giovedì, 24 Giugno 2021

LA RIVOLUZIONE DEL GUSTO

 

1

 

Rovente l’estate parigina, giugno mille settecento ottantanove.

Il sole brasa le pareti e i tetti delle ville più alte, e l’acciottolio sconnesso delle vie è brace per gli incipriati parrucconi in ghingheri e bastone da passeggio.

Ribolle rumorosa, la Francia di fine secolo, simile a una zuppa sul fuoco. Borbotta un blub blub blub gemello al bla bla bla delle assemblee cittadine, e fuma un odore, povero ma giusto, come di roba da mangiare più che da gustare.

Il vento prende a braccetto quell’aroma e lo spande da rue de Chartres a rue de Chaligny e in ogni altra strada.

I cittadini lo annusano e ne seguono la scia. Sperano in un banchetto che li appaghi e li ripaghi di quanto speso per patire la fame. Si affrettano in folla per non perdere il posto in tavola.

Il pranzo sta per essere servito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

Intanto Philippe Lamont-Souvier cucina.

Impasta, mescola e soffrigge. Impiatta e guarnisce.

Lo fa con la raffinata perizia per cui è uno degli chef più giovani eppure celebri dell’intera Francia. Compone melodie con i mestoli nei tegami, dipinge le stoviglie con le forchette e scolpisce di grazia a suon di coltello anche la più anonima patata. Armonizza i sapori con la calibrata bilancia del proprio gusto ricercato.

Fra fornelli e pentole scintillanti, entro le sicure mura della reggia di Versailles, lo chef Philippe Lamont-Souvier, incurante dell’infuocata stagione parigina, cucina.

Immerge il mestolo nella zuppa poi lo porta alle labbra. Gonfia le pesche che ha per guance e soffia. Imbocca e assaggia. Schiocca la lingua, annuisce. E sorride.

–       Un pranzo da re, – commenta.

E ritorna a cucinare.

Un pranzo da re per il Re.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3

 

Il sole investe il salone attraverso le ampie vetrate affacciate sul verde che avvolge la reggia di Versailles. Le posate d’argento brillano sulla tovaglia candida di bucato, stesa lungo una tavola che ben potrebbe ospitare una cinquantina di ospiti.

Sono solo due, però, i commensali, seduti ai capi opposti del desco, così compunti nel fragile belletto da parere due statue di gesso. Nemmeno gli stomaci brontolano, sebbene l’attesa sia ormai sconfinata nell’ora tarda del rifinimento.

Non è da nobili, del loro rango poi, lamentarsi, né col corpo né con le parole. E non per un galateo squisitamente di corte, ma perché altra è la natura del potere. Il potere ottiene sempre quel che vuole e quando desidera. Anche a dispetto delle apparenze.

Luigi XVI nega l’attesa correndo con lo sguardo, senza però muovere gli occhi, lungo gli arabeschi ricami della tovaglia.

Maria Antonietta sopisce l’imbarazzo dell’appetito con una carezza sul ventre, che il tavolo ben nasconde all’occhio del consorte.

Non aspettano, no. Regalmente affamati piegano il languore a un’attesa da loro imposta.

Poi, cristallina, una campanella suona. L’aroma caldo di spezie filtra da sotto la porta.

Sorridono, Re e Regina, e da sedie come troni concedono con autoritaria benevolenza il loro permesso.

«Potete servire, adesso»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

–       Bernadette, – le urla madame Vessai dall’altro lato del bancone, allungando un paio di scodelle fumanti. – Tavolo cinque. Due zuppe. Muoviti.

Bernadette serpeggia fra i tavoli con la grazia di un’equilibrista, nonostante rechi in grembo una pila storta di stoviglie sporche, alta per fortuna fino coprirle il rigoglioso seno quindicenne. Scavalca gli inciampi di gambe fuori posto, e schiva con colpi d’anca le grevi manifestazioni d’apprezzamento rivolte a lei, e più al suo sedere, dagli alticci avventori. In quanto alle richieste fra gli sghignazzi

–       Bernadette, servimi la patatina.

–       Bernadette, fammi vedere quanto è cruda la tua ostrichetta.

–       Bernadette, l’ho io la crema giusta per il tuo bignè.

–       Bernadette, ma cherie.

–       Bernadette!

–       Ah, Bernadette!

le scaccia arricciando le labbra in un broncio di cortese sufficienza.

Ordinaria amministrazione alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

Madame Vessai è un’ottima cuoca. Da borgata, certo, e per chi ha pochi spiccioli nelle braghe. Qualcuno s’ingozza con una zuppa di verdura e pane, opaca per le chiazze di grasso – quanto resta di un misero pollame – che allappa bene la bocca. Altri si appesantiscono con stufati di patate e cavolfiori, e qualche ritaglio di carne. Quartini di vino agro sono la prassi per buttar giù il groppo del cibo e della vita. E dimenticare. Forse fuggire.

Ma nessuno può.

Nessuno.

Non Bernadette, che abbandona i piatti vuoti sul bancone, arraffa la staffetta dei nuovi, caldi, e corre ancora un altro giro del proprio quotidiano tran tran a ostacoli.

Chiude un istante le palpebre umide e le asciuga lesta con un dito.

Ma non piange, no, Bernadette.

È solo il fumo sapido della zuppa che le ha annoiato gli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5

 

Mise en bouche.

Hors-d’oeuvre.

Potage.

Relevé.

Entrée.

Rot.

Entremets.

Dessert.

Niente di meno per Luigi XVI come menù, quasi tutto in porzione doppia. La sua ben nota, rumorosa ingordigia fa il paio spaiato con la frugalità della consorte.

La regina si limita, al solito, a silenziosi e misurati bocconi, il giusto per blandire l’appetito. Non mangia. Ammira. Annusa. Assaggia. Assapora. Gratifica i suoi più nobili aspetti e con questo l’opera di un artista del gusto come Philippe Lamont-Souvier.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6

 

Intanto, in attesa dietro la porta del salone da pranzo, Philippe Lamont-Souvier origlia.

Impastati slap di lingua decretano la bontà del foi grass, mentre i cric croc esaltanto la fragranza della Bouchée à la reine. I cucchiai tintinnano fra lunghi, sbrodolati slurp e composti mhhh d’approvazione per il potage. I coltelli affondano in un rip sommesso nella morbidezza del filetto in salsa. Sonori crunch confermano la croccantezza dell’arrosto, pollo, mentre un continuo gnam gnam di ganasce incorona le quaglie agli champignon. Il cucchiaio si tuffa con un plush nella crema di Brie, giacché un dessert senza formaggio è una bella donna alla quale manca un occhio.

Quando un sonoro, lungo broooot sfugge al bon ton di una mano tardiva e conclude il concerto del pasto, Philippe Lamont-Souvier quasi aspetterebbe applausi e richieste di bis. Il silenzio che segue lo appaga egualmente, e Philippe sospira sollevato.

È andato tutto bene. Magnificamente.

È fatta, pensa.

Gongola.

Philippe Lamont-Souvier.

Assapora il proprio nome.

Il primo chef della Francia.

Stringe la mano in un pugno di esaltata soddisfazione.

Sei in cima, Philippe.

 In testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7

 

–       Tagliategli la testa, – urla la folla gremita in Place de la Réunion.

Sul patibolo sfila l’ennesimo condannato per il sanguinario appetito dei citoyens.

Il popolo ha sempre fame: al solito di pane, talvolta di giustizia cui, più spesso di quanto dovrebbe, mal si accosta il piacere della vendetta.

Come un vino con troppo tannino su una meraviglia di porcini.

Questo pensa Philippe Lamont-Souvier mentre, il bavero di un cappotto infeltrito ben stretto al collo contro il fresco vento di ottobre, ottobre mille settecento novantatré, attraversa la ressa che ingolfa la piazza. E a quello che ha perso nella Révolution, e di cui conserva giusto un ricordo agrodolce. La sicura protezione di una Corona ormai nella cesta del boia. Clienti di un rango elevato al pari della rendita che gli garantivano. Una posizione di prestigio. Il suo rinomato La trascendence du Goût. E forse anche il piacere di cucinare.

Ma non la vita.

Quella no, per fortuna.

Poteva andargli peggio, a Philippe, come ad altri servi del potere. I suoi reati poi, col senno della Costituente, avrebbero ben potuto essere degni della pena capitale. Connivenza con la nobiltà. Furto di cibo al popolo. E, soprattutto, l’egocentrico volere di trasformare il basilare sostentamento di tutti in elaborata arte destinata a pochi.

Eppure l’ha scampata.

Perdonato, no.

Dimenticato. In favori di altri. Uno in particolare.

Eccolo, anche lui sul patibolo, fiero e acclamato: il boia Charles-Henry Sanson.

È uno chef anche lui, pensa, come me un tempo. Io con i coltelli, e lui alla ghigliottina. Un taglio perfetto per quel piatto perfetto richiesto dai commensali. Solo che il menù, adesso, è sempre lo stesso e terribile: morte. E Terrore.

E mentre una testa cade sotto lo szock! della giustizia, Philippe scrolla la propria per scacciar via quell’idea, pericolosa anche a pensarla, e ciondola verso il lavoro.

Da primo chef ad aiuto cuoco e sguattero. Dalla Trascendence a… questo.

E sopendo con un broncio storto un lamento di rammarico, inforca l’ingresso della Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8

 

“Cuoco si diventa, rosticciere si nasce.”

Questo aveva scritto Anthelme Brillat-Savarin in quel Physiologie du Goût che Philippe aveva eletto a Bibbia della propria cucina.

Ironico sia spettato proprio a lui contraddire quell’aforisma.

Da quasi tre anni sgobba per pochi franchi sotto la gretta direzione di Madame Vessai, eppure ancora non ha digerito la rivoluzione del gusto a cui ha dovuto piegarsi. Non affetta di fino, ma taglia con tutta l’approssimazione della fretta per le ordinazioni in  lame consunte. Non mescola, ma rigira le zuppe nella loro carnevalata d’ingredienti. Sbattere le portate in cocci sbreccati, con la stessa incuria che un tempo riservava agli scarti e all’immondizia, è il modo attuale d’impiattare. E gli pare di commiserare le pietanze, e tutto il loro potenziale, svilito nella mera natura di cibo da consumare.

No, ancora non lo capisce. Eppure si piega con malcelata ritrosia, fra pentolacce e verdure dal colore triste, a subire la cucina piuttosto che esserne artefice. E gli strepiti di Madame Vessai.

–       Philippe, tre stufati di manzo, poco, mi raccomando, e patate e pomodoro.

–       Due minestre di cavolo, un pasticcio di frattaglie. Ora.

–       Zuppe di pane. Quattro. Svelto.

–       Philippe!

Tiene duro, Philippe, perché, nonostante tutto, cucinare, seppure in quel barbaro modo, è l’unica cosa che sa fare. Che lo fa sentire vivo e, in ultima analisi, lo tiene in vita.

Quello.

E Bernadette.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 9

 

Gli si accosta quando, giovane moglie innamorata, lo vede lavare e risistemare le stoviglie sporche con la pena di chi pare volere con quel gesto riordinare la propria vita. Lo carezza sul collo e gli sfiora le labbra con un bacio.

–       Cos’hai?

–       Bernadette, – le prende mani nelle proprie – come si fa vivere così?

–       Non conosco altro modo da quando sono nata.

Philippe abbassa lo sguardo, colpevole.

–       Scusa.

Lei si sbarazza del proprio fastidio e dell’imbarazzo di lui con una scrollata di spalle.

–       Suvvia, – lo consola – non sarà sempre così. Le cose cambieranno. È la Révolution.

–       A me ha portato via tutto. – Pausa. Ritrova il sorriso. – Ma mi ha dato te.

–       Sei un uomo fortunato, – scherza lei.

–       Molto.

Si abbracciano, stretti in un amore così pulito fra quei tegami incrostati d’unto.

–       Un giorno, – dice lei – un giorno ce ne andremo via da tutto questo.

–       Te lo prometto.

Lei coglie un’esitazione nella sua voce.

–       Ma?

–       Ma non penso si possa fuggire da ciò che si è.

–       E tu sei uno chef. – Sa tutto di lui, Bernadette. Per questo gli si è data in moglie. – Il migliore. La gente cambierà. La Francia cambierà. E ricorderà il tuo nome.

E, come invocato, questo risuona autoritario, seppur nella domanda, alle loro spalle.

–       Philippe Lamont-Souvier?

Sulla porta sosta un uomo ben vestito, scortato da due popolani armati di moschetto.

–       Philippe Lamont-Souvier? – ripete.

Bernadette trema e Philippe annuisce, muto.

La vita, pensa, è un cameriere che ti presenta sempre il conto. E tu paghi.

–       Ci segua, monsieur Souvier,  – dice l’uomo. – La Francia la reclama.

 

 

 

 

 

 

 

 

10

 

La cella nella Tour du Temple è fredda e angusta forse quanto un loculo. D’altra parte è lì e ora, sedici ottobre mille settecento novantatré, che si consuma la vigilia del funerale di una donna e, con lei, di un’epoca. La fine dell’ancien régime.

–       Sua Maestà.

–       Mio caro Philippe. – Con un cenno della mano Maria Antonietta lo invita a lasciar morire un abbozzo d’inchino che non ha più ragione di essere se non nella galanteria. – Non sono più la tua Regina, ma lo stesso richiedo i tuoi servigi.

–       A sua disposizione.

–       Sai perché sei qui?

–       L’ultimo pasto del condannato, immagino.

Maria Antonietta fa un impercettibile cenno di assenso della testa, come se ancora si facesse carico del pesante, precario fardello della corona.

–       Una prassi che nella sventura non posso che gradire, anzi. – Fa spallucce e si passa mesta una mano sul ventre smagrito. – L’ultima cena, sì. No, niente blasfemie. Ma questo è quanto, e voglio che sia tu, come un tempo, a preparala.

–       Qualche desiderio particolare?

–       Giusto il tuo tocco insolito, per ricordo. – Ha il volto sbiancato che pare il crollo di un muro. – Ma ho solo fame, ora, Philippe, – sussurra. – Solo fame.

Philippe non ne dubita: poco è rimasto della donna che poteva concedersi il lusso di trattare i cibi più elaborati con una raffinatezza tale da sfiorare quasi l’offesa verso chi non può. Ha una voracità scolpita nelle guance grinzose che ricorda quella del defunto marito. Lo stesso appetito, ma non così ingordo. Anzi. Solo sano. E giusto. Lo stesso che vede ogni giorno alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai. E capisce, così come sa che ha fatto la Regina, quale sia il giusto equilibrio fra gusto e fame.

E anche il popolo, pensa, quando avrà appagato il suo appetito con la Rivoluzione, e si riterrà a ragione fin troppo satollo, forse (forse!) potrà scoprire come tenere in pari i piatti di questa terribile bilancia che è la vita.

–       Mangerà, sua Maestà – le dice di ritorno dai suoi pensieri. – Gusterà e mangerà, le prometto, come mai ha fatto. – Poi aggiunge – Tutti, un giorno, lo faranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

11

 

Tiepido l’autunno parigino, ottobre mille settecento novantacinque.

Sotto un sole che bacia le pareti e i tetti delle basse case borghesi, la Francia di fine secolo sì illumina e ribolle piano, simile al mosto giovane nei tini.

