giovedì, 24 Giugno 2021

DASHI MILANESE

 

Dalla terrazza si poteva distinguere la sagoma del monte Fuji con le sue cime perennemente innevate. La montagna sacra che tutto conosce e tutto domina; il solitario vulcavo divenuto simbolo di purezza e superiorità divina.

Hiroshi, assorto in una profonda meditazione, ne percepiva il profumo dell’aria fresca, l’aroma intenso  dei larici giapponesi che ricoprivano il versante nord ovest della montagna, la fraganza dei cedri e degli aceri più a valle.

Il ritmo cardiaco rallentato aveva condizionato la sua respirazione a soli due cicli al minuto ed in quei  gesti di inspirazione e lenta espirazione lui stava inalando la storia del Giappone, si stava nutrendo di  quelle molecole d’aria che per millenni i suoi avi avevano respirato in un eterno ciclo di vita, morte e  rinascita.

Ogni cellula del suo corpo, apparentemente inerte, era totalmente consapevole e si sentiva parte integrante di quell’energia che pervade l’universo e di cui ogni essere vivente è partecipe.

Percepiva ogni creatura nella foresta attorno alla sua villa: le volpi e gli scoiattoli immersi nel verde dei  boschi, il lento incedere dei capricorni così timidi e timorosi nei confronti dell’uomo.

Era mille anni distante dal presente ed allo stesso tempo totalmente in relazione con ogni cosa che lo  circondava. Il suo cuore pulsava con il creato.

Il rumore della suoneria del cellulare lo riportò alla realtà.

Aprì gli occhi e si alzò lentamente apparentemente senza muovere un arto, come se il suo corpo  lievitasse  in posizione eretta avvolto dai pesanti abiti della tradizione shintoista.

Ascoltò la voce metallica all’altro capo del telefono.

-Va bene, sarò a Milano dopodomani –  fu l’unica sua risposta.

Il compenso previsto era il medesimo: 50 mila dollari e tutte le spese pagate per un paio di giorni di  lavoro al massimo. Entro pochi minuti gli sarebbero arrivate via fax tutte le informazioni necessarie per  eseguire il lavoro ed i biglietti aerei.

Pensò che prima di partire voleva mangiare qualcosa. Sarebbe stato difficile prepararsi un buon brodo  dashi con verdure nella capitale industriale d’Italia.

Hiroshi, anche nel suo paese, raramente andava al ristorante.

Non si fidava della qualità degli alimenti che gli proponevano i “mercanti di cibo”.

Cucinava sempre per se stesso seguendo i dieci precetti della cucina zen che suo nonno e suo padre gli  avevano tramandato.

Gli sarebbe piaciuto avere una moglie che cucinasse per lui, ma per il momento il lavoro gli impediva di  avere una compagna.  Forse un domani, quando si sarebbe ritirato a vita privata.

 

 

Gli schamazzi nel locale erano assordanti. I ragazzi dalle teste pelate avevano bevuto parecchia birra e  cantavano canzoni tedesche degli anni ’40 imparate in maniera dozzinale sui siti internet di propaganda  nazista. Nessuno di loro sapeva il tedesco.  Il più colto del gruppo era Carlo, soprannominato roccia, che  aveva a stento terminato la terza media.

Franz non ci era riuscito: lo avevano bocciato due volte in prima e due in seconda e poi l’avevano  espulso dall’istituto per aver mandato all’ospedale il prof. di matematica.

Nel pub gli altri avventori erano usciti quando loro erano entrati e quei pochi che erano rimasti facevano  finta di nulla, uno sguardo sbagliato e sarebbe stato un prevedibile pestaggio.

Era gente che non ci pensava due volte a menar le mani quella, soprattutto quando il tasso alcolico   aveva superato il livello di guardia.

– Allora ragazzi volete altro? Tra poco devo chiudere… –

– Dai zio Adolf – così i ragazzi chiamavano sbeffeggiandolo Arturo il gestore del pub-  sono solo le  due di notte. Non romprere le palle e portaci ancora tre piatti di stinco con crauti e senape ed un giro di

birra per tutti –

Il barista obbedì senza ribattere, sapeva che non gli sarebbe servito a nulla protestare.

– Allora che cazzo facciamo domani? – chiese Luca al capo branco dopo aver tirato un fragoroso rutto.

-Direi di fare un po’ di movimento- rispose Franz – anche per smaltire tutto quello che abbiamo  ingurgitato stasera…-

Tutti risero sguaiatamente aprendo le bocche piene di carne di maiale e patate masticate.

Quando il capo parlava di “movimento” non si riferiva certo ad una seduta di fitness o ad una partita a Squash in palestra.

-Potremmo fare un giro fuori da qualche centro sociale e dare una bella lezione a qualche “bolscevico”,

oppure andare a salutare gli amici colorati al centro di accoglienza?-

-E’ un po’ che non facciamo visita ad un bel campo rom, l’ultima volta avevamo fatto un bel falò? Ve lo ricordate che sballo di serata era stata?-

Quella sera si erano proprio divertiti e per poco non ci scappava il morto abbrustolito in roulotte.

L’onorevole Cisputi quella volta si era incazzato con Franz. Lui gli parava il culo perchè aveva ancora

parecchia influenza politica nel centro detra, ma se fosse andata peggio non avrebbe potuto evitare

una bella indagine della Polizia.

Comunque anche l’onorevole non poteva fare troppo il santarellino. Parecchie volte si era servito dei nazi per sistemare delle faccende private o per fare qualche piccolo attentato e se rompeva troppo il  cazzo Franz lo avrebbe sputtanato spifferando tutto al primo giornale di sinistra disponibile a pagare qualche soldo.

Lui lo teneva per le palle il parlamentare e lo tollerava nei suoi sfoghi isterici solo perchè una volta era  stato un grande camerata, uno di quelli che negli anni 70 giravano armati e non ci pensava due volte  quando c’era un cranio di un compagno da fracassare.

-Domani decideremo casa fare, adesso pensiamo a divertirci-

Il gestore del pub stava arrivando con due grossi piatti di carne grassa e salsicce.

-Adesso vi porto anche le birre ragazzi-

– Bravo zio Adolf – disse Benito dandogli una bella manata sulle spalle.

 

 

Tutti i prodotti che Hiroshi cucinava glieli portava direttamente a casa il suo giardinire.

Il vecchio Huzumi era da più di 50 anni al servizio della sua famiglia ed oltre a curare le piante  ornamentali del giardino, si occupava dell’orto, della coltivazione dei funghi e delle vasche con le alghe. Aveva quasi 80 anni e viveva, da quando Hiroshi ne aveva ricordo, nella casetta vicino all’ingresso della

villa.

La sua regola era che tutti gli alimenti dovevano essere prodotti in maniera naturale, nessun

fertilizzante o conservante era ammesso e  verdura e alghe dovevano essere freschissimi per mantenere

interamente il loro valore nutritivo.

La cucina di casa era grande, ordinata e minimalista. Un perfetto equilibrio di mobili color ebano e  tavoli e ripiani di marmo grigio, con al centro un’isola cottura sovrastata da 5 fuochi ad induzione in vetro ceramica.

Molto diversa da quella tradizionale in cui suo nonno materno gli aveva insegnato i primi rudimenti della  cucina zen.

Del cibo ci si doveva occupare fin dal mattino, secondo i ritmi ed i tempi imposti dalla natura. Alcuni  alimenti richiedevano lunghe preparazioni e macerazioni prima di essere cotti. Le sostanze dannose per

l’organismo dovevano decantare mentre quelle utili dovevano concentrarsi per sprigionare il massimo dell’energia positiva.

Bisognava nutrire l’anima allontanando le passioni oscuranti, quindi nè carne nè pesce erano ammessi  perchè implicavano un’alterazione dell’armonia cosmica;  e nemmeno aglio e cipolla erano usati perchè  portatori di sapori troppo decisi.

Il cibo andava preparato senza preoccuparsi del tempo che passava. Un buon brodo dashi richiede ore di  preparazione ed una volta pronto va consumato con calma per assaporarne a pieno il gusto.

Il riso è il miglior piatto per purificare l’anima, non ha bisogno di profumi o aromi aggiuntivi. E’ un cibo  puro e perfetto che va ben lavato e cotto con delicatezza.

Suo nonno diceva sempre che in cucina nulla va sprecato: “ i semi del peperone che vengono tolti  possono essere usati nella composizione delle frittelle, le foglie del sedano staccate dal gambo usate per  fare una tempura, le bucce degli ortaggi essiccati al sole sono ottimi per fare un buon brodo, con il  gambo dei broccoli ci si può cucinare una crema.

Addirittura, l’acqua di risciacquo del riso può essere usata per lessare le verdure, non la prima acqua: il primo lavaggio la rende troppo torbida, però anche questa non va buttata, ma usata per innaffiare le piante…a loro piacerà”.

I pasti vanno sempre preparati pensando alle persone care che ci hanno insegnato l’arte della cucina e alle persone che avremo come ospiti a pranzo o cena, questo ci permetterà di mettere amore in quello  che facciamo ed infondere gioia negli spiriti dei nostri commensali.

Se un piatto non ci è venuto come volevamo non ci si deve arrabbiare, ma considerare l’esperienza  negativa come un’opportunità di riflettere sul nostro operato e permettere di migliorarci.

Suo padre diceva che tutti gli ingradienti vanno lavorati a mano. Bisogna trasmettere al cibo i propri  sentimenti tramite le mani e la lavorazione lenta e manuale calmerà anche la nostra anima.

Bisogna sempre sistemare e pulire la cucina dopo aver preparato il cibo, è un esercizio di ordine fisico e  mentale che predispone all’armonia e bisogna sempre onorare il cibo che si mangia e coloro che l’hanno coltivato permettendoci di gioirne.

Ogni volta che Hiroshi trascorreva il suo tempo in cucina ripeteva come un mantra i dieci insegnamenti zen trasmessigli da suo padre e dal padre di suo padre, pensando che un giorno forse anche lui avrebbe avuto un erede a cui insegnare questi importanti precetti.

 

 

Alle quattro di notte le teste rasate uscirono dal pub in viale Isonzo. Un paio del branco a fatica si reggevano in piedi a causa delle birre bevute.

Altri schiamazzavano cantando in un tedesco biascicato ed incomprensibile.

-Allora Franz, che facciamo domani?-

-Vediamoci a casa Pound alle tre del pomeriggio e poi decidiamo, adesso non ho voglia di pensarci- tagliò corto il capo.

-Ok, allora a domani-

Il gruppo si sparpagliò ed ognuno prese a camminare verso casa.

Franz abitava a pochi isolati. L’aria iniziava ad essere fresca e gli venne voglia di pisciare dopo tutta la

birra che aveva bevuto.

Si infilò in una viuzza buia e si avvicinò al muretto tra due auto parcheggiate a bordo strada.

Aveva la vescica e la pancia piena. Avevano fatto proprio una bella mangiata di carne e crauti.

Zio Adolf lo faceva proprio bene lo stinco ed anche le salsicce con le patate non erano male.

Adesso aveva solo voglia di farsi una bella dormita.  Sarebbe rimasto a letto fino a mezzogiorno alla faccia di tutti quei coglioni che dovevano lavorare per vivere.

Lui non navigava certo nell’oro, ma con l’assegno che gli passava l’onorevole per farlo stare zitto  sopravviveva dignitosamente e qualcosina la guadagnava anche come capo curva ultras a San Siro.

Mangiare, bere, menar le mani, dare qualche lezione a zingari ed estracomunitari ed andare allo stadio  la domenica. Non era male la sua vita. Non si poteva certo lamentare.

Se lo stava scrollando quando sentì come un soffio di vento alle sue spalle e vide un’ombra proiettata sulla parete.

Se era qualche frocio di merda che voleva guardagli l’uccello si sarebbe proprio divertito a prenderlo a calci nelle palle.

Si tirò su la cerniera. Gli anfibi erano belli lucidi e pronti a colpire.

– Adesso ci divertiamo a fracassare qualche osso – pensò girandosi con aria spavalda.

Non si aspettava certo di vedere quello che vide. Un cazzo di asiatico alto un metro e mezzo vestito con una palandrana nera e bianca che lo fissava con sguardo inespressivo.

Riuscì solo a dire “… che cazzo vuoi frocio di un muso giall…” che una lama di katana gli tagliò di netto la carotide uccidendolo in pochi secondi.

 

 

 

Il volo per tornare al suo paese era partito in perfetto orario da Malpensa.

Sul comodo sedile in pelle della business class Hiroschi stava sfogliando un quotidiano italiano.

Nelle pagine della cronaca milanese vide la foto del ragazzone pelato in bomber ed anfibi sdraiato a  terra e parzialmente coperto con un lenzuolo bianco, probabilmente steso per pudore dalle forze dell’ordine prima dell’arrivo dei fotografi.

Il titolo dell’articolo, per lui incomprensibile, recitava “Regolamento di conti tra estremisti poltici” e nel sottotitolo era indicato “Trovato accoltellato Francesco Scotti leader dei naziskin milanesi. Gli inquirenti ipotizzano una vendetta dei centri anarchici lombardi”.

-Desidera qualcosa da bere signor Hiroschi?-

-Un centrifugato di carote- rispose in perfetto inglese l’uomo all’hostess.

Seduto sulla sdraio a bordo piscina l’onorevole Cisputi si godeva l’ultimo sole di settembre nella sua villa

in Brianza.

Aveva appena finito di leggere il giornale.

Le cose stavano prendendo la piega desiderata. I sospetti erano chiaramente ricaduti sui centri sociali della sinistra antagonista.  Ci sarebbero state delle manifestazioni per ricordare il commilitone caduto,  qualche tafferuglio con gli anarchici e poi tutto sarebbe tornato alla normalità.

L’idea di far fare il lavoro ad un professionista straniero era stata geniale. Gli era costato un po’, ma nessuna prova e nessun indizio sarebbero stati trovati e lui ne sarebbe uscito pulito come sempre.

Quel Franz del resto aveva rotto il cazzo, sempre a chiedere soldi, sempre a far casini e poi a pretendere protezione “perché lui sapeva cose importanti e pericolose.

L’onorevole Cisputi non si fa prendere per le palle da nessuno, tantomeno da un naziskin nostalgico e semianalfabeta che sperava ancora nel ritorno del Reich.

