenza né angoscia, piuttosto una sensazione di pace, di protezione. La stessa di un bambino che si è appena staccato dal seno materno e nel sonno assapora ancora la dolcezza del latte.

Sembrava dormisse, Sotèro. Semplicemente. Come chi è circondato da amici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

Bogavante*, cigalas*, almejas* Astice, scampi, arselle

 

 

arroz negre* risotto al nero di seppia

 

 

chipirones fritos* calamari fritti

 

 

suquet de rape* coda di rospo

 

 

merluza al cava* merluzzo in salsa di spumante

 

 

pato con higos* anatra ai fichi

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OTTO DONNE E CENTOCINQUANTA CHILI DI POMODORI

Tornare tra agosto e settembre.

Quando si torna dall’estate è sempre una gioia.

Dovrebbe essere il contrario, ma per noi donne non lo è. Per noi donne tornare dall’ estate vuol dire, racconti, sorrisi, foto.

Vuol dire ritrovarsi dopo un mese lontane, abbracci, vino e un piatto di spaghetti al pomodoro.

Tornare rosse come pomodori.

Rosse dal sole preso sulla spiaggia, camminando in montagna, in giro per le strade di Berlino, Dublino, Madrid, Istanbul, Marsiglia, Vienna.

Andare, partire, scoprire, esplorare, viaggiare…per poi tornare.

Tornare tra agosto e settembre, quando ancora gli impegni lavorativi non sono iniziati, quando le scuole sono ancora chiuse e i bambini giocano al parco fin dalle prime ore del mattino.

Tornare tra agosto e settembre che le giornate ormai si stanno accorciando e la sera ci vuole il golfino.

Tornare tra agosto e settembre per noi donne, amiche da sempre, è un appuntamento fisso, un momento sacro, un momento di festa: la salsa.

Otto donne e centocinquanta chili di pomodori.

 

Pomodori rossi, come la nostra pelle bruciata dal sole, rossi come i nostri ideali, come i nostri sogni come i nostri desideri per un mondo migliore.

Per questo compriamo pomodori rossi, di quel rosso che non sia, come il sangue di qualche migrante, che raccoglie pomodori nella terra del fuoco per pochi euro.

Ma rossi come l’amore con cui sono stati seminati e coltivati, rispettando la madre terra e i tempi della natura.

Terra, terra madre, anche lei donna che ci invita a tornare, tornare alla terra, terra dove siamo nate, terra lontana per qualcuna, terra che dona i suoi migliori frutti, terra che ci invita al raccolto…e a noi non resta che raccogliere.

 

La giornata inizia presto e alle otto del mattino siamo tutte intorno ad un tavolo a fare colazione, ma tanto c’ è sempre chi arriva in ritardo.

Cosi alle otto e mezza siamo tutte “grembiulizzate” montiamo le macchine per lavorare e si aprono le danze i suoni e i canti tra le otto donne e i centocinquanta chili di pomodori.

Una parte sono nella vasca da bagno…i pomodori non le donne.

Lava strofina e asciuga, asciuga strofina e lava.

Il lavoro si fa sempre in coppia, la schiena duole e i cambi sono frequenti.

Poi vengono portati sul tavolo della cucina.

I pomodoro vengono tagliati, affettati in fretta e fatti a fette.

L’odore del pomodoro tagliato risveglia ricordi antichi quando ancora quelle donne non erano ancora donne. Ricordi di bambine, di terre lontane di famiglie matriarcali, di nonne, cugine e zie, che in fondo ognuno faceva la salsa a modo suo:

Il pomodoro si cucina con la buccia.

Il pomodoro si cucina senza buccia.

I barattoli vanno bolliti e avvolti in uno strofinaccio.

I barattoli vanno imbottigliati bollenti.

Il basilico è fondamentale.

Il basilico non si mette mai, è un rischio!

La salsa ha troppa acqua!

La salsa è troppo densa!

La salsa deve stare sul fuoco almeno un paio d’ore.

La salsa va lasciata sul fuoco cinque minuti dopo l’ebollizione.

Due giorni non bastano, vi ci vorrà almeno una settimana.

In un giorno fate tutto.

I barattoli vanno a testa in giù.

I barattoli vanno lasciati al buio.

Un barattolo ha fermentato: l’aglio l’avete messo? L’olio? Il sale? Qualcuno aveva le mestruazioni?

Consigli, metodi, formule magiche, per le otto donne e i centocinquanta chili di pomodori.

 

Come streghe, curiamo con attenzione ciò che bolle in pentola.

Grossi pentoloni, colmi di pezzi di pomodori lasciati andare sul fuoco per qualche ora.

Finalmente una pausa: sigarette, sorrisi, un bicchiere di vino e qualche bruschetta.

Ma non c’è tempo per riposare bisogna lavorare.

Contiamo le casse e non siamo neanche a metà.

Dopo un lungo tempo sul fuoco, i pomodori finalmente sono pronti per essere passati in macchina.

Il rumore della macchina da lavoro non ferma le risate e i canti che dal terrazzo rimbalzano sulla strada. Di tanto in tanto un passante ci saluta, ma non sentiamo che cosa ha da dire, il rumore della macchina ha un suono troppo alto. Così ci limitiamo ad alzare un braccio, a mandare un bacio e rimandare la conversazione “…non posso adesso, oggi siamo di Salsa!”

Pomodori caldi nella macchina da lavoro e lei ci restituisce, da una parte nettare denso e rosso, dall’altra grumoli di bucce più chiare, schiacciate tra loro che sembrano consumate, ormai più in grado di dare nulla.

Invece, passiamo le bucce una, due, tre volte quelle bucce che sembravano da buttare ma che invece nascondono il nettare più denso quello più buono più rosso che, se non l’avessimo saputo, avremmo buttato almeno una decine di barattoli di salsa.

Gira, gira e gira, trasforma passa e ripassa.

Ora non si parla più di chili ma di litri e litri di pomodoro. Tutti quei litri ancora in pentola, ancora sul fuoco, ancora una volta per un tempo lungo.

Un tempo che sembra non passare mai.

Affaticate cerchiamo una sedia dove riposare, che non sia occupata da una cassette di legno.

Sudate, dal colla alla schiena, la fronte e le gote, tra il seno.

Stanche, stremate, sudate e sorridenti le otto donne con i centocinquanta chili di pomodori

 

Aspettiamo, scoperchiando la pentola di tanto in tanto, speranzose di vedere qualche bolla che spunta timida tra il denso contenuto rossastro.

Un attesa lunga che ripaga.

Ecco le prime bolle nella salsa.

“Bolle è pronta!” L’ urlo di richiamo che raduna le otto amiche intorno alla grande pentola.

L’ultimo passaggio, quello più importante: la conserva.

Le donne lavorano insieme.

Viene preso il vasetto vuoto.

La salsa bollente viene travasata delicatamente dentro ad ogni vasetto.

Il tutto viene passato a chi ha il compito di pulire accuratamente i bordi del vasetto di vetro, se sporchi di salsa.

Il vasetto viene chiuso e infine messo a testa in giù e coperto con un telo scuro per evitare che la luce possa alterare il nettare prezioso.

Vasetto pulito, vasetto passato, vasetto riempito.

