mercoledì, 12 Maggio 2021

La verità

La verità fa male a tutti, punto.

O quasi. Per esempio a Caterina Caselli la verità ha fatto bene, difatti con la sua canzone che faceva “la verità ti fa male lo sai” si è fatta i milioni.

Ma escluso lei e pochi altri, la verità fa male, malissimo.

 

Era qualche mese che io e la mia compagna non ci parlavamo. Non era più come all’inizio quando lei parlava e io stavo zitto, in quel periodo nessuno dei due parlava.

Quando era ora di andare a letto ci stendevamo sul materasso, lei a destra e io a sinistra, e stavamo in silenzio.

Muti.

Io guardavo il muro pensando se questa o quella macchia di muffa ci fosse sempre stata, lei leggeva un libro.

Secondo me faceva finta di leggere. Da quando abitavamo insieme, sette anni ormai, stava leggendo lo stesso romanzo.

Ogni tanto le arrivava un messaggio sul cellulare, lo leggeva e sorrideva, allora facevo finta che ne arrivasse uno anche a me e fingevo di leggerlo, senza sorridere.

Poi, senza chiedere se e quando, spegneva la luce.

Io restavo con gli occhi aperti nel buio a fissare qualcosa a caso che tanto non potevo vedere e, appena la sentivo russare, abbassavo le palpebre e mi mettevo a dormire.

Dormire, quello non lo faceva in silenzio.

 

Eppure anche il silenzio mi faceva male.

 

Già ai tempi della scuola pensavo che la verità facesse male. Che nessuno le potesse scampare.

Se mi interrogavano e dicevo di non aver studiato prendevo due, se stavo zitto quattro. Spesso, quindi, durante le interrogazioni stavo zitto, avendo così la certezza di non poter dire una cazzata, di non rivelare all’insegnante che non avevo capito niente della lezione.

La strategia era un po’ fallimentare e non dava molto valore aggiunto alla mia carriera scolastica, visto che sono stato bocciato due volte in seconda superiore e una in terza. In un istituto professionale.

Grazie a Dio non ho fatto il liceo.

Sarei ancora al primo anno.

 

Un giorno invece le mie certezze vacillarono.

Era un periodo che la sera uscivo con gli amici: “Sai, c’è il calcetto”, “Marco ha litigato con Claudia”, “Coso parte e ci vuole salutare” (Coso era un ragazzo entrato nel nostro giro di amicizie da circa sei-sette mesi e ancora non ero certo del suo nome, non che mi importasse particolarmente).

C’era sempre una scusa per uscire o almeno per non stare a casa, in silenzio, nel letto con la mia compagna.

La chiamavo sempre la mia compagna perché lei odiava essere chiamata la mia ragazza o la mia fidanzata. Odiava anche essere chiamata per nome. Quando parlavo di lei dovevo dire la mia compagna, porco cazzo.

E io la chiamo per nome ora: Sara.

Sara.

Sara.

Sara, Sara.

Tornando al discorso. Avevo ripreso ad uscire coi miei amici da poco tempo quando durante l’addio al celibato di Mauro, che noi chiamavamo Il Merda per il comportamento che manteneva nei confronti della sua futura moglie, avevo accidentalmente rimorchiato una ragazza.

Avevamo tutti bevuto come si può fare solo in un addio al celibato: rhum e coca, rhum e pera, rhum e ghiaccio, rhum e stocazzo, birra, vino, Tavernello e chissà cosa.

E oltre l’alcool che avevamo nello stomaco c’era quello sui vestiti.

Dopo il quinto giro di superalcolici non è sempre facile centrare la bocca col bicchiere.

Ci eravamo dati appuntamento con Coso per le due di notte, era lui lo sfortunato che quella sera non doveva bere per riportarci tutti a casa in macchina ma, quando fu ora di andare, lo trovammo sbronzo su un divanetto; io ne approfittai per continuare a bere.

Ero al bancone a scolarmi non ricordo che alcolico e un attimo dopo, senza sapere come, ero finito in bagno con una ragazza a cavalcioni su di me. Io avevo i pantaloni calati, lei il vestito alzato.

Io sapevo di Alcool, lei di marijuana.

Avevo tradito Sara.

Eravamo a festeggiare un futuro matrimonio, l’unione per una vita intera, o fino all’arrivo di un avvocato divorzista, e io avevo tradito Sara, la mia compagna da oltre sette anni.

Mi sentii una merda.

Certo, non ero ai livelli de il Merda che solo in quella sera si era limonato mezzo locale con la scusa che “all’addio al celibato tutto vale” e che, almeno una volta ogni dieci giorni, lo ritrovavamo sul sedile posteriore della sua vecchia Ford con una ragazza diversa.

Mi sentivo una merda ma ero ancora lontano dall’essere Il Merda.

 

Qualche settimana dopo decisi di dire alla mia compagna del tradimento.

La mia certezza che la verità facesse male era ormai diventata un misero dubbio. Avevo bisogno di rompere il silenzio tra noi. Il silenzio, sì, quello sì che faceva male.

Le raccontai quello che era successo durante l’addio al celibato. Di quanto fossi ubriaco, che non mi ricordavo niente e che mi sentivo una merda.

Lei si girò e mi diede una testata sul naso.

Quella notte dormii da Coso, che finalmente scoprii chiamarsi Patrick (lo avevo letto sul citofono).

Che cazzo di nome è Patrick?

Non glielo chiesi e restai zitto zitto, in silenzio per tutta la notte.

 

Le mie certezze avevano vacillato e portato all’essere di nuovo single.

La verità fa male, sempre.

Anche il silenzio fa male ma forse è un pochino meglio.

Dopo poche settimane da quando ci eravamo lasciati, o meglio lei mi aveva lasciato, Sara era rinata, sembrava perfino più giovane di quando l’avevo conosciuta.

Io invece ero invecchiato di mille anni. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti ero più vecchio del mondo stesso.

Porco cazzo.

Una volta ho parlato e sono rimasto fregato.

Fregato, single, con la barba lunga e la forfora.

Una sera decisi che era il momento di darmi una mossa, riprendere a vivere.

Andai al locale dove avevamo festeggiato l’addio al celibato per bermi una birra. Lì ho visto una ragazza che assomigliava tremendamente a quella con la quale avevo avuto la scappatella. O almeno credevo le somigliasse, visto che i miei ricordi di quella sera erano annebbiati dai fumi dell’alcool.

Mi chiesi se la colpa di tutto fosse sua, di quella ragazza, ma in cuor mio sapevo che non era così. È stata colpa della verità.

O del silenzio che si era formato a casa.

Scolai la birra e corsi nel mio nuovo monolocale in affitto. Avevo deciso che non avrei detto più niente.

Non che sarei stato in silenzio tutta la vita ma che avrei evitato di dire cose pericolose, impegnative.

Avrei scritto su un diario tutto ciò che non sarebbe stato conveniente dire nella vita reale.

Insulti verso il mio capo.

Insulti verso Mauro Il Merda.

Scrissi che avrei voluto abbracciare Patrick, nonostante quel nome orrendo.

Scrissi i miei segreti che mi ero ripromesso di non dire a nessuno. Di quando alle medie mi ero nascosto nello spogliatoio delle donne per spiarle, di quando rubai le sigarette ad un signore in stazione perché volevo provare a fumare.

Di quando ho tradito Sara.

Scrissi di tutte le donne con le quali ero stato. Tutte e quattro.

Marta, la mia prima ragazza. Era una delle sette ragazze presenti in tutto l’istituto tecnico che frequentavo e aveva un anno in più di me.

La nostra storia era basata sul sesso. Ogni tanto parlavamo di niente: fumetti, dei cartoni che guardavamo tornati da scuola, di quanto le piacesse guardare Beautiful con la madre. Parlavamo di niente, come tutti i fidanzatini a quell’età, e quando finivamo di parlare e calava il silenzio ci si spogliava. Ci baciavamo, ci toccavamo, cercando di non fare rumore, per non essere beccati dai nostri genitori.

In quello eravamo bravi.

Solo una volta siamo quasi stati beccati, da suo padre.

Lei era a cavalcioni su di me quando lui aprì la porta.

Noi eravamo stati zitti zitti durante il rapporto ma fummo traditi dal cigolare del letto. Ci alzammo di scatto e io per non far vedere che avevo i pantaloni a mezza coscia mi rannicchiai per terra facendo finta di essere interessatissimo a una presa della corrente, dicendo ogni tanto che secondo me era bruciata.

Scrissi di quanto ero pirla.

Barrai la parola ero e la corressi con SONO.

Raccontai di Sara.

Scrissi una pagina intera col suo nome: Sara, Sara, Sara, Sara, Sara…

Lei odiava che parlassi di lei usando il suo nome.

Scrissi del nostro primo bacio, quello sulla panchina di marmo del parco. Mi ero seduto su una scritta fatta a pennarello, Lucifero Culo, e non sapendo cosa dirle l’avevo baciata.

Non fu un bacio molto romantico, le avevo cacciato senza dirle niente almeno tre etti di lingua in bocca e le ero arrivato a raschiare l’esofago, però lei non si era tirata indietro, anzi, aveva iniziato a far mulinare la lingua.

Fu un bacio orrendo.

Il primo di una serie di baci orrendi. A volte sembra volesse mangiarmi. Sentivo i suoi denti sbattere contro i miei. Eravamo pessimi nei baci ma nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di dirlo. Perché comunque ci andava bene così.

Poi iniziò il silenzio.

La luce spenta senza dire niente, il tradimento.

La terza donna fu quella del locale. Su di lei non potevo scrivere niente, non sapevo nome, cognome e neanche il colore degli occhi. In realtà non mi ricordavo più neanche quello dei suoi capelli.

 

L’ultima donna, la quarta, era quella che mi ha insegnato più di tutti.

Quest’ultima, in realtà, non c’era mai stata con me. L’avevo solo toccata.

Ad essere sinceri sinceri non l’avevo mai toccata ma l’avevo sognata un sacco di volte.

Questa donna magnifica la sognavo da sempre. L’amavo da sempre. Era lei che mi aveva insegnato che la verità fa male.

Malissimo. Che nessuno scampa dalla verità.

E io l’avevo tradita. L’avevo tradita perché a Sara avevo detto la verità, le avevo detto che ero stato con un’altra. Avevo perso la mia opportunità di silenzio.

In una volta sola avevo tradito i miei due più grandi amori.

Ero io il vero Il Merda, non Mauro.

Avevo rovinato tutto solo perché avevo detto la verità.

Avevo deciso che il silenzio faceva più male della verità, non credendo a quello che mi aveva insegnato il mio amore di sempre.

Sono un idiota.

Eppure aveva fatto di tutto per farmi capire quanto facesse male la verità. A lei l’aveva uccisa, la verità. Aveva provato ad insegnarmelo, a farmelo capire, ma io niente. Se sono riuscito a farmi bocciare tre volte in un istituto professionale figuriamoci se potevo imparare una lezione di vita.