Adesso era il momento di far soldi a palate: soldi con l’assitenza, con la gestione dei centri di  accoglienza, con gli appalti pubblici, con l’emergenza profughi.

La vecchia volpe ritornava in pista. Ne aveva viste di tutti i colori, dalla lotta armata alla militanza nel Fronte della Gioventù. Ora era arrivato il momento di far fruttare il capitale con gli interessi, era il momento di portare a casa un bel gruzzoletto per la vecchiaia.

-Marisol, portami un mojito per favore-

-Subito signore- rispose la cameriera peruviana.

Erano solo le 10:30 del mattino, ma l’onorevole aveva voglia di festeggiare.

 

No Banner to display

Il silenzio degli altarini

Mi vesto pesante, a strati, in modo che sia minima la porzione di pelle esposta al freddo della strada. Metto il cappello di lana calato fino alle sopracciglia e i guanti con le punte tagliate, così Silvia forse non mi rimprovererà che mi sono vestito troppo leggero. Alla fine indosso il giubbotto giallo fluorescente con le strisce catarifrangenti che mi rende più vistoso di un senegalese in mezzo a un raduno naziskin.

Vado in garage e controllo che nel retro del Fiorino ci sia tutto: secchio, cazzuola, calce e tutto il resto. Più la solita roba, un po’ alla rinfusa. I fiori no, sono belli e ordinati come fossero ancora in una serra. Salgo e metto in moto.

— Buongiorno, papà.

— Ciao, piccola.

Mi sorride, la mia Silvia, con quel sorriso dolcissimo che ha sempre avuto e che avrà per sempre.

— Dove andiamo, oggi?

— Abbiamo parecchio da fare. Ma prima si fa colazione.

Dopo due minuti mi fermo all’imbocco della statale davanti al bar di Mario. Quando mi vede la sua bocca prende una piega amara. So che è contento di vedermi, anche se gli ricordo che suo figlio è morto tre chilometri più avanti, sulla statale, quasi tagliato in due dal guard-rail.

Vengo servito subito: cappuccino e cornetto, al bancone perché ho fretta e Mario lo sa.

Quando ho finito mettiamo in scena la solita pantomima a beneficio degli altri clienti e della buona creanza: faccio finta di portare la mano al portafogli e lui scuote il capo, io insisto e lui fa un altro gesto con le mani come a dire “la prossima volta”. Solo che la prossima volta sarà lo stesso. Lo saluto e mi accorgo che, come al solito, non ho scambiato una parola con Mario né con nessun altro.

— Dove andiamo? — mi chiede di nuovo Silvia

— Da Fabio. Oggi è il suo compleanno.

La Romea, stamattina, non è trafficata più di tanto. Forse sarà la nebbia a far sembrare che ci siano meno macchine. Ma ci sono, lo sento dall’aria fredda mista a smog e dal rombo cadenzato dei motori che passano sulla corsia opposta. Guido piano, stando attento a tutti gli incroci e agli attraversamenti pedonali. Gli altri corrono, sorpassano e danno di clacson, come se la loro vita dipendesse dai secondi che forse guadagneranno nel tragitto.

— E dopo? — chiede ancora Silvia.

— Dai bambini di San Varano.

La nebbia sta sciogliendosi, il sole non è più un occhio cieco nella caligine grigia e si allarga nel cielo come una goccia d’olio in un piatto.

Dopo qualche chilometro parcheggio in una piazzola di sosta. Prendo i fiori e le sigarette e proseguo costeggiando il guard-rail. Arrivo e vedo che Silvia sta già parlando con Fabio. Non si conoscevano, prima. Adesso sono diventati amici.

Fabio è vicino al suo albero circondato da una specie di aiuola di fiori secchi ancora incellofanati, un paio di piante in vaso e un peluche che lo spostamento d’aria dei TIR ha fatto capovolgere. Sistemo i fiori che ho portato, rimetto in piedi l’orsacchiotto e tra le sue braccette di stoffa piazzo il pacchetto di Camel.

— Grazie, — mi fa Fabio con quel sorriso un po’ imbronciato che lo fa tanto ragazzino.

Gli faccio un gesto come a dire “ma ci mancherebbe” e incomincio a pulire lì intorno. Intanto, lui e Silvia continuano a parlare. Mi piacerebbe tanto sapere cos’hanno da dirsi.

Tolgo le cartacce, le lattine e l’altra spazzatura che il vento e gli automobilisti hanno fatto cadere ai piedi dell’albero. Poi butto i fiori secchi, sapendo che oggi ne arriveranno di freschi. Alla fine, riempio quasi una busta. Torno al Fiorino, metto dentro la busta e prendo le forbici da potatura e il rastrello per togliere le erbacce.

Arriva un’altra macchina. È la mamma di Fabio, con gli occhi già gonfi di pianto, come se non avesse mai smesso di piangere. E probabilmente è proprio così: non ha mai smesso. Mi si fa incontro, con le braccia larghe ma il capo chino, come a trattenere le lacrime. Quando l’accolgo tra le mie braccia, si lascia andare, la sento singhiozzare sulla mia spalla. La stringo, senza dire niente.

Dopo un po’ il nostro abbraccio si scioglie. Con un fazzoletto lei si asciuga il viso e abbozza un sorriso che alla fine, però, si rivela un’altra smorfia di dolore.

— Lo sa, oggi sono cinque anni.

Il suo petto sussulta ancora una volta, come se un singhiozzo fosse rimasto indietro.

Annuisco. Lo so, anche se vicino l’albero di Fabio non ci sono targhe, non dimentico. Sono lì apposta. Anche lei se ne accorge quando vede le forbici e il rastrello.

— No, spetta a me che sono la madre. Ho portato tutto l’occorrente. Lei già fa troppo, grazie.

Non protesto, so che è giusto così. Tocca a lei sistemare l’altarino, perché il dolore, quello vero, è solo il suo.

Torno vicino all’albero. Silvia e Fabio non parlano più, lui ha visto la madre e la sta aspettando. Si parleranno, ma lei non lo sentirà. Però si capiranno lo stesso.

Quando torno indietro, vedo la donna con la testa nel portabagagli alle prese con i fiori e tutto il resto. Le passo da dietro e le stringo una spalla, affettuosamente. Lei mi rivolge un sorriso stentato.

— Ci vediamo l’anno prossimo, — mi fa.

Faccio sì con la testa: tra un anno, ma anche prima, passerò di nuovo a salutare il suo Fabio.

Metto la freccia e mi rimetto sulla statale. Non c’è più nebbia e la gente al volante lo prende come un lasciapassare a pestare di più sull’acceleratore. Non bada agli altarini che punteggiano il ciglio della strada, non vede i fiori e nemmeno i bigliettini. Se ci facesse caso, ne vedrebbe tanti, troppi.

— Allora andiamo da Paolina, Domenico, Tonino e Maria? — mi chiede ancora una volta Silvia.

Mugugno un sì, mantenendo lo sguardo incollato alla strada e agli specchietti.

Quando arriviamo, non faccio in tempo a scendere che i quattro bambini corrono festanti verso Silvia. Mi passano attraverso come fossi nebbia e sento un brivido scuotermi dall’interno, come se la mia anima fosse stata toccata per un attimo dalle loro.

Mi avvicino al tempietto “edificato dalla pietà della gente sul ciglio lagrimato”: fecero una colletta onerosa, i contadini di San Varano, per tirare su quattro croci di cemento su cui poggia una cupola a coprire dalla pioggia una Pietà dolente. Da tempo avevo in mente di dare una sistemata alle crepe e ai mattoncini scrostati. Valuto i danni del tempo che non ha avuto pietà, ché non ne ha mai per nessuno, nemmeno per la memoria.

“Come fiori recisi dal turbine”, recita la targa.

Congelati nei quattro ovali di ceramica, Paolina, Domenico, Tonino e Maria guardano senza vedere, con espressione sperduta. Forse, penso, era solo la soggezione per il fotografo che nel 1925, in campagna, era ancora una specie di stregone. Ma in questi quattro sguardi di bambini senza sorriso mi sembra di leggere la premonizione di un terrore. Fecero forse in tempo a vederlo davvero in faccia, all’ora di pranzo di un giorno lontano, il 16 gennaio del 1925, allorché, “tornanti dalla scuola ebbero spezzata la vita da irruente autocarro”. Leggo quelle parole incise nel marmo e m’immagino che a dettarle sia stata la commozione del maestro del paese in lacrime.

Prendo gli attrezzi mentre Silvia e i bambini giocano incuranti del rombo dei camion. Impasto la calce e incomincio a lavorare. Quando ho finito, do una ripulita e sistemo i fiori che ho portato. I fiori nei vasi non ci sono più da tempo: non “recisi dal turbine”, ma dall’indifferenza. Nei quattro candelieri, solo rimasugli di cera sudicia e indurita. Le auto che filano sulla statale neppure immaginano di sfiorare uno dei più antichi monumenti alle vittime del traffico motorizzato.

Riporto indietro gli attrezzi e salgo in macchina. I bambini mi salutano e salutano Silvia, con le loro vocette squillanti, troppo acerbe come le loro vite recise.

— E adesso dove andiamo? — chiede Silvia.

Non le rispondo. E lei capisce.

Sul cruscotto c’è la lettera del comitato. Silvia la vede.

— Cosa c’è scritto?

I soliti ringraziamenti, rispondo.

— E poi? — m’incalza.

Sbuffo. Vorrebbero che facessi una conferenza, che parlassi con qualche sindaco.

— Politica, insomma, — aggiunge.

Sbuffo ancora, da un angolo della bocca, come una moca scorbutica.

— Proprio quello che non ti piace fare, — conclude.

La “pietà della gente” è cambiata, le spiego. Oggi, se un altro “irruente autocarro” maciulla i passanti, nessun paese chiama più i muratori. Fonda piuttosto un comitato per la tangenziale, raccoglie firme e fa un sit-in davanti alla prefettura. Fa politica, appunto.

Arriviamo. Prendo l’ultimo mazzo di fiori, il più bello.

La lapide è abbastanza pulita ma mi chino e, con un panno, tolgo via la patina di smog che la vela. Sistemo i fiori al posto di quelli che, ancora freschi, stavano a raggiera nel vaso di ottone.

M’inginocchio sulla lapide, poggiandoci contro i palmi delle mani. Avverto il gelo, quello che non avevo sentito per tutto il giorno, propagarsi dal marmo a me, fin dentro il cuore. Sento qualcosa ribollire nella gola. Vedo delle gocce cadere sul marmo: sono le mie lacrime.

— Papà, non piangere, — mi dice Silvia con il suo sorriso dolcissimo. Lo stesso che ha nella foto incastonata nel marmo di fronte a me. Il sorriso che avrà per sempre.

— Torna a casa, — aggiunge, — Tra poco sarà buio e non voglio che guidi di notte.

Tiro su col naso e mi rimetto in piedi. Ma prima sfioro la sua foto, una carezza appena accennata.

— Tu non vieni? — le chiedo.

— No, lo sai che il mio posto è qui.

Scuoto la testa, poco convinto.

— Tanto non gliene importa niente a nessuno, — continuo amaro, — Questi corrono come pazzi lo stesso, neanche la vedono la lapide e la tua foto, — aggiungo rabbioso indicando la statale.

— Lo so, ma devo restare comunque.

— Va bene, — dico rassegnato, accennando ad un saluto.

— Ci vediamo domani mattina, — mi dice quando sono già lontano alcuni passi.

Salgo in macchina e ritorno sulla strada. Faccio alcuni chilometri, piano, tra le macchine che sciamano impazzite, tra fari abbaglianti e clacson petulanti. Poi vedo un’autoambulanza sfrecciare nella corsia opposta, in un urlo di sirene agghiacciante. E prego. Prego tanto che non si fermi ancora una volta sul ciglio della strada

No Banner to display

LUNA PARK

‘Venite, signori e signore!  Lo spettacolo sta per iniziare.  Niente trucchi, non ci sono inganni.  Dietro quella tenda una ragazza in carne e ossa si trasformerà davanti ai vostri occhi in un gorilla di oltre duecento chili.  Forza, entrate!  Occasione unica.  Avanti, avanti.  Ultimo spettacolo!’

 

Non aveva potuto ignorare quel richiamo, talmente disonesto e grossolano da diventare irresistibile.  Nella penombra trovò solo un piccolo palco con un telo di velluto verde e due palme di plastica. Alla sua destra c’erano due uomini di mezza età, probabilmente entrati con la speranza di assistere a uno spettacolo erotico inusuale.  Di fronte aveva una famiglia con madre, padre, due figli ancora piccoli.  Tutti obesi, tutti e quattro con gli stessi occhi ravvicinati e le stesse gambe a salsicciotto piantate a X sulla terra come a dire io da qui non mi muovo.

Le luci si abbassarono.  Infine, con un gran balzo sul palcoscenico, fece la sua apparizione la donna gorilla.  Era semi-nuda e aveva iniziato a dimenarsi senza nessuna grazia in qualcosa che voleva imitare una danza africana.  Di tanto in tanto la ragazza spariva nell’ombra battendosi i pugni sul petto poi, mentre i tamburi battevano un ritmo ossessivo, si infilava in fretta e furia una pelliccia più folta, una parrucca più ispida e una maschera di gomma che sembrava uscita da un libro di scienze naturali.  La musica scricchiolava sgradevolmente.  Il disco si incantò due volte.

Lo spettacolo era terminato con un’esclamazione di noia e un applauso a mani molli.  Uscirono tutti, ma lei era rimasta dietro. Fissava il palco vuoto incapace di muoversi, ipnotizzata da tanto squallore.  Tornò a casa in silenzio.

 

Quella notte sognò Santa Agnese con i seni tagliati, poi la sua amica Marina che rideva sguaiatamente e, per ultimo, un uomo nudo che camminava per la strada in evidente stato di erezione.  Nessuno che dicesse niente, nessuno che fosse scandalizzato o che coprisse per decenza gli occhi ai bambini.