Otto donne che passano, puliscono e chiudano. Si fa in silenzio, per mantenere la concertazione, per non sbagliare, per non bruciarsi, un rito lungo tutto una giornata.

Centocinquanta barattoli di pomodori sono lì, a testa in giù, al buoi.

Tutte attendiamo l’ultimo suono.

Siamo tutte intorno al tavolo ad attendere quel piccolo suono che produce il tappo quando va sotto vuoto, che sembra che ci dica: “…state tranquille è andato tutto bene! Ora potete conservare questo barattolo per mesi e mesi! Brave ragazze, siete state brave!”

Tutte intorno al tavolo aspettando, aspettando, aspettando, e …

“Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac! ”

Ecco la grande festa. Non è festa se non c’è l’ultimo ballo, l’ultima canzone, l’ultimo pezzo da ballare.

“Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac! ”

Tutti tranne uno. Un solo barattolo che non canta, che non suona, che non può essere conservato.

Un solo barattolo che va mangiato subito.

E allora non rimane altro che

tornare…

Tornare a mettere l’acqua sul fuoco,

tornare ad aspettare che bolla e

buttare un chilo e mezzo di pasta.

Tornare.

Tornare tra agosto e settembre per raccogliere, trasformare e conservare.

Tornare per noi donne, vuol dire ritrovarsi dopo un mese lontane, abbracci, vino e chiudere tutto con un piatto di spaghetti al pomodoro.

 

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LIBRI PER CENA

L’adolescenza trascorsa, per fortuna; ed ora l’età adulta, anche lei non è iniziata proprio l’altro ieri. Mi sembra di vedere nei miei conoscenti e pochi amici una scarsa voglia di vivere intensamente: il massimo delle loro aspirazioni è il mangiare bene, trovandoci a cena, il che è anche a me gradito ma solo se visto come occasione di stare assieme discutendo, andando però al di là dei soliti argomenti poiché, dopo anni di frequentazione con le stesse persone, se non vi è un rinnovamento, si rischia di venir surclassati dalla noia più terribile condita di banalità. Non capisco perché su molte cose l’umanità regredisca così tanto; e sì che per i Greci le cene dovevano essere rigorosamente a tema, non culinario ovviamente bensì di discussione.

Certo, potrei star qui a raccontare il romantico coniglio cucinato dalla nonna, condire il tutto con qualche bel “mi ricordo”, ridare vita alla fiamma della grande stufa le cui titubanze di luce disegnavano ombre ancor più misteriose delle abissali rughe di nonno Attilio, sempre pronto a riempire i bicchieri mezzi vuoti col suo vino duro come i calli che ne felpavano le mani agricole, tanto da parere delle radici, ed in fondo lo erano. Potrei ricordare i racconti della miseria patita dai miei nonni prima, durante e dopo la guerra, ma sarebbe solo la rappresentazione di una parte degli accadimenti umani di quel

periodo, per quanto fosse una situazione diffusa ma non olistica.

Io invece voglio l’odierno, ciò che posso affermare con certezza, un racconto–ricordo che sia semenza per il futuro. Ecco quindi la mia ricetta ed iniziativa di rinnovamento e critica al diffuso interesse per il cucinare, televisivo e non: cucinare cultura fatta a libro! Certo! Perché no!? E poi le pagine sono alberi, quindi vegetali e per questo credo commestibili e senza troppi effetti collaterali. Deciso! Metto in pratica!

Stamane sono andato in uno di quei mercatini (che per me sono il paradiso!) dove vendono libri usati al costo d’una unità di euro; ne ho fatto scorta, di classici e moderni. Nel banco prodotti russi ho preso Dostoevskij abbinandolo al Cappotto, un po’ di  esotico con Le Mille e Una Notte, giusto per essere chiaramente globalizzato anche se a malincuore, potrebbe essere un buon dessert; poi Eschilo con qualche buona tragedia per secondo, Il Richiamo della Foresta… come contorno?  Il Sistema Periodico,

perché la cucina è sempre alchimia ed emozione, qualche racconto di Buzzati che potrebbe venire buono per l’antipasto e infine Lettere ad Una Professoressa come caffè ed amaro, giusto per lasciarsi con la forma dell’epistolario che fa molto legame invisibile verso il futuro.

Mi sono poi armato di pazienza in quanto non sono un abile cuoco. Ho preparato per bene tutto il necessario, afferrato la pesa per rispettare le dosi che mi inventerò e, felice e a cuor leggero, ho dato conferma a tutti della cena di stasera, ore venti da me.

Unico spettatore alla preparazione il mio gatto che, come sempre, annusava tutto e non fuggendo via schifato delle mie portate, mi rincuorava.

Le Mille e Una Notte le ho messe a macerare mentre facevo soffriggere un aforisma di Picasso “ci si mette molto tempo per diventare giovani” (e ve lo auguro). Poi con tutto il mio amore per Levi (Primo) e il suo “Sistema” ne ho strappato le pagine, ma con una sacra delicatezza tale da far diventare il termine “strappare” improprio all’interno di questo periodo. Successivamente le ho sminuzzate con la mezza luna facendomi guidare da fumose immagini–ricordo della nonna agli umili fornelli, aggiunto un

filo d’olio e messe in padella con l’aforisma Picassiano, fatti saltare e rosolare per bene.

Una volta terminata la cottura di questo ripieno ho separato i capitoli de Il Richiamo della Foresta (volevo fare un primo un po’ selvatico), inframezzando in essi, a strati, il ripieno appena terminato di cuocere, per creare delle appetitose lasagne a sfoglia; un filo d’olio per condire, una grattugiata di Ungaretti e via in forno, rigorosamente a centottanta gradi fino a doratura della copertina esterna di Feria D’Agosto nella quale le ho avvolte; cottura sperimentale al cartoccio ovviamente.

In seguito ho preso Memorie Dal Sottosuolo dalla dispensa personale e le ho frullate assieme alle Mille ed Una Notte (precedentemente macerate), spruzzate con un goccio di limone, salate, pepate, piccanteggiate e appallottolate, realizzando una

trentina di polpette dall’aspetto invitante, che verranno poi condite con dell’aceto balsamico al momento.

Come contorno ho deciso di affettare un po’ di Essere e Avere alla julienne e, per finire, come dolce degli involtini di aforismi in pastella di Gaia Scienza.

Si è fatto tardi, corro a fare una doccia.

Eccomi qui pulito, elegantato e pronto a stupire. Getto un sguardo al gatto, ignaro complice dell’opera.

Il campanello suona. Dal videocitofono osservo il volto degli invitati avvolti dalla normalità della situazione che presto verrà frantumata all’aprirsi di una semplice porta.

Prima di avvicinarmi alla maniglia guardo la tavola imbandita e ben disposta, con la luce vermicolante di tre candele a diffondere ombre dorate sui colori cellulosi delle pietanze, più in là il camino fa il resto.

La reazione dei miei ospiti non è stata quella che mi aspettavo: allibiti, tutti quanti. Le mie spiegazioni sul concetto che ho tentato di esprimere hanno addirittura peggiorato la situazione. Atmosfera pesante, di autentica presa per i fondelli aleggiava nella sala, e il buon vino aperto come aperitivo pareva non avere effetto sugli animi.