Una brezza lieve spazza le strade dalle prime foglie morte e da qualsiasi altra cosa passata, estate o Terrore che sia. Reca con sé, invece, un profumo nuovo, ricco e buono, di roba da mangiare. E assaporare.

La Rivoluzione è conclusa, ma non quella del gusto.

Quella s’inaugura ora, al pari dell’omonimo La Révolution du Goût.

Fra fornelli e pentole, entro l’aperta accoglienza del proprio ristorante, lo chef Philippe Lamont-Souvier, cucina.

Ancora una volta, cucina.

Per tutti francesi, cucina. Un gusto genuino e raffinato, eppure alla portata di ogni tasca e borghese fame parigina.

E osserva Bernadette che riceve all’ingresso i nuovi clienti, e li accompagna nella gremita convivialità della sala con una grazia priva dell’evidente impaccio del rigoglioso grembo e seno in odore di maternità. Con un sorriso pone al centro della tovaglia, non appena i commensali hanno le gambe sotto il tavolo, una cesta colma di fette di pane con ancora il caldo aroma del forno sulla crosta bruna.

È solo l’inizio, Philippe, si acquieta l’entusiasmo. Ma penso che sarà un buon domani in cui vivere tutti.

Annuisce fra sé e sé.

Sì, una nuova Belle  Èpoque.

Sorride al pensiero del menù.

Bon appetit.

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
“UNA VITA IN SILENZIO”, LA VINCITRICE DEL PREMIO WEB MARIA BACCHETTI SI RACCONTA

Dall’Appennino tosco-emiliano a Peschiera Borromeo, Maria Bacchetti, con il suo racconto “Una Vita in silenzio (LO POTETE LEGGERE QUI) si è aggiudicata il premio web della giuria popolare come più votata e si è raccontata a Fuori dal Comune svelando il segreto della sua passione per la scrittura che l’ha spinta a partecipare a Liberi di Scrivere.

Il suo racconto è stato il più votato nel concorso on-line ospitato dalla nostra testata e ha ottenuto ben 176 voti sui 644 pervenuti, e distribuiti tra i 20 finalisti selezionati dalla giuria. Clic che continuano a crescere anche dopo la chiusura della votazione on-line, dimostrando così l’apprezzamento del pubblico della rete anche “fuori concorso”.

Nata sulle dolci montagne che dividono Emilia Romagna e Toscana, da anni si è trasferita più a nord, principalmente a Peschiera Borromeo, periferia sud-est di Milano. “Ho lavorato per Alitalia per anni presso l’aeroporto di Milano-Linate, prima di essere messa in mobilità dopo il taglio al personale ed aver raggiunto la pensione.” Nonostante il suo racconto parli di tradimenti e vendette di una povera donna verso il marito, Maria è felicemente sposata: “Spesso mi è stato chiesto, da tanti lettori, se il racconto “Una vita in silenzio” fosse autobiografico. Fortunatamente no, anche perché la protagonista del mio racconto, a causa del suo carattere silenzioso e vendicativo, ne combina di ogni al marito traditore. Io invece sono felicemente sposata, ho due figli, un nipotino e due gatti.”

Come tanti altri partecipanti al concorso, e come la vincitrice (leggi qui per saperne di più..), Maria non è una scrittrice professionista ma ama questo modo di esprimersi: “Mi definisco una lettrice seriale. Ho sempre letto, sin da giovane, qualsiasi tipo di cosa e questo mi ha aiutato moltissimo nel trovare spunti e nell’affinare la mia tecnica di scrittura. Non sono però una di quelle che ha sempre avuto la passione per la scrittura ma c’è stato un momento specifico della mia vita in cui mi sono avvicinata a quest’arte”

Sì perché Maria, donna solare e piena di energia, deve tanto alla vita e ha incontrato questa forma d’arte in uno dei periodi più duri della sua esistenza. Un tumore al seno, una decina di anni fa, ha rischiato di portarla via. “Ho iniziato, come da prassi in questi casi, con una cura a base di farmaci e chemioterapie; è stato un periodo molto pesante e difficile, ma è anche stato quello che mi ha avvicinato alla scrittura. Temevo che potessi andarmene senza lasciare le risposte alle domande che i miei figli avevano da farmi, proprio come era successo a me con mia madre. Mi sono iscritta al laboratorio di scrittura creativa AUSER, curato da Benedetta Murachelli, e sono riuscita a trovare nella scrittura un’ottima valvola di sfogo”. Nonostante non sia una scrittrice professionista infatti Maria è addirittura riuscita a scrivere due libri “Euridice era proprio una cretina” e “Che baratta mici” e a far apparire un suo racconto nello spettacolo teatrale “Sono qui” per la regia di Simonetta Favari.

Da questo percorso arriva infine anche “Una vita in silenzio”, il racconto che ha permesso a Maria di vincere nostro premio: “Il racconto è nato circa un anno fa, dalla storia di una mia collega tradita dal marito. Io poi l’ho arricchito con alcuni particolari e l’ho reso un vero e proprio racconto. Quando ho letto il tema del concorso (il silenzio n.d.r.) ho subito pensato a questo racconto; c’è il silenzio di una moglie che preferisce tacere davanti al marito traditore e l’incapacità di comunicare che si trova in alcune relazioni”.

 La bellezza del racconto, gli amici, i conoscenti e i tanti lettori hanno poi fatto il resto, votando il racconto e facendole vincere il premio web del nostro quotidiano.

Un grandissimo in bocca al lupo da parte di tutta la redazione di fuoridalcome.it che augura a Maria

 

No Banner to display

I MANGIATORI DI PATATE

Olanda, 1885

 

Zwaan si sentì sfiorare da un glaciale alito di vento e un brivido la pervase da capo a piedi. L’abito di fustagno tutto rappezzato che la avvolgeva riusciva a stento a proteggerla dal freddo di quello che si preannunciava essere un inverno particolarmente rigido e ingrato. Suo marito Joost, di ritorno dal campo, richiuse in fretta l’uscio dal quale inevitabilmente sgusciava sempre qualche spiffero.

Zwaan gettò un po’ di legna nel caminetto per ravvivarne la tenue fiamma sulla quale la vecchia Maaike stava scaldando il caffè comprato al mercato di Rijsbergen in settimana. Dietro di lei udiva la piccola Wilhelmina correre ad accogliere il padre mentre Hannie liberava il fratello dal peso degli attrezzi da lavoro con i quali era rincasato. Nonostante le ristrettezze economiche in cui versavano, Joost non aveva esitato a prendere la sorella in casa con loro dopo che Pieter le era stato portato via dalla polmonite otto inverni prima, lasciandola vedova a soli ventidue anni.

Ormai le patate erano pronte. Zwaan salutò Joost invitandolo ad accomodarsi attorno al piccolo tavolo quadrato al centro della stamberga, poi aiutò la madre a raggiungere la sedia: Maaike vi si lasciò stancamente cadere sopra sospirando un debole ringraziamento.

«Cosa si mangia oggi?» La voce di Joost era ironica ma non sprezzante. Ogni sera poneva questa domanda ma era da undici giorni che non mangiavano altro se non patate. E non sembrava che avrebbero potuto fare diversamente per le prossime settimane.

«Patate, patate e per concludere patate!» Zwaan abbozzò un lieve e imbarazzato sorriso, quasi a scusarsi del ripetitivo menu che offriva loro a tutte le cene. Joost le sorrise anch’egli, gentilmente, socchiudendo leggermente gli occhi, consapevole che la moglie non potesse fare altrimenti. Il piccolo gesto rincuorò Zwaan. Ciò che amava maggiormente di Joost era quel suo cordiale modo di sorriderle: sapeva confortarla in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione.

«Tenete, una tazza per uno! È ancora bollente, vedrete che questo vi scalderà per bene.» Hannie finì di versare quel liquido nerastro che alcuni avevano il coraggio di chiamare caffè in cinque tazzine di ceramica e cominciò a porle ai commensali.

«Non berlo tutto adesso Wilma!»

«Ma io ho freddo mamma.»

«Lasciala fare Zwaan, nella cuccuma ce n’è dell’altro. La dose che sarebbe avanzata per domani era insufficiente per tutti e quindi l’ho preparato tutto oggi.» disse Hannie.

«È già finita la scorta?»

«Sì, Joost.»

«Beh, dopodomani devo recarmi a Rijsbergen. Lo prenderò io.» Zwaan sapeva che probabilmente Joost non sarebbe riuscito a prender niente a Rijsbergen visto che le ultime monete derivate dalla vendita mensile delle loro patate dovevano necessariamente essere investite per comperare la nuova vanga e la legna. Presumibilmente anche Joost sapeva che il caffè non sarebbe stato acquistato per un po’ ma Zwaan non si sentiva mai di condannarlo per queste piccole bugie illusorie, recitate con l’unico fine di non demoralizzare Maaike e la piccola Wilhelmina.

Zwaan prese il vassoio su cui aveva già disposto il pasto che avrebbe dovuto rinvigorire i loro corpi dopo un’altra giornata di lavoro provante. Il piatto su cui erano appoggiati i tuberi era fumante e nel portarlo a tavola fu invasa dalla piacevole sensazione del calore che la ceramica trasferiva alle sue mani. Zwaan lo posò al centro esatto della tavola. Nel frattempo Heinz si era svegliato e lanciò uno strillo dall’angolino dove era avvolto in fasce.

«Vado io.» Joost si sollevò dalla sedia e raggiunse il pargolo. Un giorno sarebbe toccato a lui coltivare quelle patate di color giallo sbiadito che aspettavano suo padre sul tavolo. Lo cullò finché non si appisolò nuovamente e gli stese addosso un altro panno di stoffa, poi tornò a sedersi con i suoi cari. Gli altri non avevano ancora iniziato a servirsi. Era consuetudine che si aspettassero l’un l’altro prima di cominciare. Nessuno aveva mai stabilito questa regola, era solo un tacito accordo che tutta la famiglia De Groot rispettava con rigore. A Zwaan questo piaceva; le piaceva trovarsi tutti riuniti a fine giornata, mangiare insieme, condividere il frutto della loro fatica.

I cinque allungarono finalmente le posate verso il piatto alla flebile luce della sola lampada a olio appesa alle travi del soffitto che rischiarava appena la stanza. Le pareti di legno della stamberga erano avvolte dalla penombra dalla quale trasparivano vagamente solo un vecchio mobile tarlato sul quale spiccavano una teiera di latta, alcune stoviglie disposte su una mensola, le finestre oltre cui il buio pesto della notte invernale olandese inghiottiva il paesaggio e un piccolo pendolo che Zwaan non ricordava avesse mai funzionato. Alla destra dell’orologio una stampa raffigurante un crocifisso, segno della fede schietta della famiglia contadina.

Durante la cena nessuno parla più. Mangiano in silenzio. E d’altronde la scarsa quantità delle vivande apparecchiate rendeva quel momento di ristoro così breve che difficilmente si sarebbe fatto in tempo a intavolare un discorso. Avrebbero parlato dopo cena. Era sempre così. Allora sarebbero arrivati i complimenti della tavolata a Zwaan per l’ottimo simposio, le domande di Hannie a Joost su come fosse andato il lavoro quel giorno, le profetiche previsioni meteorologiche per l’indomani che Maaike deduceva dalla semplice osservazione della luce del tramonto e che, da contadina esperta, azzeccava sempre. Poi tutti si sarebbero disposti davanti al focolare ad ascoltare i racconti dell’anziana donna. Maaike si arrogava questo compito recitativo gelosamente: guai a toglierle il suo momento di gloria giornaliera! Ora che le sue forze non erano più quelle di un tempo e il contributo che poteva dare si limitava alla pulizia della casa, mansione per nulla gravosa vista la modica estensione dell’abitazione, era questo il modo con cui riusciva a sentirsi ancora importante. Così giunta l’ora della storia, Maaike avrebbe narrato un episodio tratto dalla Bibbia o dalle antiche leggende della tradizione nordica. Quella sera sarebbe stato di nuovo il turno di De Vliegende Hollander, l’Olandese Volante, il vascello fantasma condannato a solcare i mari in eterno; sebbene tutti avessero sentito Maaike narrarlo innumerevoli volte, ogni volta pendevano ugualmente dalla sua bocca e dalle parole che ne uscivano.

Ma durante la cena no! Il silenzio. In sottofondo si ode solo il suono prodotto dalle loro mandibole e dalla punta delle forchette che infilzando le patate vanno a contatto con il vassoio dal quale mangiano direttamente visto che i piatti non coprono il numero delle loro bocche. Mangiano senza fretta, quasi con grazia, pur crepando di fame e stenti. È in questo momento che si ribalta il convenzionale pensiero che vuole quei signorotti, che definiscono zotici i contadini, come unici detentori della gentilezza d’animo. Quei ricconi di città che ruttando e ingozzandosi come maiali hanno il coraggio di avanzare nelle loro stoviglie da servizio un ottimo pezzo di manzo perché il cuoco non l’ha cotto al sangue. No! I De Groot hanno meritato di mangiare quelle patate con le stesse mani che hanno zappato la terra dove sono cresciute. Loro comprendono veramente il valore di quelle patate.

E attorno il silenzio. Ma la calma è solo fuori di loro. Nelle teste di ognuno vi è fermento: c’è la vecchia Maaike, che di patate ne ha mangiate tante in vita sua. E che non ne ha mangiate ancor più a causa delle varie carestie alle quali ha assistito durante le sue 55 primavere, compresa quella che a metà secolo aveva trasformato il tubero sudamericano da benedizione a maledizione dell’Irlanda, decimando la popolazione dell’isola la cui collocazione geografica Maaike neppure conosce. Maaike che pensa a quando era giovane e il suo corpo le permetteva di dare una mano nei campi e non solo all’interno del perimetro domestico, quando ancora il colore delle sue mani non somigliava così tanto a quello della buccia delle patate appena estratte dall’umida terra autunnale. Maaike che pensa che i suoi anni migliori se ne sono andati. Che a dispetto delle miserie, delle sofferenze e delle angosce che li hanno caratterizzati, questi sono passati ugualmente. Inesorabilmente come ogni cosa. E, nonostante tutto, pensa che non cambierebbe mai nulla del suo percorso, neppure quella pietanza che ha dinanzi e che l’ha accompagnata lungo ogni suo passo.

C’è Hannie, che pensa alle tante volte che oltre alle patate ha sbucciato pure le sue stesse dita con quelle specie di coltelli male affilati che le scarse finanze in cui versano impediscono loro di sostituire. Hannie che pensa a quelle lontane Americhe da cui qualche esploratore in un indefinito passato aveva importato la patata in Europa. Terre sterminate e floride come le raccontava il compianto marito Pieter che in gioventù era riuscito a frequentare qualche anno scolastico, quel tanto che gli bastò per renderlo il membro più istruito della famiglia. Annie sognava la fattoria che si sarebbero costruiti dall’altra parte dell’oceano, i bambini che vi avrebbero cresciuto, il cibo che avrebbero assaporato: pannocchie, fagioli, formaggi, del caffè vero, carne. Carne! Almeno una volta a settimana. Non come adesso, che un boccone di maiale è un lusso riservato alle occasioni speciali! Hannie ascoltava Pieter estasiata, fantasticando sulle idilliache descrizioni della terra dove lui era desideroso di condurla, sul loro nuovo futuro. Il destino non gli diede abbastanza tempo per concedergli di mantenere tali promesse, condannando entrambi a restare intrappolati per l’eternità, chi in una casa, chi in una bara, in quelle misere campagne olandesi al confine belga non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale. Hannie che mangiando patate tiene vivo il ricordo di Pieter e del loro sogno.