Si svegliò stanchissima. Suo marito dormiva al suo fianco. Respirava profondamente, con la pancia che si alzava e si abbassava dentro la canottiera traforata.  Dove vent’anni prima c’erano stati capelli folti e ricci, ora splendeva un cranio rosa coperto di gocce di sudore.  Lei cercò di ricordare l’ultima volta che avevano fatto l’amore, ma non ne fu capace.  Si infilò sotto la doccia e scacciò anche l’ultimo pensiero di quel sogno indecente.

 

Poco dopo uscì per andare al supermercato.  Fu là che lo incontrò.  Successe esattamente all’angolo fra i surgelati e i cibi per i cani.  A lei caddero di mano il gelato alla vaniglia, tre scatole di piselli, il pesce congelato. A lui sei scatole di Chump, giusto giusto sui suoi piedi.  Successe come nei film made in Hollywood, di quelli peggiori trasmessi in TV di prima mattina.  Si fissarono, si scusarono reciprocamente, si inginocchiarono in perfetta sincronia con un crac spaventoso delle teste.  Si misero a ridere e quando lui parlò, quando lui le parlò lei si sentì tutta molle.  Tutta molle e la testa leggera.

Era alto, magro e con i capelli brizzolati.  La fissava con occhi tutt’altro che onesti e lei sentì che la felicità era lì, sospesa a mezz’aria, e non le importò del marito, né dei figli tiranni o del sicuro castigo di Dio.  L’unica cosa di cui si pentì fu di non aver scelto per quella mattina un vestito un po’ attillato che le segnasse la vita, punto incantevole che sapeva di possedere ancora nonostante i chili di troppo.  Ma comunque sembrava piacergli anche così: quarantenne soprappeso, senza ombra di trucco e con i tacchi bassi.  E prima pensò che no, di certo si sbagliava, e figurati se un tipo del genere poteva avere pensieri del genere per una donna come lei: sbiadita, rotonda, con un elastico nei capelli e quel vestito comprato nei saldi alla Oviesse.  Ma quando lui le chiese se le andava di bere qualcosa, lei annuì d’istinto e senza abbassare gli occhi.  Lo seguì come si segue il destino quando ti cade ai piedi in quella strana maniera, senza preavviso, senza nessuna decenza.

 

Dopo pochi minuti erano seduti in un bar.  Lui parlava e parlava:

“Se il Chinotto fosse lanciato con una campagna di prim’ordine, sfruttando al meglio i media, su scala internazionale, intendo.  Sono certo che nel giro di due anni sarebbe un prodotto in competizione con la Coca-cola e la Pepsi. Quel che manca è il lancio commerciale, gli sponsor, gli investimenti necessari e l’immagine.  Ecco: quella, soprattutto.  È solo una questione di immagine.  Se si proietta l’immagine giusta…”

Non riusciva a seguirlo. Non pensava affatto alla campagna pubblicitaria del Chinotto.  Lei pensava a quanto fosse bella la sua bocca, a come lui muovesse con leggerezza quelle mani così curate, così eleganti.  E sì, diciamolo pure: pensava anche alla cosa magnifica che lui doveva averci fra le gambe.  Arrossì.  Proprio lei, avere certi pensieri.  Lei che non aveva mai tradito il marito.  E adesso se ne stava lì, a immaginare come fosse il pene di un perfetto sconosciuto, che cosa lui le avrebbe fatto se fossero stati chiusi in una stanza con un po’ d’acqua, dei viveri, un letto.  Cosa peggiore, pensava a cosa gli avrebbe fatto lei.  Lei che intanto si lasciava accarezzare le mani, e ascoltava con piccoli brividi di piacere le parole che quell’uomo le sussurrava tormentandole il lobo dell’orecchio.  La vita va vissuta pienamente – le diceva – senza paure, senza fuggire le occasioni magiche che ci sfiorano solo poche, pochissime volte nel corso dell’esistenza.  Non ce n’era comunque bisogno.  Lei non voleva affatto andarsene.  Voleva lasciarsi andare, dimenticarsi di tutto.  Quasi senza accorgersene si tolse l’elastico dai capelli e portò la mano di lui fra la massa lucida e nera che le cadde sulle spalle.  Chiuse gli occhi, concentrandosi sulle dita che le accarezzavano la nuca e quella voce… quella voce che le ripeteva quanto fosse bella, quanto avrebbe voluto tenerla vicina, farle l’amore.

Lei sentì che l’uomo prendeva il suo viso fra le mani.  La baciò.  Un bacio profanatore che poco aveva a che fare con le telenovelas e i film Hollywoodiani con il bollino verde.  E quando lui le disse: ‘andiamo’ lei lo seguì.  Semplicemente.

 

La porta dell’hotel si chiuse dietro di loro con un piccolo rumore.  Lui si avvicinò, le sbottonò il vestito di mussola, le palpò il sedere.

 

“Bella figa che sei.  Vieni qui che ti lecco tutta…”

 

La frase la colpì come uno schiaffone.

 

“Per favore, non parlarmi così.”

“Così come?”

“Usando quei… quei termini.”

“Ma dai!  Preferisci se ti do della racchia?”

 

Rise e intanto le sfilò il vestito.

Sperò che lui la tenesse vicina, che l’accarezzasse a lungo, prima.  Ma lui l’abbracciò di sfuggita solo per sganciarle il reggiseno.  Continuò a parlare senza freni.  Era eccitante, disse.  La osservò da vicino e in tutte le angolazioni.  Le chiese di mettersi a carponi.  Le ordinò si spostarsi in questa e quella posizione, di aprire di più le gambe, di alzare le ginocchia, appoggiarsi sui gomiti.

Si sentì profanata, conscia dei suoi chili di troppo, di quegli occhi che la scrutavano, che entravano in ogni sua imperfezione, in ogni piega del corpo.

Un attimo di assoluta lucidità.  Qualcosa di amaro le si lacerò dentro.  Il salto del puma.  Lo scatto dei reni.  Un respiro trattenuto a lungo fra la pelle sudata e il suo cuore.  L’imposta che cigola.  Il rumore di un taglia erba.  Un bagliore.  Là, dove la luce mastica la carne e l’odore di minestra si attacca alle lenzuola.  Gli occhi sul riflesso dello specchio e la certezza che è tutto vero.  Tutto vero.  Chiuso e doloroso come il niente.

Chiuse gli occhi.  Se ne andò lontano.  Lasciò solo il corpo sul letto.  Le mascelle contratte.  Le gambe aperte.

 

“Sei un po’ inibita, eh?  Non è che mi aiuti molto.”

 

Ridacchiò, e glielo mise in bocca.

 

Lei si sentì sporca.  Stupida e sporca.  Voleva solo andarsene, tornare a casa il prima possibile.  L’uomo le mise una mano fra le cosce e lei sentì che là, fra le gambe, non c’era che plastica. Solo un triangolo di plastica senza vita, come le bambole con cui lei giocava da bambina.  Voleva solo che finisse, ma lui si prese il suo piacere senza fretta, girandola e rigirandola più volte.  Le fece alzare le gambe, inarcare la schiena, le chiese di affondare le unghie nelle natiche.

Se solo non fosse corso a lavarsi nel bagno venti secondi dopo essere venuto.  Se solo lui l’avesse abbracciata, almeno dopo, e le avesse baciato la fronte.

 

Poco dopo la riportava al parcheggio del supermercato.  In macchina era nervoso.  Fumava.  Le rivolse solo qualche frase banale, tanto per rompere il silenzio.  Lei rispose a monosillabi.

La scaricò di fretta dandole un biglietto di visita e dicendole di chiamarlo se ogni tanto le andava di fare del buon sesso.  Lei non rispose.  Evitò il suo sguardo, prese il biglietto e scese.

Voleva solo correre via, ma si sforzò di camminare piano, con fare normale.  Raggiunse la sua utilitaria.  Aprì.  Si sedette alla guida con movimenti composti.

Dallo specchietto retrovisore lo vide ingranare la marcia, sterzare con un cigolio nervoso delle gomme, sparire dietro l’angolo.  Solo allora accese il motore.

 

Guidò in silenzio verso la città.  I poster della superstrada erano pieni di visi sorridenti, di gente bella e felice.  Sembravano prenderla in giro.

Imboccò il lungomare.  Non c’era vento.  Il cielo biancastro si confondeva con la lunga distesa di sabbia.  Un mondo informe immerso in un’afa lucente e senza confini.  Gli ombrelloni sotto il sole erano immobili.  La spiaggia brulicava di corpi perfetti.

Si trovò imbottigliata in una lunga fila di TIR.  Guardò più volte l’orologio.

Ferma al semaforo si trovò accanto un camion.  Era dipinto con palme, alberi tropicali, pappagalli dai colori sgargianti contro un tramonto di fuoco. Avvinghiata ad una liana c’era l’immagine una donna provocante: i seni scoperti, solo un lembo di pelle di leopardo intorno ai fianchi.  Accanto a lei la faccia spaventosa di un gorilla dai denti aguzzi, gli occhi iniettati di sangue e i pugni alzati verso il cielo

Guardò nella cabina di guida.  Vide una donna minuta, senza ombra di trucco. Aveva i capelli raccolti, indossava una maglietta a righe e fumava con l’aria annoiata.  No, non poteva essere lei – pensò.  Questa ragazza era così dolce, così…. così normale.

I loro occhi si incrociarono per un attimo, poi scattò il verde.  Lei guardò per l’ultima volta il viso della biondina, la sua aria slavata di ragazza di provincia.  Inserì la prima.  Accelerò.

Di colpo sentì un nodo allo stomaco, gli occhi riempirsi di lacrime.  Dalla sua bocca uscì un lamento monocorde e lunghissimo.  Scoppiò a piangere, con singhiozzi violenti che la scossero tutta.  Dovette accostare.

 

Lasciò che il corpo si lasciasse andare a quel pianto: il viso sul volante, le mani che stringevano il cerchio di plastica.  Rimase in quella posizione a lungo. Poi sentì qualcuno che batteva sul finestrino, piano piano:

 

“Signora, scusi… si sente male?”

 

A parlarle era stato un vecchio signore.  Lei lo fissò con gli occhi gonfi.  Era sudata, rossa in viso, il naso le gocciolava.

 

“No, no… sto bene…”

“È sicura?  Se ha bisogno di qualcosa…”

“No, grazie.  Non ho bisogno di niente.  Adesso passa…”

 

Tirò su col naso e cercò di ricomporsi.  Sperava che quel vecchio se ne andasse, che la lasciasse in pace, ma lui non si mosse.  La fissava serio.  Dopo un po’ aggiunse:

 

“Scusi se mi intrometto, ma mi dia retta.  Qualsiasi cosa sia non ne vale la pena, mi creda.  Se non si tratta di problemi di salute… tutto il resto si risolve.  Finché abbiamo la vita… i soldi e tutti gli altri affanni, guardi, quelli si sistemano.  Scusi se mi sono permesso… ma sa?  Ho una figlia della sua età e vederla piangere così…. Tenga…”

 

Le allungò un fazzoletto.  Era di cotone e a quadri.  Era stirato e profumava di ammorbidente.

 

“No, guardi.  Non saprei come restituirglielo.” – gli disse.

“Ma che dice?  Non c’è mica bisogno di restituirlo.  Da brava, tenga.  Ah, se solo avessi la sua età, altro che piangere.”

 

Le sorrise.  Lei gli fu grata per il silenzio che seguì, per non chiederle altro, per quel suo salutarla con un piccolo gesto del mento.  Il vecchio le disse solo “mi raccomando”, poi riprese la sua passeggiata.  Se ne andò a piccoli passi, un po’ curvo sotto il sole.

Restò a guardarlo fino a che sparì dietro l’angolo.  Tirò su col naso, quindi accese di nuovo il motore.

 

Riprese il cammino verso casa. Erano le sei.  Il sole era più basso e si cominciava a respirare.  Passò davanti al Luna Park: stavano finendo di smontare.  Non rimanevano che lo stand dei torroni e dello zucchero filato, un camion solitario, le gambe metalliche di una giostra abbandonate sul prato.  Qualche cartaccia svolazzava sul terreno secco, calpestato, senza più un filo d’erba.

 

No Banner to display

VORREI DORMIRE NEL FRIGO

Amo nascondermi dentro i sogni, per regalarmi la possibilità di disegnarmi con la fantasia, come vorrei essere nella realtà, cioè magra, magra e soprattutto magra; una strafiga che fa impazzire gli uomini.

Appena riapro gli occhi, spio furtivamente lo specchio per sincerarmi che il miracolo sia avvenuto, magari durante il sonno, generalmente prendo uno spavento  tale da urlare: ” Mamma mia quanto sono brutta e grasssssaaaaaaa…..roba da restarci secchi!!”

Mi chiamo Gaia, ma ho ben pochi motivi per essere allegra, ho trentasei anni e sono single, bella forza, chi se la piglia una come me? Gli unici sguardi che ricevo dagli uomini, sono quelli di compassione e vi assicuro che vorrei suscitare tutt’altro che compassione in un uomo… Non sono sempre stata il barilotto che vedete oggi; ero una ragazza alquanto carina,  filiforme, con gli occhi verdi e lunghi capelli castani. Con il trascorrere degli anni, per far tacere le mie ansie, le mie paure, le insicurezze, la solitudine e il timore dell’abbandono, ho iniziato ad ingozzarmi di cibo. Ogni sentimento che non riuscivo a gestire, lo seppellivo sotto tonnellate di cibo. Nei periodi critici di crisi, di innamoramento, di liti, mi ficcavo costantemente in cucina a preparare panini farciti a cinque strati e scatole intere di merendine riempite accuratamente di panna e nutella, facendo attenzione a non lasciare gli angoli senza ripieno. Divoravo tutto sdraiata sul divano, davanti alla mia impareggiabile complice, la tv!; Ingurgitavo  anche i film, i dibattiti, le opinioni e gli opinionisti, la pubblicità, i telegiornali con i giornalisti che ogni giorno mi ingrassavano con le brutture del mondo; ma ben inteso, se fosse dipeso da me, avrei  sicuramente preferito dormire nel frigo. In poco tempo ero lievitata triplicando il mio peso; sono alta un metro e sessantacinque centimetri e peso novantotto chili. La mia pancia, quando sono sdraiata, appare un enorme campo da golf con la buca al centro. Quando sono in piedi invece, diventa un gommone gonfiabile così ingombrante da impedirmi la camminata. Ho le braccia grosse, e le cosce che sfregano fra loro, procurandomi dolore, specialmente in estate, quando fanno attrito con la sabbia e il sudore. Sono imprigionata in un corpo opulento per sfuggire  alla paura di non esistere per nessuno.