“Pizza?” – domando – “Offro io! Era tutto uno scherzo!”

La tensione si dissolve dagli ospiti comandati dal solo ventre, ma non da me. Così usciamo, e, mentre mi allontano dalla tavola penso “tanto non hanno data di scadenza queste mie sublimi ed incomprese portare essendo fatte di libri, composte dall’eternità donata dalle vite future che li assaporeranno! E l’eternità non conosce il tempo meschino dell’immediato. Le potrò fare assaggiare ai nuovi incontri del mio domani. Magari in quelle occasioni saranno apprezzate”.

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LA RIVOLUZIONE DEL GUSTO

 

1

 

Rovente l’estate parigina, giugno mille settecento ottantanove.

Il sole brasa le pareti e i tetti delle ville più alte, e l’acciottolio sconnesso delle vie è brace per gli incipriati parrucconi in ghingheri e bastone da passeggio.

Ribolle rumorosa, la Francia di fine secolo, simile a una zuppa sul fuoco. Borbotta un blub blub blub gemello al bla bla bla delle assemblee cittadine, e fuma un odore, povero ma giusto, come di roba da mangiare più che da gustare.

Il vento prende a braccetto quell’aroma e lo spande da rue de Chartres a rue de Chaligny e in ogni altra strada.

I cittadini lo annusano e ne seguono la scia. Sperano in un banchetto che li appaghi e li ripaghi di quanto speso per patire la fame. Si affrettano in folla per non perdere il posto in tavola.

Il pranzo sta per essere servito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

Intanto Philippe Lamont-Souvier cucina.

Impasta, mescola e soffrigge. Impiatta e guarnisce.

Lo fa con la raffinata perizia per cui è uno degli chef più giovani eppure celebri dell’intera Francia. Compone melodie con i mestoli nei tegami, dipinge le stoviglie con le forchette e scolpisce di grazia a suon di coltello anche la più anonima patata. Armonizza i sapori con la calibrata bilancia del proprio gusto ricercato.

Fra fornelli e pentole scintillanti, entro le sicure mura della reggia di Versailles, lo chef Philippe Lamont-Souvier, incurante dell’infuocata stagione parigina, cucina.

Immerge il mestolo nella zuppa poi lo porta alle labbra. Gonfia le pesche che ha per guance e soffia. Imbocca e assaggia. Schiocca la lingua, annuisce. E sorride.

–       Un pranzo da re, – commenta.

E ritorna a cucinare.

Un pranzo da re per il Re.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3

 

Il sole investe il salone attraverso le ampie vetrate affacciate sul verde che avvolge la reggia di Versailles. Le posate d’argento brillano sulla tovaglia candida di bucato, stesa lungo una tavola che ben potrebbe ospitare una cinquantina di ospiti.

Sono solo due, però, i commensali, seduti ai capi opposti del desco, così compunti nel fragile belletto da parere due statue di gesso. Nemmeno gli stomaci brontolano, sebbene l’attesa sia ormai sconfinata nell’ora tarda del rifinimento.

Non è da nobili, del loro rango poi, lamentarsi, né col corpo né con le parole. E non per un galateo squisitamente di corte, ma perché altra è la natura del potere. Il potere ottiene sempre quel che vuole e quando desidera. Anche a dispetto delle apparenze.

Luigi XVI nega l’attesa correndo con lo sguardo, senza però muovere gli occhi, lungo gli arabeschi ricami della tovaglia.

Maria Antonietta sopisce l’imbarazzo dell’appetito con una carezza sul ventre, che il tavolo ben nasconde all’occhio del consorte.

Non aspettano, no. Regalmente affamati piegano il languore a un’attesa da loro imposta.

Poi, cristallina, una campanella suona. L’aroma caldo di spezie filtra da sotto la porta.

Sorridono, Re e Regina, e da sedie come troni concedono con autoritaria benevolenza il loro permesso.

«Potete servire, adesso»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

–       Bernadette, – le urla madame Vessai dall’altro lato del bancone, allungando un paio di scodelle fumanti. – Tavolo cinque. Due zuppe. Muoviti.

Bernadette serpeggia fra i tavoli con la grazia di un’equilibrista, nonostante rechi in grembo una pila storta di stoviglie sporche, alta per fortuna fino coprirle il rigoglioso seno quindicenne. Scavalca gli inciampi di gambe fuori posto, e schiva con colpi d’anca le grevi manifestazioni d’apprezzamento rivolte a lei, e più al suo sedere, dagli alticci avventori. In quanto alle richieste fra gli sghignazzi

–       Bernadette, servimi la patatina.

–       Bernadette, fammi vedere quanto è cruda la tua ostrichetta.

–       Bernadette, l’ho io la crema giusta per il tuo bignè.

–       Bernadette, ma cherie.

–       Bernadette!

–       Ah, Bernadette!

le scaccia arricciando le labbra in un broncio di cortese sufficienza.

Ordinaria amministrazione alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

Madame Vessai è un’ottima cuoca. Da borgata, certo, e per chi ha pochi spiccioli nelle braghe. Qualcuno s’ingozza con una zuppa di verdura e pane, opaca per le chiazze di grasso – quanto resta di un misero pollame – che allappa bene la bocca. Altri si appesantiscono con stufati di patate e cavolfiori, e qualche ritaglio di carne. Quartini di vino agro sono la prassi per buttar giù il groppo del cibo e della vita. E dimenticare. Forse fuggire.

Ma nessuno può.

Nessuno.

Non Bernadette, che abbandona i piatti vuoti sul bancone, arraffa la staffetta dei nuovi, caldi, e corre ancora un altro giro del proprio quotidiano tran tran a ostacoli.

Chiude un istante le palpebre umide e le asciuga lesta con un dito.

Ma non piange, no, Bernadette.

È solo il fumo sapido della zuppa che le ha annoiato gli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5

 

Mise en bouche.

Hors-d’oeuvre.

Potage.

Relevé.

Entrée.

Rot.

Entremets.

Dessert.

Niente di meno per Luigi XVI come menù, quasi tutto in porzione doppia. La sua ben nota, rumorosa ingordigia fa il paio spaiato con la frugalità della consorte.

La regina si limita, al solito, a silenziosi e misurati bocconi, il giusto per blandire l’appetito. Non mangia. Ammira. Annusa. Assaggia. Assapora. Gratifica i suoi più nobili aspetti e con questo l’opera di un artista del gusto come Philippe Lamont-Souvier.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6

 

Intanto, in attesa dietro la porta del salone da pranzo, Philippe Lamont-Souvier origlia.

Impastati slap di lingua decretano la bontà del foi grass, mentre i cric croc esaltanto la fragranza della Bouchée à la reine. I cucchiai tintinnano fra lunghi, sbrodolati slurp e composti mhhh d’approvazione per il potage. I coltelli affondano in un rip sommesso nella morbidezza del filetto in salsa. Sonori crunch confermano la croccantezza dell’arrosto, pollo, mentre un continuo gnam gnam di ganasce incorona le quaglie agli champignon. Il cucchiaio si tuffa con un plush nella crema di Brie, giacché un dessert senza formaggio è una bella donna alla quale manca un occhio.