C’è Heinz, che ha ripreso a dormire nel suo angolino vicino al caminetto e che ha ancora la fortuna di poter non pensare. Heinz che è la speranza di tutti i De Groot da quel marzo piovoso in cui il primogenito maschio di Joost era stato vinto anch’egli dalla polmonite. Heinz che ancora non sa quanto odierà e quanto amerà le patate nel corso della sua vita. Non sa ancora quante volte si stancherà di inghiottire quei tuberi dal retrogusto di amido né quante volte la rincalzatura estiva delle piante gli spaccherà le braccia. Non sa ancora quante volte ringrazierà il cielo di poterle raccogliere e di poter placare l’assordante brontolio del suo stomaco.

Poi c’è Joost, infaticabile lavoratore, che le patate ha imparato a coltivarle a 8 anni da suo padre, che ama la sua famiglia e primo fra tutti si alza all’alba rincasando solo al calar del sole, rompendosi la schiena nel campo per portare alla loro spoglia dimora quelle poche patate così farinose che ora sta infilzando con la forchetta e che gli permetteranno anche domani di alzarsi dal letto e riprendere tutto da capo. Joost che le patate le conosce come le sue tasche, che al giungere della primavera sa sempre quando è l’ora esatta per interrare i tuberi e che, con la pazienza che solo l’umiltà di un contadino potrebbe fornirgli, dedica tutto se stesso al raccolto, magro o abbondante che si prospetti. Joost che sa che la vita è difficile e che la loro lo è particolarmente. Ma che guardando i suoi figli crescere e gli occhi di Zwaan e Hannie riesce sempre a trovare un senso a tutte le sgobbate. Joost che pensa a quanto sarebbe bello se per il 5 dicembre del prossimo anno riuscisse finalmente a offrire a Zwaan e ai suoi cari quella grassa oca vista al mercato che per il Sinterklaas appena trascorso non si era potuto permettere. Joost che pensa che, anche se è povero, comunque la si metta, nessuna soddisfazione potrebbe eguagliare quella che prova ogni autunno a cogliere il frutto del loro lavoro.

C’è Wilhelmina, che è ancora piccola, ma a 9 anni è costretta a essere già grande. Costretta a stare inginocchiata sotto il cocente sole estivo a strappare ogni singola malerba che cerca di sottrarre alle loro patate i nutrienti provenienti dal letame sotterrato da Joost per concimare il campo. Wilhelmina che la mamma chiama amorevolmente Wilma e che le patate le adora schiacciate e mischiate con il latte che ogni tanto zia Hannie riesce a procurarsi in paese. Wilhelmina che si sente sempre ripetere da nonna Maaike che col suo portamento regale e il volto delicato come un petalo sembra destinata a divenire una bellissima principessa. Wilhelmina che pensa che sarebbe bello se le parole di Maaike potessero avverarsi. Wilhelmina che poi però pensa a come, anno dopo anno, quella sua postura si trasformerà, come per sua madre e sua nonna prima di lei, in una schiena incurvata a forza di continuare a strappare malerbe e quel suo gradevole visino diverrà incavato e spigoloso per gli stenti. Wilhelmina che pensa che quello che conta davvero è riunirsi ogni sera tutti assieme davanti a un piatto di patate fumanti.

E infine c’è Zwaan, che a 26 anni si ritrova i palmi delle mani consumati e le dita nodose a furia di cavar fuori dalla terra una radice che dovrà poi ripulire, pelare e cucinare per mandare avanti la famiglia. Zwaan che sa di non avere la minima certezza che anche domani le patate li sfameranno. Zwaan che pensa a quel bizzarro ma cortese signore con i capelli e la barba rossicci di Zundert nel quale si era imbattuta qualche volta al mercato di Raamberg. Pensa a quell’uomo davanti al quale si era fermata il venerdì precedente per ammirare una tela esposta raffigurante un vaso di girasoli sgargianti. Vincent le aveva detto di chiamarsi. Aveva provato a divenire un predicatore ma la scuola di teologia di Amsterdam l’aveva scartato. Ora tentava di campare vendendo i frutti della sua vera passione, i dipinti. Non con grandi risultati aveva immaginato Zwaan notando il giaccone sgualcito che indossava. Zwaan che pensa alle parole dell’uomo: “So esattamente quale scopo inseguo e sono fermamente convinto di essere, nonostante riesca a vender poco, sulla buona strada, quando dipingo ciò che sento e sento ciò che dipingo.” Zwaan che capisce la loro profonda saggezza e pensa di essere anche lei fermamente certa di fare ciò che fa: raccogliere le patate e cucinarle ogni sera per le persone che ama.

«Nonna! Cosa ci racconti oggi?» la voce di Wilhelmina sprizzava sempre di entusiasmo quando, finita la cena, si avvicinava il momento della storia.

Zwaan si ridestò all’improvviso dai suoi pensieri. Il vassoio era completamente ripulito. Le tazze vuotate.

«Beh, vediamo… conosci la storia di De Vliegende Hollander?»

«Ma nonna l’avrai raccontata almeno cento volte! Certo che la conosco!» Joost, Maaike, Hannie e Wilhelmina si misero a ridere. Serenamente, con i volti finalmente rilassati. Un piatto di patate calde aveva il potere di scacciare le fatiche di una giornata intera.

Anche Zwaan rise. Con il cuore pieno di gioia. Zwaan che pensa a quanto è fortunata e ringrazia il cielo perché ha la sua famiglia, la sua casa e le sue patate.

No Banner to display

DASHI MILANESE

 

Dalla terrazza si poteva distinguere la sagoma del monte Fuji con le sue cime perennemente innevate. La montagna sacra che tutto conosce e tutto domina; il solitario vulcavo divenuto simbolo di purezza e superiorità divina.

Hiroshi, assorto in una profonda meditazione, ne percepiva il profumo dell’aria fresca, l’aroma intenso  dei larici giapponesi che ricoprivano il versante nord ovest della montagna, la fraganza dei cedri e degli aceri più a valle.

Il ritmo cardiaco rallentato aveva condizionato la sua respirazione a soli due cicli al minuto ed in quei  gesti di inspirazione e lenta espirazione lui stava inalando la storia del Giappone, si stava nutrendo di  quelle molecole d’aria che per millenni i suoi avi avevano respirato in un eterno ciclo di vita, morte e  rinascita.

Ogni cellula del suo corpo, apparentemente inerte, era totalmente consapevole e si sentiva parte integrante di quell’energia che pervade l’universo e di cui ogni essere vivente è partecipe.

Percepiva ogni creatura nella foresta attorno alla sua villa: le volpi e gli scoiattoli immersi nel verde dei  boschi, il lento incedere dei capricorni così timidi e timorosi nei confronti dell’uomo.

Era mille anni distante dal presente ed allo stesso tempo totalmente in relazione con ogni cosa che lo  circondava. Il suo cuore pulsava con il creato.

Il rumore della suoneria del cellulare lo riportò alla realtà.

Aprì gli occhi e si alzò lentamente apparentemente senza muovere un arto, come se il suo corpo  lievitasse  in posizione eretta avvolto dai pesanti abiti della tradizione shintoista.

Ascoltò la voce metallica all’altro capo del telefono.

-Va bene, sarò a Milano dopodomani –  fu l’unica sua risposta.

Il compenso previsto era il medesimo: 50 mila dollari e tutte le spese pagate per un paio di giorni di  lavoro al massimo. Entro pochi minuti gli sarebbero arrivate via fax tutte le informazioni necessarie per  eseguire il lavoro ed i biglietti aerei.

Pensò che prima di partire voleva mangiare qualcosa. Sarebbe stato difficile prepararsi un buon brodo  dashi con verdure nella capitale industriale d’Italia.

Hiroshi, anche nel suo paese, raramente andava al ristorante.

Non si fidava della qualità degli alimenti che gli proponevano i “mercanti di cibo”.

Cucinava sempre per se stesso seguendo i dieci precetti della cucina zen che suo nonno e suo padre gli  avevano tramandato.

Gli sarebbe piaciuto avere una moglie che cucinasse per lui, ma per il momento il lavoro gli impediva di  avere una compagna.  Forse un domani, quando si sarebbe ritirato a vita privata.

 

 

Gli schamazzi nel locale erano assordanti. I ragazzi dalle teste pelate avevano bevuto parecchia birra e  cantavano canzoni tedesche degli anni ’40 imparate in maniera dozzinale sui siti internet di propaganda  nazista. Nessuno di loro sapeva il tedesco.  Il più colto del gruppo era Carlo, soprannominato roccia, che  aveva a stento terminato la terza media.

Franz non ci era riuscito: lo avevano bocciato due volte in prima e due in seconda e poi l’avevano  espulso dall’istituto per aver mandato all’ospedale il prof. di matematica.

Nel pub gli altri avventori erano usciti quando loro erano entrati e quei pochi che erano rimasti facevano  finta di nulla, uno sguardo sbagliato e sarebbe stato un prevedibile pestaggio.

Era gente che non ci pensava due volte a menar le mani quella, soprattutto quando il tasso alcolico   aveva superato il livello di guardia.

– Allora ragazzi volete altro? Tra poco devo chiudere… –

– Dai zio Adolf – così i ragazzi chiamavano sbeffeggiandolo Arturo il gestore del pub-  sono solo le  due di notte. Non romprere le palle e portaci ancora tre piatti di stinco con crauti e senape ed un giro di

birra per tutti –

Il barista obbedì senza ribattere, sapeva che non gli sarebbe servito a nulla protestare.

– Allora che cazzo facciamo domani? – chiese Luca al capo branco dopo aver tirato un fragoroso rutto.

-Direi di fare un po’ di movimento- rispose Franz – anche per smaltire tutto quello che abbiamo  ingurgitato stasera…-

Tutti risero sguaiatamente aprendo le bocche piene di carne di maiale e patate masticate.

Quando il capo parlava di “movimento” non si riferiva certo ad una seduta di fitness o ad una partita a Squash in palestra.

-Potremmo fare un giro fuori da qualche centro sociale e dare una bella lezione a qualche “bolscevico”,

oppure andare a salutare gli amici colorati al centro di accoglienza?-

-E’ un po’ che non facciamo visita ad un bel campo rom, l’ultima volta avevamo fatto un bel falò? Ve lo ricordate che sballo di serata era stata?-

Quella sera si erano proprio divertiti e per poco non ci scappava il morto abbrustolito in roulotte.

L’onorevole Cisputi quella volta si era incazzato con Franz. Lui gli parava il culo perchè aveva ancora

parecchia influenza politica nel centro detra, ma se fosse andata peggio non avrebbe potuto evitare

una bella indagine della Polizia.

Comunque anche l’onorevole non poteva fare troppo il santarellino. Parecchie volte si era servito dei nazi per sistemare delle faccende private o per fare qualche piccolo attentato e se rompeva troppo il  cazzo Franz lo avrebbe sputtanato spifferando tutto al primo giornale di sinistra disponibile a pagare qualche soldo.

Lui lo teneva per le palle il parlamentare e lo tollerava nei suoi sfoghi isterici solo perchè una volta era  stato un grande camerata, uno di quelli che negli anni 70 giravano armati e non ci pensava due volte  quando c’era un cranio di un compagno da fracassare.

-Domani decideremo casa fare, adesso pensiamo a divertirci-

Il gestore del pub stava arrivando con due grossi piatti di carne grassa e salsicce.

-Adesso vi porto anche le birre ragazzi-

– Bravo zio Adolf – disse Benito dandogli una bella manata sulle spalle.

 

 

Tutti i prodotti che Hiroshi cucinava glieli portava direttamente a casa il suo giardinire.

Il vecchio Huzumi era da più di 50 anni al servizio della sua famiglia ed oltre a curare le piante  ornamentali del giardino, si occupava dell’orto, della coltivazione dei funghi e delle vasche con le alghe. Aveva quasi 80 anni e viveva, da quando Hiroshi ne aveva ricordo, nella casetta vicino all’ingresso della

villa.

La sua regola era che tutti gli alimenti dovevano essere prodotti in maniera naturale, nessun

fertilizzante o conservante era ammesso e  verdura e alghe dovevano essere freschissimi per mantenere

interamente il loro valore nutritivo.

La cucina di casa era grande, ordinata e minimalista. Un perfetto equilibrio di mobili color ebano e  tavoli e ripiani di marmo grigio, con al centro un’isola cottura sovrastata da 5 fuochi ad induzione in vetro ceramica.

Molto diversa da quella tradizionale in cui suo nonno materno gli aveva insegnato i primi rudimenti della  cucina zen.

Del cibo ci si doveva occupare fin dal mattino, secondo i ritmi ed i tempi imposti dalla natura. Alcuni  alimenti richiedevano lunghe preparazioni e macerazioni prima di essere cotti. Le sostanze dannose per

l’organismo dovevano decantare mentre quelle utili dovevano concentrarsi per sprigionare il massimo dell’energia positiva.

Bisognava nutrire l’anima allontanando le passioni oscuranti, quindi nè carne nè pesce erano ammessi  perchè implicavano un’alterazione dell’armonia cosmica;  e nemmeno aglio e cipolla erano usati perchè  portatori di sapori troppo decisi.

Il cibo andava preparato senza preoccuparsi del tempo che passava. Un buon brodo dashi richiede ore di  preparazione ed una volta pronto va consumato con calma per assaporarne a pieno il gusto.

Il riso è il miglior piatto per purificare l’anima, non ha bisogno di profumi o aromi aggiuntivi. E’ un cibo  puro e perfetto che va ben lavato e cotto con delicatezza.

Suo nonno diceva sempre che in cucina nulla va sprecato: “ i semi del peperone che vengono tolti  possono essere usati nella composizione delle frittelle, le foglie del sedano staccate dal gambo usate per  fare una tempura, le bucce degli ortaggi essiccati al sole sono ottimi per fare un buon brodo, con il  gambo dei broccoli ci si può cucinare una crema.

Addirittura, l’acqua di risciacquo del riso può essere usata per lessare le verdure, non la prima acqua: il primo lavaggio la rende troppo torbida, però anche questa non va buttata, ma usata per innaffiare le piante…a loro piacerà”.

I pasti vanno sempre preparati pensando alle persone care che ci hanno insegnato l’arte della cucina e alle persone che avremo come ospiti a pranzo o cena, questo ci permetterà di mettere amore in quello  che facciamo ed infondere gioia negli spiriti dei nostri commensali.

Se un piatto non ci è venuto come volevamo non ci si deve arrabbiare, ma considerare l’esperienza  negativa come un’opportunità di riflettere sul nostro operato e permettere di migliorarci.

Suo padre diceva che tutti gli ingradienti vanno lavorati a mano. Bisogna trasmettere al cibo i propri  sentimenti tramite le mani e la lavorazione lenta e manuale calmerà anche la nostra anima.

Bisogna sempre sistemare e pulire la cucina dopo aver preparato il cibo, è un esercizio di ordine fisico e  mentale che predispone all’armonia e bisogna sempre onorare il cibo che si mangia e coloro che l’hanno coltivato permettendoci di gioirne.

Ogni volta che Hiroshi trascorreva il suo tempo in cucina ripeteva come un mantra i dieci insegnamenti zen trasmessigli da suo padre e dal padre di suo padre, pensando che un giorno forse anche lui avrebbe avuto un erede a cui insegnare questi importanti precetti.