Ho provato a mettermi a dieta, ho sborsato fior fiori di quattrini per farmi aiutare da dietologi, nutrizionisti, endocrinologi, maghe, fattucchiere con le loro pozioni miracolose che promettevano rimedi magici e risultati sorprendenti, sciogliendo il grasso ostinato e restituendo una forma e un fisico da urlo ad un corpo ormai da rottamare. Quante notti sprecate a sognare l’impossibile e poi al risveglio urlare di terrore di fronte allo specchio perché l’immagine riflessa era di un orca assassina e non la mia. Pasticca blu per  la sera , snellisce durante il sonno sciogliendo l’adipe, compressa gialla il giorno, drenante e purificane, facilita l’eliminazione dei liquidi trattenuti dalla ritenzione idrica. Mamma mia quanto lavorano due pastiglie colorate! Ma dopo il gran bla bla bla tutto finiva in un gran mal di pancia e in una diarrea fastidiosa che mi teneva incollata al water. Quanti soldi buttati nel cesso! Ma io continuo ad avere fame, io ho fame…fame d’amore. Il mio appetito parte dalla testa, passa per il cuore e arriva allo stomaco. Mi sento sola e non accettata, non mi accetto neppure io. Sono andata via dalla casa paterna perché mia madre peggiorava la situazione; sembrava non vedesse né capisse il problema che stava rovinando la mia esistenza oltre che la mia immagine, o più semplicemente, si rifiutava di capirlo, comunque sia, invece di trarmi fuori dal frigo, mi tentava con leccornie di ogni genere, quindi, prima di somigliare al cartone animato Obelix, sono rotolata via da quella casa.

Non amo fare shopping, rimando gli acquisti a quando è strettamente necessario. Ogni qual volta misuro un indumento della mia taglia che mi và stretto, mi innervosisco e impreco. È difficile trovare negozi per taglie comode, e quelle rare volte che  riesci  a scovarne uno, ha i prezzi così esosi da scoraggiarne l’acquisto; per non parlare di quando una vocina schifata apostrofa “Sono spiacente signora ma non abbiamo nulla della sua taglia!”, è una commessa anoressica con lo sguardo allampanato. Ok, va bene, ho capito, andrò in giro  nuda!; Non è un gran bello spettacolo vedermi nuda, possibile che nessuno pensi che anche noi grassi vogliamo dei vestiti decenti? Tutto ciò mi deprime e mi mette di malumore, anche se riesco a camuffarlo  dietro una buona dose di sarcasmo. Ho trascorso anni ed anni in casa da sola, per la vergogna e il disagio di mostrarmi al mondo. Guardavo dalla finestra le persone passeggiare, oppure trascorrevo le domeniche e i giorni di festa  in compagnia di un buon film, per ammazzare il tempo, ma sinceramente mi sarei ammazzata io altro che ammazzare il tempo! Filtravo il dolore con lo sguardo disincantato di chi attende un domani migliore, con il desiderio di incontrare qualcuno a cui dire “Benvenuto nel mio mondo, è una vita che ti attendo! Perché mai hai tardato così tanto? Stavo perdendo le speranze!”.

Due volte alla settimana, mi reco agli incontri in un gruppo di auto-aiuto, dove donne e uomini con problemi di adattamento fisico o psicologico, mettono in comunione le loro esperienze di vita. Il mio gruppo si chiama <Sciogliamo i nodi>,  avrei preferito <Sciogliamo il grasso>, ma il mio non è l’unico problema da sciogliere. Provo giovamento ad ascoltare le testimonianze dei malcapitati come me, che lottano quotidianamente contro il vizio, le manie, le ossessioni, le psicosi, per poter andare avanti in questo mondo che ci ha dimenticati.

Sicuramente la cultura del bello, aborrisce tutto ciò che esce dagli schemi. Noi problematici, siamo visti come malati, diversi, disadattati, quindi trattati come appestati. <La bellezza dell’estetica salverà il mondo> , intuisco a questo punto che noi sporchiamo ciò che di bello c’è nel mondo; storpiamo la perfezione. Quindi Hitler; non era poi così folle a voler eliminare i non ariani, se anche la società usa lo stesso criterio di selezione.

“ Sono Gaia, peso novantotto chili e questa settimana non sono riuscita a smaltire neppure un etto”.

“ Sono Nicola, sono riuscito a non rubare nulla negli ultimi negozi che ho visitato e neppure al mercato, in questi ultimi giorni”.

“ Mi chiamo Francesco, ho giocato ininterrottamente per due giorni alle slot machine, perdendo tutto, sonno, lavoro, soldi, e famiglia, praticamente sono rovinato! Mia moglie è andata via da casa portando via con sé anche i figli”.

“ Ciao, sono Roberto, in questa settimana non mi sono strappato i capelli né le ciglia, neanche quando il mio cane è stato investito da un auto in corsa”.

Roberto è simpatico, mi trovo a mio agio con lui, sembra non accorgersi del mio aspetto fisico, mentre io il suo lo noto! Lo invito spesso a cena, purtroppo a causa dei turni, ha problemi con gli orari; è custode al museo. Si strappa i capelli  attorcigliando le ciocche tra le dita e tirando forte. Ha la testa piena di chiazze, si stappa anche le sopracciglia e le ciglia, alcune volte anche le unghia. Questo accade indipendentemente dagli episodi spiacevoli che possono turbarlo. Sembra essere un vizio che gli procura un piacere iniziale e poi sfocia in una crisi di pentimento. Roberto ha la mia età ed è stato sposato. La verità è che vorrei mangiare anche Roberto. Ho fame di lui. Ho bisogno di sentimento…ma lo sbranerei in un boccone e poi sarei assalita dai sensi di colpa perché tutto sarebbe finito ancor prima di cominciare. Devo stare buona, devo fare la brava, devo resistere, ma  avrei tanto bisogno di sentire la sua fame per me, ma lui mi vorrà mangiare oppure ha solo bisogno di saziare la sua voragine affettiva?

Non abbiamo fatto sesso, non so se a causa della sua timidezza, del fatto che non gli piaccio fisicamente o se ha qualche altro problema. Forse è meglio così, si troverebbe di fronte ad una balena in mutande a pois, allora sì che si strapperebbe tutti i capelli!

Meglio uscire con i ragazzi del gruppo, è così raro che io trascorra del tempo tra la gente. Compongo il numero di Roberto e dico “Roby ciao, andiamo con gli altri a divertirci”. Alle nove suonano al mio campanello, scendo senza rispondere; sono certa siano loro perché il mio campanello è sempre muto, qui abita una dimenticata dal mondo.

I ragazzi sono in sette: Nicola, Francesco, Laura, una bella donna con problemi di alcolismo; doveva avere un bel fisico quando era giovane, oggi è gonfia e flaccida. Poi c’è Roberto e la coppia Gianni e Sofia, due paranoici pieni di manie e fobie che riescono a far sorrider anche me; è difficile però restare a lungo in loro compagnia perché tutto diventa un dramma. Quanto siamo strani tutti insieme! Certamente le persone penseranno che siamo fuggiti da qualche manicomio.

Al bowling faccio tanta fatica ad allacciarmi le scarpe, non posso chinarmi, la mia mole mi opprime e non respiro. Sono negata in qualunque sport, non sono agile e in più sudo molto. Odio sudare, ho l’odore del lardo inacidito. Mi lavo continuamente e mi infilo sotto la doccia svariate volte al giorno, per evitare che il mio olezzo impesti il pianeta. Durante l’estate con il caldo e l’afa, vivo un dramma, mi affatico per un nonnulla e le maglie diventano madide e colanti.

Quando sto con gli altri, riesco a tralasciare i miei problemi, rido  scherzo spensieratamente, anche divertendomi ma c’è sempre una nota di amarezza, perché so bene che quando la serata sarà terminata, le mie angosce mi attendono dietro la porta di casa e mi assaltano nell’istante in cui varco la soglia…e sono loro a mangiare me, mi sbranano! Ho fame, vorrei mangiare il mondo, vorrei addentare la vita e sbranarla, così da ridurla in poltiglia e digerirla. Ho fame di amore, di calore, di baci, di carezze. Vedi cosa succede ora? Non resisto, devo ingurgitare qualcosa per zittire e placare la voragine interna. Vorrei non pensare; vorrei guarire dalla fame, vorrei accettarmi, vorrei…vorrei… vorrei…Spesso prego, sono credente, ma da qualche tempo non trovo sollievo neppure nella fede. Sono stata creata ad immagine di Dio…ma Dio sarà obeso come me? Ma no, è Buddah quello grasso, ed ha una pancia simile alla mia. Quando mi reco a messa e mi accosto all’eucarestia, penso a Gesù che si immerge nel mio corpo e si mischia alle mie cellule. Devo però sforzarmi molto per trovare Gesù in quella piccola e sottile ostia. Io ho fame di Gesù, ho fame del suo amore, voglio il suo aiuto, la sua consolazione…preferirei mordere il legno della croce per sentirne il sapore e il dolore.

Mercoledì quattro Luglio, mentre uscivo dal palazzo dove abito per recarmi al lavoro, ho incrociato…per meglio dire, mi sono scontrata con un uomo sommerso da scatoloni e buste. L’ho travolto letteralmente al mio passaggio, mi sono scusata e l’ho aiutato a recuperare il disastro causato. Ho saputo così, che lui è il mio nuovo vicino di casa. Che bello! Mi è parsa una persona gentile e simpatica. Si chiama Giulio Volpini, ha quarantacinque anni e vive solo. Come è possibile che un uomo così adorabile sia solo? Forse è separato…Mi rifiuto di credere che un bell’uomo come lui, passi inosservato. Comunque gli ho detto che, per qualsiasi problema, può fare capo a me.

Lunedì dieci dicembre, io e Giulio siamo diventati buoni amici…beh, più che amici, dividiamo lo stesso appartamento, così da tagliare i costi delle bollette e dell’ affitto. Giulio è infermiere in una clinica privata, questo  mi fa’ sentire sicura.  Inizio gradualmente a vivere meglio con me stessa, ho meno bisogno di farmi del male; piano lentamente, è un percorso lungo e graduale il mio, non devo avere fretta, la fretta è un’ ingannatrice che ti fa credere cose  non vere, certamente desiderate e poi ti assedia l’anima.

Continuo a recarmi al gruppo <Sciogliamo i nodi>, Giulio mi accompagna volentieri, ne trae beneficio anche lui; è rimasto traumatizzato da un incidente automobilistico, in cui sono restate vittime la moglie e i figli e la notte è preda di spaventosi incubi.

Usciamo ancora con i ragazzi del gruppo e ci divertiamo, anche se Roberto non ha accettato di buon grado il vedermi in compagnia di un altro uomo, per un lungo periodo si è ristrappato i capelli e le ciglia. Questa situazione mi addolora molto, tanto che all’inizio della mia storia con Giulio, non riuscivo a guardare negli occhi Roberto senza provare dei forti sensi di colpa .

Giulio oltre ad essere un uomo affascinante e gentile, ha bisogno di me, del mio affetto, della mia stima, della mia pazienza. Qualcuno mi trova importante…ma cosa sto dicendo importante? Mi  trova necessaria, ed è indispensabile qualunque cosa  provenga dal più profondo di me, dal mio cuore, dal mio animo. Anche io posso dare sentimento, emozioni, affetto, amore…lo straordinario risiede nel fatto che un uomo normale diventi speciale grazie alla passione di una cicciona. È la prima volta che sto insieme a qualcuno che non mi considera in base al mio aspetto fisico. Mi vuole bene per quella che sono, anche con i chili in eccesso. Mi fa sentire donna, non grassa, mi fa’ sentire desiderata, non disprezzata, mi fa sentire accettata, non commiserata…sono amata, amata, amata.

Quando mi guardo allo specchio, mi trovo cambiata, forse sono restata sempre la stessa ma sono diversa dentro. Non ho più bisogno di alzarmi di notte per prepararmi gli spuntini di fortuna, la notte a mia fame è stata placata. Non desidero più dormire nel frigo, ora ho il mio letto. Giulio è guarito dagli incubi notturni che lo tenevano sveglio. Sono contenta perché credo di aver contribuito, con la mia presenza, alla sua guarigione. Io però ho ancora fame di amore e mangerei Giulio ma, ho capito che questo non spegnerebbe la mia fame, quindi ho deciso di vivere serenamente, per quello che posso, questo rapporto, saziandomi di lui e donandomi come posso.

A proposito, quasi dimenticavo “ Sono Gaia, ho trentasette anni, sono alta un metro e sessantacinque centimetri, peso settanta chili ed ho un compagno. In un anno di autostima e amore, sono dimagrita ben ventotto chili di tristezza, che come una copertura, mi inglobava in un bozzolo per isolarmi. Sono uscita dal bozzolo non proprio come una farfalla, ma la metamorfosi è avvenuta internamente ed esternamente a me.

No Banner to display

UNA SU TRE

Stando a un rapporto dell’Onu, una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza; l’ho sentito al giornale radio. Quando avevo vent’anni, litigando col mio fidanzato di allora diedi e ricevetti uno schiaffo. Eravamo entrambi esasperati, stremati, consumati da un amore difficile che cercavamo di mantenere vivo a tutti i costi.  Quello per me non significò subire una violenza, semmai fu uno scambio reciproco di violenza, anche se il mio fidanzato era più forte di me e riuscì sicuramente a causarmi più dolore di quanto gliene avessi procurato io con le mie manine da intellettuale. Dieci anni dopo un altro uomo, incapace di impormi a parole il suo punto di vista, mi schiaffeggiò più di una volta, con tutta la rabbia e la frustrazione che gli venivano dall’impossibilità di sottomettermi. Questo per me significò subire una violenza.