Non imparo un cazzo.

 

Le ultime pagine che ho scritto le ho dedicate a lei. Sorridente e malinconica allo stesso tempo.

A lei che me la immaginavo ogni sera sdraiata al mio fianco, lei a destra e io a sinistra, entrambi zitti a scrivere ognuno sul proprio diario.

Io che scrivevo di cose di poco conto ma che non potevo dire al mondo e lei che scriveva, riempiendo ogni millimetro della pagina, di cose che il Mondo non voleva che dicesse.

Io che scrivevo de Il Merda, di Patrick che era partito e non era più tornato o di quanto fosse pirla il nuovo vicino di casa.

Anche lei, come me, aveva iniziato il suo quaderno scrivendo quello che non poteva dire e parlando di donne. Di donne con le palle, quelle che si aprono i barattoli di marmellata da sole.

Che ti fanno il culo a strisce se le cose non le chiedi “per favore”.

Delle sue donne, che lei descriveva come emancipate.

Che cazzo significa poi, emancipate, all’istituto professionale mica si usano quelle parole.

Il silenzio con lei non era pesante come quello con Sara.

Non era un silenzio del tipo: tanto non abbiamo niente da dirci.

Era un silenzio del tipo: se iniziamo a parlare si sfondano gli argini e ti sommergo di parole, paroloni, sillabe, vocali e consonanti; parole a volte difficili, altre semplici, mai frivole.

Andrebbe a puttane il silenzio.

Sarebbe andato tutto a puttane se ci fossimo parlati, allora stavamo muti, io a sinistra e lei a destra.

Io che non pensavo più se questa o quella macchia di muffa ci fosse sempre stata.

Non pensavo più a Sara che spegneva la luce senza chiedere.

Il mio amore non lo faceva mai.

A volte fissavo il mio diario e pensavo a Patrick.

Alle partite di calcetto.

A quanta cazzo di voglia avevo di abbracciare Patrick.

A Il Merda.

Pensavo alle mie frivolezze.

 

Ero sempre io a voler andare a dormire per primo e ogni volta le chiedevo se potevo spegnere la luce.

Lei a volte diceva sì, altre che se non mi dispiaceva di lasciargliela accesa ancora qualche minuto, che non aveva ancora finito di scrivere.

Sembrava avesse la penna attaccata alla mano, un sesto dito che sputava inchiostro.

Quando finalmente diceva che potevo spegnere io mi allungavo verso di lei, con la scusa che sennò non arrivavo all’interruttore, e buttavo un occhio al suo diario.

Lei scriveva sempre di cose che il Mondo non voleva sentirsi dire.

Perché la verità, tranne che a Caterina Caselli e qualche altra persona, fa male.

Fa fottutamente male.

E lei lo sapeva e scriveva lo stesso.

Lei, Ilaria, scriveva di donne, armi, rifiuti e Mogadiscio.

No Banner to display

La voce dell’abisso silente

 

Sii muta per me, contemplativo idolo, sola.

Entrambi, l’un per l’altra, scordandoci la parola,

Non mi dirai verbo; io non risponderò niente…

Perciò la conversazione non si sdorerà per niente.

(Rapsodia del sordo; Tristan Corbiere)

 

 

 

 

Prendi una notte qualunque, spezzala in due e addentrati.

L’erba umida del giardino vi carezza le caviglie; solo la luna, tra le fronde degli aranci amari, osserva le vostre braccia indecise; non abbiate paura, il buio vi protegge. Foglie, fuscelli e fiori oscuri dondolano senza posa, soggiogati dal vento incerto. La vostra pelle gode sferzata dall’aria scura e i millenni che furono e saranno giacciono sottoterra. Qui è dove tutto ritorna.

Vattene voce suadente!

Un’altra volta scendo, con le lenzuola strette nei pugni. Che io non mi svegli più.

“Quanto manca?” mi chiedi, con gli occhi; “Poco”, ti rispondo in una carezza. Procediamo sfiorando gli arbusti con le mani immacolate; ci fermiamo ad ascoltare il volo sordo di una civetta. Dorme la terra dura e dormono i suoi frutti; chi fummo lo sapremo solo alla fine. O non lo sapremo mai. Laggiù dove non possiamo arrivare, la marea sommessa rapisce l’ultimo lembo di spiaggia; il granchio dalla roccia scivola e sparisce.

Mi sudavano le mani e volevo baciarti, ma sulle tue labbra e sul tuo viso cresceva il deserto.

Attraversiamo la boscaglia fitta di rovi odorosi e giungiamo alla scalinata impietrita fermandoci sull’orlo del primo scalino. Il velo chiaro che ti avvolge sbuffa e si riposa, leggerissimo, di continuo, sulla pelle quasi trasparente. Le tue mani sono giovani colombe addormentate. La luna, docile, ti ha seguita.

Ti scuoti e per prima incominci a risalire la piccola scala che s’attorciglia dentro la torre, ti seguo automaticamente. Riposi il respiro ad ogni feritoia e guardi giù dove da una parte gli alberi  vegliano tranquilli, dall’altra il mare esegue il suo motivo infinito; poi riprendi a salire, ti volti rapidamente e mi sembra di leggere un chiarore tenero nei tuoi occhi vivissimi, ti sorrido e mi sento vivo. Una volta in alto, finalmente la quiete.

La notte, distesa su Capo Bon, è un’immensa creatura morbida di sogni dispersi; dentro di lei io e te ascoltiamo i bisbigli dei nostri cuori, sembriamo esuli in cerca di rifugio. Il rumore delle onde che debolmente si gettano contro l’edificio di pietra attutisce i nostri demoni interiori; l’aria calda d’estate avvolge le nostre menti. I pensieri si disfano; siamo corpi in attesa.

Ti accovacci contro il freddo delle pietre, alzi gli occhi al cielo e socchiudi le labbra, incantata e atterrita: spazi temporali cancellati, odio terrificante, amori violenti e divini, bambini divenuti uomini e donne, tutti miracoli di polvere, tutti suoi figli, smarriti dopo la lotta, disfatti. E la luna e le stelle tacciono eternamente. Siamo piccoli e impotenti. Ciononostante dal lastricato di questa torre saracena potremmo estenderci fino al cielo, la volta celeste in verità è vicina, giace in noi.

Ma la tua mano è fredda sulla mia fronte.

La giornata scivolò tranquilla  tra le rocce e le sabbie vicino Kelibia; dopo il pranzo ci spostammo percorrendo la costa fino ad Hammamet. Passeggiammo tra  le case bianche addormentate della medina dove così tanta luce sembrava t’intristisse; mi passasti a fianco dando fiato a un pensiero vago: “cosa accade dietro questi muri, dietro queste porte azzurre e queste finestre inferriate?”. Su una di quelle porte aperte stava rannicchiato un vecchio su una pianola che sembrava un giocattolo e suonava una frase ipnotica, quasi senza suono, rapito, come se niente al di fuori esistesse. Ti fermasti ad osservarlo, poi con un brivido mi strinsi il braccio, “andiamocene” dicesti. La via si perdeva in altre, tutte assonnate nel pomeriggio torrido, e per tante altre dovemmo camminare, chiusi tra il bianco delle case sormontato dall’azzurro irreale del cielo, prima di riapparire sul mare, quasi immobile, specchio pietrificato nel caldo insopportabile. Riparammo sotto l’ombrellone di un locale isolato.

Quassù moltissime lucciole punteggiano il buio e una si posa sul tuo ginocchio disteso. Rimaniamo fermi, vicini e assopiti. Le nostre mani si riposano ancora dai taglietti degli arbusti e il sangue scorre muto e prorompente nelle nostre vene. Osserviamo il dorso del mare, l’oscurità che ci abita rischiara e ci abbracciamo, ci spogliamo lentamente, respiriamo i nostri profumi e ci stendiamo sulle pietre umide. Impercettibile, lo sciabordio del mare guida i nostri corpi tesi d’innocenza. La luna è un soffio visibile e pallido che annienta le nostre incertezze.

Quella sera al tavolo del ristorante sulla piazzetta poco illuminata la tua voce cominciò a intorbidarsi. Il cameriere, un ragazzo sui vent’anni scuro e rapido, con una camicia bianca sporca più grande di due taglie, ti fissava insistentemente e non sembrava infastidirti. Tu mi guardavi annoiata come se d’improvviso fossi un estraneo e rimasticavi frasi sconnesse, volevi tornare a casa, non ci facevi nulla lì con me. Vedevi altri luoghi, lontani, altre sensazioni, s’era risvegliato in te qualcosa di tortuoso e inesplicabile che ti richiamava. Io ero un limite, mi dicesti mentre tre pescatori scendevano la loro barca sull’acqua calma. Prima di prendere il largo sembrò che uno di loro indicasse il nostro tavolo, dissero qualcosa in arabo, risero e ci voltarono le spalle scivolando sulle increspature. Noi, invece, eravamo, in attesa. Pagammo il conto, ci alzammo e con un sorriso di bambina mi dissi che avevi voglia di andare a Capo Bon: sai, con i marmi di Capo Bon ci costruirono il Colosseo.

Salimmo in macchina e in quella sera tersa scivolammo sull’asfalto nero, la distesa del mare alla nostra destra, la macchia, insondabile e placida nel suo annottare, alla nostra sinistra. Continuavi a parlare della tua vita, che sentivi sbiadirsi, interrompendoti per voltarti a fissare la strada che ci lasciavamo dietro, con l’aria a farti turbinare sul volto i capelli biondi. Ti ricomponevi spossata sul sedile, mi guardavi e già più non eri con me. Cercavo di scrutare oltre le tue parole, invano. Il silenzio tra noi due, smorzato dall’impatto del vento che entrava dai finestrini, mi confondeva ancora di più. Volevo capire, volevo che tu fossi mia.