 

 

Alle quattro di notte le teste rasate uscirono dal pub in viale Isonzo. Un paio del branco a fatica si reggevano in piedi a causa delle birre bevute.

Altri schiamazzavano cantando in un tedesco biascicato ed incomprensibile.

-Allora Franz, che facciamo domani?-

-Vediamoci a casa Pound alle tre del pomeriggio e poi decidiamo, adesso non ho voglia di pensarci- tagliò corto il capo.

-Ok, allora a domani-

Il gruppo si sparpagliò ed ognuno prese a camminare verso casa.

Franz abitava a pochi isolati. L’aria iniziava ad essere fresca e gli venne voglia di pisciare dopo tutta la

birra che aveva bevuto.

Si infilò in una viuzza buia e si avvicinò al muretto tra due auto parcheggiate a bordo strada.

Aveva la vescica e la pancia piena. Avevano fatto proprio una bella mangiata di carne e crauti.

Zio Adolf lo faceva proprio bene lo stinco ed anche le salsicce con le patate non erano male.

Adesso aveva solo voglia di farsi una bella dormita.  Sarebbe rimasto a letto fino a mezzogiorno alla faccia di tutti quei coglioni che dovevano lavorare per vivere.

Lui non navigava certo nell’oro, ma con l’assegno che gli passava l’onorevole per farlo stare zitto  sopravviveva dignitosamente e qualcosina la guadagnava anche come capo curva ultras a San Siro.

Mangiare, bere, menar le mani, dare qualche lezione a zingari ed estracomunitari ed andare allo stadio  la domenica. Non era male la sua vita. Non si poteva certo lamentare.

Se lo stava scrollando quando sentì come un soffio di vento alle sue spalle e vide un’ombra proiettata sulla parete.

Se era qualche frocio di merda che voleva guardagli l’uccello si sarebbe proprio divertito a prenderlo a calci nelle palle.

Si tirò su la cerniera. Gli anfibi erano belli lucidi e pronti a colpire.

– Adesso ci divertiamo a fracassare qualche osso – pensò girandosi con aria spavalda.

Non si aspettava certo di vedere quello che vide. Un cazzo di asiatico alto un metro e mezzo vestito con una palandrana nera e bianca che lo fissava con sguardo inespressivo.

Riuscì solo a dire “… che cazzo vuoi frocio di un muso giall…” che una lama di katana gli tagliò di netto la carotide uccidendolo in pochi secondi.

 

 

 

Il volo per tornare al suo paese era partito in perfetto orario da Malpensa.

Sul comodo sedile in pelle della business class Hiroschi stava sfogliando un quotidiano italiano.

Nelle pagine della cronaca milanese vide la foto del ragazzone pelato in bomber ed anfibi sdraiato a  terra e parzialmente coperto con un lenzuolo bianco, probabilmente steso per pudore dalle forze dell’ordine prima dell’arrivo dei fotografi.

Il titolo dell’articolo, per lui incomprensibile, recitava “Regolamento di conti tra estremisti poltici” e nel sottotitolo era indicato “Trovato accoltellato Francesco Scotti leader dei naziskin milanesi. Gli inquirenti ipotizzano una vendetta dei centri anarchici lombardi”.

-Desidera qualcosa da bere signor Hiroschi?-

-Un centrifugato di carote- rispose in perfetto inglese l’uomo all’hostess.

Seduto sulla sdraio a bordo piscina l’onorevole Cisputi si godeva l’ultimo sole di settembre nella sua villa

in Brianza.

Aveva appena finito di leggere il giornale.

Le cose stavano prendendo la piega desiderata. I sospetti erano chiaramente ricaduti sui centri sociali della sinistra antagonista.  Ci sarebbero state delle manifestazioni per ricordare il commilitone caduto,  qualche tafferuglio con gli anarchici e poi tutto sarebbe tornato alla normalità.

L’idea di far fare il lavoro ad un professionista straniero era stata geniale. Gli era costato un po’, ma nessuna prova e nessun indizio sarebbero stati trovati e lui ne sarebbe uscito pulito come sempre.

Quel Franz del resto aveva rotto il cazzo, sempre a chiedere soldi, sempre a far casini e poi a pretendere protezione “perché lui sapeva cose importanti e pericolose.

L’onorevole Cisputi non si fa prendere per le palle da nessuno, tantomeno da un naziskin nostalgico e semianalfabeta che sperava ancora nel ritorno del Reich.

Adesso era il momento di far soldi a palate: soldi con l’assitenza, con la gestione dei centri di  accoglienza, con gli appalti pubblici, con l’emergenza profughi.

La vecchia volpe ritornava in pista. Ne aveva viste di tutti i colori, dalla lotta armata alla militanza nel Fronte della Gioventù. Ora era arrivato il momento di far fruttare il capitale con gli interessi, era il momento di portare a casa un bel gruzzoletto per la vecchiaia.

-Marisol, portami un mojito per favore-

-Subito signore- rispose la cameriera peruviana.

Erano solo le 10:30 del mattino, ma l’onorevole aveva voglia di festeggiare.

 

No Banner to display

IN NOMINE PATRIS

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera”

(S. Quasimodo)

 

Guardandoti, ritrovo immutata sul tuo volto la maschera di sempre, rigida e imperscrutabile come quelle che venivano usate nel teatro antico. La tua espressione, scolpita nel gesso delle buone maniere, ha sempre fatto di te un ottimo teatrante, su questo non ci sono dubbi.

Agli occhi di tutti eri il capo famiglia perfetto, il marito irreprensibile, il padre amorevole, l’uomo dai sani principi, il cristiano devoto, l’avvocato incorruttibile, l’intrattenitore dalla barzelletta sempre pronta. Perfetto sotto tutti i punti di vista. Diverso da me che, dentro e fuori casa, alzavo la voce per un nonnulla, facevo a botte con i maschi, prendevo brutti voti a scuola, e non sapevo il rispetto per i genitori. Te ne do atto, nell’ars oratoria, come la chiamavi tu, non avevi rivali. Riuscivi a forare la mente delle persone con la sola forza del verbo, appoggiando la voce sugli accenti giusti. Io no, sapevo solo urlare. Oppure stare zitta, raggomitolata dentro un mondo tutto mio in cui le parole non avevano peso. Un mondo in cui sarebbe bastato uno sguardo per sondare la profondità di un disagio. Un mondo in cui io riuscivo perfino a immaginare che i malesseri potessero scoppiare come una bolla di sapone. Più mi rintanavo e più invece affondavo. Più cercavo l’ombra e più diventavo fantasma a me stessa. Nelle tue mani la mia paura diventava un’arma. Per sentirmi libera ho dovuto fare i conti con la realtà, capire che, a differenza di quello che andavi sostenendo tutte le volte in cui ti capitava di perdere una causa, il giudice non si sarebbe lasciato gettare fumo negli occhi tanto facilmente. Si è comportato da uomo di scienza e coscienza ed è andato oltre i ruoli e le apparenze. Ha creduto ad altri uomini di scienza, i dottori, che per primi mi hanno aiutata ad alzare il velo dell’ipocrisia. L’ultima volta che sono ricorsa alle loro cure, infatti, non hanno permesso che mamma ti giustificasse. Sempre pronta a difendere te e la sua stessa tranquillità, lei aveva il brutto vizio di parlare anche quando non le veniva rivolta alcuna domanda. Raccontava della mia distrazione, delle cadute giù dalle scale, della bicicletta che sbadatamente facevo rovinare a terra. Ti scusava come fanno i deboli, a occhi bassi e senza lacrime. Ripeteva sempre la stessa litania mandata a memoria senza fede e senza cuore.

Lo ammetto, non deve essere stato facile per nessuno alzare un polverone contro di te. Nemmeno il parroco aveva saputo prendere una posizione quando, protetta dalla grata del confessionale, in un bisbiglio, avevo trovato la forza di denunciare le tue colpe e la mia disperazione. Ero alla mia prima confessione, quella che avrebbe dovuto portarmi alla prima comunione, ma, nonostante avessi ottenuto la piena assoluzione, era stata anche l’ultima.

“Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris et filii et spiritus sanctus sancti”, aveva detto don Pierino.

In nomine patris, con questa formula lui mi aveva rispedita, più indifesa che mai, a te che mi aspettavi fuori, perfettamente a tuo agio alla luce del sole. Eppure avrei dovuto saperlo, poche ore prima mi avevi avvertita, non osare aprire bocca, avevi bisbigliato nel mio orecchio, tanto nessuno ti crederà. Nella penombra del confessionale, convinta di essere al sicuro, avevo ugualmente trovato la forza per disubbidirti. Da giorni cercavo le parole giuste, ci provavo e ci riprovavo, mescolavo i sentimenti alle preghiere, scomodavo i santi, invocavo il mio angelo custode senza mai ottenere risposta, eppure alla fine avevo vuotato il sacco.

Ero stata rimandata indietro, come se avessi parlato di una birichinata qualsiasi. Ancora stordita dall’odore dell’incenso, dei fiori, della cera sciolta e della vergogna, mi ero chiesta da cosa fossi stata assolta, ma più mi ponevo domande e più mi sentivo confusa. Eri un avvocato. Più influente che stimato.

Ora però le cose sono cambiate. Le parti si sono invertite. Io ho puntato il dito e sono diventata l’accusa. Tu l’accusato. Non sono don Pierino, non ho nessuna intenzione di assolverti purificando la tua anima con la leggerezza di due dita lanciate in aria a tracciare una croce. Non l’ho fatto anni fa in tribunale, e non lo farò nemmeno adesso. Non ha importanza che tu sia qui, in questo letto d’ospedale, con i piedi ormai incamminati sulla via dell’ultimo giudizio. Mi fa un certo effetto rivederti dopo diciassette anni, questo sì.

Tanti ne sono passati dal giorno in cui, spinta dal bisogno di trovare un luogo tutto mio in cui tu non avresti mai potuto intrufolarti, sono sparita dalla circolazione. Per impedirti di rompere i sigilli della mia pace, rossa e fragile come la ceralacca, potevo solo mettermi in viaggio evitando accuratamente le strade che tu avevi scelto e spianato per me a suon di botte. Sapendo quanto tu odiassi la montagna, ho camminato in quella direzione. Non è stato difficile. Senza rendertene conto, mi avevi insegnato a vivere in salita, a posare passi brevi e pesanti, a trattenere l’aria nei polmoni, a cadere e a rialzarmi senza far caso alle ferite, a tenere lo sguardo puntato a terra per essere salda come una cerva che si muove tra un salto di roccia e l’altro. Avevo letto da qualche parte che, secondo Dante, del paradiso non erano rimasti altro che i fiori, le stelle e i bambini, per questo mi ero trasferita in un casale isolato, a due passi dal cielo.

Nei primi tempi non riuscivo a fidarmi di nessuno, vivevo con tutti i sensi in allerta, pronta a scansare pericoli e crepacci, rocce ruvide e intrigo di sottobosco. Eppure, essendo convinta che ci fosse un porto per ogni destino, continuavo a cercare una traccia. Avevo scelto la solidità della roccia per costruirvi il mio nido e la quiete della montagna per erigere il mio eremo, perché volevo sentirmi come un’aquila reale che, quando apre le sue grandi ali, traccia ampie figure di libertà nell’aria.

Riesci a immaginare come sia andata a finire, papà? Per anni non sono riuscita a lanciare sguardi giù, a fondo valle, né a puntare gli occhi nell’azzurro del cielo. Ho semplicemente vissuto la tenacia della terra, cercando e trovando conferme del fatto che i veri lupi non si nascondono nella ruvida asperità della roccia, ma nella falsità che morde e sbrana l’anima, fino a trasformare il cuore di un uomo in un pugno di granito. In montagna, nella mia bella montagna, ci sono tappeti di bosco e infinite sfumature di verde, prati da sfalcio e intrighi di luce. Poco più su c’è il grigio del sasso nudo su cui, dall’alba al tramonto, gioca e rimbalza il sole. Nei castagneti i frutti maturano dentro agli astucci dei ricci, nessuno li forza a cadere prima del tempo.

A me è successa esattamente la stessa cosa. A poco a poco la mia mente, mai del tutto sgombra dai pensieri tristi, ha iniziato a sconfinare, finendo per rifiorire in pensieri di leggerezza. In quel tacere di monti sono perfino riuscita a udire il canto timido del mio cuore. Mi è costata una enorme fatica emergere da quel mondo incantato per venire qui oggi. Ma dovevo farlo. Sentivo che per chiudere definitivamente col passato avrei dovuto, per forza di cose, darti un’altra possibilità.

Nonostante la vecchiaia, tu sei però rimasto quello di sempre. Esprimono molto più delle parole gli occhi, e i tuoi, in questo preciso momento, mi avvertono che non sono la benvenuta. E come potrebbe essere altrimenti? Non mi hai convocata, non mi parli, non cerchi il mio perdono. Ti limiti a fissarmi. Usi lo sguardo come se fosse una spada, non è così papà? So leggerti dentro, per questo non mi è difficile comprendere che, indipendentemente dall’esito della sentenza, credi di avere ancora ragione. Mi hai condannata tanto tempo fa, dal tuo punto di vista io sono l’aguzzina e tu la vittima. La mia querela ti ha portato via fama e prestigio, corte e maniero. Non è più tempo di falsità e messinscena, di accuse e di recriminazioni, sappi però che io ho perso molto più di te. Pur non sentendomi in colpa e non aspettandomi nulla dalla vita, non sono mai riuscita a sentirmi del tutto libera. Non fraintendere, la montagna, colla sua gente, mi ha accolta e difesa. Pian piano ho imparato a rispettarmi. A rispecchiarmi nelle ferite della roccia. Ferite che, anno dopo anno, diventano sempre più profonde. A provocarle sono uomini senza scrupoli che disboscano e bruciano e zittiscono e spopolano e spaccano e mettono a nudo il sasso e distruggono tutto quello che capita loro a tiro. Uomini come te, papà. Uomini che ti frugano nelle viscere per poi disconoscerti ed esporti alla pubblica gogna. Uomini che, alla prima occasione, ti vendono al miglior offerente. Credo sia per questo che più i tuoi occhi odiano, più i miei si vanno riempiendo di montagna e di luce. Come vedi, la distanza che da sempre ci divide, si ripropone di nuovo a ruoli invertiti. Tu, disteso tra le lenzuola candide come un manto di neve che ricopre la tua debolezza e la malattia che ti consuma, sei più orizzontale, piatto e gelido di una pianura aggredita dall’inverno. Io ti osservo, ferma ai piedi del letto, con la fragile solidità di un carpino aggrappato a un salto di roccia. Ho il cuore ancora inzuppato nell’aria della primavera, per questo e non per orgoglio non piego il capo. Sono come un fiore che ha appena lasciato il suo amato prato. Tu sei tutto intento a non lasciar trapelare l’imminente fine, io invece sono ancora immersa in una fiaba senza tempo. Non ti penso più come il centro dell’universo, il campanile che sale e sparge da una valle all’altra la sua benedizione, le sue verità. Da tanto ho imparato a non girare attorno al tuo universo, ma avevo bisogno di questo istante per capirlo fino in fondo. Per scrostarmi dalla testa e dal cuore le ultime tracce di quei giorni pesanti che sono stati la mia infanzia al tuo fianco. Giorni in cui l’uomo nero aveva fattezze fin troppo note. Giorni in cui gli incubi della notte non conoscevano lo sbocciare rassicurante del sole. Giorni in cui le punizioni diventavano una faccenda di ripostigli bui, luoghi privi di qualsiasi ricircolo d’aria. Da quando non devo più preoccuparmi di trovare l’ossigeno e la luce necessaria a restare in vita, sono rinata. Ho iniziato a credere in me stessa. Sì, oggi sento che la mia forza è reale. A conferma che le promesse, le minacce e le lusinghe con cui fino all’ultimo hai tentato di chiudermi la bocca durante il processo, non erano che vento di zizzania. Ti vedo sai? Nonostante tu sia stremato e ferito sei peggio di una bestia, non lasci la presa. Non potendo o forse non riuscendo a parlare, usi gli occhi per braccarmi. Mi stringi in un assedio di ghiaccio, il colore delle tue iridi è quello degli iceberg. Strano, non lo avevo mai notato prima, forse perché fino a poco tempo fa non alzavo lo sguardo. Ora non mi fai più paura, continua pure a tenermi il dito puntato contro, per me non ha più importanza se gli altri non possano o non vogliano riconoscere il male che mi hai fatto. Bastano i miei ricordi a fare da confine. A ripararmi dai colpi delle tue mani, sempre gonfie di botte, sempre pronte a calare e a lacerare le mie carni. Tra noi c’è un solco enorme che gli anni hanno approfondito. Se ho deciso di scavalcarlo, è solo per restituirti il passato.