Quando un sonoro, lungo broooot sfugge al bon ton di una mano tardiva e conclude il concerto del pasto, Philippe Lamont-Souvier quasi aspetterebbe applausi e richieste di bis. Il silenzio che segue lo appaga egualmente, e Philippe sospira sollevato.

È andato tutto bene. Magnificamente.

È fatta, pensa.

Gongola.

Philippe Lamont-Souvier.

Assapora il proprio nome.

Il primo chef della Francia.

Stringe la mano in un pugno di esaltata soddisfazione.

Sei in cima, Philippe.

 In testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7

 

–       Tagliategli la testa, – urla la folla gremita in Place de la Réunion.

Sul patibolo sfila l’ennesimo condannato per il sanguinario appetito dei citoyens.

Il popolo ha sempre fame: al solito di pane, talvolta di giustizia cui, più spesso di quanto dovrebbe, mal si accosta il piacere della vendetta.

Come un vino con troppo tannino su una meraviglia di porcini.

Questo pensa Philippe Lamont-Souvier mentre, il bavero di un cappotto infeltrito ben stretto al collo contro il fresco vento di ottobre, ottobre mille settecento novantatré, attraversa la ressa che ingolfa la piazza. E a quello che ha perso nella Révolution, e di cui conserva giusto un ricordo agrodolce. La sicura protezione di una Corona ormai nella cesta del boia. Clienti di un rango elevato al pari della rendita che gli garantivano. Una posizione di prestigio. Il suo rinomato La trascendence du Goût. E forse anche il piacere di cucinare.

Ma non la vita.

Quella no, per fortuna.

Poteva andargli peggio, a Philippe, come ad altri servi del potere. I suoi reati poi, col senno della Costituente, avrebbero ben potuto essere degni della pena capitale. Connivenza con la nobiltà. Furto di cibo al popolo. E, soprattutto, l’egocentrico volere di trasformare il basilare sostentamento di tutti in elaborata arte destinata a pochi.

Eppure l’ha scampata.

Perdonato, no.

Dimenticato. In favori di altri. Uno in particolare.

Eccolo, anche lui sul patibolo, fiero e acclamato: il boia Charles-Henry Sanson.

È uno chef anche lui, pensa, come me un tempo. Io con i coltelli, e lui alla ghigliottina. Un taglio perfetto per quel piatto perfetto richiesto dai commensali. Solo che il menù, adesso, è sempre lo stesso e terribile: morte. E Terrore.

E mentre una testa cade sotto lo szock! della giustizia, Philippe scrolla la propria per scacciar via quell’idea, pericolosa anche a pensarla, e ciondola verso il lavoro.

Da primo chef ad aiuto cuoco e sguattero. Dalla Trascendence a… questo.

E sopendo con un broncio storto un lamento di rammarico, inforca l’ingresso della Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8

 

“Cuoco si diventa, rosticciere si nasce.”

Questo aveva scritto Anthelme Brillat-Savarin in quel Physiologie du Goût che Philippe aveva eletto a Bibbia della propria cucina.

Ironico sia spettato proprio a lui contraddire quell’aforisma.

Da quasi tre anni sgobba per pochi franchi sotto la gretta direzione di Madame Vessai, eppure ancora non ha digerito la rivoluzione del gusto a cui ha dovuto piegarsi. Non affetta di fino, ma taglia con tutta l’approssimazione della fretta per le ordinazioni in  lame consunte. Non mescola, ma rigira le zuppe nella loro carnevalata d’ingredienti. Sbattere le portate in cocci sbreccati, con la stessa incuria che un tempo riservava agli scarti e all’immondizia, è il modo attuale d’impiattare. E gli pare di commiserare le pietanze, e tutto il loro potenziale, svilito nella mera natura di cibo da consumare.

No, ancora non lo capisce. Eppure si piega con malcelata ritrosia, fra pentolacce e verdure dal colore triste, a subire la cucina piuttosto che esserne artefice. E gli strepiti di Madame Vessai.

–       Philippe, tre stufati di manzo, poco, mi raccomando, e patate e pomodoro.

–       Due minestre di cavolo, un pasticcio di frattaglie. Ora.

–       Zuppe di pane. Quattro. Svelto.

–       Philippe!

Tiene duro, Philippe, perché, nonostante tutto, cucinare, seppure in quel barbaro modo, è l’unica cosa che sa fare. Che lo fa sentire vivo e, in ultima analisi, lo tiene in vita.

Quello.

E Bernadette.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 9

 

Gli si accosta quando, giovane moglie innamorata, lo vede lavare e risistemare le stoviglie sporche con la pena di chi pare volere con quel gesto riordinare la propria vita. Lo carezza sul collo e gli sfiora le labbra con un bacio.

–       Cos’hai?

–       Bernadette, – le prende mani nelle proprie – come si fa vivere così?

–       Non conosco altro modo da quando sono nata.

Philippe abbassa lo sguardo, colpevole.

–       Scusa.

Lei si sbarazza del proprio fastidio e dell’imbarazzo di lui con una scrollata di spalle.

–       Suvvia, – lo consola – non sarà sempre così. Le cose cambieranno. È la Révolution.

–       A me ha portato via tutto. – Pausa. Ritrova il sorriso. – Ma mi ha dato te.

–       Sei un uomo fortunato, – scherza lei.

–       Molto.

Si abbracciano, stretti in un amore così pulito fra quei tegami incrostati d’unto.

–       Un giorno, – dice lei – un giorno ce ne andremo via da tutto questo.

–       Te lo prometto.

Lei coglie un’esitazione nella sua voce.

–       Ma?

–       Ma non penso si possa fuggire da ciò che si è.

–       E tu sei uno chef. – Sa tutto di lui, Bernadette. Per questo gli si è data in moglie. – Il migliore. La gente cambierà. La Francia cambierà. E ricorderà il tuo nome.

E, come invocato, questo risuona autoritario, seppur nella domanda, alle loro spalle.

–       Philippe Lamont-Souvier?

Sulla porta sosta un uomo ben vestito, scortato da due popolani armati di moschetto.

–       Philippe Lamont-Souvier? – ripete.

Bernadette trema e Philippe annuisce, muto.

La vita, pensa, è un cameriere che ti presenta sempre il conto. E tu paghi.

–       Ci segua, monsieur Souvier,  – dice l’uomo. – La Francia la reclama.

 

 

 

 

 

 

 

 

10

 

La cella nella Tour du Temple è fredda e angusta forse quanto un loculo. D’altra parte è lì e ora, sedici ottobre mille settecento novantatré, che si consuma la vigilia del funerale di una donna e, con lei, di un’epoca. La fine dell’ancien régime.

–       Sua Maestà.

–       Mio caro Philippe. – Con un cenno della mano Maria Antonietta lo invita a lasciar morire un abbozzo d’inchino che non ha più ragione di essere se non nella galanteria. – Non sono più la tua Regina, ma lo stesso richiedo i tuoi servigi.

–       A sua disposizione.

–       Sai perché sei qui?

–       L’ultimo pasto del condannato, immagino.

Maria Antonietta fa un impercettibile cenno di assenso della testa, come se ancora si facesse carico del pesante, precario fardello della corona.

–       Una prassi che nella sventura non posso che gradire, anzi. – Fa spallucce e si passa mesta una mano sul ventre smagrito. – L’ultima cena, sì. No, niente blasfemie. Ma questo è quanto, e voglio che sia tu, come un tempo, a preparala.