Non riuscimmo ad arrivare a Capo Bon a causa di un guasto al motore dell’auto che avevamo preso in prestito. Ci fermammo pochi chilometri prima e decidemmo di proseguire a piedi,  non mancava molto. La vegetazione era fitta e a tratti si chiudeva sul sentiero, quasi impedendo di proseguire, allora con le mani ci facevamo strada; tu non avevi paura di farti male. Le stelle e la luna piena illuminavano l’atmosfera, intorno a noi regnava l’oscurità. Il mio cuore traboccava, mi parlava forte; la mia mente ragionava e strozzava il muscolo nel mio petto. Il sentiero irto di arbusti finì in una strada sterrata più chiara, sulla quale i radi pini specchiavano se stessi in ombre tremule. Iniziasti a correre come un puledro che ha appena appreso i rudimenti del galoppo; vorticavi veloce, retrocedevi e mi guardavi con la coda dell’occhio, poi ad un tratto sparisti dietro la curva. Rimasi indietro per un po’, poi finalmente ti ritrovai distesa su uno scoglio. Avrei dovuto parlare, prenderti in spalle e portarti su quella barchetta stinta che sbatteva sulla riva ad ogni onda. Non lo feci. Rimasi muto ad osservare il tuo diaframma sollevarsi ad ogni respiro. Il vestito semplicissimo che indossavi lo avevamo acquistato insieme per le nozze di sei giorni prima. Si era sfregiato su un lato e lasciava intravedere un lungo taglio sulla tua coscia. Il sangue sgorgava lento dalla ferita e veniva assorbito dal tessuto dell’abito. Ti alzasti in piedi e con lo sguardo perso girasti la testa verso di me. I tuoi capelli biondi a tratti ti scompigliavano il viso. Non capivo la tua espressione, intanto nella mia mente apparivi sempre sorridente. L’aria salina scuoteva leggera le nostre vite, così vicine e così lontane. La pace regnava attorno a noi, ma in noi non s’infondeva. Il tuo urlo lacerò il silenzio. Rimasi immobile di fronte alla scena, incapace di intervenire.

Avvolti l’uno dell’altra stiamo stesi immobili sui ciottoli, protetti dalle merlature sbrecciate del torrione, mentre in alto frammenti di stelle crollano in ogni direzione. Dopo la paura, dopo il desiderio, dietro montagne di roccia durissima e sotto le braci di notti  incendiate, là c’è la tregua dolcissima, là c’è l’acqua che risveglia. Se fossimo statue e nelle nostre vene fluisse acqua e non sangue, se avessimo un centro, allora forse ci sarebbe concessa la serenità infinita.

Le piante dei tuoi piedi giocavano a muoversi agili sulla scogliera, il sangue dalla coscia sinistra colava fino alla caviglia, il lembo stracciato del vestito faceva le tue gambe più slanciate. Eri bella, mai ti avevo vista così bella. Un piede ti ha tradita, l’urlo, stavi per dirmi “Vieni!”, forse. Il mare dopo la roccia aguzza ti prese quando già non respiravi più. Mi mossi verso la scogliera fino al punto dove eri caduta, l’acqua si frangeva cheta e rossastra, non c’eri. Cercai per molto tempo ma per i miei occhi lasciasti solo una macchia densa che mutava di forma secondo l’onda. Mi gettai in acqua coi vestiti addosso, era gelida, scesi finchè potei con la forza degli impazziti, sgranando la vista nel buio più cieco; il tuo corpo di luce non lo trovai. Riemersi come fantasma raggelato, mi aggrappai a uno scoglio e lì rimasi vuoto di qualsiasi cosa, sdraiato su un fianco, la testa sulla roccia a fissare il lavorio delle onde. Tra i flutti della mia mente riaffiorò il tuo viso, la prima notte che passammo insieme, i tuoi occhi limpidi, il disegno delicato della tua bocca e il tuo fianco appoggiato allo stipite della porta. Al mattino te ne andasti senza svegliarmi, lasciasti di te solo una forcina sulla mia scrivania; pensai che non ti avrei più rivista.

Poi cominciò a scorrere acqua nera sotto i ponti della mia testa; mi alzai fradicio e barcollante tornai sulla sabbia, tenera compagna di quella notte nera, camminai a lungo avanti e indietro sempre guardando lei, la sabbia. Intorno a me tutto s’era ritratto, non sentivo più nulla. La luna di lassù dirigeva i miei passi, non avevo il coraggio di guardarla. M’imbattei nella barca stinta che non sbatteva più sulla riva, le onde l’avevano abbandonata, immota sulla sabbia. Mi ci coricai dentro sentendomi vecchissimo, cercai di non guardare il cielo ma il legno, odoroso di sale e di marcio, che m’introdusse in un sonno di rovi.

I gabbiani urlano forsennati, un’altra mattina. Lo stesso sogno di tutte le notti, di tutti i miei sonni. Eri con me poi il mare ti ha presa. Penso ancora che un giorno riaffiorerai dalle acque e io scenderò dal faro per abbracciarti. Dal giorno che il mare ti ha stretta, ho parlato solo con le barche. Sono rimasto qui, questo è il posto  dove morirò. Ho preso in prestito il faro poco distante dal tuo scoglio e l’ho adibito a dimora d’attesa.  La barba folta e lunga mi ricorda il tempo che passa. Le tue gambe e la ferita sulla coscia ora saranno una squamosa pinna di sirena. Solo il tuo canto riuscirà a spezzare  il silenzio. Se mi vorrai portare con te negli abissi sapremo comunicare con gli occhi senza bisogno di parole. Tengo ancora appeso al muro il papillon della cerimonia, non si è mai visto un tritone con una farfalla al collo, ma lo indosserò per la nostra luna di miele.

Alle stecche delle persiane, i raggi del sole, fastidiosi, insinuano le loro lame sui muri bianchi. Odio il giorno, le sirene appaiono solo la notte. Mi alzo dalla branda per scrutare l’orizzonte. Da quassù mi sembra di poter sfidare le onde, di me il mare non si è mai interessato. Ho nuotato per anni, con la calma e la tempesta, in lungo e in largo, per cercarti; ho rimesso a nuovo la barchetta su cui avrei dovuto portarti quella maledetta sera. Eri troppo bella per questo mondo di superficie, dovevi essere nascosta tra i coralli come una perla rara. I primi mesi qui al faro facevo quotidiane immersioni e quando mi imbattevo in un anemone giallo era come vederti girata di schiena con i capelli biondi che volteggiavano. Mi avvicinavo scaltro e una marea di pesciolini quasi mi entravano in bocca. Li scansavo, incurante di quelle piccole e magnifiche creature; tu eri l’anemone e tra i tuoi crini dorati volevo rifugiarmi. Rimanevo così, in apnea, aspettando che ti girassi, fin quando il bisogno di ossigeno non iniziava a farsi sentire; annaspavo, mi dimenavo per restare ancora lì. Salivo in superficie, sconfitto un’altra volta. Ti ho cercata sempre, in ogni forma sinuosa vedo la tua impronta.. Non mi ricordo nemmeno più il suono della mia voce, la quiete del faro attutisce i miei pensieri. Sono come il sole che si alza ritto nel cielo e poi riscende senza far rumore. Solo i motori delle navi rompono questa desolazione. Avrei potuto imbarcarmi su uno dei tanti mercantili che saluto ogni giorno e cercarti per gli immensi oceani, un tempo ero giovane. Ma la vita per mare mi avrebbe portato via anche l’ultima prova tangibile della tua esistenza: lo scoglio su cui ti sedesti; ora è un manto di piccole conchiglie bianche, che tu, sotto forma di schiuma di mare, riponi ad ogni imbrunire per dirmi che sei sempre stata qui, vicino a me.

La bassa marea accarezza i miei piedi stanchi. Qualcosa attira la mia attenzione. E’ il guscio di una lumaca di mare, lavorato diligentemente dalle correnti fino a fargli assumere la forma di un perfetto cerchio concavo. Barcollo nel tentativo di raccoglierlo, tra le mie mani mi accorgo delle sottili sfumature di madreperla. Un colpo d’onda mi schizza acqua fino alle ginocchia. Mi stai parlando? Ruvide lacrime calde percorrono i solchi sul mio viso e cadono pesanti sulla sabbia bagnata. Un’altra e questa volta incerta ondina si fa avanti per portarsele via. Non riesco più a muovermi, le caviglie sono affondate nella sabbia. Mentre piango e tremo cerco di infilare il guscio di madreperla nel mio anulare ossuto. Il mare mi bagna le dita, ecco! E’ perfetto! Alzo gli occhi al cielo; le nuvole sono sfumature di rosso e bianco. Un’onda enorme mi sconvolge. Non sto nuotando, è la tua mano che mi accompagna a scoprire il mondo sommerso in cui sei rimasta tutto questo tempo. Con le ultime energie scosto le ciocche dei tuoi capelli di Venere; i tuoi occhi e la tua bocca mi sorridono. Il tessuto del mondo si rimargina.

No Banner to display

Nulla tattico

hanno infilato preservativi su tutte le rose del mio piccolo giardino.

qui a Tokyo fa freddo e ogni storia d’amore è un fiore fragile, si spegne anche per un sorriso al momento sbagliato o per una parola appena velata di ambiguità.

i teppisti del mio quartiere hanno capelli tagliati a casaccio e giubbotti in pelle macchiati di vernice, ogni colore differente rappresenta una specie di grado nella loro folle gerarchia per cui uno comanda e l’altro obbedisce. direi che non è una novità.

il tempo mi sta diventando amico. è come imparare a suonare uno strumento musicale, non ho più addosso quella fretta ansiosa che ciclicamente mi prendeva e mi faceva vivere male tutto.

non ci crederesti quanto sono cambiata, vado anche in palestra a fare arti marziali e ho una piantina bonsai che potrebbe fiorire con la prima luna di primavera.

è vero, i giapponesi sono esseri umani goffi, scarseggiano in senso dell’umorismo e parlano un inglese monotono, ma sudano poco e sono naturalmente gentili e incredibilmente generosi con chi mostra di prendersi cura dei loro sentimenti.

 

(sentore di erba tagliata)

pensavo di prendere una scimmia, da tenere qui in casa, i ragazzi non vedono l’ora.

cosa ne pensi?

ora che ci rifletto tu hai molte cose in comune con le scimmie.

intelligenti senza dubbio, ma si sbattono solo se intravedono almeno una banana.

eri così e secondo me non sei cambiato. geloso fino in fondo dei tuoi difetti. cercare la perfezione è uno sbaglio e noi due di sbagli ce ne intendiamo.

ho ancora delle foto tue, pensavo di averle abbandonate tutte al loro destino nei giorni della rabbia e delle rappresaglie, invece. mi hanno raggiunto fino qui.

sono le foto di Alicante, traboccano di sole e calore, tu sorridi da stupido con la luce negli occhi, nero come un latino e scazzato come un nordico.

non ricordavo quelle foto, tranne una. avevi insistito tanto per farla, appoggiato a un muretto, guancia a guancia con un somaro, appena posso la trasformo in una sequenza di zeri e uni e la butto sulla nuvola.

ti stupirai di quanto è intelligente lo sguardo di quell’animale.