Quando sei cresciuta in una famiglia dove tutti si rispettano e si vogliono bene, vezzeggiata  e viziata dai genitori, dai nonni, e dai fratelli più grandi, quando sei abituata ad avere intorno persone che nei tuoi confronti nutrono solo le migliori intenzioni, il primo schiaffo che prendi ti sorprende, non senti neanche il dolore, non hai paura, non provi rabbia. Lo stupore ti coglie;  ti domandi: “Che cosa ho fatto?” Se senti l’odio dell’altro che dai polpastrelli si irradia lungo la tua guancia, se una vampata di collera per te inspiegabile ti si rovescia addosso con la forza d’urto di una mano maschile pilotata dal rancore, rimani immobile a domandarti: “Che cosa ho fatto?” Non porgi l’altra guancia, non ti difendi nemmeno, e non ti chiedi che cosa puoi fare per fermarlo, cerchi soltanto di capire la ragione di quella reazione inconsulta, pensi che forse hai fatto davvero qualcosa di sbagliato, di terribile, di inaccettabile per quest’uomo così diverso da te, così imprevedibile. Se reagisci così, se sei come me, pur indignata e sconvolta sei già disposta a perdonarlo prima ancora che lui abbia chiesto scusa, sei già pronta a parlarne, a metterti in discussione, a ripartire da capo su nuove basi. Sei pronta ad asciugare le sue lacrime, perché sai che lui si pentirà, e piangerà quando si renderà conto di averti fatto male. Sei già pronta a consolarlo. Sei pronta a ricevere un altro schiaffo.

Perché è così che andranno le cose, solo che la seconda volta sarà molto peggio della prima, perché stavolta non sarà lo stupore il tuo sentimento più forte. La seconda volta ti lascerai contagiare dall’odio. Così è stata la mia storia. Preferirei non raccontarla, ma una donna su tre ha subito nella vita qualche tipo di abuso o violenza. Una su tre. Che tipo di violenze? E quante lo vanno a raccontare in giro?

La violenza fisica è umiliante. Lo so perché al terzo schiaffo il mio sentimento più forte, dopo l’odio, fu la vergogna. Per lui, che si era ridotto a picchiarmi nel tentativo vano di ridurmi in suo potere, ma anche per me, che l’avevo lasciato arrivare fino a quel punto, che non me ne ero andata subito dopo il primo schiaffo. è umiliante perché ti senti risospinta in una condizione sub-umana, una condizione a cui non sei abituata, e che non riesci a gestire; e dopo il terzo schiaffo viene subito il quarto, perché ormai anche per lui uno tira l’altro, come le ciliegie.

Quattro schiaffi, questa è tutta la violenza che ho subito fino ad oggi. Non  lo so se rientro nel conteggio dell’ONU, se posso considerare la mia esperienza affine a quella vissuta da una donna su tre.  Sono certa che in quel rapporto si celino storie di sopraffazioni e di abusi ben più agghiaccianti della mia. Purtroppo ci sono ancora realtà al mondo in cui una donna che ha preso solo quattro schiaffi da un uomo in tutta la sua vita può ritenersi fortunata, e difficilmente avrà la possibilità di tagliare ogni rapporto con chi potrebbe arrivare a compiere gesti ben più efferati dell’ennesimo ceffone. Io non ho aspettato di ricevere il quinto, ma sono nata in un luogo e in un’epoca in cui il ricorso alla violenza per affermare il dominio di un sesso sull’altro è arrivato ad essere – nel comune sentire, come nel diritto – inaccettabile. L’uomo che mi ha schiaffeggiata quattro volte veniva da un’altra epoca, da un altro contesto, da un’altra concezione del rapporto tra i sessi. Per lui  amarmi significava esercitare un controllo assoluto su ogni aspetto della mia esistenza, non solo all’interno delle mura domestiche, ma anche sul lavoro, nelle relazioni familiari, nelle amicizie. Significava anche aspettarsi che io gli dessi retta su tutto, che accettassi senza discutere ogni sua decisione; significava poter sindacare sul mio comportamento, sul mio modo di parlare, di muovermi, di vestirmi, in una parola su ogni minimo dettaglio della mia vita e della mia persona. Eppure era un uomo colto, sensibile, garbato; l’avevo incontrato nella sede di un’associazione che si occupava di immigrati, dove facevo un po’ di volontariato. Non era uno dei miei allievi al corso d’italiano, era uno dei volontari dell’associazione, e già da diversi anni. Aiutava gli insegnanti, organizzava eventi di autofinanziamento e spettacoli, dava una mano in tutte le iniziative. Mi innamorai di lui per la passione che metteva in ogni sua attività; era anche un uomo intelligente, tanto che dall’inizio aveva già capito come sarebbe andata a finire tra noi.

“Sei mai stata con un musulmano?” mi aveva chiesto.

“No, mai, perché?”

“Dovresti leggerti qualcosa su noi uomini musulmani; siamo diversi da tutti i fidanzati che hai avuto finora.”

Io non credevo nelle differenze culturali, ero convinta che l’indole e le inclinazioni personali contassero molto di più dell’origine etnica o confessionale, perciò feci spallucce e non ascoltai il suo consiglio; a me non interessavano i suoi correligionari, a me interessava lui, e lui mi pareva aperto e affidabile molto più di tanti italiani che avevo conosciuto.

“Guarda che io sono geloso” mi disse anche “sono possessivo”.

“Magari” pensavo io “magari avessi trovato un uomo che sa quello che vuole e lotta per avermi.”

Amir in Egitto si era laureato, ma a Milano faceva il portinaio in un palazzo di lusso; dopo un mese che stavamo insieme, perse il lavoro. Probabilmente gli inquilini mal sopportavano il portinaio immigrato, nonostante il suo aspetto bello ed elegante. Mi indignai, mi rammaricai, e senza che lui dovesse chiedere, gli proposi di venire a vivere con me. Allora stavo scrivendo la  tesi di dottorato; passavo molto tempo in casa, mi ero allestita una postazione PC nell’anticamera del mio bilocale in affitto. Amir si portò dietro i suoi mobili, i suoi tappeti, i suoi vestiti eleganti, e sopratutto il suo giro di amici e amiche che mi piombavano in casa a tutte le ore del giorno e della sera e a cui dovevo, secondo lui, fare sempre e comunque gli onori di casa. Persi la pace e la tranquillità che mi erano necessarie per lo studio, e non riuscivo a fargli capire quanto fosse grave  per me.

“La mia ex era una dottoranda anche lei” mi diceva “ma riusciva lo stesso a prepararmi un tè quando tornavo a casa e a stirarmi le camicie”.

“Ma io non sono una casalinga, Amir” ribattevo “e non lo sarò mai!”

Amir si innervosiva perché non corrispondevo al suo ideale di donna, ma se ne aveva voglia cucinava e lavava i piatti senza battere ciglio. Era come lacerato e sospeso tra due modelli culturali opposti: non si riconosceva più nella sua cultura di origine, ma non riusciva ad accettare completamente la nostra.

Il primo schiaffo lo presi per un futile motivo; ma dopo un mese di convivenza lui era come una pentola a pressione a cui nessuno avesse fatto sfiatare la valvola. Quel pomeriggio mi aveva chiesto di passargli il suo pacchetto di sigarette, ma io ero di cattivo umore, e in più stavo lavorando.

“Perché non te lo prendi da solo?” gli avevo risposto “visto che sei lì a far niente…”

“Vuoi darmi per favore quello stupido pacchetto?” aveva ripetuto lui, scandendo le parole con una calma eccessiva che avrebbe dovuto mettermi in allarme.

“No, non te lo do.”

Amir si era alzato dalla poltrona senza replicare. Mi si era avvicinato da dietro, prendendomi per il braccio. Mi ero girata a guardarlo, aveva un’espressione dura, ma con un velo di tristezza.

“Togliti gli occhiali” aveva detto.

“Perché?”

“Tu toglili e basta.”

Li avevo tolti. Mi era bastato un attimo per capire che se avessi tentato di difendermi sarebbe stato peggio. Potevo cercare di divincolarmi, potevo gridare, ma la certezza della sua superiorità fisica mi aveva annichilita.  Il dolore era arrivato dopo, e insieme al dolore le sue scuse infinite e un racconto patetico di come solo un’altra volta nella vita avesse picchiato una donna, e di come avesse giurato a se stesso di non farlo mai più.

“Perdonami” mi supplicò, è un brutto periodo.”

Mi confessò che stava prendendo degli psicofarmaci, e mi chiese di aiutarlo. Come potevo rifiutare?

Dopo un altro mese di vita insieme, gli schiaffi erano diventati più forti e le scuse meno convinte; certo, lui sbagliava, ma ero io a provocarlo, io che mi ostinavo a non fare quello che mi chiedeva, frequentando i miei amici maschi anche senza di lui, telefonando al mio ex fidanzato, presentandomi alle feste vestita di jeans invece che con la gonna. Alle amiche che mi chiedevano: “Come va?” rispondevo sempre: “Tutto bene. Sì insomma, ogni tanto c’è qualche divergenza, litighiamo un po’, ma poi facciamo sempre pace.” Gli schiaffi erano il nostro segreto, non volevo che pensassero troppo male di lui, non volevo che mi spingessero a lasciarlo. Fino a quell’ultima sera. Mi ero lasciata vestire da lui: gonna lunga, abbinata alla mia unica camicia elegante, pettinatura fresca di parrucchiere, e un trucco discreto sugli occhi.

Alla festa ricevetti un sacco di complimenti dalle amiche: “Come sei bella”, “Come sei elegante” , “Si vede che ti fa bene l’amore”. Amir e io ballammo insieme allacciati; mi pareva che le altre mi guardassero con invidia, sembravamo una coppia felice. A un certo punto andai a sedermi in un angolo con la mia amica Giulia. Mi girava la testa, e mi davano fastidio le scarpe; me le tolsi e appoggiai le gambe su quelle di Giulia, che cominciò a massaggiarmi con dolcezza la pianta dei piedi, mentre chiacchieravamo ad alta voce, cercando di sovrastare la musica. Vidi Amir che dall’altro lato della sala si sbracciava, facendo cenno di no col capo.

“Cos’ha il tuo fidanzato?” chiese Giulia “si sente male?”

“Che ne so?” feci io “mica capisco il linguaggio dei segni”. In realtà avevo capito benissimo; Amir voleva che tirassi giù i piedi e mi rimettessi le scarpe, ma non avevo nessuna intenzione di dargli retta. Di colpo me lo ritrovai alle spalle.

“Vieni con me” mi disse.

“Dove?”

“Tu vieni.” Il suo tono non ammetteva repliche.

Lo seguii fino a un salottino appartato, davanti al bagno; mi ritrovai con le spalle al muro.

“Perché non hai fatto quello che ti chiedevo?”

“Non stavo facendo niente di male.”

“Lascia giudicare a me cos’è male. Quando siamo con gli altri devi fare quello che ti dico; le discussioni, dopo.”

“Decido io come comportarmi in pubblico, sono una donna adulta, non sono una bambina.”

La bocca di Amir assunse una piega amara.

“Togliti gli occhiali” ordinò.

“Non voglio.”

Lo schiaffò mi arrivò netto e doloroso sulla guancia sinistra; gli occhiali schizzarono per terra. Erano infrangibili, ma qualcos’altro si spezzò dentro di me, con un rumore di vetri rotti proprio all’altezza del petto.

Non volevo piangere, ma sentivo le lacrime colarmi giù fino agli angoli della bocca. Mi chinai a raccogliere gli occhiali e mi infilai nel bagno senza dire niente. Chiusi a chiave la porta e cominciai a vomitare; vomitai la cena, e tutto il vino che avevo bevuto; vomitai l’euforia della festa, e poi lo stupore, l’odio, l’umiliazione, e la vergogna. Con un ultimo groppo acido vomitai dal naso anche l’ultimo residuo d’amore; alla fine mi sentivo completamente vuota. Tornai nel salone; Amir non c’era. Vidi Giulia sulla porta, con su il cappotto. Le corsi incontro e  mi aggrappai letteralmente alla sua manica.

“Giulia, ti prego, fammi dormire da te stanotte.”

“Sara, ma cos’è successo, ti senti male? Sei cadaverica!”

“Domani ti racconto tutto, te lo prometto, ma adesso andiamo via, per favore”.

In macchina mi rannicchiai sul sedile accanto a Giulia; fuori cadeva una pioggia sottile e silenziosa. Sapevo che il giorno dopo avrei dovuto affrontare una serie di questioni, non ultimo come riprendere possesso della mia casa e della mia vita senza farmi trascinare in una sequela infinita e lacerante di recriminazioni. Adesso però non avevo voglia di pensarci; preferivo pregustare il momento in cui a casa di Giulia avrei tolto le scarpe e la gonna per infilarmi un pigiama comodo preso in prestito dalla mia amica. Con quest’immagine confortante nel cuore, cullata dal rumore ritmico del tergicristalli, abbandonai la testa contro lo schienale e mi addormentai.

Amir, non l’ho perdonato.

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
I GIUDICI HANNO SCELTO IL VINCITORE. LA LORO RIFLESSIONE

Manca ormai pochissimo. Il 31 ottobre, data delle premiazioni del concorso nazionale di scrittura Liberi di Scrivere, è alle porte e i componenti della commissione giudicante hanno terminato il loro lavoro. I nomi dei tre vincitori sono nel cassetto chiusi a chiave, così come quelli degli altri racconti che verranno pubblicati nel volumetto conclusivo.

GIUDICI SEVERI ED ESIGENTI PER QUESTA EDIZIONE
Va detta subito una cosa, a testimonianza del valore della giuria e della serietà del concorso, le valutazioni di questa edizione sono state piuttosto esigenti e non è stato facile incontrare il gusto di tutti i giudici, che sembrano aver rilevato un leggero calo nella qualità più finemente letteraria degli scritti, almeno rispetto ai racconti ricevuti due anni fa in occasione di quel tema così particolare come quello della violenza di genere. Forse in quel caso le penne intingevano più a fondo nell’animo, mentre in questo caso il tema centrale legato al cibo, consentiva di restare anche più in superficie.

Confrontando i racconti letti con quelli di altri concorsi dove ho giudicato, questi restano comunque di un livello più alto” ha commentato il giudice Elisabetta Bucciarelli, scrittrice. Più severi i due giudici storici del concorso, entrambi fini frequentatori delle lettere sebben con percorsi differenti, Mauro Raimondi, scrittore e professore, e Alberto Figliolia, giornalista, scrittore e poeta: “Il dato quantitativo è assolutamente rilevante, e per questo il concorso è davvero un successo con un’edizione da record -hanno sottolineato- ma alcuni racconti sono risultati poco curati formalmente, magari con spunti interessanti rispetto all idee, ma questo è pur sempre un concorso letterario e non si può giudicare solo l’argomentazione. Comunque abbiamo trovato alcune eccellenze senza dubbio”. E queste eccellenze sono balzate ai primi tre posti della classifica, trovando l’accordo unanime di tutti e gli otto i giudici.