–       Qualche desiderio particolare?

–       Giusto il tuo tocco insolito, per ricordo. – Ha il volto sbiancato che pare il crollo di un muro. – Ma ho solo fame, ora, Philippe, – sussurra. – Solo fame.

Philippe non ne dubita: poco è rimasto della donna che poteva concedersi il lusso di trattare i cibi più elaborati con una raffinatezza tale da sfiorare quasi l’offesa verso chi non può. Ha una voracità scolpita nelle guance grinzose che ricorda quella del defunto marito. Lo stesso appetito, ma non così ingordo. Anzi. Solo sano. E giusto. Lo stesso che vede ogni giorno alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai. E capisce, così come sa che ha fatto la Regina, quale sia il giusto equilibrio fra gusto e fame.

E anche il popolo, pensa, quando avrà appagato il suo appetito con la Rivoluzione, e si riterrà a ragione fin troppo satollo, forse (forse!) potrà scoprire come tenere in pari i piatti di questa terribile bilancia che è la vita.

–       Mangerà, sua Maestà – le dice di ritorno dai suoi pensieri. – Gusterà e mangerà, le prometto, come mai ha fatto. – Poi aggiunge – Tutti, un giorno, lo faranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

11

 

Tiepido l’autunno parigino, ottobre mille settecento novantacinque.

Sotto un sole che bacia le pareti e i tetti delle basse case borghesi, la Francia di fine secolo sì illumina e ribolle piano, simile al mosto giovane nei tini.

Una brezza lieve spazza le strade dalle prime foglie morte e da qualsiasi altra cosa passata, estate o Terrore che sia. Reca con sé, invece, un profumo nuovo, ricco e buono, di roba da mangiare. E assaporare.

La Rivoluzione è conclusa, ma non quella del gusto.

Quella s’inaugura ora, al pari dell’omonimo La Révolution du Goût.

Fra fornelli e pentole, entro l’aperta accoglienza del proprio ristorante, lo chef Philippe Lamont-Souvier, cucina.

Ancora una volta, cucina.

Per tutti francesi, cucina. Un gusto genuino e raffinato, eppure alla portata di ogni tasca e borghese fame parigina.

E osserva Bernadette che riceve all’ingresso i nuovi clienti, e li accompagna nella gremita convivialità della sala con una grazia priva dell’evidente impaccio del rigoglioso grembo e seno in odore di maternità. Con un sorriso pone al centro della tovaglia, non appena i commensali hanno le gambe sotto il tavolo, una cesta colma di fette di pane con ancora il caldo aroma del forno sulla crosta bruna.

È solo l’inizio, Philippe, si acquieta l’entusiasmo. Ma penso che sarà un buon domani in cui vivere tutti.

Annuisce fra sé e sé.

Sì, una nuova Belle  Èpoque.

Sorride al pensiero del menù.

Bon appetit.

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KUKNIA

Quando sono andato a vivere con Andrea, mi aveva promesso che avrebbe cucinato per me. E’ uno chef e all’epoca aveva messo gli occhi su una specie di trattoria nella prima cerchia della periferia della città, un posto dove non sei troppo vicino al centro ma nemmeno così lontano. Era bella, con il pergolato, le persiane, il cortile, le ringhiere. Mi ci portava a guardarla da fuori, la sera, quando veniva a prendermi in macchina a Milano Greco Pirelli. Scendevo dal treno, facevo il sottopassaggio e lui mi aspettava sul piazzale, in macchina.

La missione di Andrea era riuscire a farmi mangiare le verdure. Mi aveva giurato che mi avrebbe proposto variazioni sul tema di broccoli, cavolfiori, fagioli, spinaci, si sarebbe inventato le cose più gustose, colorate, divertenti e ci avrebbe aggiunto anche un pizzico dei sapori che già apprezzavo, ma solo per indorarmi la pillola come si fa con un bambino intimorito dall’antibiotico. Quante sere avremmo passato a mangiare insieme nella nostra cucinetta Ikea, che avevamo progettato maniglia per maniglia e colore per colore nelle notti in macchina davanti al portone? Mi piaceva immaginare Andrea cucinare per me, muoversi disinvolto tra gli strumenti e le materie prime. Era una specie di magia perché io non lo sapevo fare, mi sembrava un modo complice per prendersi cura di qualcuno. Poi, però, lui la sera faceva tardi e io avevo fame, quindi finiva che mangiavo il gelato o le patatine sul divano di fronte alla tv, guardando le serie di Sky.

Andrea è riuscito presto a rilevare la trattoria ed io ho perfino tentato di aiutarlo, tra la cucina e i tavoli. Ma per l’amor del cielo, io non ho mai avuto coordinazione: mi tremavano i piatti, mi cadevano le posate, sembravo l’ultimo dei camerieri imbranati e invece ero il fidanzato del capo … comunque sia, è stato bello provare. A fare tutto, intendo. Mangiare le verdure, aiutarlo in trattoria, amarlo. Ma alcune cose vanno avanti ed altre no, il ristorante è cresciuto e noi ci siamo lasciati. Non ho mai capito se le due cose fossero correlate, forse sì, chi lo sa. Ma cosa importa oggi, visto che non viviamo più insieme ed io non vivo quasi più a Milano. Solo qualche volta, ogni tanto, senza dirlo a nessuno, mi capita di passare dalla stazione di Greco Pirelli e di sentire una fitta. Andrea non è più sul piazzale che mi aspetta. La nostalgia, per un attimo, è feroce e mi ricorda il sapore della barbabietola.

Mentre traslocavo e cercavo di riportare tutte le mie cose di nuovo a casa dei miei genitori, mi è capitato molto spesso di fermarmi a mangiare dal mio amico Paolo. Lo conosco da quasi dieci anni ed ogni nostra serata è strettamente legata ai palinsesti dei canali televisivi di intrattenimento. Ogni tanto mangiamo la quinoa, ma solo se lui ha tempo di metterla sul fuoco prima che inizino Xfactor o Pechino Express. Se siamo nella settimana di Sanremo non riusciamo a fare altro che ordinare la pizza da Mohammed Mani Grandi, perché dobbiamo guardare anche l’eventuale pre-festival e il collegamento di Vincenzo Mollica per il Tg1 dalla balconata dell’Ariston. Ma più di tutto, sono irresistibili e quotatissime le volte in cui decidiamo di fare cena “ayurveda”. Il che significa, banalmente, evitare di eccedere con la Coca cola e le caramelle gommose, concedersi giusto due Grisbì durante la pubblicità e sfondarsi di torta pasqualina ai carciofi dell’Esselunga. Contorno di lattuga, sedano e noci, of course. Ogni tanto sento il bisogno di una purificazione alimentare: credo sia dovuto ad una memoria storica di eccessi e stravizi al cospetto del dio Junk Food, nei pazzi anni dell’università. Quando condividevo casa con Roberta e Silvia, a Bologna, mangiare roba di Mc Donald’s era il nostro modo per dirci che dovevamo festeggiare qualcosa, che avevamo voglia di stare insieme, regalarci una serata tutta per noi. Davanti alle portate di un nostro tipico menu doppio, scorreva la vita. Quanti fidanzati, colloqui di lavoro, lacrime, crisi isteriche, risate, amore e pura gioia nel cuore della notte. Che ricordi dentro quel soggiornino con angolo cottura, impestato dall’odore della cipolla e della carne condita nel peggiore dei modi.