 

(unghie smalto graffio)

ieri ho incontrato una mia reincarnazione futura.

in testa portava un casco rosso dotato di antenna parabolica che governava grazie ad un telecomando legato alla cintura e al collo appeso un mini televisore, stava sotto questa pioggerella lieve e finta, c’è quasi tutte le sere, educatamente ti chiedeva che programma volevi vedere.

vorrei vedere una partita di tennis, dall’inizio alla fine, è una vita che non lo faccio.

vorrei vedere una partita e anche la pallina, se non tirano troppo forte, tipo Adriano Panatta contro Vitas Gerulaitis, due capelloni che vanno avanti per cinque set sulla terra rossa palleggiando da fondo campo, senza fretta di vincere, lunghi scambi cadenzati dal suono della pallina che impatta sulle corde della racchetta e lo spostamento d’aria.

ogni tanto cerco di capire chi sono diventata, vedermi da fuori.

ti ricordi quella gara scema che facevamo. sceglievamo uno qualunque per strada, dalla faccia e da come era vestito, da come si muoveva dovevamo capire chi era, e tu vincevi sempre.

uno di quei giorni invernali in cui Tokyo sembra il posto ideale per lasciarsi morire, credo di averli capiti, i giapponesi, quelli che hanno tutto, quelli che non riesci a guardare negli occhi.

i giapponesi hanno bisogno di parole d’amore.

mi siedo qui, dove ho una piccola scrivania davanti ad una veranda, guardo le mie rose bianche striate in fila per sei e scrivo lettere d’amore. lunghe, brevi, disperate, sognanti, sincere, maliziose, tristi…

scrivo quello che per loro sembra impossibile tirare fuori, per pudore, per pigrizia, per ottusa modernità, per mancanza… boh?

in realtà questa gente io ancora non l’ho capita per niente, quello che so è che mi danno una grande tranquillità, anche ai ragazzi fanno lo stesso effetto e questo mi permette di vivere e scrivere con una serenità che non ho mai avuto prima.

non parlo di futuro o felicità, il solo pensarci mi isterizza.

sai che cosa mi ha detto nostra figlia la notte scorsa?

dice che è ora di trovare un uomo, per carità nessuno che mi somigli, su quello è stata categorica. il mio caro angelo.

tu che di angeli ne hai una mezza dozzina che ti consigliano e ascoltano e condizionano, che affollano i tuoi sogni.

non saranno troppi? così affettuosi, così diversi, così ingombranti, così prepotenti a volte.

sai bene che io non ho mai avuto un buon rapporto con la tua folla di angeli custodi, ho sempre detto che avrei preferito come avversaria un’altra donna piuttosto che loro. cosa diamine si può dire o fare contro un angelo?

 

(soglia tra notte e noia)

a volte penso che l’unica realtà sono le lettere d’amore.

le scrivo a mano, con una stilografica dono di mia madre, su fogli di carta bianca, completamente bianchi, di un bianco quasi innaturale, li compro in un negozio per feticisti della carta al centro commerciale qui vicino.

mi aiuta il bianco. mi isolo con delle cuffie, sono enormi, sono registrazioni di musica classica con il volume che lentamente sfuma, ad un certo punto galleggi nel silenzio completo e non te ne accorgi neppure. mi servono il bianco e il silenzio.

infine conservo tutti i fogli dentro un unico cassettone, come fossero le lenzuola ricamate della dote di mia nonna.

ho questo cassettone pieno di lettere d’amore scritte a mano, senza un destinatario.

in realtà una il destinatario ce l’ha, è la lettera che ti scrissi prima di sparire, tre anni fa.

un aereo mi aspetta. non ti dico per dove.

sarà una sorpresa. non l’ultima.

queste erano le righe che non avevo mai avuto il coraggio di spedirti da sole, poi veniva il resto:

Sono a Tamarraset. Preparo una spedizione nel deserto.

La mia intenzione è di restare nel Sahara per almeno un mese, sento la necessità di passare le mie notti sotto i cieli più stellati che esistano, sdraiata sulla sabbia ad ascoltare il mio respiro, adeguarlo al vento e così addormentarmi.

Non sono in fuga dal mondo malato, dalla metropoli, semplicemente sento che questo è il posto giusto per rinascere l’ennesima volta, anche lontano dal tuo amore.

Rinascere.

Mi mancherete un casino, sia tu che i ragazzi e già so che rinascerò dimezzata, spero solo meno inquieta.

Silenzio.

Ti chiedo solo questo. Silenzio.

Tu lo ami e saprai rispettarlo.

Mi incazzavo quando in silenzio restavi per intere serate e io mi sentivo esclusa.

Ora sono io a volerti in silenzio. Nel silenzio del deserto.

Voglio tenere la tua mano. Voglio tenere la mano a tutte le persone per cui provo affetto e stare con loro in silenzio.

Regalami il tuo silenzio, così forte e bello e sarà un po’ come farlo insieme questo viaggio.

ero emozionata e sincera quando ho scritto quelle righe, viva come non mai.

adesso che sappiamo come è andata a finire potremmo fare i sarcastici, leggere in controluce ogni parola e ridere amaro.

se vuoi farlo tu, a me non interessa.

spero che anche per te ci sia un luogo di resurrezione, come il mio deserto di allora e di sempre, ti auguro di trovarlo prima o poi.

è una sensazione incredibile, risorgere e non manca la sofferenza, anzi, ma è una resurrezione cazzo e non puoi fare altro che tornare a vivere.

ora vado a prepararmi un tè. giapponese, ma io farò finta sia un tè da tuareg, forte e scuro, intenso come un abbraccio.

 

(paturnie e pioggia)

ho smesso di sfottere la gente per sfida. ora lo faccio solo per piacere. sono diventata cinica o buona?

non mi interessa saperlo. poche cose mi interessano, i nostri figli, i fiori, le belle limpide parole che possono stare in una lettera, l’amore. quello degli altri.

mi rendo conto che io non so niente di cosa passa per la testa a un giapponese nel momento in cui il cuore lo manda fuori giri, eppure ho la sfacciataggine e la presunzione di scavare proprio lì, nei suoi sentimenti. che svergognata.

negli ultimi giorni ho anche accarezzato l’insana idea di tornare al mio zero anagrafico, nell’umido di un deserto lombardo, a camminare col bavero alzato per qualche giorno in cerca di vecchi amici e di facce note che mi raccontino da dove vengo.

da dove proveniamo entrambi.

meglio di no.

meglio pensare che sia una distanza incolmabile.

la distanza è una grande cosa. è stata una moderna truffa barattare la distanza con la fretta.

i giapponesi hanno sempre una fretta micidiale, ma non lo danno a vedere. mai.

che fretta avevi tu dopo il deserto?

fretta di essere nel giusto? e di poter mollare tutto senza eccessivi rimorsi? fretta di liberarti di me e delle mie lune?

è passato tempo sufficiente per poter dire qualche si.

per ogni si c’è una spiegazione.

per ogni spiegazione una donna ne immagina sempre un’altra.

siamo fatte così.

 

(il sole tra le fiamme)

forse ho visto troppo. troppi angeli mancati ho visto, in questi anni e troppe confuse dannose libertà e troppe regole e troppi soldi e troppe rughe e troppi che si sono ritrovati sempre con una domanda in più, facevano il carico di risposte, le andavano a scovare dovunque, rischiando tutto e quello che gli restava in mano era sempre una domanda, come una carta che non fa scopa.

non importa se oggi sono vivi o morti, ne ho visti troppi.

troppi come i tuoi angeli, che non ti lasciano mai solo davanti alla vita. sempre a sussurrarti consigli nell’orecchio.

tutto il mondo sembra più freddo e cattivo. non e’ più il nostro giardinetto preferito, da girare con le mani in tasca, il cuore svagato e lo sguardo curioso.

io, diversamente da te, ho smesso di muovermi. il mio viaggiare sono storie d’amore. timide e improbabili, magari venate di dolore, annegate dentro sorrisi femminili indecifrabili, sfide al mondo, fantasmi di gelosia, sono fragili ali di farfalla e io le tengo nelle mie mani, con tutta la delicatezza che posso.

non uccidete le storie d’amore, conservatele, sono un bene prezioso, illusorio forse ma terapeutico, il dolore è là fuori, è dentro di noi e non siamo vaccinati. nessuno lo è.

forse i nostri figli. la loro generazione.

non mi contestano mai, non contestano mai niente, sono polemici, spesso, ma non cercano mai davvero di cambiare le cose, si fanno andare bene tutto come è, mi chiedo non ne sentono il bisogno?

a volte giochiamo insieme con la Playstation, una boiata, prima ti armi e poi spari a tutto quel che capita, ad un certo punto mi è comparsa la scritta NULLA TATTICO. ecco, ho pensato che la mia vita potrebbe anche stare in quella definizione, riassunta in due parole. il nulla tattico.

mi diletto un po’ con le arti marziali, banale, cucino ravioli di farina di pesce, partecipo ogni tanto ad una specie di cineforum, spezzoni di film di genere montati a caso, a volte delirante, a volte divertente.

non sono emozioni autentiche. ma qui di autentico c’è ben poco, è la magia di questo posto, nonostante tutto, mi sento bene.

dimenticavo. mi sono comperata un nuovo computer, anche lui sembra più stronzo e cattivo del precedente.

non perdona nessun errore.

 

(cuscino insonne)

dal passato tornano a galla, nitidi, episodi marginali che pensavo di avere dimenticato.

li unisce un filo invisibile.

la metafora del filo invisibile piace un casino da queste parti, il filo invisibile che unisce i cuori, che lega esistenze, che separa, come se il mondo fosse avvolto da una enorme ragnatela che ne governa i destini.

cosa diranno i nostri figli di noi? di me?

una madre che invecchia sulla riva di un fiume giapponese, i candidi capelli bianchi raccolti con spilloni di legno scuro, vestita in kimono e ciabatte di bambù.

ci pensavo stanotte, ho raggiunto l’età in cui è ora di svuotare i cassetti, cominciare a leggere i libri che non ho mai letto, l’Ulisse di Joyce per primo e i russi, pagare i debiti, scrivere un cazzo di testamento e fare i conti con la morte.

pagare i debiti, quelli con la propria coscienza.

comincio da qui. il giorno in cui sono riuscita a lasciare l’Italia ero felice.

passavano i giorni e stavo male. aumentava la mia inquietudine e tu sai quanto sarei potuta diventare insopportabile, la mia famosa inquietudine, la mia imperdonabile voglia di essere sempre qualcun altro da qualche altra parte.

non era nelle mie intenzioni e invece è stata ancora una specie di fuga. ho respirato il profumo forte di una primavera imprevista, era una mattina serena, mi dannavo per questo, mi sforzavo per stare coi piedi in terra ma era così serena quella mattina e io ero così insensatamente felice.

me ne stavo andando ed ero felice. non sapevo perché.

 

…dolce Amore mio.

I miei occhi hanno raccolto l’immagine del tuo volto ed erano così golosi mentre lo facevano che nessuno specchio mai potrà restituire al mondo l’immagine della tua bellezza con tanta fedele venerazione, con altrettanta cura per i minimi dettagli e per le pieghe dell’animo che affiorano sul tuo viso.

I miei occhi hanno amato tanto quelle immagini da farne un film infinito, infinitamente ripetuto, infinitamente amato…

cammino per delle ore in questa città di luci artificiali, continue, cammino con la musica che sfuma nelle cuffie e mi sembra che l’asfalto sia soffice e io a piedi nudi.

sembra di sentire il rumore dei miei passi, non è plausibile ma è così, una specie di silenziatore alla città, e vado e incrocio migliaia di sguardi e anime e annuso e non sento odore e lascio impronte sulla strada.

e così mi immagino il deserto.

e così puoi immaginarlo anche tu, come non te l’ho mai raccontato.