Sempre in merito alle aspettative della giuria, anche per lo scrittore Lello Gurrado c’è un’idea disattesa compensata da una piacevole sorpresa: “In generale mi è sembrato di ritrovare temi molto ricorrenti, piuttosto comuni, poco fuori dagli schemi. Ci sono state molte autobiografie, però poco rappresentative di una condizione universale, mentre devo dire che ho trovato delle belle prove e sforzi meritevoli che mi hanno colpito laddove si è provato ad utilizzare un contesto storico come sfondo delle vicende”.

IL CIBO: MENO RACCONTI GIOIOSI E TANTA SOFFERENZA
“Sono sorpreso dalla cupezza dei racconti letti
-ha commentato il Presidente di Giuria Valerio Massimo Visintin, Critico Gastronomico del Corriere della Serami sarei aspettato qualcosa di più gioioso legato al cibo, di più conviviale, mentre sono state tante le storie di dolore, persino di malattia”. Meno sorprese a proposito le donne della giuria, Elisabetta Bucciarelli, Cristina Borgonovo e Paola Di Andrea del Settore Cultura di Città Metropolitana e Anna Perina, docente di Lettere e componente del gruppo di lettura incrociARTI: “Ci aspettavamo racconti di patologie legate al cibo, è significativo questo perché conferma la capacità della scrittura di tirar fuori temi forti, hanno spiegato le giurate concordi, “Credo tra l’altro che proprio il disagio alimentare si presti a veicolare una scrittura più piatta, più asettica, magari più infantile -ha aggiunto Bucciarelli- mentre con la violenza di genere c’era una letteratura più rabbiosa e violenta”.

ALTRI TEMI
In un momento in cui il cibo, al di là di EXPO’, è catalizzatore di attenzione in televisione, nei manuali, nei libri così come al cinema, le declinazioni che di esse ne hanno dato i partecipanti sono diverse. Oltre al disagio alimentare sono comparsi anche temi come la povertà, l’omosessualità, ricette interne al racconto, menzioni di numerosi piatti stranieri, tantissimi temi legati al ricordo e al passato, con qualche punta nella letteratura horror, pochissimo fantasy e forse un caso di cibo umanizzato protagonista della vicenda. Ma un dato è stato tra i più ricorrenti e gettonati: la nonna, figura presente in tantissimi dei pezzi inviati dai partecipanti, che unita al dato malinconico,ci fa ritornare al quel “confort food” di cui avevamo parlato questa estate (qui).

QUALCHE DATO SUL CONCORSO
Per riassumere in dati e snocciolare qualche curiosità, vi diciamo che i racconti pervenuti sono 173 ma i partecipanti 174 perchè uno è stato composto a due mani. E’ per questo che nella conta degli autori, risultano 87 donne e 87 uomini, una parità perfetta rarissima. Per un età media dei partecipanti di 45 anni, ne ha 18 l’autrice più giovane, una ragazza albanese residente a Garlasco (PV), mentre è di Bologna lo scrittore più anziano con i suoi 78 anni. I cinque carugatesi sono sicuramente i partecipanti che hanno fatto meno strada, mentre viene dalla provincia di Reggio Calabria (Bova Marina) la donna il cui racconto ha viaggiato più a lungo per finire in biblioteca a Carugate. Lombardia, Piemonte e Toscana sono risultate le regioni più ispirate, rispettivamente con 112, 11 e 11 racconti, mentre ricordiamo la presenza di uno scritto del Canton Ticino in Svizzera.

Appuntamento dunque al 31 ottobre alle ore 17.00 presso l’ Auditorium del Centro Socio Culturale Atrion di Via San Francesco 2 a Carugate, dove verranno premiati i vincitori di questa edizioni di Liberi di Scrivere, compreso il vincitore del premio popolare assegnato attraverso la votazione online sul nostro quotidiano (vota qui).

 

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
LA SPECIALE CLASSIFICA DEI 20 RACCONTI FINALISTI AL CONCORSO NAZIONALE DI SCRITTURA

Sono arrivati da tutta Italia, persino dalla Germania, alcuni addirittura dalle mura delle case circondariali di Opera e San Vittore. Stiamo parlando dell’esercito dei 345 aspiranti scrittori che hanno provato a conquistare la giuria di Liberi di Scrivere edizione 2017. Ecco la classifica che sabato 2 Dicembre è stata ufficializzata alla premiazione del concorso che si è tenuta a Carugate, presso l’auditorium della BCC Milano. Ecco come è andata:

1) Terra promessa di Giovanna Pina

LEGGI QUI IL RACCONTO

2) Il silenzio ritrovato di Maria Palmieri

LEGGI QUI IL RACCONTO 

3) La luna nel mare di Monica Trentin

LEGGI QUI IL RACCONTO 

4) Nulla tattico di Gabriele Caprioli

LEGGI QUI IL RACCONTO 

5) Il silenzio di S.Vittore  di Claudio Bianchi

LEGGI QUI IL RACCONTO 

6) La verità di Samuele Capano

LEGGI QUI IL RACCONTO

7) Il silenzio sulla riva del fiume di Serena Anna Bruna Lavezzi

LEGGI QUI IL RACCONTO 

8) Una vita in silenzio di Maria Bacchetti

LEGGI QUI IL RACCONTO 

9) Vuoi essermi amico?  di Carlo D’elia

LEGGI QUI IL RACCONTO 

10) Il silenzio delle vespe  di Stefano Lodi

LEGGI QUI IL RACCONTO

11) Parole sul pavimento di Francesco Stellato

LEGGI QUI IL RACCONTO 

12) Il sasso e il silenzio di Luigi Guicciardi

LEGGI QUI IL RACCONTO 

13) Il silenzio degli altarini di Michele Piccolino

LEGGI QUI IL RACCONTO 

14) Un lupo solitario di Lorella Miorali

LEGGI QUI IL RACCONTO 

15) La voce dell’abisso silente di Ilaria Giraudo

LEGGI QUI IL RACCONTO 

16) Due prigioni di Gianroberto Viganò

LEGGI QUI IL RACCONTO 

17) Grida elettriche  di Emma Giuliana Grillo

LEGGI QUI IL RACCONTO 

18) La sinfonia del pendolo di Paolo Tavonatti

LEGGI QUI IL RACCONTO

19) Tre anni di Paola Zilioli

LEGGI QUI IL RACCONTO 

20) Serendipità di Davide Riva

LEGGI QUI IL RACCONTO

 

No Banner to display

La sinfonia del pendolo

Era da sempre affascinato dai suoni intermittenti. Di qualunque natura fossero. Dapprima quelli della macchina da scrivere.

Era ancora un bambino, avrà avuto forse tre o quattro anni, quando si intrufolava nello studio dove il padre, il nerboruto signor G., trascorreva intere ore a scrivere: articoli di cronaca, collaborazioni a riviste letterarie, saggi filosofici, recensioni a rappresentazioni teatrali, critiche musicali, romanzi…insomma, una fervida mente intenta ad un instancabile lavoro intellettuale.

Il piccolo Ludovico, appena il momento era propizio, eludeva il severo controllo della balia e sgattaiolava, con passo felino, in quella stanza, il cui accesso era pressoché proibito, come fosse il sancta sanctorum della cultura. Tanti oggetti avrebbero potuto attrarre la sua attenzione: scaffali chilometrici stipati di libri di ogni foggia, fattura e dimensione, poltrone broccate dal vago sapore nobiliare, l’elegante boiserie lungo le pareti. E poi l’odore del legno, che impregnava l’aria, trasmetteva calore e invitava a godere di quell’atmosfera sospesa, fatta di pensiero, di fumo, di silenzio, quasi religioso, che chiamava alla riflessione.

Eppure, era la scrivania ad attirarlo, con richiamo quasi magnetico. Non perché il mobile solleticasse qualche particolare fantasia. Era solo un’imponente e piuttosto austera cattedra in noce massiccio, poco elegante e abbondantemente segnata dai tarli.

Ma era la magia che, quotidianamente, si materializzava sul suo piano a risvegliare uno strano istinto ed una curiosità irreprimibile: le dita del signor G. danzavano sui tasti della macchina da scrivere e il ticchettio dei caratteri sul rullo e sul foglio fendeva il silenzio pesante della stanza. Ludovico non sapeva cosa stesse scrivendo il padre. Ma adorava quel suono. E assaporava, inconsciamente, l’intervallo tra una battuta e l’altra. Non riuscivano a distrarlo nemmeno le urla concitate della balia che lo richiamavano all’ordine. Forse era rassicurato dalla presenza del padre che, nonostante l’aspetto rude e distaccato, con malsimulata indifferenza gradiva la presenza del figlio e più volte lo aveva difeso e complicemente nascosto da chi lo voleva segregato nella stanza dei giochi, dove non avrebbe disturbato il lavoro del signor G.

Con il trascorrere degli anni le visite allo studio paterno erano sempre più frequenti e meno occulte. E al posto del cantuccio sotto la scrivania c’erano lunghe esplorazioni lungo gli scaffali della biblioteca. Non tutti, solo quelli dedicati alle enciclopedie ed alle edizioni antiche dei filosofi greci. Chiaramente Ludovico non era interessato al contenuto dei libri, non era attratto neppure dai colori sgargianti delle copertine. Ma quello era il posto più vicino alla scrivania e da lì riusciva ad ascoltare nitidamente il suono della macchina da scrivere, sempre più flebile ed intermittente con il passare del tempo.

Un giorno avvenne qualcosa che cambió la sua vita. Il padre si era repentinamente alzato dalla sedia per accomodarsi sulla poltrona di fronte alla finestra e aveva avviato il grammofono. La Quinta di Beethoven. “Si chiamava come te, figlio… chissà che tu non ti riveli un prodigio come lui”. Ludovico si era accostato al misterioso apparecchio, incuriosito e al tempo stesso intimorito. Ecco la magia. Il padre, addormentatosi, non si era accorto che la puntina aveva raggiunto la fine della sua corsa e l’unico suono riprodotto era il regolare crepitio metallico proveniente dalla campana in ottone. Ludovico era estasiato, praticamente ipnotizzato. Un silenzio, solo leggermente accompagnato da un fruscio di fondo, prendeva improvvisamente vita per poi riempire l’aria. Il bambino osservava, cercava di capire. Non il meccanismo, non la causa del rumore, quelli erano chiari. Era il mistero della profondità di quel silenzio a stuzzicarlo, di quel vuoto di suono che, allo stesso tempo, era così indefinitamente pieno…

Il signor G., al risveglio, non riusciva a distogliere gli occhi dal figlio, che sembrava diventare un tutt’uno col grammofono. Voleva darsi una spiegazione plausibile per un comportamento così inusuale, ma non la trovava. Poi, l’illuminazione, o almeno così sembrava. Ludovico, Beethoven, la sinfonia: il bambino doveva essere stato rapito dalla musica, che doveva aver risvegliato qualche talento naturale fino ad allora sopito. Il padre musicofilo non ci poteva credere.

Il primo passo, già l’indomani, era stato portare il piccolo da un suo vecchio amico, che si era ritirato da un’intensa attività musicale, dopo aver calcato i più importanti teatri nazionali accompagnando, col pianoforte, i grandi cantanti lirici. Il signor G. era giunto col figlio nel bel mezzo di una lezione. Al vedere l’amico, il Maestro aveva invitato l’allievo a suonare un pezzo d’effetto, pieno d’armonie, di bassi, di arpeggi e virtuosismi. Ma il piglio del didatta aveva preso il sopravvento e così, quasi mossa da un’energia propria, l’asta del metronomo cominciò a danzare sulla coda del pianoforte. Neanche a farlo apposta, Ludovico era corso vicino alla tastiera. Non tanto per la musica, s’intende, quanto per la suggestione magnetica di quello strumento mai visto prima, maniacalmente preciso nel suo alternarsi di silenzio e rintocco. Ancora una volta, l’atteggiamento del bambino fu male interpretato. Il suo rimanere quasi inebedito, immobile e concentrato vicino al piano fu subito letto come se fosse stato rapito dall’estasi della musica. Non c’erano dubbi, per il Maestro: un fanciullo così giovane non avrebbe reagito così se non avesse avuto dentro di sé il sacro fuoco dell’arte. Quelle parole raggiunsero come una spada il cuore ambizioso del signor G., che subito si accordò con l’amico per un programma di studio particolarmente intensivo: bisognava a tutti i costi sviluppare le doti di Ludovico e tirar fuori l’enfant prodige che era in lui.

Purtroppo, però, le aspettative non trovarono conforto nella realtà. Il giovane, pur dimostrando indubbie qualità, non aveva il cipiglio tipico di un genio della tastiera, men che meno l’acribia, la naturalezza e la facilità di chi aveva ricevuto un dono divino. Beninteso, le sue doti erano superiori alla media, il fraseggio era molto piacevole e la musicalità innata. Non erano tanto mani e dita a far dannare il povero Maestro, quanto l’atteggiamento piuttosto atipico e quasi disinteressato di Ludovico: nelle sue esecuzioni le pause duravano in modo spropositato, sembrava che il ragazzo volesse esprimere maggiore forza e vitalità nei silenzi piuttosto che nell’armonia e nei virtuosismi delle note. E questo non era dovuto a impreparazione tecnica o incertezza musicale, sembrava piuttosto la cifra stilistica del ragazzo. Ciò che al Maestro parevano attese interminabili, per Ludovico erano espedienti per incorniciare gli accordi e dare loro un vigore più forte rispetto a quanto scritto sulla partitura. E in quelle pause, avvertiva, come un compagno di banco, rassicurante e fedele, il ticchettio del metronomo, che invitava alla regolarità, alla calma e al silenzio.