Lo faccio a modo mio, facendoti vedere la donna che sono diventata. Non si tratta di una sfida, solo una specie di contraddittorio. I ricordi sono specchi… riesci a vedere le impronte che hai lasciato sulla loro superficie, papà? Sono pesanti come pietre, eppure sono riuscita a stanarle e a riportarle a te… girano attorno al tuo letto, tutte assieme fanno più rumore di uno sciame di api impazzite. Puoi starne certo, presto si poseranno sulla tua pelle per restituirti i morsi del tuo stesso veleno.

“L’ora di visita è terminata. Signorina, deve uscire.”

Ecco. L’infermiera, senza nemmeno rendersene conto, ha messo fine ai nostri tempi irripetibili. Ancora una volta è toccato ad altri definire i confini. L’ospedale, proprio come un tribunale, è fatto di ordine e di rigore. Di regole e di orari. Qui ognuno ha un ruolo e un posto predefinito. Durante questa ora, nessuno di noi due ha mosso un muscolo. Ti lascio che sei ancora vestito della tua solita, massiccia superbia. Io che invece indosso i miei nuovi orizzonti, posso tornare, finalmente libera e leggera, al mio piccolo casolare. Dista mezz’ora di cammino da un minuscolo paese, appena una manciata di case, in cui tutto mi parla di famiglia. Più terra e verde e roccia che casa e muri e strade. Lassù l’aria profuma di fienagione e i limpidi cieli conoscono il volo maestoso delle aquile. Per me non si tratta di un semplice rifugio. Non più. In montagna mi sento davvero bene. Respiro. Vivo. E come un fiore di prato mi apro al soffio del vento che rotola sulle rocce, le scala intessendomi dentro un ricamo di terra e d’azzurro. E sai perché, papà? Perché anche una cerva ferita, finché il suo cuore batte, trattiene tra gli zoccoli orizzonti di luna che nessun cacciatore riuscirà mai a impagliare.

No Banner to display

Il silenzio degli altarini

Mi vesto pesante, a strati, in modo che sia minima la porzione di pelle esposta al freddo della strada. Metto il cappello di lana calato fino alle sopracciglia e i guanti con le punte tagliate, così Silvia forse non mi rimprovererà che mi sono vestito troppo leggero. Alla fine indosso il giubbotto giallo fluorescente con le strisce catarifrangenti che mi rende più vistoso di un senegalese in mezzo a un raduno naziskin.

Vado in garage e controllo che nel retro del Fiorino ci sia tutto: secchio, cazzuola, calce e tutto il resto. Più la solita roba, un po’ alla rinfusa. I fiori no, sono belli e ordinati come fossero ancora in una serra. Salgo e metto in moto.

— Buongiorno, papà.

— Ciao, piccola.

Mi sorride, la mia Silvia, con quel sorriso dolcissimo che ha sempre avuto e che avrà per sempre.

— Dove andiamo, oggi?

— Abbiamo parecchio da fare. Ma prima si fa colazione.

Dopo due minuti mi fermo all’imbocco della statale davanti al bar di Mario. Quando mi vede la sua bocca prende una piega amara. So che è contento di vedermi, anche se gli ricordo che suo figlio è morto tre chilometri più avanti, sulla statale, quasi tagliato in due dal guard-rail.

Vengo servito subito: cappuccino e cornetto, al bancone perché ho fretta e Mario lo sa.

Quando ho finito mettiamo in scena la solita pantomima a beneficio degli altri clienti e della buona creanza: faccio finta di portare la mano al portafogli e lui scuote il capo, io insisto e lui fa un altro gesto con le mani come a dire “la prossima volta”. Solo che la prossima volta sarà lo stesso. Lo saluto e mi accorgo che, come al solito, non ho scambiato una parola con Mario né con nessun altro.

— Dove andiamo? — mi chiede di nuovo Silvia

— Da Fabio. Oggi è il suo compleanno.

La Romea, stamattina, non è trafficata più di tanto. Forse sarà la nebbia a far sembrare che ci siano meno macchine. Ma ci sono, lo sento dall’aria fredda mista a smog e dal rombo cadenzato dei motori che passano sulla corsia opposta. Guido piano, stando attento a tutti gli incroci e agli attraversamenti pedonali. Gli altri corrono, sorpassano e danno di clacson, come se la loro vita dipendesse dai secondi che forse guadagneranno nel tragitto.

— E dopo? — chiede ancora Silvia.

— Dai bambini di San Varano.

La nebbia sta sciogliendosi, il sole non è più un occhio cieco nella caligine grigia e si allarga nel cielo come una goccia d’olio in un piatto.

Dopo qualche chilometro parcheggio in una piazzola di sosta. Prendo i fiori e le sigarette e proseguo costeggiando il guard-rail. Arrivo e vedo che Silvia sta già parlando con Fabio. Non si conoscevano, prima. Adesso sono diventati amici.

Fabio è vicino al suo albero circondato da una specie di aiuola di fiori secchi ancora incellofanati, un paio di piante in vaso e un peluche che lo spostamento d’aria dei TIR ha fatto capovolgere. Sistemo i fiori che ho portato, rimetto in piedi l’orsacchiotto e tra le sue braccette di stoffa piazzo il pacchetto di Camel.

— Grazie, — mi fa Fabio con quel sorriso un po’ imbronciato che lo fa tanto ragazzino.

Gli faccio un gesto come a dire “ma ci mancherebbe” e incomincio a pulire lì intorno. Intanto, lui e Silvia continuano a parlare. Mi piacerebbe tanto sapere cos’hanno da dirsi.

Tolgo le cartacce, le lattine e l’altra spazzatura che il vento e gli automobilisti hanno fatto cadere ai piedi dell’albero. Poi butto i fiori secchi, sapendo che oggi ne arriveranno di freschi. Alla fine, riempio quasi una busta. Torno al Fiorino, metto dentro la busta e prendo le forbici da potatura e il rastrello per togliere le erbacce.

Arriva un’altra macchina. È la mamma di Fabio, con gli occhi già gonfi di pianto, come se non avesse mai smesso di piangere. E probabilmente è proprio così: non ha mai smesso. Mi si fa incontro, con le braccia larghe ma il capo chino, come a trattenere le lacrime. Quando l’accolgo tra le mie braccia, si lascia andare, la sento singhiozzare sulla mia spalla. La stringo, senza dire niente.

Dopo un po’ il nostro abbraccio si scioglie. Con un fazzoletto lei si asciuga il viso e abbozza un sorriso che alla fine, però, si rivela un’altra smorfia di dolore.

— Lo sa, oggi sono cinque anni.

Il suo petto sussulta ancora una volta, come se un singhiozzo fosse rimasto indietro.

Annuisco. Lo so, anche se vicino l’albero di Fabio non ci sono targhe, non dimentico. Sono lì apposta. Anche lei se ne accorge quando vede le forbici e il rastrello.

— No, spetta a me che sono la madre. Ho portato tutto l’occorrente. Lei già fa troppo, grazie.

Non protesto, so che è giusto così. Tocca a lei sistemare l’altarino, perché il dolore, quello vero, è solo il suo.

Torno vicino all’albero. Silvia e Fabio non parlano più, lui ha visto la madre e la sta aspettando. Si parleranno, ma lei non lo sentirà. Però si capiranno lo stesso.

Quando torno indietro, vedo la donna con la testa nel portabagagli alle prese con i fiori e tutto il resto. Le passo da dietro e le stringo una spalla, affettuosamente. Lei mi rivolge un sorriso stentato.

— Ci vediamo l’anno prossimo, — mi fa.

Faccio sì con la testa: tra un anno, ma anche prima, passerò di nuovo a salutare il suo Fabio.

Metto la freccia e mi rimetto sulla statale. Non c’è più nebbia e la gente al volante lo prende come un lasciapassare a pestare di più sull’acceleratore. Non bada agli altarini che punteggiano il ciglio della strada, non vede i fiori e nemmeno i bigliettini. Se ci facesse caso, ne vedrebbe tanti, troppi.

— Allora andiamo da Paolina, Domenico, Tonino e Maria? — mi chiede ancora una volta Silvia.

Mugugno un sì, mantenendo lo sguardo incollato alla strada e agli specchietti.

Quando arriviamo, non faccio in tempo a scendere che i quattro bambini corrono festanti verso Silvia. Mi passano attraverso come fossi nebbia e sento un brivido scuotermi dall’interno, come se la mia anima fosse stata toccata per un attimo dalle loro.

Mi avvicino al tempietto “edificato dalla pietà della gente sul ciglio lagrimato”: fecero una colletta onerosa, i contadini di San Varano, per tirare su quattro croci di cemento su cui poggia una cupola a coprire dalla pioggia una Pietà dolente. Da tempo avevo in mente di dare una sistemata alle crepe e ai mattoncini scrostati. Valuto i danni del tempo che non ha avuto pietà, ché non ne ha mai per nessuno, nemmeno per la memoria.

“Come fiori recisi dal turbine”, recita la targa.

Congelati nei quattro ovali di ceramica, Paolina, Domenico, Tonino e Maria guardano senza vedere, con espressione sperduta. Forse, penso, era solo la soggezione per il fotografo che nel 1925, in campagna, era ancora una specie di stregone. Ma in questi quattro sguardi di bambini senza sorriso mi sembra di leggere la premonizione di un terrore. Fecero forse in tempo a vederlo davvero in faccia, all’ora di pranzo di un giorno lontano, il 16 gennaio del 1925, allorché, “tornanti dalla scuola ebbero spezzata la vita da irruente autocarro”. Leggo quelle parole incise nel marmo e m’immagino che a dettarle sia stata la commozione del maestro del paese in lacrime.

Prendo gli attrezzi mentre Silvia e i bambini giocano incuranti del rombo dei camion. Impasto la calce e incomincio a lavorare. Quando ho finito, do una ripulita e sistemo i fiori che ho portato. I fiori nei vasi non ci sono più da tempo: non “recisi dal turbine”, ma dall’indifferenza. Nei quattro candelieri, solo rimasugli di cera sudicia e indurita. Le auto che filano sulla statale neppure immaginano di sfiorare uno dei più antichi monumenti alle vittime del traffico motorizzato.

Riporto indietro gli attrezzi e salgo in macchina. I bambini mi salutano e salutano Silvia, con le loro vocette squillanti, troppo acerbe come le loro vite recise.

— E adesso dove andiamo? — chiede Silvia.

Non le rispondo. E lei capisce.

Sul cruscotto c’è la lettera del comitato. Silvia la vede.

— Cosa c’è scritto?

I soliti ringraziamenti, rispondo.

— E poi? — m’incalza.

Sbuffo. Vorrebbero che facessi una conferenza, che parlassi con qualche sindaco.

— Politica, insomma, — aggiunge.

Sbuffo ancora, da un angolo della bocca, come una moca scorbutica.

— Proprio quello che non ti piace fare, — conclude.

La “pietà della gente” è cambiata, le spiego. Oggi, se un altro “irruente autocarro” maciulla i passanti, nessun paese chiama più i muratori. Fonda piuttosto un comitato per la tangenziale, raccoglie firme e fa un sit-in davanti alla prefettura. Fa politica, appunto.

Arriviamo. Prendo l’ultimo mazzo di fiori, il più bello.

La lapide è abbastanza pulita ma mi chino e, con un panno, tolgo via la patina di smog che la vela. Sistemo i fiori al posto di quelli che, ancora freschi, stavano a raggiera nel vaso di ottone.

M’inginocchio sulla lapide, poggiandoci contro i palmi delle mani. Avverto il gelo, quello che non avevo sentito per tutto il giorno, propagarsi dal marmo a me, fin dentro il cuore. Sento qualcosa ribollire nella gola. Vedo delle gocce cadere sul marmo: sono le mie lacrime.

— Papà, non piangere, — mi dice Silvia con il suo sorriso dolcissimo. Lo stesso che ha nella foto incastonata nel marmo di fronte a me. Il sorriso che avrà per sempre.

— Torna a casa, — aggiunge, — Tra poco sarà buio e non voglio che guidi di notte.

Tiro su col naso e mi rimetto in piedi. Ma prima sfioro la sua foto, una carezza appena accennata.

— Tu non vieni? — le chiedo.

— No, lo sai che il mio posto è qui.

Scuoto la testa, poco convinto.

— Tanto non gliene importa niente a nessuno, — continuo amaro, — Questi corrono come pazzi lo stesso, neanche la vedono la lapide e la tua foto, — aggiungo rabbioso indicando la statale.

— Lo so, ma devo restare comunque.

— Va bene, — dico rassegnato, accennando ad un saluto.

— Ci vediamo domani mattina, — mi dice quando sono già lontano alcuni passi.

Salgo in macchina e ritorno sulla strada. Faccio alcuni chilometri, piano, tra le macchine che sciamano impazzite, tra fari abbaglianti e clacson petulanti. Poi vedo un’autoambulanza sfrecciare nella corsia opposta, in un urlo di sirene agghiacciante. E prego. Prego tanto che non si fermi ancora una volta sul ciglio della strada

No Banner to display

LIBERI DI SCRIVERE
CONOSCIAMO L’AUTRICE DEL VOSTRO RACCONTO PREFERITO

Anestesia“, il racconto che avete votato voi lettori come migliore tra i 21 prescelti dalla Giuria, ha un nome e un volto:
Rossella Zanini, insegnante figlia di insegnanti, dalla commozione facile davanti alle opere d’arte, con una passione per il gelato alla cannella e marron glacé più panna montata, e con le Fresie e il Caprifolgio come fiori preferiti.

La giovanile cinquantaseienne di Gussago, piena Franciacorta, zona bresciana immersa nei vigneti, ci ha raccontato qualcosa in più sulla sua vita, la sua passione per le lettere,  e il suo racconto presentato a “Liberi di Scrivere“.