è vero. sono stata egoista in quell’occasione e in mille altre, ma non avevo scelta.

dovevo essere io.

ora, dalla mia comoda duna affacciata sulle rose sento di avere un orizzonte infinito di possibilità.

non è vero.

ma le parole d’amore questo non lo sanno.

No Banner to display

Silenzio sulla riva del fiume

E’ l’alba il momento migliore per stare in silenzio, qui presso il fiume Yalu. Le sponde devono ancora rianimarsi dalla notte appena trascorsa e nessuno è del tutto sveglio, ci si limita a stropicciarsi gli occhi, bere del tè caldo e ammirare la riva opposta, dove inizia un  paese straniero. Io sono qui da una settimana e questo è il mio viaggio di formazione, sono partito dall’Italia da solo e ho attraversato l’Oriente per arrivare fino a qui, in Cina. Ho piantato una tenda in riva al fiume che mi divide dal mio prossimo obiettivo, entrare in Corea del Nord. Se ci riuscirò mi sentirò soddisfatto e, forse, si ravviverà in me il desiderio di tornare a casa.

Sono sette giorni che mi si presenta, ogni mattina, questo panorama onirico. Non mi sono ancora stancato di ammirarlo in silenzio, ma credo di essere il solo. Ho l’impressione che la gran parte dei cinesi attorno a me guardino all’altra sponda come a una scocciatura, un’incombenza da sbrigare prima di tornare alle loro case. Per queste persone si tratta di lavoro, questo è uno dei luoghi di maggiori scambi, più o meno legali, con i nordcoreani. Un punto nevralgico, seppur disabitato e atipico.

La riva dove mi trovo è una distesa di terra chiara smossa dal vento e dalle macchine che vanno e vengono, più in giù la spiaggia incontra la città e si erge il famoso ponte costruito dai giapponesi negli anni ’30. Io ho cercato un punto defilato rispetto alla frenesia di guardie e commercianti attorno alla struttura che sovrasta il fiume Yalu, qui si sta più tranquilli e nessuno mi ha disturbato fin adesso.

Dall’altra parte del corso d’acqua la sponda nordcoreana mi dona una visione arricchita da infinite tonalità di grigio. C’è il cielo spesso nuvoloso, non si tratta di centinaia di piccole nuvolette, ma piuttosto di un manto pesante e ombroso che copre tutto l’orizzonte sin dove il mio occhio riesce a guardare. Proprio di fronte a me si stagliano due edifici a un piano, li distinguo grazie ai due tetti così diversi, uno di tegole bianche lucenti e l’altro di lastre grigie di acciaio verniciato. Case forse, o magazzini. In realtà non ci ho mai visto nessuno lì intorno, soltanto i gabbiani lo sorvolano lenti e pazienti, non so cosa si aspettino. Gli edifici sono circondati da terra brulla, montagnole scure di terriccio, fieno vecchio e alberi. Tanti alberi si profilano lungo tutta la riva, sparuti o riuniti in gruppetti diffidenti. Il grigio del fiume sembra stemperarsi verso l’alto, i rami scarni s’imprimono su quelle lievi sfumature argentee. Pare che tutto fluttui nell’aria, come gli ultimi stralci confusi di un sogno quando  si è appena svegli. Si intuiscono con gli occhi ancora semichiusi ed è proprio la sensazione che ho io, mentre il sole dona luce al panorama e le mie ossa si riprendono dopo un’altra notte in un giaciglio scomodo.

Qui nessuno parla con me, sono giorni che sto in silenzio, ma non mi dispiace. E’ un’esperienza nuova, in un certo senso appagante, ma ristoratrice. Mi permette di pensare agevolmente e con tutta la calma di cui necessito, nessuno può disturbarmi o interrompere una lunga linea infinita di pensieri concatenati. E’ il magico potere di questo luogo di passaggio.

La notte fa freddo, ma mi sono attrezzato con i vestiti adatti e non soffro. Compro bottiglie d’acqua da un ambulante che gira dopo il tramonto, vende ai commercianti che si preparano ai loro traffici fluviali notturni. Il mio cinese è stentato e assolutamente elementare, ho capito sin dal mio primo acquisto che non ci saremmo mai capiti, così compro in silenzio. Gli do i soldi e lui mi lascia l’acqua, il tè me lo sono portato dietro partendo e la scorta non è ancora terminata. E’ l’unica bevanda che riesca a scaldarmi con questo clima, preferisco non bere alcool e rimanere vigile.

Penso che domani, o magari il giorno seguente, passerò il fiume su uno dei tanti barconi che l’attraversano sotto la luna. Devo solo trovare quel pizzico di coraggio che ancora si nasconde, in realtà mi sento in pace qui, con le mie poche cose, a riflettere. E’ quello che nella mia vita mi è sempre stato più difficile, mi sembrava di correre ininterrottamente dalla mattina alla sera, da un giorno all’altro, senza mai riuscire a quietarmi. Incombenze, impegni, il lavoro, le questioni familiari, i sogni che richiedono tanto tempo, mi sentivo sul punto di crollare e così sono partito. Viaggiare è sempre stata la mia grande passione, volevo scoprire il mondo, tutto e così ho cominciato dirigendomi verso est. Non so se mi sono ritrovato qui consapevolmente o è stato l’istinto a guidarmi, ma va bene così.

In silenzio ho anche aiutato una ragazza a salvare il suo cane, è successo proprio ieri.

Non so da dove venisse, non l’avevo mai vista, ma passeggiava tenendo al guinzaglio un meticcio nero e bianco dal pelo lungo. Lei era nascosta dentro a un grande giaccone imbottito color prugna e aveva un cappello di lana bianco sui lunghissimi capelli neri, l’ho notata subito. Non passano tante ragazze da queste parti ed era molto carina. L’ho osservata, a un certo punto ha liberato il cane per farlo correre. Il meticcio è partito di corsa, felice, ma deve essere stato attirato da qualcosa nell’acqua e si è avvicinato troppo. Forse un rospo o un insetto ronzante tra l’erbetta rada che cresce vicino al fiume. Si è buttato dentro senza paura, lei l’ha chiamato gridando, un nome impronunciabile e poi ha iniziato a spaventarsi. Le emozioni umane non hanno bisogno di molte parole per essere spiegate, era chiaro che si stava preoccupando. Ha iniziato a correre anche lei perché il cane aveva iniziato ad annaspare, l’acqua era gelida.

Così mi sono guardato intorno, ma c’eravamo solo noi. Tre puntini colorati su uno sfondo grigio. Lei con la sua giacca violacea, io con la mia blu e il cane, bianco e nero. Stonavamo in quell’abitudinario grigiore. Mi sono alzato e l’ho raggiunta di corsa, vedevo che il cane guaiva, se fosse rimasto ancora nel fiume sarebbe sicuramente annegato. Lei aveva timore ad avvicinarsi all’acqua, così cercando di aggrapparmi a una radice monca mi sono sporto verso l’animale. Lo chiamavo come si fa con tutti i cani del mondo, cinesi o italiani, e lui ha cercato di nuotare nella mia direzione. Ci è riuscito quel tanto che bastava perché io gli afferrassi una zampa e lo tirassi a me. Poi l’ho preso in braccio e lasciato sulla terraferma. Il cane mi guardava con tale gratitudine che ho preso una coperta dalla mia sacca e gliel’ho avvolta intorno al corpo, tremava.

La ragazza, dopo essersi asciugata le lacrime, mi ha abbracciato con slancio. Una cosa rara, la spontaneità, qui. Io le ho sorriso e ho chinato la testa, segno universale di benevolenza da queste parti. Lei ha unito le mani e continuava a sorridere, le si vedevano tutti i denti ed era bellissima. Non ha pronunciato neanche una parola, ha preso in braccio il suo cane e ha ricominciato a piangere. A gesti le ho fatto capire che poteva tenere la coperta e lei faceva di sì con la testa. Chissà se me la riporterà prima che io decida di attraversare il fiume, chissà.

E’ incredibile quanto si possa essere comunicativi senza parlare, lasciando libertà agli occhi, alle rughe, alle labbra, alle mani e alle braccia. Sanno dire molto più di quel che pensiamo di poter trasmettere con la lingua, è una lezione che ho imparato da poco e che sto ancora assimilando. Gli occhi vengono spesso sottovalutati, eppure sanno parlare senza sosta. Anche quelli della ragazza cinese mi stavano dicendo un milione di cose insieme e penso di essere riuscito ad afferrarle tutte, un poco alla volta.

Ho quasi finito il mio tè stamattina e il sole è ormai alto. I primi gabbiani hanno raggiunto il tetto bianco, si fermano sulla grondaia  e guardano in basso, verso le finestre chiuse, curiosi.

C’è trambusto alla mia destra, un barcone carico di casse di legno è fermo vicino alla riva. Due ragazzi giovani ci stanno salendo, si guardano intorno sospettosi. Quello che deve essere il proprietario del barcone gli fa segno di sbrigarsi, ma lei trasporta una borsa che sembra molto pesante e fa fatica a issarsi sulla barca dondolante. Il ragazzo che è con lei continua a scrutare l’orizzonte, sembra distratto e infatti il barcaiolo interviene al posto suo. Quasi la prende in braccio, la ragazza. Lei annuisce appena, anche loro si muovono in una bolla di silenzio. L’unico rumore che li circonda è quello del giovane che muove i piedi sul fondo legnoso dell’imbarcazione e poi lo schiocco della cima che viene slegata da un palo di ferro infilato nella sabbia. La barca può prendere il largo, si muove prima molto lentamente, poi piano piano prende velocità. Il marinaio non dice niente, guarda la giovane e sembra preoccupato, poi si dedica a ritirare la corda che penzola nell’acqua chiara. Il fruscio della canapa contro il bordo sporgente della barca arriva sino a me, che li accompagno con lo sguardo fino all’altra riva. Lì diventano tre puntini indistinti e subito scompaiono.

Mi alzo e sciacquo la tazza. So per certo che anche il mio viaggio, come la mia permanenza qui, non richiederà parole. Basteranno il mio braccio a indicare la Corea e le mie mani a offrire un compenso e ringraziare l’interlocutore. Nessuno si aspetta altro da me, e questo mi tranquillizza. Devo solo decidermi. Ripongo le mie cose nella tenda e tiro fuori dalla sacca un libro di poesie. Non me lo sono portato da casa, era l’unico libro in italiano venduto da una piccola libreria di Dandong, la città più vicina al fiume. Non ho potuto resistere dal comprarlo, mi accompagnerà per il resto del viaggio.