La severità del Maestro e l’apprensione del padre erano riuscite a convertire un approccio un po’ naif alla musica in uno più canonico, sul filo della tradizione di chi si preparava ad intraprendere la carriera di concertista. Ma l’inquietudine di Ludovico non era venuta meno, si era soltanto mimetizzata per non portare allo sfinimento le energie psichiche del suo Maestro e l’affettuosa pazienza del padre. Il giovane aveva compreso che non trovava soddisfazione nell’eseguire i capolavori scritti da altri. Aveva qualcosa da dire, una voce gridava dentro la sua anima e voleva uscire. Forse per quello si sentiva così attratto dalle pause: in quei frangenti di vuoto musicale gli sembrava di poter percepire il battito del suo cuore fondersi con le vibrazioni delle note che ancora si diffondevano nell’aria.

Sull’onda dell’entusiasmo, si era gettato anima e corpo nello studio della composizione. L’arte che aveva inconsapevolmente respirato per tanto tempo nella casa paterna sembrava ora fluire in lui in modo così naturale, le idee si proponevano impetuose ed improvvise nella sua mente. Però mancava sempre qualcosa. Non riusciva a trovare la quadra, i pentagrammi riempiti sulla carta non gli sembravano all’altezza del sentire che aveva dentro. Eppure non c’era imperizia, non c’erano errori e neppure monotonia. I riscontri di maestri e colleghi erano positivi ed entusiasti: non a caso era stato caldamente invitato a partecipare ad un concorso di composizione ed in Accademia già si vociferava che il primo premio, ossia l’esecuzione pubblica nel teatro cittadino, sarebbe spettato a lui, per la sensibilità, la naturalezza e la fantasiosa freschezza dei suoi pezzi.

Ma Ludovico non la pensava così, anzi. Si sentiva inadeguato e non si riteneva all’altezza delle capacità che gli altri gli riconoscevano. E l’iscrizione al concorso era coincisa con una profonda crisi, artistica e personale. Per la prima volta in vita sua aveva paura, aveva paura a far musica, a sedersi al pianoforte, a giocare con le note come se fossero formiche sul bagnasciuga di un lago. E non sorrideva più, non riconosceva neppure se stesso.

Soprattutto, non aveva idee: dentro di sé soltanto il vuoto. Come fare? La scadenza per la consegna del brano per il concorso era imminente e Ludovico non poteva permettersi di presentarsi davanti alla Commissione solo con un foglio stropicciato, vergato da stelline, greche e disegnini osceni. Doveva fare qualcosa, doveva sorprendere ed agguantare l’idea giusta il prima possibile. Ma attorno aveva solo il silenzio della sua camera e quel silenzio, da sempre amico fraterno, lo opprimeva e lo soffocava. Aprì la finestra e udì gli uccelli far festa. Eureka! Vivaldi, Primavera, Primo Movimento, Allegro. Se l’ispirazione non poteva venire da dentro, sarebbe venuta da fuori. Come Vivaldi aveva tradotto in musica i suoni delle stagioni, lui avrebbe cercato il suo soggetto tra le nascoste melodie del mondo.

La via era chiara, doveva solo tracciarla e seguirla. Già, facile a dirsi, ma non a farsi. La campagna non lo attirava (non aveva mai avuto uno spirito bucolico), la vita cittadina non offriva spunti. Era disperato. Ma sul ponte della ferrovia, d’un tratto, si risvegliò dalla sua inerte apatia: il ritmato incedere del treno sulle rotaie, cadenzato tra rumore e silenzio, lo richiamò alla vita e gli dettò cosa cercare, cosa scrivere, cosa suonare. Aveva capito, d’improvviso, chi era, ricordava come e dove tutto era cominciato: la macchina da scrivere, il grammofono, il metronomo e…il treno.

Si recò subito nello studio del padre e lo trovò uguale ad un tempo, poi corse dal vecchio Maestro di piano e quindi si chiuse in camera. Forse fu un segno del destino, ma non appena si lasciò la porta alle spalle, il pendolo, che oscillava sopra il suo letto, rintoccò le undici, con suoni lenti e regolari, prima di riprendere la sua corsa scandita e ossessivamente ripetitiva. Ludovico considerò quell’evento come uno sprone ed un buon augurio. Sorrise, quindi si tuffò nelle trentasette ore più corte e più lunghe della sua vita, sicuramente le più intense, emozionanti e divertenti. Aveva fatto un tuffo nel passato per riemergere nel presente, per capire chi era e chi sarebbe stato.

Aveva consegnato il plico all’ultimo minuto. Non aveva la minima idea di come sarebbe andata. Non gli importava neppure. Sapeva solo che si era divertito come un matto, e questo gli bastava. Anche l’aspetto trasandato donatogli dalla reclusione forzata per la composizione non gli dispiaceva affatto, si era innamorato della sua stravaganza e la chioma arruffata gli ricordava tanto quella dell’altro Ludwig, quello bravo, cui il padre lo aveva accostato anni prima. Doveva solo aspettare l’esito della selezione e sperare di leggere il suo nome sul programma di sala.

Ora toccava a lui. Era arrivato in auditorium in anticipo. Voleva stare un po’ solo a respirare l’aria del teatro finché era ancora tutto suo, prima della première. Il palco era buio, solo una leggera luce soffusa proveniva dal retro del sipario abbassato. L’atmosfera era strana, l’emozione palpabile. Eppure Ludovico si sentiva a casa: l’incedere cadenzato sulle tavole del palco lo aveva messo a suo agio e ora era seduto allo sgabello del pianoforte, con la testa tra le mani. Ebbe un dejà-vu. Il palco aveva lo stesso odore della boiserie dello studio del padre. Il passato si mescolò al presente, in una commistione di ricordo e realtà. Vedeva il piano e sentiva i tasti della macchina da scrivere del padre, percepiva il suo respiro cadenzato e immaginava l’asta del metronomo del suo Maestro, osservava lo spartito sul leggio e udiva la Quinta di Beethoven suonata dal grammofono nello studio. Tutto aveva compimento in quell’istante. E nel cuore eseguiva per sé la sua composizione, un dono che voleva godersi interamente prima di condividerlo col mondo.

Aveva compreso che i silenzi, che tanto lo avevano affascinato da sempre, lo avevano guidato fino a quel momento. Ed erano stati preziosi perché si erano rivelati lo specchio della sua anima, vibravano delle sue emozioni, erano il tramite tra la sua sensibilità e l’universo. Lo aveva capito mentre componeva, quando il silenzio della stanza si colorava di risa, di fantasie, di sapori, di giochi e di vita, la sua. Lo aveva capito, il silenzio viveva in lui e lui nel silenzio, e quel connubio era proficuo e quel vuoto di suoni non si esauriva nel nulla, ma si riempiva della pienezza dell’esistenza.

La sua mente ed il suo cuore avevano appena suonato l’ultima nota della sua “Sinfonia del pendolo”. Ed ecco un suono intermittente attirò la sua attenzione: l’ingranaggio del sipario. Pochi istanti, un po’ di polvere e una luce diretta nei suoi occhi. Poi solo silenzio. Un silenzio pronto ad esplodere in un fragoroso applauso.

No Banner to display

IL CERCHIO DI FUOCO

Mezzanotte

Dormi, dormi, tu. Vorrei tanto poter dire che quando dormi sembri un bambino, un innocente, o anche solo un mammifero innocuo, ma non è vero.

Solo adesso posso stendermi. Quaranta minuti che giro sul tappeto come un criceto, perché non trovo le ciabatte e il pavimento è gelido. Ho girato e rigirato, e cullato Lucia cantandole la ninnananna greca che a te sembrava triste: ma non è triste; dice: “sonno, che porti via i bambini, vieni, prendi anche questo. Piccolo piccolo te l’ho dato; rendimelo grande; grande come…” ma tanto tu non sei stato attento.

Lucia ha un buon profumo. Quando è sveglia, anche se sono stanca da ululare alla luna, mi ubriaco del suo profumo, la tengo stretta, mi sembra di sentirmi ancora respirare. Ma ora deve abbandonarmi, così lontana da me, nella sua culla.

Che razza di benvenuto abbiamo dato a questa bambina venuta dal cielo?

Che cosa ha visto per prima cosa del mondo? Ha visto le luci dolci del Natale, i fiori di fuoco del capodanno. Ha visto i muri variopinti di questa casa dove dovevamo essere felici. Ha visto la sua mamma piangere,  piangere e buttarsi a terra e mordere la terra e gridare e piangere.

Io sono un bicchiere di lacrime, e tu mi rovesci.

Mi infilo nel letto e mi sembra di calarmi in una tomba. C’è questa lampadina blu sempre accesa e le ombre sono grevi, slabbrate. La testiera del letto è una lapide senza il nome.

So di essere stata spazzata via. Ma la mia statua di cera c’è ancora: sembra che io sia ancora viva. E adesso devo sdraiarmi proprio qui, di fianco a questa supernova di male, questo groviglio di urla, questa botola di pianto, questa puzza di assassino, te.

 

Due e venticinque

Domani mi pettinerò. Mi  metterò un po’ di fondotinta e berrò un caffè, e forse per mezz’ora sarò un po’ più lucida.

Nessuno si accorgerà che è la terza notte che non dormo, non dirò niente a nessuno e passerò due belle ore al Gruppo Mamme.

Però so già che le guarderò e penserò con invidia alle loro vite normali. Magari piene di pioggia, di code in posta, di colleghi irritanti, di zie malate. Ma vite ordinarie. La mia invece sembra una telenovela scritta male. Di quelle che ho sempre rifiutato di guardare, degnandole solo di una smorfia di disprezzo.

La mia vita la mia vita. Ha ha ha. La mia vita per ora è sciolta. La mia anima probabilmente è già laggiù che chiacchiera con Anubi.

E non sono nemmeno più arrabbiata con te: forse sei solo uno strumento del destino. Anche se uno strumento a forma di pirla è arduo da tollerare.

 

Forse c’è ancora una possibilità. Forse non ci siamo ammalati, forse quest’ultima che hai combinato non è il colpo di grazia. “Così impari”, mi hai detto persino, quando ho scoperto tutto. Eh sì, quanto ho imparato.

Mettere a posto la cucina già in ordine, pulire il cesso in continuazione… perché secondo te è sempre tutto sporco, e io non sono “capace di mandare avanti la casa”. Non disturbare quando ti fai la barba, non parlare quando sei al computer. Aspettarmi che tu ti incazzi lo stesso per qualche altra mia mancanza, perché sei come le sorellastre di Cenerentola. Tutte e due. Il motivo lo trovi anche se non esiste.

Ho imparato che tu “porti a casa i soldi”, e quindi io devo “fare la brava”. Ho imparato che quello che dichiaravi quando eravamo fidanzati è scaduto. E che io non posso mettere niente in discussione, altrimenti non mi lasci dormire finché non ti do ragione.

A me sembra fantascienza, ma sta succedendo sul serio. Non contraddirti, non parlare, non parlare, e attenzione: non lamentarmi se non mi rivolgi la parola per intere giornate. Non sei uno romantico, dici. E soprattutto non mi devo far beccare a piangere, altrimenti è la fine.

Devo credere a mia sorella, che mi ha esposto la sua teoria sui cloni cattivi inviati sulla Terra dagli alieni?

 

Comunque. Ci siamo ammalati, adesso? Moriremo?

Per ora non possiamo saperlo, e vedo tutti cadere intorno a me come foglie.

La mamma, che non sa, e mi dice di non stare seduta sull’orlo della sedia-astuta, lei capisce che sono in bilico su uno spigolo di  cornicione-e mi dice cose, mi dice che posso essere forte e libera, e devo pensare alla mia bambina, e che la vita va avanti.

Ma che succede se NON va avanti.

E la mia sorellina, la mia prozia col suo cagnetto scemo e innocente.

Tutti cadono come carte, non posso più aggrapparmi a niente.

Solo Dio resiste, piantato in mezzo al campo da rugby. E anche se non riesco più a pregare: Dio, lo so che non mi lasci. Io muoio, se devo, ma risparmia mia figlia, che non ha chiesto di venire al mondo, ha gli occhioni blu, sorride, e a differenza di suo padre mi sorride gratis.

 

Due e cinquantadue

Temporale. Era così bello, quando ero piccola, sentire il temporale a notte fonda, o alla mattina presto, aprire gli occhi e vedere che c’era una luce accesa in casa, una luce gialla, e persone che parlavano. Io facevo una tana sotto le coperte e mi sentivo al sicuro.

Ora sono io che devo essere questo per la mia bimba: un posto sicuro e caldo dove qualcuno ti vuole bene. Devo farcela: non so come. Cercherò di non farmi mangiare; costruirò un muro per difendermi da te.

Però. Se penso a come ti amavo.

Venivo fin là in bicicletta; poi, quando ti salutavo, cercavo di stare dritta in sella con la schiena. Me ne andavo senza girarmi mai, sperando che tu, invece, ti girassi a guardarmi. E quando avevo il vestito blu, come mi hai guardato: come se tu fossi in prigione e avessi appena scoperto che io avevo le chiavi. Era un pomeriggio d’ottobre, la luce era color pandoro, e io avrei voluto dirti che non dormivo e non mangiavo più, che avevo fame e sete di te. E adesso invece mi chiedo dove troverò le forze per sopravvivere. E tu mi rendi così debole; tu, la mia brutta sorpresa. Tu il mio amore guasto, avvelenato.

 

Ti ricordi come pioveva quel giorno e tu sei arrivato con il raffreddore e come ridevamo, e c’erano le lucine di Natale nella mia stanza, anche se era aprile, perché dopo le feste avevo provato a toglierle senza riuscirci…quella volta abbiamo mangiato biscotti e marmellata e parlato di paesi lontani e cantato insieme.

C’erano dei pomeriggi azzurrini, in cui l’aria pulita scendeva nei polmoni come una grattugia fredda. Solo noi a giocare a pallone nel prato che diventava scuro, quasi danzando.

 

Tre e tredici

E invece sono io sola, ora, a muovermi in punta di piedi, ballando su un campo minato. Recito “La Buona Moglie”, e lo sforzo mi strema.

Guarda con che maestria metto in scena il pezzo “ti saluto e ti auguro buon lavoro”, anche se poco prima hai strillato come un pazzo facendo vibrare il pavimento i muri la neonata e tutte le interiora dell’interprete femminile.

Cerco di calcolare le entrate e le uscite di scena. Non sempre ci azzecco.