UN’EDUCAZIONE ARTISTICA
In realtà tutta la vita di Rossella è stata permeata di arte e cultura, sin da quando sua madre dipingeva con lei sassi e bottiglie, o suo padre, insegnante di arte, sfogliava con lei libri di pittori come Botticelli e Caravaggio, momenti di cui conserva ancora splendidi e intensi ricordi: “Con loro si andava in vacanza al mare e a visitare città d’arte, gallerie, Uffizi,  chiese… Ed è così che anche oggi, ogni volta che vado ad una mostra, per me è quasi come essere in un sogno, tornare all’infanzia o proiettarmi in un’altra dimensione, e ogni volta che leggo in libro, ci trovo associazioni con questo o quel pittore“. Ora Rossella insegna Lingua e Letteratura Francese all’istituto Superiore Lunardi, è quasi bilingue, e da tempo ormai lascia correre i suoi pensieri e le sue sensazioni sulla carta.

L’INCONTRO CON LA LETTERATURA
L’arte dunque si è legata alla vita di Rossella, che comunque ha sempre avuto una certa predilezione per la letteratura: “Sin da bambina inventavo testi per gli spettacoli di burattini che proponevo alle compagne di giochi che mi sopportavano di buon grado, e poi scrivevo poesiole e un diario segreto, come credo tanti altri a quell’età“. Ma il primo vero amore letterario è arrivato impacchettato con un regalo di una sua vecchia docente di letteratura, che le regalò un volumetto di 19 poesie di Garcia Lorca: “S’intitolava Cinque lire di stelle , e sulla prima pagina, proprio la mia docente preferita aveva scritto: “Anche solo cinque… soldi di poesia bastano per vivere felici”… Voilà,  l’amore associato alla lettura. Fu questa la magica alchimia che mi portò poco dopo alla scoperta di Neruda, Pasternàk, Majakovskij e soprattutto di  Décartes, perché a quell’età, cercavo soprattutto un metodo di vita, non solo di analisi testuale. Ed è così anche ora: quando leggo io sono felice, mi sento arricchita e talvolta anche ignorante. C’è  sempre da imparare nella vita.“. Questo episodio, unito alla sua educazione letteraria, ha portato una forte consapevolezza in Rossella: “A me, insegnante figlia di insegnanti, ha fatto capire l’importanza del nostro ruolo nella società, e la nostra certa o possibile influenza sulla delicata vita dei ragazzi“.

GRUPPI DI LETTURA E SCRITTURA CREATIVA 
Alla biblioteca di Paderno Franciacorta, un paesino vicino a casa sua, Rossella coordina da due anni un gruppo di Lettura: “Spero che anche altri trovino lo stesso piacere, gli stessi stimoli e i tanti mondi da esplorare e con cui confrontarsi. A febbraio condivideremo la lettura de L’urlo e il furore di Faulkner, da conoscere anche solo per la levatura dell’autore, che meritò il Nobel nel 1949. Ma qui devo ringraziare chi lavora e collabora con me, amici con cui condivido la stessa passione“.
E’ grazie invece ad un corso di scrittura creativa che Rossella ha iniziato a scrivere: “Dalla lettura alla scrittura il passo è breve, anche se mi sono messa in gioco solo da qualche anno. Mi sono detta: stimo chi scrive buone storie e forse posso farlo anch’io; se ho qualche messaggio da lanciare, la scrittura è un mezzo duttile e potente; Così mi sono ritrovata intorno a un tavolo con altre persone che come me avevano voglia di provarci, e alla fine del corso è nata una raccolta di racconti e poesie, Pretesti sensibili  pubblicata da Besa.”
Ora l’insegnante bresciana organizza anche per i suoi studenti delle superiori, corsi di scrittura creativa: “Anche perché scrivere utilizzando il sistema linguistico in modo corretto è un’abilità trasversale a tutte le discipline, quindi utile e piacevole non solo in sé, ma anche per la comunicazione in senso più lato. La scrittura creativa poi aggiunge l’elemento importante dell’invenzione

I PRIMI CONCORSI
Liberi di Scrivere non era la prima esperienza per Rossella, che in precedenza aveva spedito alcuni testi ad altri concorsi nazionali, portando a casa un primo premio al concorso Il settimo giorno, sul tema del lavoro in epoca postmoderna, con il racconto Il dono.  Qualche anno prima inoltre, era arrivato un altro primo premio al Carmagnola d’oro, con la poesia Parole (per noi), e un terzo e settimo premio ad altri due concorsi nazionali con il racconto Dissonanza.

ANESTESIA, LE TEMATICHE FEMMINILI E LA SPERANZA
Un’interruzione di gravidanza, una crisi di coppia sorta da un problema di fertilità, una lavoratrice precaria, una madre disperata che abbandona il figlio dopo averlo partorito, e una donna più violate abusata in un paese in guerra. Queste sono alcune delle tematiche che Rossella ha affrontato nei suoi racconti. Tutte situazioni profondamente femminili: “Mi sono accorta che emergono spesso, quasi sempre. Credo che ciò sia dovuto alla mia formazione politico-esistenziale, ma anche al mio vissuto personale: la generazione a cui appartengo è quella post-sessantottina, dove la liberazione femminile, se non vogliamo chiamarla femminista per non essere antistoriche, era un tema scottante, e credo di averlo vissuto profondamente”.
Anestesia parla appunto di di una donna rinchiusa, torturata, imbottita di sedativi e più volte violata in un paese in guerra : “L’ho scritto in poco più di una notte. Mi rendo conto della sua durezza, ma ciò che è veramente crudele non è il racconto in sé, quanto la realtà che rappresenta. Ma come diceva Kafka, abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia“.
Nel racconto premiato con il voto della giuria popolare però, il finale lascia grande spazio alla speranza, e l’autrice ci spiega perché: “Perché nonostante la prigionia, le torture e le violenze subite e iterate, la protagonista ha una forza enorme trova la forza di immaginare e di sognare, e si salva grazie alla scrittura, alla denuncia e al fatto che lei stessa si sa trasformare in mezzo per non soffrire, anestesia appunto, con la sua voce salvifica. La protagonista conclude il racconto dicendo che se qualcuno leggerà, finalmente, prima o poi lei sarà libera. E poiché il racconto è stato letto da molte persone, è evidente che sia stata salvata“.
Ecco dunque da dove arriva Anestesia, da quale lungo percorso d’amore ed educazione all’arte di una donna che ama i classici della letteratura così come il suo divano arancione, la sua strana collezione di statuette di gatti di ogni forma e dimensione, e la sua vera gatta. Ma soprattutto sua figlia, con la quale parla in francese, e che tempo fa le ha scritto una dedica su un regalo, che lei tiene in cucina:

“ La forza delle donne deriva da qualcosa che la psicologia non può spiegare” – Oscar Wilde

 

 

 

 

No Banner to display

NEI SUOI OCCHI

Sabato sera abbiamo visto un film pornografico schifoso. Quando si è eccitato ha voluto che facessimo delle cose anche noi. Mi ha fatto fare cose che sa che non mi piacciono, mi umiliano e mi fanno soffrire. So che è inutile cercare di parlarci, di convincerlo a non farlo. Nei suoi occhi non c’è più nulla per me. Non c’è amore, non c’è pietà, non c’è compassione. E’ difficile per me ricordare se ci siano mai stati. Prima di iniziare si è tolto la vera e l’ha appoggiata sul comodino. Forse per fare come se non fosse mio marito. In realtà perché a volte mi ha lacerato la pelle colpendomi, anche sulla faccia. Non vuole che ci siano segni che poi io debba giustificare di fronte agli altri. Perché mi prende a schiaffi, sul corpo e sul viso, quando non sono abbastanza pronta ad ubbidire. Quando piango, o quando si accorge che mi sta venendo da piangere.

 

Aiuto non l’ho mai chiesto. Ne ho parlato qualche volta, all’inizio, con le amiche. La mia migliore amica era  turbata quando gli raccontavo certe cose. Non sapeva cosa consigliarmi, era evidente che preferiva non sapere. Avrebbe preferito non essere mia amica, piuttosto che stare ad ascoltarmi. Mia madre mi diceva che dovevo ragionare con lui, farlo ragionare, spiegarmi. Ci ho provato, all’inizio. Quando le ho detto che non serviva a niente, anche lei non sapeva più cosa dirmi. Le ho chiesto più di una volta se ne aveva parlato con papà. Mi ha detto di no. Che, se gliel’avesse detto, papà l’avrebbe ammazzato. Sappiamo tutte e due che mio padre non riuscirebbe ad ammazzare nessuno. Dirglielo io non sono mai riuscita. Non ci ho mai nemmeno provato. Morirei di vergogna. Anche se muoio di vergogna lo stesso, anche se non lo dico più a nessuno. Mentre aspetto che la faccia si sgonfi per poter uscire di casa, quando devo guardare negli occhi le persone, quando mi chiedono come va. Quando rispondo che, normale, va abbastanza bene.

 

Non riesco ad andare alla polizia. Dubito che mi sarebbero d’aiuto. Anche mia madre mi dice che aiuto vuoi che ti possano dare. Rovinerebbero solo il tuo matrimonio e basta; così le cose si metterebbero in modo che poi non si potrebbe più rimediare. Con lei è inutile parlare. Però leggo le notizie sui giornali, di donne che aiuto l’hanno chiesto e sono finite male lo stesso. A volte mi sono immaginata la scena. Io seduta su una sedia in un ufficio, le luci al neon sopra la testa, un poliziotto o una poliziotta che cerca di guardarmi negli occhi, mentre io non riesco nemmeno ad alzare la testa. E intanto cercare le parole per fare in modo che la mia vergogna non sia più grande della sua colpa. Senza riuscirci. E sapere in ogni istante che non sarei sola. Che ci sarebbe lui, dietro la spalliera della sedia, ad ascoltare le mie parole. A riaccompagnarmi a casa quando avrei finito la deposizione. Ad aspettarmi a casa. A venirmi a cercare. A farmela pagare.

 

Ho cominciato a pensarci quando stava per scadermi il contratto a tempo determinato. Non ci sarebbe più stato un posto di lavoro dove venire a cercarmi. Mentre lui era in studio a casa io ho riempito una valigia e un borsone con la mia roba. Ho preso i miei documenti, i soldi che ho prelevato questo mese e il mese scorso. Non gli ho lasciato scritto niente. Non ho detto niente a mia madre, niente alle amiche, niente alle colleghe. Ho preso un taxi e sono andata a casa di Anita. Mi ha detto che posso stare da lei finché sarà necessario. Mi ha detto che mi accompagnerà lei in un centro antiviolenza, quando e se mi sentirò pronta ad andarci. Sul taxi ero rabbiosa, felice. Mi sentivo calma, decisa, avevo il cuore in tumulto. L’autista ha intuito qualcosa, non so cosa. Ha cercato i miei occhi nello specchietto retrovisore. Poi li ha distolti per guardare la strada. Sì sto piangendo, avrei voluto dirgli, e allora?

 

Non so come ha fatto a trovarmi. Non ho mai risposto al telefono. Non ho detto a nessuno dov’ero. Ero uscita a fare la spesa mentre Anita era al lavoro. Ho messo giù le borse per cercare le chiavi. Mentre giravo la chiave nella toppa ho sentito i passi che scendevano a rotta di collo le scale dal piano di sopra. Non so nemmeno dire se ho capito subito. Mentre mi voltavo me lo sono trovato addosso. Ho aperto la bocca senza riuscire ad emettere un suono e lui mi ha spintonato dentro. Le borse sono cadute sul pavimento, lui ha chiuso la porta dell’appartamento alle sue spalle. La paura mi ha gelato. Ho pensato che mi avrebbe fatto del male. Ho sperato che qualcuno avrebbe visto le borse rovesciate sul pianerottolo, le chiavi ancora infilate nella toppa dall’esterno, che sarebbe venuto a vedere cosa succedeva. Ho indietreggiato. Sono stata io a parlare. Gli ho chiesto cosa voleva. Gli ho detto che ero stufa di lui, che volevo che uscisse da quella casa. Sentivo una morsa nella pancia, la voce mi tremava. Mi ha detto che era venuto a prendermi, che ero una brutta puttana, di fare le valigie. Gli ho detto che non ci pensavo nemmeno, di non avvicinarsi e di non osare toccarmi che mi sarei messa ad urlare e chiamato la polizia. Prova ad urlare e ti ammazzo, ha detto. Non so se ci sarei riuscita, avevo la gola bloccata, ho cercato di andare verso la stanza di Anita per chiudermi dentro. Mi ha sbarrato il passo, io ho cercato di lanciarmi verso la porta d’entrata ma lui era più vicino. Mi ha tirato uno schiaffo ma io mi stavo muovendo, mi ha preso solo di striscio, le  punte delle sue dita dure hanno urtato contro la mia guancia. Allora sono corsa all’indietro, verso la porta della cucina. Non sono riuscito a chiuderla dietro di me, c’era lui in mezzo, mi ha dato un’altra spinta. Ho gridato, ho chiesto aiuto, era la prima volta che lo facevo. Lui ha preso una padella per il manico e mi ha vibrato un colpo sulla testa, sul lato sinistro della faccia. Ho sentito uno schianto nella testa, ho perso l’equilibrio, ho cercato di aggrapparmi al banco della cucina ma sono caduta. Ho sentito una maniglia urtarmi nella schiena, con la nuca ho battuto contro uno spigolo. Il fiato mi mancava e nell’orecchio sinistro sentivo un doloroso ronzio metallico. Ma ho sentito lo stesso che diceva, se urli ancora ti ammazzo. Ti ammazzo e poi mi ammazzo. Vuoi questo, mi ha chiesto chiamandomi troia, vuoi morire? La cosa più strana era che era mio marito. Il suo volto, la sua voce, mi erano ancora familiari, malgrado tutto. Sono scoppiata a piangere per il dolore, per la rabbia, per la paura, lì seduta sul pavimento della cucina. Ho gridato ancora, ho chiesto aiuto, pensavo che la mia voce rotta dal pianto non l’avrebbe sentita nessuno. Anche lui si è messo a urlare, mi è arrivato un calcio sul braccio sinistro, ho sentito il rumore disordinato delle posate rovesciate sul piano della cucina. Mi è venuto sopra, scavalcando le mie gambe con un piede. Ho pensato che volesse picchiarmi ancora e ho alzato le braccia sopra la testa per proteggermi, mugolando. Il primo colpo non l’ho visto arrivare. Ho sentito solo un forte dolore al braccio sinistro, all’avambraccio, e ho visto anche qualche schizzo di sangue che mi cadeva sulla camicetta. Sono scivolata a terra, sulla schiena, cercando di allontanarmi da lui, tenendo le braccia alzate per proteggermi. Il secondo colpo l’ho visto con i miei occhi. Me l’ha sferrato con il coltello che teneva in mano, chinandosi in avanti, passando al di sotto delle mie braccia alzate, al centro del petto. Ho guardato in giù e ho visto l’assurda irrealtà della lama del coltello infilzata all’altezza del mio sterno. Ho alzato gli occhi per guardare il suo viso, che era vicinissimo. Ho cercato di prendergli il braccio con le mani, ma non sono stata capace di afferrare niente, lui stava già sfilando la lama dal mio corpo, quando ha tolto il coltello ho visto il sangue sgorgare dalla ferita. L’ho guardato ancora in faccia, i miei occhi dovevano essere enormi, perché sentivo la testa che mi stava esplodendo. Ho pensato che non poteva essere vero. Che non stava succedendo davvero. Ma poi l’ho visto nei suoi occhi e così lo sapemmo tutti e due. Che ora che mi aveva colpito e che il mio sangue macchiava i vestiti e le piastrelle l’avrebbe fatto ancora, e ancora, e ancora, finché l’avesse voluto, che io fossi ancora viva o fossi già morta, o finché il braccio non gli avesse retto più.