E’ una raccolta di poesie di Ungaretti, che strano incontro da fare a più di ottomila chilometri da casa. Una in particolare mi ha rapito e l’ho riletta diverse volte, da quando mi sono accampato qui. Recita così e s’intitola Silenzio.

 

Conosco una città

che ogni giorno s’empie di sole

e tutto è rapito in quel momento

 

Me ne sono andato una sera

 

Nel cuore durava il limio

delle cicale

 

Dal bastimento

verniciato di bianco

ho visto

la mia città sparire

lasciando

un poco

un abbraccio di lumi nell’aria torbida

sospesi

 

Mi ha colpito molto e anche ora, mentre tengo questo libricino tra le mani, sento in cuor mio che presto dovrò veder scomparire un’altra città. La lascerò da questa parte del fiume, la sottile nebbia dell’alba circonderà ogni zolla di terra, ogni essere, anche il carretto del venditore e il profilo stesso del grande ponte andrà frantumandosi nella bruma cinerea che sale dall’acqua. Toccherà anche a me confondermi con essa e valicare lo Yalu così, come un fantasma sospeso nell’aria.

 

No Banner to display

Parole sul pavimento

E quindi è questo il silenzio?  Questo è il silenzio? Quello vero… Quello vero intendo. E’ questo? Finalmente! Io ci ho provato un sacco di volte. A sentirlo. A farlo sentire agli altri più che altro. Non c’era verso. Non c’era verso di non passare per quella antipatica. Antipatica. Asociale.  Stupida. Sì, stupida… Stupida io che mi ostinavo a non alzare un muro definitivamente. Incomunicabilità. Alienazione, avrebbe detto Roger Waters.  Avrei dovuto alzarlo quel muro. Oppure, adesso, è meglio così.

Non c’era verso di non passare per quella antipatica.

–       Giulia scendi, la colazione è pronta.

Una voce sempre di rimprovero la sua. Tanto che a volte mi facevo delle domande. E quelle  poche volte che decidevo di parlare, ecco che già mi ero pentita. Mamma ma almeno tu mi vuoi bene?

–       Mamma ma tu mi vuoi bene?

–       Sì certo. Io sì. Sei tu che non te ne vuoi. Lo psicologo ha detto che stai facendo progressi e questi progressi aumenteranno; ma tu ti devi aiutare, Giulia.  E poi … Anche stanotte non sei andata a letto prima delle tre. Ma dov’è che te ne vai fino a quell’ora? Hai solo diciassette anni. Se ti succede qualcosa? Fuori è pericoloso. Non ci pensi a me e a tuo padre? Tuo padre che si fa in quattro per te.  Ma no, tu devi fare la rivoluzionaria. E non parli… Non dici niente.

Oddio quattro. Per carità uno ne basta. Uno ne basta davvero. Fuori è pericoloso? Ah fuori… Certo.

–       Ma vuoi rispondere? Vuoi rispondere una buona volta?

–       Ciao piccola.

 

Oddio… Solo la voce mi dava fastidio. Quel suono così… così violento. Ecco come lo percepivo. Figlio di puttana.

 

–       Ti ho cercata ieri sera. Dove sei finita?

–       Ma vuoi rispondere a tuo padre almeno?

Padre?

E quindi è questo il silenzio? Finalmente!

 

 

 

–       Ciao Giulia.

Laura. Una amica sincera. Adoravo la sua voce. Quel suono così… così premuroso. Ecco come lo percepivo.

–       Qualche volta potresti anche rispondermi. Stai bene? Dimmi che stai bene. Odio quando non mi sorridi.

–       Ciao Laura. Sì sto bene grazie.

–       Oh, guarda… Guarda come sei più bella quando sorridi e quando mi parli. Oggi sono riuscita a vedereti anche sei denti. Un evento, signore e signori!

–       Scema.

–       Poche parole come al solito e neanche oggi un complimento. Grazie. Ma sono contenta che almeno con me qualche parola la dici. Mi sento una privilegiata.

 

Laura… Quanto la amo. Forse avrei dovuto dirglierlo. Dopotutto non l’ho mai sentita parlare di ragazzi. Che avesse un segreto anche lei? Un segreto che non sarebbe mai stato come il mio. Un marchio sporco. Indelebile.

–       Dai ancora qualche momento di libertà, che tra due fermate sale Marco.

–       Che palle! Io già c’ho i cazzi miei. Manca solo quel deficiente che viene a rompermi il cazzo.

–       Oxford, ladies and gentlemen. Oxford! Lezioni di eleganza oggi. Poche parole ma … profonde. Un applauso, signori.

–       Scema.

Eccolo l’idiota.

Non c’era verso di non passare per quella asociale.

–       Ciao Laura. Oh… Ma guarda un po’ chi c’è… la nostra amica silenziosa.

Che fastidio la sua voce. Quel suono così… così irritante. Ecco come lo percepivo.  E se c’è una cosa che non sopporto è la gente che deve per forza toccarti quando ti parla. Se poi è un uomo ancora peggio.

–       Almeno ciao potresti dirlo al tuo amico Marco.

Amico?

–       Sei davvero un’asociale.

–       Ma ti tieni le mani a posto?

–       Oh ma allora una voce ce l’hai! Ed  è anche una bella voce… Ok, ok, non ti tocco. Cos’è? Ti ecciti?

 

Se c’era una cosa che mi piaceva era alzarmi, fare il dito medio e cambiare posto quando sull’autobus qualcuno mi rompeva le scatole. Maledetti autobus. Così stretti. Non puoi evitare i contatti fisici.  Beh, almeno dove sono ora non può succedere.

E quindi è questo il silenzio? Finalmente!

 

–       Buongiorno ragazzi.

–       ’giorno prof.

–       ’giorno prof.

–       Prof., io glielo dico già adesso… Ariosto non so un bel niente.

–       Ce ne faremo una ragione Matteo. Io la maturità ce l’ho già. E tu?

–       E io ci sto riflettendo, prof. Sa che Justin Bieber non è diplomato? Però è ricco.

–       Sì ma Justin Bieber è bello.

–       Più di me?

–       Chiedilo a Serena.

–       Sere, ti avviso: te ne torni a piedi a casa eh…

Matteo mi fa ridere. Fa lo scemo ma è educato e riservato. Lui non ha mai commentato i miei silenzi mancandomi di rispetto.

Quell’aula l’ho sempre odiata. Quei muri alti e grigi. Che tristezza. L’unica cosa che salvavo era la finestra. Enorme. Con un enorme davanzale dove appoggiarsi e guardare lontano. Vedere la libertà… da lì si può. Non c’era verso di non passare per quella stupida.

–       Giulia, anche oggi mi tieni il muso? In tal caso non mi preoccupo, vuol dire che nel weekend è rimasto tutto come prima. Tutto come sempre. Dicono che a volte è meglio così. Nessuna nuova, buona nuova.

Nessuna nuova, buona nuova. Nel weekend è rimasto tutto come prima. Già, tutto come prima.

La professoressa Cecchini ci tiene a me. Si vede. Riesco a sentirlo. Mi piaceva la sua voce. Quel suono così… così attento. Ecco come lo percepivo.

E quindi è questo il silenzio? Finalmente!

E’ così difficile capire quando una persona non vuole parlare tanto per dire qualcosa? Parole al vento. Che palle. Come quelli che la mattina appena ti incontrano hanno già qualcosa da dirti. Ma che cavolo vuoi dire? Sono le sette. Non è ancora successo niente. Ah no. Mi sbaglio. L’ex fidanzato o fidanzata ha postato qualcosa di sospetto su Facebook nella notte. E che cazzo me ne frega?  Non ho niente da dire. Non ho niente da dire a nessuno. Ma in questo mondo costruito sulla comunicazione, chi sta in silenzio è fuori dal mondo. In un pianeta  costruito sui social, se non parli sei a-social. Sei fuori. Però nessuno prova a domandarsi perchè non parlo. Perchè non ho niente da dire o perchè non voglio dire. Le cose che so. Le cose che ho vissuto. Le cose che provo. Le vorrei urlare. Le vorrei gridare a tutto l’universo. Perchè qualcuno punisca chi deve essere punito; perchè qualcuno cancelli il mio dolore, la mia vergogna, la sporcizia che ho sulla pelle. Questo odore. Questo odore schifoso di dopobarba dozzinale. E invece niente urla, niente grida, niente universo, solo silenzio.

–       Secondo me sta in silenzio perchè vuole fare la stupida.

–       Anche secondo me, bro.

Che stronzi, si battono pure il cinque. Brother: infantili.

–       Marco, Elena, alla lavagna. Subito.

–       Prof., dai… Ti sei offesa, Giulia? Scusa… Dai Prof. …

Ti sta bene, stronzo, che non hai studiato un cazzo…

E poi c’era lei. La campanella dell’intervallo. La odio. A modo suo anche lei era una voce. Riesco a sentirla. E la odiavo. Odiavo la sua voce. Quel suono così… così cattivo. Ecco come lo percepivo. Condannata a dovermi relazionare per colpa del suo suono. E i venti metri che mi separavano dal bagno: una tortura. L’agente Starling che cammina nei corridoi del manicomio dove tengono Hannibal Lecter. Con i pazzi che le gettano addosso liquidi corporei e insulti impronunciabili.

–       Sta passando la muta.

–       Giulia… Ma almeno quando scopi, il tuo ragazzo ti fa gridare?

–       Oh Bionda… Quante sono queste?

–       Hey Giulia, dimmi qualcosa dai.

Non sei capace! L’ha detto Serena a Silvia Curti ieri in bagno. Sei fortunato che non voglio parlare.

Quando non ho il ciclo riesco a trattenermi fino a quando torno a casa. Ma ogni ventotto giorni mi tocca questa gogna. Così faccio più in fretta che posso, poi entro in classe e me ne sto da sola affacciata a quella grande finestra. Vedere la libertà… da lì si può. E su quel davanzale, viene sempre a trovarmi  un passerotto che secondo me ha capito tutto,  perché  mi dice ‘cip’ una volta e poi non cinguetta più.  Da lì riuscivo a vedere le colline dell’entroterra ligure. La loro alternanza tra curve morbide e cime aspre assomigliava ad una conversazione tra chi non ha voglia di parlare  e chi invece, con voce acuta, deve per forza dire la sua. Insomma  il riassunto della mia vita. E poi arrivava la sua mano leggera sulla mia spalla. Delicata come il morso di una gatta sulla collottola del suo cucciolo.

–       Giulia, io lo so che non vuoi dire niente. E so che non è pigrizia. Riesco a sentire  che c’è un problema. E più me ne convinco, più il tuo silenzio mi sembra un grido disperato.  Me ne starò quì buona buona e quando avrai voglia di sfogarti io ci sarò.

–       Grazie Laura.

 

Mi diede un bacio sulla guancia e andò a sedersi al suo banco come sempre.