Andrea mi prendeva in giro, per le mie voglie di cibo spazzatura. Cominciava ad elencarmi i valori nutrizionali di ogni singola porzione di tutte le porcate che mi piacevano tanto, mi dava un pizzicotto dicendo di non lamentarmi se poi mi vedevo grasso e alla fine si rassegnava. Più di una volta ha provato ad introdurmi all’irresistibile (secondo lui) filosofia dei burger di soia, ma glieli ho puntualmente tirati dietro e allora ci ha rinunciato. Abbiamo trovato un buon compromesso con la pizza fatta in casa, però senza esagerare con i condimenti. Le prime volte che mi sono cimentato con lui nell’impasto, sul tavolo di casa nostra, l’effetto era discutibile tipo il vaso che tentavano di modellare Demi e Patrick in “Ghost”, ma alla fine ho imparato e replicato la ricetta più volte. Almeno fino a quando il ricordo di lui che guardava il forno acceso con me, con gli occhi entusiasti di chi ha appena costruito il castello di sabbia più bello di tutta la spiaggia, non è diventato troppo doloroso anche solo per mettere sul fuoco il bollitore del the (che non ho mai avuto perché secondo Andrea era inutile, bastava una pentolina). Da quando sono rimasto solo, ho messo da parte quelle due cose che avevo imparato a cucinare e sono tornato ai miei primi istintivi amori: le caffetterie, i take away e le piadine. Se proprio volevo mangiare sano, c’erano le cene ayurveda a casa di Paolo e i miei genitori.

Poi c’è stato un giorno in cui, tra il lavandino ed i fornelli, mi sono trovato di fronte ad una delle mie più grandi verità rivelate. Andrea non c’era più, casa nostra non c’era più. Avevamo disdetto l’affitto da mesi e ormai ci viveva già qualcun altro. Quel giorno mi ero imposto di smettere di mangiare solo sofficini, i miei erano in vacanza. Avevo diligentemente comprato gli ingredienti per assemblare una caponata perfetta  – non si dica che non amo mangiare saporito – e avevo tutto sul ripiano. Nel momento in cui ho iniziato ad affettare la prima melanzana ho pensato che sì, quello avrebbe potuto essere un buon modo per ricominciare a prendermi cura di me. Cucinare per me stesso. Prendermi del tempo per scegliere le ricette, studiare il modo di prepararle e prepararle bene. Era come se avessi trovato il modo tangibile di farmi un regalo. E allora quel giorno, in quella cucina che non era la mia, ecco che ho sentito il dolore assumere un senso. Se Andrea ed io ci eravamo lasciati non potevo farci veramente più niente. Se tutte le persone che erano venute dopo di lui erano già scomparse e si dimostravano sempre una delusione dietro l’altra, non c’era altra scelta che rassegnarsi ad accettare lo stato delle cose. Io ero impotente verso le reazioni degli altri, non avrei mai potuto modellare gli altrui comportamenti secondo ciò che per me era giusto o corretto o morale. Se gli altri erano stronzi, non potevo fare niente per cambiarli. Ma potevo fare qualcosa per me. Per non trascurarmi, per smentire e confortare quella parte di me stesso che si sentiva sola. Una piccola rivoluzione personale avrebbe potuto partire da quel soffritto che stavo coccolando svagatamente, come se la soluzione ultima di tutti i problemi e il posto di tutte le cose si trovassero lì, davanti a me. Pur nel dispiacere e nell’amarezza degli abbandoni che avevo contato fino a quel momento, mi sono sentito bene.

Tempo dopo ero a Roma. Stavo aspettando l’ora di un appuntamento di lavoro e passeggiavo per il mercato di Campo de’ Fiori. Tra i banchi pieni di merce e le voci di passaggio mi è sembrato, per un attimo, di vedere Andrea. Probabilmente mi sono sbagliato perché le ultime notizie che avevo lo davano ancora alla trattoria di Milano Greco Pirelli, ma quel ragazzo era così uguale a lui, lo stesso modo di camminare, di tenere in mano le buste, di sorridere quando parla. Stava scegliendo un po’ di verdure ed istintivamente ho pensato che le stesse comprando per me. Che pensiero sciocco. Candido, ingenuo. Ho pensato al tempo passato lontani. All’equilibrio che ho dovuto ricostruire da solo. Agli anni che abbiamo trascorso insieme e che mi hanno indebolito di fronte all’idea di potercela fare con le mie forze, rimettermi in sesto, riprendere la strada. Ai sapori che ho associato a lui, alla sua assenza, e che ho dovuto allontanare per cercarne degli altri che mi facessero immaginare nuove speranze e nuove possibilità. Entrare in una pasticceria, scegliere dal menu di un ristorante, l’odore di un supermercato. I dettagli insignificanti che hanno reso insostenibile la mia solitudine. Ho pensato alle domande che ho accumulato e non ho saputo fargli. Magari sarebbe stato bello dirgli che adesso mangio anche il seitan. Che ho ricominciato a guardare il forno acceso senza sentirmi morire. Che per quanto possa essere stato arrabbiato con lui per la grande pena che mi ha fatto vivere, impasto la pizza ancora con la nostra ricetta segreta, in suo onore.

Orgoglio, disillusione, rivalsa, indifferenza, non so. Ho guardato di nuovo il ragazzo al mercato che ero sicuro fosse Andrea. Ho pensato che avevo il frigo vuoto, sono andato avanti.

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IL MISTERO DEL CIBO

Due uomini e due donne stavano seduti attorno a un grande tavolo imbandito con cibi e bevande di ogni tipo. La stanza nella quale si trovavano era completamente buia. Non potevano distinguere nemmeno le pareti, solo una debole luce li illuminava. Si guardavano confusi a vicenda, con gli occhi di chi non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Regnava un gran silenzio.

 

Fu l’uomo in sovrappeso il primo a parlare.

«Scusate, ma…» disse con un filo di voce e tutta la confusione del mondo «…cosa ci faccio qui?» Fece una pausa, poi riprese con maggior vigore. «Chi siete voi?!»

Gli altri lo guardarono perplessi. Nessuno rispose. La donna sulla quarantina scosse il capo con un’espressione assente, mentre la ragazza giovane si toccò il viso come per accertarsi che non si trattasse di un sogno. L’uomo magro, invece, rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto.

Si guardarono attorno spaesati per una decina di minuti. Fu di nuovo l’uomo in sovrappeso a rompere il silenzio.

«Ora ricordo!» Esclamò all’improvviso. Tutti lo fissarono incuriositi. «Mi chiamo Jackob e ho 32 anni. Vivo nel Maryland e attualmente sono disoccupato…» parlava tenendo gli occhi rivolti verso l’alto, sforzandosi di ricordare. Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano guardando in attesa che continuasse. Allora Jackob abbassò il capo e, appoggiandosi una mano sulla tempia, iniziò a verbalizzare quello che gli passava per la testa.