 

All’inizio ho pensato che andava tutto bene. Mi piaceva stare dov’ero. Mi sentivo al sicuro. Né lui né nessun altro avrebbero potuto venire a farmi del male. Non sentivo né caldo né freddo, né stanchezza né paura né dolore. Se aprivo gli occhi c’era sempre il buio intorno a me. Non so quanto tempo fosse passato. Non c’erano più i giorni né le notti, né lo spazio intorno né il mondo. C’ero solo io e me stessa, e questo era sufficiente. Poi, non so cosa è cambiato. Ho sentito il bisogno di uscire. Ho mosso le braccia, come pensavo di non poter fare, e ho spinto con le mani. Ho spinto finché il coperchio non si è mosso, è scivolato da parte. Ero sdraiata e la terra ha cominciato a franarmi addosso, ma non mi sono preoccupata. Mi sono riparata la faccia e poi ho cominciato a scavare con le mani, a risalire attraverso la terra, poi ho spinto di lato la lapide e sono uscita fuori. Avevo la faccia, le mani, il corpo e i vestiti tutti sporchi di terra, ma ero fuori. Anche lì era buio, però riuscivo a distinguere il cielo e le nuvole, gli alberi, le sculture le croci e le lapidi e le masse informi dei fiori sulle tombe. Ho provato a camminare. Ho fatto un po’ di fatica solo all’inizio, come per riprendere un’abitudine perduta. Ho camminato attraverso il cimitero, sui vialetti deserti, fino al cancello chiuso. Sono uscita nel piazzale del parcheggio, dove c’era solo qualche macchina qua e là. Conoscevo la strada e ho cominciato a camminare. Piano piano il terriccio che mi si era appiccicato alla pelle e ai vestiti ha cominciato a staccarsi e a cadere. Dopo un po’ perfino sotto le unghie con cui avevo scavato nella terra non c’era più nulla. Le vie periferiche della città erano vuote. Ho incrociato qualche auto, i fari mi hanno illuminata per un istante mentre passavano. Senza fermarmi, mi guardavo le braccia, le mani, le gambe, sotto i vestiti. Le ferite erano guarite quasi del tutto, stavano scomparendo, anche quelle più orrende che mi ero vista infliggere mentre ero ancora cosciente. Mi sentivo tranquilla, continuavo a camminare verso il mio quartiere. Incrociai qualche persona, nessuna mi degnò di uno sguardo. Solo i fari delle rare automobili gettavano su di me ogni tanto qualche lama di luce. Sono arrivata all’incrocio con la via dove avevo vissuto tanti anni con i miei genitori, ma ho continuato a camminare. Volevo andare a casa, non avevo fretta, ma volevo andare a casa. Il mio quartiere dormiva come il resto della città. Le case erano buie, solo qualche finestra era illuminata nelle facciate scure. Qualche luce l’ho vista spegnersi al mio passaggio. Per tutta la strada non sentii che pochi rumori, il rumore del motore delle macchine, il brusio di un traffico più lontano, un volta per un breve momento l’ululato di una sirena, a volte l’abbaiare di un cane. Sono arrivata davanti al mio portone. Non sapevo se lui fosse in casa o no, forse era in un posto dove l’avrebbero punito per quel che mi aveva fatto. Il portone si aprì e quando entrai vidi che ora indossavo il mio abito da sposa. La gonna era molto ampia e feci quasi fatica ad entrare nell’ascensore, la stoffa frusciò contro gli stipiti. Nella cabina l’abito era grande quanto il pavimento. La luce bianca pioveva dall’alto e illuminava la corolla quasi abbacinante della gonna candida intorno alla mia vita. Mi sono voltata per guardarmi nello specchio dell’ascensore, e ho visto che ero diventata giovane, giovane come allora, come quando meritavo un marito, quando avrei meritato dei bambini, un futuro migliore. Sono arrivata al mio piano, le porte si sono aperte e sono uscita sul pianerottolo. Vedevo la mia porta, lo zerbino davanti all’uscio, il nome di mio marito sopra il campanello. Sulle scale non si sentiva nessun rumore, se non un ronzio elettrico di fondo. Volevo vedere se la porta era aperta e sono entrata in casa. Il corridoio era buio, ma dalla sala in fondo proveniva il lucore di una televisione accesa. Mi sono avvicinata e mi sono affacciata sulla soglia. Lui era semidisteso sul divano, che guardava verso lo schermo del televisore, le palpebre semiabbassate. Avrei voluto dirgli che ero tornata, invece sono stata zitta. Ho fatto solo un passo avanti. Adesso la luce dello schermo investiva anche me. Non sapevo se lui mi vedesse, ho aspettato, e l’ho guardato fino a che lui non ha volto lo sguardo assonnato. Allora sono stata sicura che mi avesse vista. Ho pensato che mi vedesse uguale a me stessa sulla foto del matrimonio che avevamo sul comò della camera da letto; io ero uguale, ma non c’era lui al mio fianco. Non ha parlato, e neppure io. Solo ho continuato a guardarlo. L’ho guardato negli occhi, e poi ho scavato nei suoi occhi, sono andata oltre il suo sguardo, oltre alla sua indifferenza, oltre alla sua sorpresa, oltre alla sua paura; ho scavato oltre ai suoi ripugnanti occhi, oltre alla sua fetida violenza, sono arrivata fino in fondo, dove non c’era più nulla, e allora ho visto che ha capito: che sarei tornata ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora, e ancora; che mi avrebbe visto finché i vermi non avessero divorato i suoi occhi; che un tempo io l’avevo amato. L’avevo amato per nulla, e ora lui sapeva quanto.

 

 

 

 

 

No Banner to display

PRIMA LUCE

Inciampo.

La mano brancola nel buio, trova un masso e lo stringe. Tenebre maledette.

Mi sollevo e guardo avanti: lui è ancora lì, ma tra poco la nebbia lo inghiottirà. Devi muoverti. Fa’ presto.

L’oscurità torreggia su di noi, figlia di quest’antro sconfinato. M’inerpico sul sentiero cercando di tenere il passo, ma il piede non risponde. Arranca sulla terra umida come un serpente ferito. Corpo, prigione d’anima, tu non sei qui. La fatica e il dolore sono soltanto illusioni, almeno finché dura questo cammino.

Mi affretto, corro, volo dietro di lui. Le mani fendono la nebbia come remiganti. Nel silenzio gelido dell’antro sento il cuore battere d’apprensione. Vorrei chiamarti, gridare la mia pena e il mio desiderio; ma so che basterebbe un sussurro a perdermi. Se ti voltassi, io ripiomberei nell’oblio. Orfeo, mio adorato Orfeo.

Sei sceso negli Inferi per ricondurmi alla luce. Hai ammansito Cerbero e insegnato il pianto ad Ade. Tutto ciò l’hai fatto nel mio nome; eppure, perché i tuoi piedi sembrano galoppare, perché le tue gambe si flettono spietate? Non ti angoscia il pensiero di lasciarmi indietro? Il tuo passo non è quello di un amante. E’ la marcia di un eroe che torna dall’impresa, gonfio d’orgoglio, impaziente di sfoggiare il suo trofeo.

Senza che me accorgessi, la salita è terminata. L’aria intorno a noi ha un sapore nuovo e la foschia è più rada. Le dita dei piedi sfiorano pallidi arbusti, simulacri della vita di lassù. Finalmente posso muovermi di buona lena! Ma proprio quando la via è facile e guadagno terreno sul mio amato, un ricordo s’insinua come una brezza malevola. Mi torna alla mente l’addio di Persefone; mentre Ade commosso c’invitava a partire, lei parlò a me e solo a me. La voce della dea riecheggiò nella mia testa: «Sono stata donna prima di te. Sei certa di ciò che vuoi? Posso sfogliare i tuoi ricordi: vedo passione, ma anche profonda tristezza. E’ davvero amore quello che ti riporterà fra i vivi?».

Il ricordo è un freno che rallenta le membra. L’incedere si fa distratto, quasi annoiato. Soltanto tu continui a camminare, dritto per la tua strada. E in fondo, perché no? L’hai sempre fatto, anche quando mi portavi nella foresta col pretesto di passeggiare insieme. Sapevo che non t’importava; volevi solo che qualcuno ti ammirasse mentre pizzicavi le corde, inventando nuove melodie. Ero io a guardarti, ma poteva essere chiunque altro, perché non cercavi amore: volevi essere adorato.

Quasi a scacciare i pensieri oscuri, ecco! La prima luce ci coglie. E’ solo un bagliore tenue all’imbocco della caverna, eppure i miei occhi ne sono abbagliati. Di colpo avverto una stanchezza profonda. Corpo, prigione d’anima, lentamente ti riappropri di me: rivoli di sudore m’imperlano la fronte e la nuca, il respiro diviene affannoso. Riaffiora il vecchio dolore: il piede pulsa per il morso del serpente. Miei Dei, mi sento mancare…

Niente di tutto ciò tocca il mio Orfeo, che con ampie falcate procede verso il mondo dei vivi. La distanza che ho conquistato a fatica è già perduta: dieci, venti, trenta passi… lui sa che ormai è fatta. Quella luce è il suo trionfo. Già lo sento canticchiare il primo verso della ballata: “Orfeo tornato dagli abissi”. Per lui ormai non esisto più.

Il dubbio di Persefone torna ad assillarmi: sei certa sei certa sei certa?

Ed è come se un vaso di crudeltà si fosse aperto.

Rivivo le notti trascorse in compagnia della luna: sapevo dov’eri ma aspettavo comunque il tuo ritorno, maledicendoti per le passioni fugaci, gli ardori e le infatuazioni di donne senza volto. Quando rientravi all’alba, trovandomi ancora sveglia, mi lanciavi un’occhiata di rimprovero. Perché ti sorprendi, donna, sembravi dire. Uno spirito eccelso appartiene al mondo intero, non può essere solo tuo. Tali sciocchezze mi propinavi; e io, nella stupidità del mio amore, ti ascoltavo!

Come ho potuto credere a un bugiardo simile?

Che ipocrita sono; conosco già la risposta. Ti credevo perché sei un magnifico bugiardo. Stregavi le folle cantando il nostro amore, colmo di una tenerezza struggente. Invece la verità si svelava più tardi, nel giaciglio, quando ebbro di vino mi prendevi con foga, ansando come un animale, tappandomi la bocca per soffocare i lamenti. Poi crollavi su di me, già addormentato. Nessun bacio accarezzava il mio viso.

E chissà se almeno ti penti di quella volta…

Era il banchetto che attendevo da tempo. Giorni trascorsi alla ricerca di spezie d’Oriente, studiando ricette di paesi mai visti, soltanto immaginati. Lunghe, cerimoniose istruzioni alle ancelle: entrare di là, uscire di qua, come servire il vino, quando cambiare portata senza interrompere le chiacchiere degli ospiti. Un intero pomeriggio a profumare la sala con fiori selvatici e bracieri d’incenso. Poi venne il momento che avevo sognato: gli amici più cari riuniti nella frescura del portico, all’ora del tramonto. Li incantai con il sorriso che avevo provato per ore nell’acqua della fonte. Ma proprio mentre invitavo alla cena, note appena schiuse ci colsero: tu avevi carezzato la lira. E tutti, ancora una volta, caddero nell’inganno. Fu come se le ore avessero cessato di esistere, ogni anima presente in quel portico rapita per un tempo interminabile. E intanto, nel salone, i fiori appassivano, le pietanze raffreddavano, le mosche ronzavano attorno ai piatti.

Quanta rabbia provai allora! Tuttavia la collera mi sembra un dono rispetto all’umiliazione di quella sera: perché, nel tuo canto, parlavi di me. Mi chiamavi Musa, dedicandomi ogni respiro. Per gli altri ormai c’era solo Euridice la bella, sublime, simile alla Luna. Volevo urlare che una creatura del genere non sarebbe mai nata, che quel ritratto era una clamorosa bugia. Ma nessuno mi avrebbe ascoltata, perché l’Euridice cara ai loro cuori non era sotto quel portico: era cullata fra gli arpeggi della tua melodia. Io non esistevo più.

Non mi restava che fuggire lontano, fino a quel prato, fino alla roccia. Fino al dente avvelenato della vipera. Tuttavia quel dolore atroce non fu niente, niente! Paragonato a quello che m’infliggesti.

 

Il chiarore dell’alba accoglie la fine di questo cammino. Una brezza tiepida scompiglia i capelli. Mancano pochi attimi alla mia resurrezione.

Tu sei già nella luce, la tua ombra avanza senza rumore nel mondo dei vivi. Orfeo, mio adorato Orfeo.

Soltanto ora capisco: spirito lo ero ben prima di finire in questo luogo oscuro. Spirito lo sono sempre stata. Al tuo fianco ero priva di consistenza, un essere rarefatto determinato dalla tua volontà. Ma se spirito devo essere, almeno non voglio più provare dolore. Niente più notti insonni né lividi sul volto. Nessuna triste ipocrisia. Persefone, ora sono certa.

Sulla soglia degli Inferi, sussurro: “Orfeo”.

I riflessi lo tradiscono; forse si sentiva già al sicuro sotto i raggi del sole. Si gira verso di me e in quell’istante lo sento: il sospiro di Ade, un vento infernale che mi solleva e risucchia con sé. L’espressione sul suo viso s’imprime nei miei occhi, prima che il turbine mi trascini via: è pallido, sbigottito, furente. Sa che l’ho beffato. L’uomo capace di smuovere un Dio è stato battuto da una donna; sconfitto da una creatura che riteneva priva d’orgoglio. Non una lacrima a rigargli il viso. Nessun pianto che parli di me.

Che importa, ora? Quello che era il mio amore è già lontano. La sua figura svanisce, i contorni si assottigliano come l’eco di parole svogliate, perdendosi nella prima luce.

 

No Banner to display

IL CERCHIO DI FUOCO

Mezzanotte

Dormi, dormi, tu. Vorrei tanto poter dire che quando dormi sembri un bambino, un innocente, o anche solo un mammifero innocuo, ma non è vero.

Solo adesso posso stendermi. Quaranta minuti che giro sul tappeto come un criceto, perché non trovo le ciabatte e il pavimento è gelido. Ho girato e rigirato, e cullato Lucia cantandole la ninnananna greca che a te sembrava triste: ma non è triste; dice: “sonno, che porti via i bambini, vieni, prendi anche questo. Piccolo piccolo te l’ho dato; rendimelo grande; grande come…” ma tanto tu non sei stato attento.

Lucia ha un buon profumo. Quando è sveglia, anche se sono stanca da ululare alla luna, mi ubriaco del suo profumo, la tengo stretta, mi sembra di sentirmi ancora respirare. Ma ora deve abbandonarmi, così lontana da me, nella sua culla.

Che razza di benvenuto abbiamo dato a questa bambina venuta dal cielo?

Che cosa ha visto per prima cosa del mondo? Ha visto le luci dolci del Natale, i fiori di fuoco del capodanno. Ha visto i muri variopinti di questa casa dove dovevamo essere felici. Ha visto la sua mamma piangere,  piangere e buttarsi a terra e mordere la terra e gridare e piangere.