 

 

E pensare che da piccola parlavo così tanto che mamma non sapeva come farmi stare zitta.  E poi? E poi è successo. Il maledetto giorno di ferie. Il fottutissimo giorno di ferie di otto anni fa. Quella fu la prima volta.

 

–       Papà, come mai la mamma è andata al lavoro e tu no oggi? Mi accompagni a scuola?

–       No Giulia, oggi non andrai a scuola.

–       E perchè?

–       Perchè ho preso un giorno di ferie per stare con te.

–       Che bello! E che facciamo?

–       Facciamo un gioco nuovo.

–       Davvero?

–        Sì ma questo è un gioco segreto. Nessuno deve sapere che facciamo questo gioco.

–       E perchè?

–       Perchè funziona così. E per cominciare dobbiamo assicurarci che la porta di casa sia chiusa bene e dobbiamo abbassare tutte le tapparelle.

–       Giochiamo al buio?

–       Quasi.

–       Ma papà, perchè ti spogli?

In meno di un quarto d’ora, il dottor Lecter era dentro di me.

 

–       Papà mi fai male… Papà mi fai male… Ahia… Ti prego basta.

 

E io, l’agente Starling, con gli occhi pieni di lacrime, non dissi più nulla. Sentivo la puzza di quel dopobarba sul mio corpo. Il dopobarba che fino a un’ora prima mi sembrava l’odore più buono del mondo, ora lo odiavo. Piangevo. Piangevo in silenzio. Non capivo. Non capivo cosa. Non capivo perchè. Questo dottor Lecter era l’evoluzione del cannibale che tutti conoscono. Lui non stava mangiando il mio corpo. Stava divorando il mio futuro, la mia vita e una parte della mia anima. L’altra parte stava scivolando, fredda, sulle mie guance. Mi specchiavo in quelle lacrime per terra e la vedevo lì: l’anima di una bambina sporca, cattiva, colpevole. In quelle piccole e fredde gocce salate c’erano le mie parole future. Sono rimaste lì da allora, sul pavimento della cucina. Lasciando quasi solo silenzio dietro le mie labbra. La sua voce mi dava fastidio. Quel suono così… così violento. Ecco come lo percepivo. Figlio di puttana.

 

–       Non dovrai dire niente a nessuno, Giulia, perchè altrimenti questo dolore lo farò sentire anche alla mamma. E lei soffrirà. E sarà solo colpa tua. Vuoi fare del male alla mamma?

 

Scossi la testa. Poi ricominciò la tortura. La tortura che dura da otto anni.

 

Il professor Mura non era cattivo, ma antipatico sì. Antipatico. La sua voce mi urtava i nervi. Quel suono così… così fastidioso. Ecco come lo percepivo.

–       Dai ragazzi … Ricreazione finita, mettiamoci seduti, forza.

–       Vaffanculo muta… E’ colpa tua se io e Serena abbiamo preso quattro.

Fottiti Marco.

–       E tu Giulia? Oggi mi parli? Vieni tu alla lavagna? Perchè non parli? Perchè non parli mai? Ti vergogni? Ci metti in difficoltà. Devo anche interrogarti.  Devi smettere di nasconderti dietro ai tuoi silenzi. Non sei muta. Io lo so.

–        Ma quale muta, prof., è stupida. Stupida! E’ solo una stupida. Ma non vede che faccia da ebete? Sei una stronza! Altro che muta.

–       Serena, zitta. Nessuno ti ha chiesto niente.  Ti prego Giulia dì qualcosa.

Basta. La misura era colma. Il silenzio dietro le labbra sparì in un tempo brevissimo. Mi alzai in piedi sulla sedia. Mi guardavano tutti. Mi guardavano tutti. Mi guardavano tutti, cazzo. Mi guardavano tutti.

Muti.

E gridai. Gridai con tutto il fiato che avevo.

–       VOLETE CHE DICA QUALCOSA, GIUSTO? MI CHIEDETE PERCHE’? MI CHIEDETE PERCHE’? MI CHIEDETE IL PERCHE’, CAZZO?! MI CHIEDETE PERCHE’ NON DICO UNA PAROLA, PERCHE’ STO ZITTA, PERCHE’ NON HO VOGLIA DI DIRE NIENTE?… MI CHIAMATE MUTA, MI CHIAMATE STUPIDA… VA BENE, VI ACCONTENTO, COSI’ SIETE FELICI! MIO PADRE MI VIOLENTA. MIO PADRE MI VIOLENTAAA! MIO PADRE MI VIOLENTAAA! MI SENTITE? MI SENTITE ADESSO? MIO PADRE MI VIOLENTA. DA OTTO ANNI. MIO PADRE MI VIOLENTA. MIO PADRE MI VIOLENTAAA!

 

Gridavo. Gridavo e piangevo. E piangevo così  forte da non riuscire a respirare tra una parola e l’altra.

 

Laura si alzò. Mi abbracciò, mi scaldò. Mi prese le mani.

 

–       Basta, Giulia. Basta… E’ finita. E’ finito tutto. Vieni qui da me.

 

Mi stringeva. Ma io continuavo. Continuavo. Singhiozzavo e urlavo. La mia anima aveva lasciato il pavimento della cucina riportandomi tutto. La mia anima aveva lasciato il pavimento della cucina riportandomi il grido di  un’ingiustizia taciuta. La mia anima aveva lasciato il pavimento della cucina riportandomi la libertà.

–       Mio padre mi violentaaa! Aiuto, vi prego. Aiutatemi… Aiuto…

 

Non respiravo più. Ero in ginocchio per terra. Senza forze. Senza fiato.Vuota. Completamente vuota. Tremavo. Tremavo di dolore tra le braccia di Laura. Bagnata dalle sue lacrime. Le parti si erano invertite. Ora c’era solo la mia voce. Persino Marco aveva la testa tra le mani. La scuoteva. Corse fuori, piangendo. Forse non era così stronzo. Mura stava impietrito sulla sedia. Mi venne incontro. Mi tese la mano.

–        Non mi tocchi… Non mi tocchi, per dio! Non mi tocchi. Mi fate schifo. Mio padre mi violenta. Mio padre mi violenta. Mi ha rubato la vita. Si è preso tutto. Si è preso tutto. Si è preso tutto, maledetto. Che sia maledetto.

 

Laura mi abbracciava e non smetteva di piangere. La spinsi via. Andai verso la finestra. La bellissima finestra della mia classe. Vedere la libertà… da lì si può.

 

–       Laura ti amo.

 

Le mie ultime parole.

Fu il mio viaggio più breve ma anche il più bello. E mentre volavo verso il silenzio, il rumore dell’aria mi accarezzava con  feroce dolcezza.

E ora in questa enorme scatola di legno, alle spalle di questa lapide, comprendo in pieno quanto è bella la pace.

E quindi è questo il silenzio? Questo è il silenzio? Quello vero… Quello vero intendo. E’ questo?

Laura si avvicinò posando una rosa delicatamente.

–       Anche io ti amo Giulia… Ma non serve che mi rispondi. Dopotutto lo hai fatto così poche volte. Mi ci sono abituata. Ora devo andare però. Ho un impegno.

 

Poi la vidi allontanarsi con il suo zainetto. Capii. Capii subito.

 

Lascia stare Laura. Lascia stare.

 

Raggiunse casa mia in breve tempo. Odiavo il campanello di casa. A suo modo una voce. Un suono  così… graffiante. Ecco come lo percepivo.

 

–       Chi è?

–       Signor Parodi sono Laura.

–       Ah… Ciao. Vieni, entra pure. Come stai?

 

La lama del coltello che Laura aveva messo nello zaino entrò nel petto alle sedici otto minuti e venti secondi. Al ventunesimo secondo, spinta da una forza piena di odio, uscì dalla schiena. Il corpo di mio padre cadde nel suo sangue in un rumore sordo. Un rumore che sembrava una voce. Una voce mi piaceva . Quel suono così… così piacevole. Ecco come lo percepivo. Poi chiamò la polizia. “Venite a prendermi, ho ucciso il mostro”. Poi si sedette di fianco al corpo freddo di quel bastardo e aspettò.

Non mi interessava più il silenzio.  Ripensavo al rumore sordo del cadavere di mio padre.

Quel suono così… così piacevole.

Quel suono così… così piacevole.

Quel suono così… così piacevole.

Quel suono così… così piacevole.

Quel suono così… così piacevole.

 

No Banner to display

Serendipità

La figura imponente, grigia e squadrata si staglia sullo sfondo del modesto villaggio. Una scritta, di un inquietante rosso carminio, campeggia sopra la fronte. Qualunque abitante della zona riconosce al volo il significato di quella sequenza, ma ormai anche gli stranieri, ché chi passa di qua ha ben chiara la storia di questo Paese. Ultimamente, la presenza di questi ultimi ad Hambantota aumenta di anno in anno.

–       Un successo insuperabile – dicono.

Sì, ma chi lo dice?

Hambantota è un villaggio di pescatori che sorge lungo la costa meridionale dello Sri Lanka: questa la migliore descrizione che si possa offrire. Ad Hambantota, nella cupezza del presente, fanno capolino solo gli abitanti, le loro prede marine, una spiaggia del colore delle arachidi e il vomito dell’Oceano Indiano. Poi c’è lui: ferreo, imperscrutabile, incorruttibile. Il nome, stampato là in alto, non ha un capello a occultarlo.

MATTALA RAJAPAKSA

Così recita l’enorme scritta rossa. Enorme per gli indigeni che, con ogni probabilità, mai hanno visitato Hollywood, ma, per la prima volta, vedono gli aerei sorvolare i loro tetti. Alcuni, incuriositi, aguzzano la vista, nella speranza di scorgere i volti dei passeggeri nei minuscoli finestrini. Tra le fila del popolo, si dice che il Rajapaksa sia un gigante dormiente, perché (pare) non grugnisce mai.

 

Ojayit, le spalle rigide come prefabbricati, passeggia nei cunicoli della struttura. L’andatura robotica e lo sguardo vispo gli sono valsi il titolo di “guardia diurna del Rajapaksa”. Da allora, per oltre dieci ore al giorno, indicativamente dalle otto alle diciotto, passeggia in quelle gallerie tappezzate di finto marmo cinerino. Il numero di esseri umani che conta, al di là dei suoi undici colleghi, non supera le due mani. Talvolta, nei corridoi più ampi, incontra dei nastri trasportatori stesi a terra, ma Ojayit preferisce aggirarli a piedi. Nessuno lo sa con certezza (perché nessuno qui lo conosce da vicino), ma si dice che non possa fare a meno di camminare, dopo il tragitto da Kotte ad Hambantota, che non ha esitato ad affrontare nel momento in cui ha intravisto la possibilità di un lavoro ufficiale. Nella caotica matassa che è la capitale, è difficile ritagliarsi uno spazio e questo Ojayit lo sa bene. – Ti porterò laggiù – aveva promesso alla moglie prima di partire. Ora, lo sguardo sicuro, i piedi saldi e la divisa ben allacciata, attende l’avvicinamento di una giovane donna, a lato di un nastro. Forse parla la sua lingua, ma lui non osa domandarlo. È così raro trovare dei singalesi al Rajapaksa che la guardia, con una professionale compostezza, prende naturalmente a gesticolare. Anche la donna esprime la richiesta in linguaggio dei segni. Due, tre, quattro tentativi… Non sembrano capirsi. Allora lui apre le labbra, ma nessun suono pare aver intenzione di uscirne. La signorina, imprevedibilmente educata, saluta e prosegue nella sua ricerca. Ojayit, immobile con le labbra ancora spalancate, sotto la luce di un lampione rimasto acceso per un guasto ai circuiti, rivive l’attimo in cui la moglie gli chiese:

–       Ce la farai?