 

Non chiedetemi perché, ma in questo momento ricordo me da piccolo, all’età di dieci anni, mentre sto sdraiato sul divano di casa. Ero un bambino estremamente pigro. I miei amici andavano sempre a giocare al parco il pomeriggio, mentre io rimanevo a casa a guardare la tv. Ogni mezzora mi alzavo, andavo in cucina e prendevo qualche cosa da mangiare. Una panino, uno snack o una bibita… non importava molto cosa mangiassi, l’importante per me era sentire il mio stomaco sempre pieno.

Ora mi vedo a quindici anni: ero già in sovrappeso di 20 chili. A scuola gli altri ragazzi facevano battute sulla mia stazza. Non era il massimo, ma almeno mi sentivo considerato. Non ero più invisibile come quando andavo alle medie. Tutti presero a chiamarmi “Big J” e io sentivo che per la prima volta avevo un qualcosa che mi differenziava dagli altri. Ero Jackob, il ragazzo grasso che alle cene di classe mangiava più di tutti. Jackob, quello con lo stomaco senza fondo. Mangiavo anche se non avevo fame perché gli altri si aspettavano questo da me. Ben presto divenni schiavo del cibo. Ero abituato a mangiare in continuazione e se stavo anche solo mezzora senza farlo il mio stomaco cominciava a brontolare. Non ero più io che consumavo il cibo, era il cibo che consumava me.

Ora la mia mente mi riporta agli anni del college. Ricordo che quando vi entrai ero talmente grasso da far fatica a camminare. In quel periodo le battutine della gente facevano male. Non erano più simpatiche come prima, erano taglienti, sussurrate tra i denti. Nessuno gradiva la mia compagnia e non riuscii a farmi neanche un amico. Le ragazze poi… per loro era come se fossi invisibile. Non mi vedevano come un uomo, forse nemmeno come un essere umano. Tra tutte probabilmente era questa la cosa che mi faceva soffrire di più.

Così un giorno decisi di lasciare il college. Tornai a casa dalla mia famiglia, determinato a trovarmi un lavoro. Feci decine di colloqui, andai negozio per negozio chiedendo se avessero bisogno di personale, ma nessuno voleva uno come me… un malato. All’ennesimo rifiuto gettai la spugna. Mi chiusi in casa e da diversi anni ormai passo le mie giornate senza fare niente. Ovviamente in questo modo la mia salute è peggiorata, adesso peso quasi 150 chili. Un anno fa ho scoperto di avere il diabete, ma…

 

Si interruppe di netto. Alzò il viso e guardando gli altri disse: «…perché vi sto raccontando queste cose?» Sul suo volto si palesò un’espressione preoccupata. «Come ci sono arrivato qui?»

Anche questa volta nessuno seppe rispondere.

Seguirono alcuni minuti di silenzio, poi fu la donna sulla cinquantina a prendere la parola.

«Ora ricordo anche io chi sono», disse in tono controllato. «Mi chiamo Claudia e…» Come successe per Jackob, anche lei cominciò a raccontare. Ricordava e parlava nello stesso momento, senza filtro, come se quella storia la stesse raccontando prima di tutto a se stessa.

 

…sono nata in un piccolo paesino nella periferia sud di Milano, in Italia. Sono dirigente in una grande azienda. Non sono sposata e vivo da sola.

La mia mente mi riporta a una cena con amici di qualche anno fa. Probabilmente era prima che iniziassi ad avere problemi di stomaco. Sono ormai anni, infatti, che non mangio più fuori casa, la mia dieta non me lo consente.

Sapete, ho preso centinaia di farmaci per curare la mia gastrite cronica, ma non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Poi un giorno ho capito che per stare meglio dovevo cambiare il mio modo di mangiare. Così ho iniziato a leggere centinaia di articoli sulla corretta alimentazione. Grazie a internet oggi puoi avere tutte le informazioni che ti servono senza fatica! Riuscii da sola a crearmi una dieta perfetta, eliminando quegli alimenti che potevano essere potenzialmente nocivi per il mio organismo. Ovviamente, per mantenere un tale regime alimentare, ho dovuto smettere di mangiare fuori casa. Non puoi sapere cosa ci mettono nel cibo nei ristoranti, non puoi calcolare gli apporti nutrizionali o il giusto bilanciamento tra proteine e carboidrati.

Sapete, ora sto meglio! Da tre anni non mangio più nulla che non sia strettamente previsto dalla mia dieta. Ho perso molti degli amici che avevo, ma loro non mi capiscono, dicono che sono ossessionata, che non è più piacevole stare con me.

Adesso però ricordo che ultimamente non sono stata molto bene. Mi sento sempre stanca e anche al lavoro faccio fatica a tenere il ritmo. Una volta mi è anche capitato di svenire sul treno mentre tornavo a casa. Faceva molto caldo quel giorno, sarà stato sicuramente per quello. Però mi sono preoccupata così ho deciso di andare dal mio medico. Ho fatto delle analisi del sangue e alcuni valori sono risultati bassissimi. Il ferro era praticamente a zero. Quando ho raccontato al mio medico della dieta speciale che seguivo lui si è infuriato. Io ho fatto valere le mie ragioni e lui, per tutta risposta, mi ha detto che avevo bisogno di uno psicologo, che ero malata. Ha usato un’espressione… ah sì, ha detto che sono “ortoressica”. Che cavolata! Si sa che i medici di base non capiscono niente.

Va beh… alla fine mi ha prescritto degli integratori alimentari e mi ha esortato a mangiare alcuni alimenti che fanno malissimo! Mi ha anche fatto un’impegnativa per andare da un dietologo, ma io non ci sono andata.

Così la mia vita continua come prima, anche se a dire il vero mi sento uno straccio. Però sono sicura che si tratta solo di un momento di debolezza, capita a tutti. L’ultima cosa che ricordo è che sono uscita di casa per recarmi al lavoro, ma… come ci sono finita qui?

 

Anche Claudia terminò la propria storia con un’espressione confusa e preoccupata. Questa volta il silenzio durò solo pochi secondi perché a prendere la parola fu subito la ragazza più giovane.

«Mentre parlavi mi sono ricordata anche io chi sono».

«Cos’è questo? Il circolo degli smemorati», commentò ironicamente Jackob.

Nessuno però sembrava essere dell’umore di scherzare, così la ragazza continuò.

 

Mi chiamo Alina e sono nata in Russia, anche se i miei genitori sono rumeni. Nemmeno io ricordo come sono arrivata qui, però ricordo alcune cose di me. Ho 22 anni e frequento l’università di Mosca. Non so perché, ma ho in testa un ricordo ormai vecchio di due anni. Si tratta di un episodio triste della mia vita perché fu quando il mio ragazzo mi lasciò. Per me fu un duro colpo. Stavamo insieme dalle medie e avevamo già iniziato a progettare una vita insieme. Quando me lo disse lui aveva già un’altra, una modella a quanto pare… alta, bionda e magrissima. Quel giorno la mia vita crollò. Smisi di dormire e di mangiare. Non piangevo, a vedermi dall’esterno non sembravo nemmeno tanto triste. In realtà nemmeno io mi sentivo triste, semplicemente tutto aveva perso di senso.