-Stai zitta! Non sei capace di stare zitta?

Ops.

-Perché non parli?

Ops.

 

Cantavo tutto il giorno, parlavo sempre, rompevo le palle, ridevo. A casa mia ero un flagello, non vedevano l’ora che andassi fuori.

Ho provato a cantare, l’altra sera, con la chitarra; al posto della voce usciva un soffio come un pallone bucato. Mi sono spaventata e ho lasciato perdere.

Mi sdraio per terra, e Lucia mi gioca intorno. A volte non riesco neanche a guardarla, ma sento che è qualcosa di buono, come un panino fresco alle sei di mattina.

Solo, non so dove vado a finire.

 

Mi ricordo che, quando avevo sedici anni, a Carnevale mi sono vestita “da donna” (con i tacchi e la minigonna e via dicendo), perché c’era uno che continuava a prendere in giro le mie scarpe da ginnastica e le maglie lunghe fino alle ginocchia. Mi sento così anche adesso. Mi sono vestita da quello che devo essere secondo te, e sto scomoda da morire.

Di sera, però, arrivano i demoni, che mi recuperano dalla raccolta differenziata in cui mi sono diligentemente separata, e mi dispiegano davanti una mappa tutta nera.

Sarebbe il momento di urlare, di dire che il bene non esiste. Distruggermi e distruggere tutto.

Invece ho cura di me. Faccio ginnastica. Inspiro. Canto canzoncine alla mia bambina. Mangio la minestra, mi taglio le unghie, piego i pantaloni.

Mi spiace, Lucia, piccolo piccolo bene mio, perché tu lo sai che per tutto questo tempo, dentro, io sto urlando e urlando e urlando.

Non so dove vado a finire. Sento che posso vivere come un pupazzo sorridente e assenziente che intanto coltiva per conto suo dei gustosi sogni di morte.

Lo so che invece devo raccattare le chiappe, e vivere, e lottare. Ma per un attimo voglio proprio sognare.

 

Quattro in punto

Io voglio terrorizzarvi. Voglio farvi cagare sotto, e farvi male, come voi fate a vostra moglie, alla vostra ragazza, ai vostri figli. Sarò la vostra maledizione.

Verrò di notte dove dormite e vi soffierò in faccia minacce gelide e incomprensibili. Vi sentirete lo stomaco che precipita in fondo ai piedi e che comincia a chiedere pietà.

Assumerò una forma a voi nota: per esempio l’immagine di vostra madre. Poi aprirò le fauci, e voi vedrete scintillare nell’oscurità orrende zanne bavose.

Sarò trista e gelatinosa come mille anni di pioggia, e quando anche l’ultima speranza vostra sarà volata fuori, mi muterò in una larva ributtante, e vi attaccherò.

Colpirò proprio dove finisce lo sterno, e si incontrano le costole e il respiro, dove l’anima tiene il suo filo più grosso. Succhierò fuori da voi tutta l’anima che trovo.

Io so chi siete. State attenti. Prima non vi vedevo, ma ora, dopo essere stata bruciata viva, riconosco dovunque il vostro marchio di sopraffazione.

Vi sradicherò dal pianeta. Vi annegherò come cimici.

Tu, gentile vicino di casa che mi tieni aperto l’ascensore, che fai il commercialista e piaci a tutti. Tratti la tua ragazza come una sguattera; pensavo fosse fatta così lei, e invece sei tu. E lei balbetta, quando siete insieme.

Tu che vai sempre in chiesa, e che ti prendi cura-così dicono!-di tua moglie che soffre di depressione.

Tu che tratti male la mia mamma…oh oh.

E che mi portavi a fare dei bei giri in bici. Sempre con una faccia triste, che io sospettavo fosse colpa mia.

E poi abbiamo costruito un aquilone…giallo e azzurro, perfetto.

 

Chissà quando troverò un posto di me dove fermarmi. Dove smettere di odiare tutti questi.

Quando impiccano quattro stupratori in India, io non batto ciglio.

Quando il padre di una donna vittima dell’ex marito gli spara, io approvo.

Quando mio padre ha il colpo della strega, io rido.

Poi mi vergogno: so che anche questo è ingiusto. Il problema è che mi vergogno appena appena.

Bisogna percorrerla, la strada del perdono, se voglio rimanere un essere umano. Ma prima devo essere. Devo salvarmi.

 

Quattro e quaranta

I ragazzi del tuo paesino conoscono molti giochi crudeli. Uno è questo: lo scorpione che si suicida. Occorrente, uno scorpione vivo e un accendino; si versa il liquido dell’accendino attorno allo scorpione, fino a formare un cerchio. Si dà fuoco. Lo scorpione, quando si vede circondato dalle fiamme, per non morire bruciato si conficca il pungiglione in corpo.

E muore?

Eh certo, muore.

Dunque lo sapevi di essere velenoso.

Dunque bisognerebbe lasciarti solo in mezzo al fuoco, e il tuo artiglio si rivolgerebbe contro di te.

Invece ho l’impressione che tutti si affannino ad aiutarti:

i tuoi amici, che ti danno consigli al doppio malto su come si trattano le donne,

la vicina che, dopo avere ascoltato le urla, mi dice “comunque è sempre suo padre”,

la donna col rossetto fucsia che dichiara impassibile “ci sono anche donne che maltrattano gli uomini, perché di loro non si parla?”,

il poliziotto della questura che quando progettavo di andarmene mi ha abbaiato per telefono “ma certo che è sottrazione di minore, signora: se lo scordi di lasciare la casa e faccia la pace con suo marito”,

e tutti quelli che, come te, dicono che per la felicità e la salute di un bambino è  necessario che i genitori stiano insieme.

Dicevo.

Perché sono io, ad essere sola in mezzo al cerchio di fuoco?

 

Amore mio, due notti fa ti ho sognato di nuovo. Ho sognato che mi telefonavi ed eri stato via per tanto tempo, forse rapito, e finalmente eri tornato, e io avrei potuto sbarazzarmi del tuo cugino bastardo che avevano messo al tuo posto. Eravamo contenti per telefono, e ridevamo! Dopo pochi giorni ci saremmo rivisti.

Amore mio, dove sei finito?

 

Quando scrivevo la tesi, anche quando eri ospite da me e non avevi un altro posto, stavi fuori tutto il giorno, perché io riuscissi a concentrarmi. E compravi il pollo al mercato senza dirmi che quelli erano gli ultimi soldi che avevi. E quando eravamo in bicicletta ti giravi sempre per vedere se c’ero, e coglievi per me le more dei gelsi…

Io spero che anche per te nella vita ci sarà qualcosa di ottimo e dolce e starai bene e in pace. Ma lontano da me.

Non mi aspetto che tu capisca. Penserai che sia io a fare del male a te.

Ma quando sarai molto vecchio ti ricorderai di una bizzarra ragazza che ti correva incontro e c’erano girandole e lune e pesci enormi nella fontana e poi

ti ricorderai le stelle nel deserto

e ti sembrerà che se tu fossi stato un po’ meno avido avresti potuto tenere con te tutte queste cose, se solo le avessi lasciate vivere

e poi penserai che in fondo non è neanche tutta colpa tua, e che se è andata così un senso ci dovrà essere per forza, e chi sa se è vissuta veramente o è solo un personaggio di fantasia, quella strana ragazza che ti amava tanto.

 

Sette e dieci

Mi sono appisolata e ho sognato.

Ho sognato di essere in visita in una casa di streghe, in cima a una collina. Per entrare avevo dovuto togliere le scarpe, tra gatti e specchi rotti. Poi volevo andarmene. Mettevo Lucia nel suo passeggino; mettevo una scarpa, e l’altra? Sparita. La trovavo, ma intanto era sparita l’altra.

-vado a casa senza scarpe- annunciavo, ed uscivo in giardino. Una strega mi diceva: -aspetta, hai bisogno di aiuto per uscire da qui. Il giardino è pericoloso persino per me. Bisogna capire quale delle uscite è aperta: l’aria , l’acqua o la terra…

Mentre ancora parlava, arrivavano le linci. Sbucavano dai cespugli e prendevano Lucia! Le inseguivo gridando insulti. Nel crepuscolo vedevo la tutina gialla di Lucia che si allontanava a balzi.

Ma la mia disperazione calamitava la magia che c’era nell’aria a chili, e quando gridavo: “Lucia!” con le mani tese, Lucia mi compariva tra le braccia, nuda e ridente. Salva. Le linci se ne andavano.

-Vado a casa!- gridavo inferocita.

-Zitta, o si sveglia il drago-mi diceva la strega. Mi porgeva una sedia azzurra, che prendeva quota.

-andiamocene di qua- dicevo, ed eravamo già in volo.

 

Sto qui davanti al cielo in burrasca, con il tè verde e le mie amiche scarpe che mi aspettano di fianco alla sedia, e la testa tranquilla, almeno per ora.

È ancora scuro fuori. Ma è giorno, adesso, nella stanza dei miei pensieri, e c’è una grande insegna luminosa che dice non è giusto vivere così.

Tu dormi ancora, tranquillo, con le tue lunghe ciglia, e non sai che io sono scappata. Con la sedia volante e Lucia. Non sono ancora uscita da questa casa: ma dall’incendio delle tue grida, dal nero dei tuoi occhi sono già libera, libera finalmente.

 

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
VINCE GIOVANNA PINA CON “TERRA PROMESSA”. SI CHIUDE IN BELLEZZA IL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE DEL 2017

Si è conclusa con una bellissima cerimonia di premiazione la sesta edizione del concorso letterario “Liberi di scrivere” (QUI IL CONCORSO).

Sul palco dell’auditorium BCC di Carugate si sono infatti riuniti i giurati rappresentati dalla scrittrice Mirfet Piccolo, il Presidente di giuria Duccio Demetrio, l’organizzatore, bibliotecario e responsabile del settore Sport e Cultura, Corrado Alberti, l’assessore alla cultura e vicesindaco Gianluigi Maino e tutti i venti finalisti in trepidante attesa di scoprire il vincitore del concorso.

Dei 345 racconti arrivati solo i primi dieci sono stati inseriti in un’antologia distribuita gratuitamente proprio sabato pomeriggio e che vede ai primi tre posti dei racconti di grande caratura.

Dopo il conferimento dell’attestato di partecipazione al concorso, la chiamata dei primi 10 classificati è avvenuta in maniera del tutto particolare: una breve recensione del racconto, appositamente redatta dalla giuria, e una  reading musicata per l’occasione dal “Gruppo Teatro Tempo”, che  ha scandito l’incipit dei racconti finalisti, e  “chiamato” sul palco gli autori in erba.

(QUI LA CLASSIFICA FINALE DEI 20 RACCONTI FINALISTI)

copertina-liberi

Il primo premio è andato a Giovanna Pina, ex pubblicitaria con la passione del teatro, che con “Terra promessa” (LEGGI QUI  IL RACCONTOha saputo raccontare il silenzio nel dramma dell’immigrazione: “Ho sempre scritto da quando ero piccola ma sempre per me – ci racconta Giovanna Pina – Questo racconto arriva dalla mia esperienza come volontaria presso il centro rifugiati di viale Fulvio Testi a Milano. Ho mandato il mio racconto nell’ultimo giorno disponibile, non sono una partecipante assidua ai concorsi, a dir la verità è la mia prima partecipazione”.

vincitrice
Giovanna Pina, vincitrice dell’edizione 2017 del concorso letterario “Liberi di Scrivere” insieme al vicesindaco Gianluigi Maino, il presidente della giuria Duccio Demetrio e la scrittrice Mirfet Piccolo

A premiare l’autrice Maria Bianchetti, di Peschiera Borromeo, vincitrice del premio della giuria popolare e del web, ci ha pensato direttamente il presidente di Fuoridalcomune.it Stefano Augenti. Il racconto, intitolato “Una vita in silenzio” (lo potete leggere QUI) è stato votato per 176 volte sui 644 voti pervenuti, ottenuti dai i 20 finalisti, ospitati sulla nostra testata che anche quest’anno ha avuto l’onore di essere media partner del concorso. I racconti continueranno ad essere visibili sul nostro giornale a questo link (Clicca QUI), così come i racconti delle edizioni precedenti (Clicca QUI). Conosceremo meglio l’autrice del racconto in uno speciale approfondimento che avremo il piacere di ospitare sulle nostre pagine, nelle prossime settimane.

La vincitrice del premio Giuria Popolare Maria Bianchetti insieme al Presidente Duccio Demetrio
La vincitrice del premio Giuria Popolare Maria Bianchetti insieme al Presidente Duccio Demetrio

“Non posso che essere molto soddisfatto di come è andata –ha sottolineato il vicesindaco e assessore alla cultura Gianluigi Maino a margine della cerimonia di premiazione-  la mole di racconti provenienti da pressoché tutta Italia (e uno anche dalla Germania) sono numeri che rappresentano non solo più del doppio della partecipazione rispetto all’ultima edizione 2015, ma che pongono il concorso in una logica territoriale che esce  dalla zona Martesana, per proiettarsi sicuramente su tutta la regione, se non su tutto il territorio italiano. Un tema, quello del silenzio -ha ribadito Maino–  che non ha riscontro nella attualità più stretta, anche se molto presente: credo, infatti, che ci sia bisogno di riscoprire un po’ il silenzio, e con esso la riflessione, in antitesi al rumore e al “chiacchiericcio” costanti della vita di tutti i giorni. Questi sono stati, in buona sostanza, i motivi che mi hanno spinto a proporre questo tema, decisamente insolito ma molto intrigante per i partecipanti al concorso. I racconti pervenuti  – spiega l’assessore – sono stati quasi tutti di qualità e la cosa interessante è stato leggere come ciascuno, poi, abbia declinato la sua idea di silenzio cercandolo anche in elementi che solitamente non sono associati al silenzio”.

La sesta edizione, nota anche come edizione dei record per il numero di racconti pervenuti, è dunque volta al termine dopo aver regalato grandi emozioni e grandi sorprese. L’appuntamento ora è fissato al 2019, vista la cadenza bi-annuale del concorso, con la speranza di ricevere un numero sempre maggiore di racconti e di continuare a confermare Carugate, come un centro di produzione  culturale di grande rilievo.

No Banner to display

No Banner to display