Io sono un bicchiere di lacrime, e tu mi rovesci.

Mi infilo nel letto e mi sembra di calarmi in una tomba. C’è questa lampadina blu sempre accesa e le ombre sono grevi, slabbrate. La testiera del letto è una lapide senza il nome.

So di essere stata spazzata via. Ma la mia statua di cera c’è ancora: sembra che io sia ancora viva. E adesso devo sdraiarmi proprio qui, di fianco a questa supernova di male, questo groviglio di urla, questa botola di pianto, questa puzza di assassino, te.

 

Due e venticinque

Domani mi pettinerò. Mi  metterò un po’ di fondotinta e berrò un caffè, e forse per mezz’ora sarò un po’ più lucida.

Nessuno si accorgerà che è la terza notte che non dormo, non dirò niente a nessuno e passerò due belle ore al Gruppo Mamme.

Però so già che le guarderò e penserò con invidia alle loro vite normali. Magari piene di pioggia, di code in posta, di colleghi irritanti, di zie malate. Ma vite ordinarie. La mia invece sembra una telenovela scritta male. Di quelle che ho sempre rifiutato di guardare, degnandole solo di una smorfia di disprezzo.

La mia vita la mia vita. Ha ha ha. La mia vita per ora è sciolta. La mia anima probabilmente è già laggiù che chiacchiera con Anubi.

E non sono nemmeno più arrabbiata con te: forse sei solo uno strumento del destino. Anche se uno strumento a forma di pirla è arduo da tollerare.

 

Forse c’è ancora una possibilità. Forse non ci siamo ammalati, forse quest’ultima che hai combinato non è il colpo di grazia. “Così impari”, mi hai detto persino, quando ho scoperto tutto. Eh sì, quanto ho imparato.

Mettere a posto la cucina già in ordine, pulire il cesso in continuazione… perché secondo te è sempre tutto sporco, e io non sono “capace di mandare avanti la casa”. Non disturbare quando ti fai la barba, non parlare quando sei al computer. Aspettarmi che tu ti incazzi lo stesso per qualche altra mia mancanza, perché sei come le sorellastre di Cenerentola. Tutte e due. Il motivo lo trovi anche se non esiste.

Ho imparato che tu “porti a casa i soldi”, e quindi io devo “fare la brava”. Ho imparato che quello che dichiaravi quando eravamo fidanzati è scaduto. E che io non posso mettere niente in discussione, altrimenti non mi lasci dormire finché non ti do ragione.

A me sembra fantascienza, ma sta succedendo sul serio. Non contraddirti, non parlare, non parlare, e attenzione: non lamentarmi se non mi rivolgi la parola per intere giornate. Non sei uno romantico, dici. E soprattutto non mi devo far beccare a piangere, altrimenti è la fine.

Devo credere a mia sorella, che mi ha esposto la sua teoria sui cloni cattivi inviati sulla Terra dagli alieni?

 

Comunque. Ci siamo ammalati, adesso? Moriremo?

Per ora non possiamo saperlo, e vedo tutti cadere intorno a me come foglie.

La mamma, che non sa, e mi dice di non stare seduta sull’orlo della sedia-astuta, lei capisce che sono in bilico su uno spigolo di  cornicione-e mi dice cose, mi dice che posso essere forte e libera, e devo pensare alla mia bambina, e che la vita va avanti.

Ma che succede se NON va avanti.

E la mia sorellina, la mia prozia col suo cagnetto scemo e innocente.

Tutti cadono come carte, non posso più aggrapparmi a niente.

Solo Dio resiste, piantato in mezzo al campo da rugby. E anche se non riesco più a pregare: Dio, lo so che non mi lasci. Io muoio, se devo, ma risparmia mia figlia, che non ha chiesto di venire al mondo, ha gli occhioni blu, sorride, e a differenza di suo padre mi sorride gratis.

 

Due e cinquantadue

Temporale. Era così bello, quando ero piccola, sentire il temporale a notte fonda, o alla mattina presto, aprire gli occhi e vedere che c’era una luce accesa in casa, una luce gialla, e persone che parlavano. Io facevo una tana sotto le coperte e mi sentivo al sicuro.

Ora sono io che devo essere questo per la mia bimba: un posto sicuro e caldo dove qualcuno ti vuole bene. Devo farcela: non so come. Cercherò di non farmi mangiare; costruirò un muro per difendermi da te.

Però. Se penso a come ti amavo.

Venivo fin là in bicicletta; poi, quando ti salutavo, cercavo di stare dritta in sella con la schiena. Me ne andavo senza girarmi mai, sperando che tu, invece, ti girassi a guardarmi. E quando avevo il vestito blu, come mi hai guardato: come se tu fossi in prigione e avessi appena scoperto che io avevo le chiavi. Era un pomeriggio d’ottobre, la luce era color pandoro, e io avrei voluto dirti che non dormivo e non mangiavo più, che avevo fame e sete di te. E adesso invece mi chiedo dove troverò le forze per sopravvivere. E tu mi rendi così debole; tu, la mia brutta sorpresa. Tu il mio amore guasto, avvelenato.

 

Ti ricordi come pioveva quel giorno e tu sei arrivato con il raffreddore e come ridevamo, e c’erano le lucine di Natale nella mia stanza, anche se era aprile, perché dopo le feste avevo provato a toglierle senza riuscirci…quella volta abbiamo mangiato biscotti e marmellata e parlato di paesi lontani e cantato insieme.

C’erano dei pomeriggi azzurrini, in cui l’aria pulita scendeva nei polmoni come una grattugia fredda. Solo noi a giocare a pallone nel prato che diventava scuro, quasi danzando.

 

Tre e tredici

E invece sono io sola, ora, a muovermi in punta di piedi, ballando su un campo minato. Recito “La Buona Moglie”, e lo sforzo mi strema.

Guarda con che maestria metto in scena il pezzo “ti saluto e ti auguro buon lavoro”, anche se poco prima hai strillato come un pazzo facendo vibrare il pavimento i muri la neonata e tutte le interiora dell’interprete femminile.

Cerco di calcolare le entrate e le uscite di scena. Non sempre ci azzecco.

-Stai zitta! Non sei capace di stare zitta?

Ops.

-Perché non parli?

Ops.

 

Cantavo tutto il giorno, parlavo sempre, rompevo le palle, ridevo. A casa mia ero un flagello, non vedevano l’ora che andassi fuori.

Ho provato a cantare, l’altra sera, con la chitarra; al posto della voce usciva un soffio come un pallone bucato. Mi sono spaventata e ho lasciato perdere.

Mi sdraio per terra, e Lucia mi gioca intorno. A volte non riesco neanche a guardarla, ma sento che è qualcosa di buono, come un panino fresco alle sei di mattina.

Solo, non so dove vado a finire.

 

Mi ricordo che, quando avevo sedici anni, a Carnevale mi sono vestita “da donna” (con i tacchi e la minigonna e via dicendo), perché c’era uno che continuava a prendere in giro le mie scarpe da ginnastica e le maglie lunghe fino alle ginocchia. Mi sento così anche adesso. Mi sono vestita da quello che devo essere secondo te, e sto scomoda da morire.

Di sera, però, arrivano i demoni, che mi recuperano dalla raccolta differenziata in cui mi sono diligentemente separata, e mi dispiegano davanti una mappa tutta nera.

Sarebbe il momento di urlare, di dire che il bene non esiste. Distruggermi e distruggere tutto.

Invece ho cura di me. Faccio ginnastica. Inspiro. Canto canzoncine alla mia bambina. Mangio la minestra, mi taglio le unghie, piego i pantaloni.

Mi spiace, Lucia, piccolo piccolo bene mio, perché tu lo sai che per tutto questo tempo, dentro, io sto urlando e urlando e urlando.

Non so dove vado a finire. Sento che posso vivere come un pupazzo sorridente e assenziente che intanto coltiva per conto suo dei gustosi sogni di morte.

Lo so che invece devo raccattare le chiappe, e vivere, e lottare. Ma per un attimo voglio proprio sognare.

 

Quattro in punto

Io voglio terrorizzarvi. Voglio farvi cagare sotto, e farvi male, come voi fate a vostra moglie, alla vostra ragazza, ai vostri figli. Sarò la vostra maledizione.

Verrò di notte dove dormite e vi soffierò in faccia minacce gelide e incomprensibili. Vi sentirete lo stomaco che precipita in fondo ai piedi e che comincia a chiedere pietà.

Assumerò una forma a voi nota: per esempio l’immagine di vostra madre. Poi aprirò le fauci, e voi vedrete scintillare nell’oscurità orrende zanne bavose.

Sarò trista e gelatinosa come mille anni di pioggia, e quando anche l’ultima speranza vostra sarà volata fuori, mi muterò in una larva ributtante, e vi attaccherò.

Colpirò proprio dove finisce lo sterno, e si incontrano le costole e il respiro, dove l’anima tiene il suo filo più grosso. Succhierò fuori da voi tutta l’anima che trovo.

Io so chi siete. State attenti. Prima non vi vedevo, ma ora, dopo essere stata bruciata viva, riconosco dovunque il vostro marchio di sopraffazione.

Vi sradicherò dal pianeta. Vi annegherò come cimici.

Tu, gentile vicino di casa che mi tieni aperto l’ascensore, che fai il commercialista e piaci a tutti. Tratti la tua ragazza come una sguattera; pensavo fosse fatta così lei, e invece sei tu. E lei balbetta, quando siete insieme.

Tu che vai sempre in chiesa, e che ti prendi cura-così dicono!-di tua moglie che soffre di depressione.

Tu che tratti male la mia mamma…oh oh.

E che mi portavi a fare dei bei giri in bici. Sempre con una faccia triste, che io sospettavo fosse colpa mia.

E poi abbiamo costruito un aquilone…giallo e azzurro, perfetto.

 

Chissà quando troverò un posto di me dove fermarmi. Dove smettere di odiare tutti questi.

Quando impiccano quattro stupratori in India, io non batto ciglio.

Quando il padre di una donna vittima dell’ex marito gli spara, io approvo.

Quando mio padre ha il colpo della strega, io rido.

Poi mi vergogno: so che anche questo è ingiusto. Il problema è che mi vergogno appena appena.

Bisogna percorrerla, la strada del perdono, se voglio rimanere un essere umano. Ma prima devo essere. Devo salvarmi.

 

Quattro e quaranta

I ragazzi del tuo paesino conoscono molti giochi crudeli. Uno è questo: lo scorpione che si suicida. Occorrente, uno scorpione vivo e un accendino; si versa il liquido dell’accendino attorno allo scorpione, fino a formare un cerchio. Si dà fuoco. Lo scorpione, quando si vede circondato dalle fiamme, per non morire bruciato si conficca il pungiglione in corpo.

E muore?

Eh certo, muore.

Dunque lo sapevi di essere velenoso.

Dunque bisognerebbe lasciarti solo in mezzo al fuoco, e il tuo artiglio si rivolgerebbe contro di te.

Invece ho l’impressione che tutti si affannino ad aiutarti:

i tuoi amici, che ti danno consigli al doppio malto su come si trattano le donne,

la vicina che, dopo avere ascoltato le urla, mi dice “comunque è sempre suo padre”,

la donna col rossetto fucsia che dichiara impassibile “ci sono anche donne che maltrattano gli uomini, perché di loro non si parla?”,

il poliziotto della questura che quando progettavo di andarmene mi ha abbaiato per telefono “ma certo che è sottrazione di minore, signora: se lo scordi di lasciare la casa e faccia la pace con suo marito”,

e tutti quelli che, come te, dicono che per la felicità e la salute di un bambino è  necessario che i genitori stiano insieme.

Dicevo.

Perché sono io, ad essere sola in mezzo al cerchio di fuoco?

 

Amore mio, due notti fa ti ho sognato di nuovo. Ho sognato che mi telefonavi ed eri stato via per tanto tempo, forse rapito, e finalmente eri tornato, e io avrei potuto sbarazzarmi del tuo cugino bastardo che avevano messo al tuo posto. Eravamo contenti per telefono, e ridevamo! Dopo pochi giorni ci saremmo rivisti.

Amore mio, dove sei finito?

 

Quando scrivevo la tesi, anche quando eri ospite da me e non avevi un altro posto, stavi fuori tutto il giorno, perché io riuscissi a concentrarmi. E compravi il pollo al mercato senza dirmi che quelli erano gli ultimi soldi che avevi. E quando eravamo in bicicletta ti giravi sempre per vedere se c’ero, e coglievi per me le more dei gelsi…

Io spero che anche per te nella vita ci sarà qualcosa di ottimo e dolce e starai bene e in pace. Ma lontano da me.

Non mi aspetto che tu capisca. Penserai che sia io a fare del male a te.

Ma quando sarai molto vecchio ti ricorderai di una bizzarra ragazza che ti correva incontro e c’erano girandole e lune e pesci enormi nella fontana e poi

ti ricorderai le stelle nel deserto

e ti sembrerà che se tu fossi stato un po’ meno avido avresti potuto tenere con te tutte queste cose, se solo le avessi lasciate vivere

e poi penserai che in fondo non è neanche tutta colpa tua, e che se è andata così un senso ci dovrà essere per forza, e chi sa se è vissuta veramente o è solo un personaggio di fantasia, quella strana ragazza che ti amava tanto.

 

Sette e dieci

Mi sono appisolata e ho sognato.

Ho sognato di essere in visita in una casa di streghe, in cima a una collina. Per entrare avevo dovuto togliere le scarpe, tra gatti e specchi rotti. Poi volevo andarmene. Mettevo Lucia nel suo passeggino; mettevo una scarpa, e l’altra? Sparita. La trovavo, ma intanto era sparita l’altra.

-vado a casa senza scarpe- annunciavo, ed uscivo in giardino. Una strega mi diceva: -aspetta, hai bisogno di aiuto per uscire da qui. Il giardino è pericoloso persino per me. Bisogna capire quale delle uscite è aperta: l’aria , l’acqua o la terra…

Mentre ancora parlava, arrivavano le linci. Sbucavano dai cespugli e prendevano Lucia! Le inseguivo gridando insulti. Nel crepuscolo vedevo la tutina gialla di Lucia che si allontanava a balzi.

Ma la mia disperazione calamitava la magia che c’era nell’aria a chili, e quando gridavo: “Lucia!” con le mani tese, Lucia mi compariva tra le braccia, nuda e ridente. Salva. Le linci se ne andavano.

-Vado a casa!- gridavo inferocita.

-Zitta, o si sveglia il drago-mi diceva la strega. Mi porgeva una sedia azzurra, che prendeva quota.

-andiamocene di qua- dicevo, ed eravamo già in volo.

 

Sto qui davanti al cielo in burrasca, con il tè verde e le mie amiche scarpe che mi aspettano di fianco alla sedia, e la testa tranquilla, almeno per ora.

È ancora scuro fuori. Ma è giorno, adesso, nella stanza dei miei pensieri, e c’è una grande insegna luminosa che dice non è giusto vivere così.

Tu dormi ancora, tranquillo, con le tue lunghe ciglia, e non sai che io sono scappata. Con la sedia volante e Lucia. Non sono ancora uscita da questa casa: ma dall’incendio delle tue grida, dal nero dei tuoi occhi sono già libera, libera finalmente.

 

No Banner to display