A quel tempo pesavo 57 chili e non mi preoccupavo particolarmente del mio aspetto fisico. Tuttavia, in quel momento, quando vidi il mio ex ragazzo con la sua nuova fidanzata, in quel preciso istante realizzai quanto ero stata cieca. Pensavo di essere giusta, invece ero grassa, grassa da far schifo! Era ovvio che mi avesse lasciato… sembravo una balena! Sarei rimasta da sola tutta la vita se non mi fossi data una regolata, così iniziai a mangiare solo una volta al giorno. Un pasto è più che sufficiente. In poco più di tre mesi persi 10 chili. Ero tanto orgogliosa di me ogni volta che salivo sulla bilancia e vedevo quella dannata freccia fermarsi ben prima dei cinquanta chili. Avevo fame, non lo nego. A volte avrei ucciso per un panino. Però ho resistito. L’autodisciplina è tutto se si vuole avere successo nella vita. Io voglio sposarmi, avere dei figli e un marito che mi ami e non guardi le altre donne solo perché io sono grassa. Insomma, finalmente mi vedo bella. Lo specchio non è più un oggetto da evitare. La gente per strada non mi guarda più il sedere pensando “ma questa quanto mangia?”. Perché lo so che lo pensavano…

Ora sono arrivata a pesare quasi quaranta chili e non ho più fame. Anche tutto questo cibo che abbiamo qua sul tavolo non mi fa nessun effetto. Se mi sento debole mangio un po’ di frutta, ma non troppa perché è piena di zucchero.

Insomma, la mia vita va molto meglio ora, anche se non ho ancora trovato un ragazzo. Però adesso che son magra mi sento più fiduciosa e posso vestirmi come voglio. Mi entra tutto, anche le magliette per bambini!

 

Dicendo questo si alzò in piedi per mostrare la maglietta che stava indossando. Solo in quel momento gli altri notarono quanto fosse magra. Sembrava uno scheletro. Sotto la maglietta attillata spuntavano le costole e le spalle appuntite. I jeans stretti le danzavano in vita. Alina, con un sorriso stampato in volto, fece un giro su se stessa e si rimise a sedere. Poi, tutto ad un tratto, tornò scura in viso ed esclamò «Ma chi siete voi? Perché vi sto raccontando queste cose?» Fece una pausa. «Cosa ci facciamo qui?!»

Nessuno sembrava avere una risposta a quella domanda e per l’ennesima volta calò il silenzio.

«Beh, intanto che aspettiamo che qualcuno ci venga a dire perché siamo qua io mangerei qualcosa», disse Jackob allungando la mano su un hamburger posto di fronte a lui.

«Hai ragione» replicò Claudia, «mi è venuta un po’ di fame».

Anche Alina prese a piluccare da un’insalata alcune foglie. Sul tavolo c’era talmente tanto cibo che non lo avrebbero finito in una settimana.

 

«Io mi ricordo come sono arrivato qua».

 

All’udire quelle parole un brivido corse lungo la schiena di tutti. A parlare fu l’uomo che sinora si era mantenuto apparentemente in disparte. Era passato talmente inosservato che tutti si erano dimenticati persino della sua presenza.

Lo fissarono in attesa che continuasse e lui, questa volta, non si fece desiderare.

 

Ho ascoltato le vostre storie con molto interesse e ho capito cosa significa questo luogo, cosa ci facciamo qua. Non credo passerà molto tempo prima che lo realizziate anche voi, quindi permettetemi di raccontarvi qualcosa su di me.

Mi chiamo Owen. Sono nato e cresciuto in Kenya. Non ho molti ricordi della mia infanzia. Ho impresso nella memoria il volto giovane di mia madre, l’odore dei campi e quello del vento gelido che soffiava la notte. Ricordo i banchi di scuola e i maestri volontari che ogni giorno ci raccontavano qualcosa sul mondo.

Insomma, ho un bel ricordo della mia infanzia e anche se crescendo è cambiato tutto, una cosa non mi ha mai abbandonato, è stata con me dal primo giorno: la fame. Fin da piccolo sono stato abituato a mangiare poco, eppure alla fame non ci si abitua mai. Eravamo in tanti nel mio villaggio e bisognava dividere il cibo tra tutti. Io ero fortunato perché mia madre spesso si privava della sua porzione per darla a me. E’ a lei che devo tutto.

La mia esistenza è stata una costante battaglia tra la vita e la morte. Sapevo che se mi fossi ammalato non ci sarebbero state cure. Bastava una piccola infezione per far preoccupare tutti. Ero debole e mi capitava spesso di svenire. Mia madre cercava di non farmi mancare niente, ma la sentivo piangere la notte e leggevo nei suoi occhi la frustrazione dell’impotenza. Vedeva suo figlio morire, giorno dopo giorno, e non poteva fare nulla.

Eppure non rimpiango niente della mia esistenza. Ho amato tutto della vita. Ho amato il piacere e il dolore, il gelo e il caldo abbraccio del sole, la sofferenza e la gioia. Sapete, io penso che nella vita tutto si compensi. Più soffri e più apprezzi i momenti felici, più piangi e più i tuoi sorrisi saranno magnifici. Allo stesso modo, se hai conosciuto la fame apprezzerai il sapore del cibo e l’incredibile magia che esso nasconde. Perché nel cibo è racchiuso il mistero stesso della vita. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Sono domande arroganti. L’errore fondamentale di noi uomini è quello di crederci un qualcosa di speciale, separato dal resto del mondo. Pensiamo di essere fatti di qualche sostanza strana, magica. Ci sbagliamo… noi siamo il cielo, siamo la terra, siamo i fiumi e gli alberi. Siamo gli occhi attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso. Siamo ogni cosa ed ogni cosa è noi. Pensateci, come fate a dire che quella mela non siete voi, se poi la mangerete e diverrà parte di voi. Nel processo tramite cui il cibo da oggetto esterno diventa parte del nostro essere c’è la risposta a tutte le nostre domande. Cosa ci separa dal mondo se non il nostro ego? Il nostro sentirci essere speciali? Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il mondo. E’ questo il mistero che il cibo ci svela ogni giorno, ogni volta che lo mangiamo.

 

Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano fissando intensamente. «Giusto… voi volete sapere cosa ci facciamo qui. Ho ragione?»

Gli altri risposero con un cenno di assenso. Nessuno emise un fiato.

Owen sorrise. Un sorriso difficile da interpretare.

«All’inizio anche io non ricordavo», disse. «Ho ascoltato le vostre storie con grande interesse e solo quando anche l’ultimo di voi ha pronunciato l’ultima parola, solo allora ho ricordato. Vi dirò come sono arrivato qui».

 

Il tavolo era rotondo.

 

«Ricordo chiaramente di essere uscito di casa per cercare qualcosa da mangiare. Era sera. Mi sentivo particolarmente debole».

 

I posti a sedere assegnati casualmente.

 

«Non mangiavo niente da una settimana».

 

C’era del cibo sul tavolo.

 

«Mentre camminavo ho sentito le gambe farsi pesanti…»

 

Non su tutto il tavolo.

 

«…ho iniziato a vedere doppio…»

 

Dove era seduto Owen non c’era nulla.

 

« …sono caduto a terra».

 

Nessuno se n’era accorto.

 

«E poi… eccomi qua».

 

In quel preciso istante tutti compresero. La luce si spense e fu buio.

 

 

 

 

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