 

Sarayu ha affrontato un solo viaggio in aereo in ventun anni di vita. Da Hanoi a Colombo: più di sette ore in cielo. Era una sedicenne, allora. Non era mai entrata, prima d’ora, nel labirintico intestino del Rajapaksa. In realtà non è così grande, ma ad occhi inesperti anche un aereo acquisisce le sembianze di un temibile drago. Convinta di essersi persa, si decide a chiedere aiuto. Una guardia dall’aspetto imperioso sembra attenderla nei pressi di un nastro trasportatore. Sarayu deve raccogliere tutta la grinta. Inizia a gesticolare, disegnando nell’aria una porta. Dalla guardia, che pure sembrava ben disposta, solo un lungo silenzio. Decide allora di proseguire la propria ricerca da sola, contenendo la seccatura in un saluto da signorina di buona famiglia. Il gate si rivela poco distante dalla sua posizione, il che non fa altro che acuire la confusione nella ragazza. Almeno ora sa di essere nel posto giusto. Di fronte a lei, attraverso le vetrate, si staglia il nome di una celebre compagnia aerea cinese, la stessa che l’ha portata, cinque anni fa, nel ventre di un drago, nel suo nuovo vecchio Paese. È arrivato il momento di tornare indietro, seppur per poche settimane, e rivedere quei genitori che, nel momento della sua partenza, nemmeno si sono degnati di salutarla. Sarayu non sa quale sia la forza che la attrae verso quelle persone, ma sente, in cuor suo, di compiere un’azione giusta. Per se stessa? Per i genitori? Per il mondo intero? Non importa. Abbandonati gli ideogrammi sul fianco del drago, la ragazza scorge, a pochi metri dal suo braccio sinistro, un uomo. La capigliatura ordinata pare appoggiata sul viso giallastro e la montatura tonda nasconde gli occhi a mandorla. Un tipo taciturno, di primo acchito. Le ricorda vagamente quel collega di suo padre, altrettanto taciturno, che lo trascinò nella giungla perché (diceva) lì si faceva la Rivoluzione. L’uomo si volta. Un incidente di sguardi, senza smorfie. Un fulmine invisibile trafigge Sarayu in piena fronte. Ora il suo cervello propone solamente la visione dell’uomo per il quale è nata in un Paese che non era il suo.

 

Zhou avrebbe molto a cui pensare, ma non ne ha voglia. Seduto con la schiena gobba su una scomoda poltrona nera nelle viscere del Rajapaksa, attende solo di sapere quando potrà imbarcarsi sul volo che lo riporterà a Pechino. Tanta era la fretta di arrivare qui che non si è nemmeno messo dei vestiti più eleganti. Ripensandoci, si accorge di non essersi mai cambiato dal suo arrivo ad Hambantota. I ripetuti sopralluoghi nelle aree a lui assegnate necessitavano di un vestiario comodo e non troppo raffinato, che si potesse sporcare di fango insomma. Quando un delegato del governo gli ha chiesto ufficialmente volare qui al fine di perlustrare la zona, ha accettato di buon grado, convinto più che altro di non poter fare altrimenti. Così, nel giro di una settimana, un mediocre uomo d’affari dello Shadong si è trovato a visitare ogni anfratto del più grande casinò d’Asia, pur non scorgendo ancora una goccia di cemento. Cosa riferirà al suo ritorno è una questione che non riguarda il presente. All’improvviso, a qualche metro dalla sua spalla destra, entra nella stanza una giovane donna. La sorpresa non si fa attendere sul viso di Zhou, che nell’ultima settimana ha visto comunque più cinesi che singalesi. Solo alcuni secondi più tardi si accorge che la ragazza lo sta fissando dritto negli occhi. In un riflesso apparentemente involontario, l’uomo piega il collo di modo che la montatura nasconda le sue pupille. Fa sempre così, anche quando parla con il delegato del governo. Una sola volta ha infranto questa regola auto-imposta, lasciando ammirare ad una persona, peraltro estranea, i suoi occhi sottili. Era la prima volta che vedeva la sua futura moglie e madre dei suoi tre figli, su specialissima concessione del governo. Da un giorno all’altro, si era ritrovato in uno di quei programmi d’incontri voluti dal Partito per il bene del popolo. Seduti ai lati di un tavolo di legno quasi marcio, decisero di parlarsi solo con gli occhi. Ancora oggi, l’uno attende che l’altro gli rivolga la parola, anche se pare che entrambi abbiano perso interesse nel farlo. I vicini e gli amici dicono che non parlino nemmeno coi figli. Riattivando la mente alla ricerca di qualcosa, una sola frase, da sputare al suo rientro, Zhou distoglie definitivamente lo sguardo dalla ragazza e lo porta al display luminoso, in attesa di tornare a vivere in quiete.

 

Marine ha le palpebre gonfie e pesanti, come se delle gocce di sudore vi si fossero adagiate. Appoggia la spalla destra alla parete fredda pur di non toccare le scure poltrone della hall. Meno di 24 ore fa sonnecchiava a Charles de Gaulle, Parigi. “L’atmosfera è la stessa”, pensa. Era piena notte, là in patria, e i pochi visitatori riposavano sulle poltroncine in attesa del prossimo volo, oppure attendevano con ansia l’apertura del bar. Qui, invece, è pieno giorno e la stagione dei monsoni è appena passata. L’atmosfera, però, è la stessa. Marciando per le arterie del Rajapaksa, ha incontrato un paio di persone, mentre ora, in posa trasandata per non dare nell’occhio, osserva attentamente il suo obiettivo. Ogni tanto abbassa lo sguardo mentre estrae dalla tasca della giacca il proprio tesserino identificativo. Lo porta con sé, senza pause, dal conseguimento della laurea: lo stesso giorno in cui un celebre quotidiano internazionale l’ha assunta a tempo indeterminato. Oggi le sue inchieste sono tra le più apprezzate dai lettori. Dopo aver ripassato il motivo della sua presenza qui, Marine riporta le pupille sul signore cinese seduto a pochi metri da lei: la compostezza dei suoi capelli le fa invidia. Tuttavia, non è l’invidia a farla da padrona. L’uomo non sa (o almeno non dovrebbe) che questa donna tenace e senza voce gli sta alle calcagna da un’intera settimana, per indagare sulla costruzione ad Hambantota della nuova Las Vegas sino-singalese. Non sa neanche (questo per certo) dei sentimenti della donna nei confronti suoi e del suo popolo. La stessa Marine talvolta se ne dimentica, ma prontamente interviene la foto di un’altra Marine, sul retro di copertina dell’agenda, a darle manforte. D’un tratto, durante il rientro dalla scampagnata nei suoi pensieri, qualcosa le urta la spalla lontana dal muro. Un secondo dopo, steso in posizione prona sulle piastrelle di fronte a lei, compare un esile corpo di donna. Si muove, per fortuna: la caduta le ha provocato solamente un’emorragia dalla narice destra. Marine si piega per aiutarla, ma si scansa immediatamente quando scorge i tratti asiatici del volto. La stessa donna, dall’aspetto giovane, la invita a gesti a non agire. Dopo essersi rialzata, si tasta la base del naso con una mano per poi iniziare, come se si fosse improvvisamente ricordata di un rituale di vitale importanza, a inchinarsi ripetutamente. Senza preavviso, la giovane corre via, reimmergendosi nei corridoi del labirinto. Marine resta lì, nella stessa posa di prima, in un misto di sbigottimento e repulsione. “Almeno non ha aperto bocca”, pensa. Tanto, anche volendo, non avrebbe potuto rispondere. Non lo fa da almeno due decenni, da quando, cioè, si ritrovò un organo sessuale asiatico nei più reconditi antri del corpo e, pur convogliando le energie, non riuscì ad espellerlo. Gli occhi a mandorla sono ora il simbolo della gabbia del mutismo e di chi ne ha gettato la chiave.

 

Kiyoko cammina spedita verso il cuore del Rajapaksa. Non ha tempo di prestare attenzione a ciò che la circonda e, in effetti, non c’è molto di interessante. Accelera, sfiorando la corsa, senza motivo. In un istante, tutto si ferma, tempo compreso, e la materia sembra fluttuare nel brodo primordiale. Senza fotogrammi che spieghino l’accaduto, si ritrova faccia a faccia con il pavimento. Le pare di ricordare che fosse grigio prima, non rosso di sangue venale. Le ci vogliono alcuni secondi per realizzare che quel liquido è evaso dal suo corpo. Compresa la dinamica, si alza, sporcando un palmo di quella tempera torbida. Di fronte a lei, una signora dalla pelle bianca la osserva con una smorfia di disgusto. Kiyoko si scusa vigorosamente e più volte, come è tipico fare nella sua Matsushiro. Tiene le labbra rigidamente serrate, forse per paura di offendere l’estranea. È decollata da Osaka un mese fa per portare il suo progetto nel villaggio. Fin da bambina, ha sviluppato uno spirito tanto combattivo da rivoltarsi all’ordine sociale ufficiosamente vigente nel suo Paese. Poi, una volta adulta, ha deciso di ampliare gli orizzonti della sua lotta (le donne singalesi le sono sicuramente grate per questa scelta). Adesso, dopo aver portato telai, pentole, moduli cartacei e divise femminili per gli ultimi 30 giorni, corre tra gli organi del Rajapaksa, alla disperata ricerca di un lavabo. “Possibile che non ci sia nessuno qui?!”, pensa nella propria lingua. Passati alcuni minuti, trova l’oggetto dei suoi desideri, quindi si leva la mano, ormai scarlatta, dal viso. Nello specchio appare un volto cosparso di sangue fino al naso, mentre in lei si leva un certo affanno. Non è per la corsa, ne è certa, e nemmeno per il volto sfregiato. I capezzoli si induriscono, il respiro si fa lento e profondo, i muscoli rifiutano ogni comando… vorrebbe guaire, ma, per qualche motivo, non ci riesce. La quiete del mostro di cemento l’ha assorbita a tal punto che nemmeno le funzioni vitali producono più alcun suono. Così, per colmare la mancanza, Kiyoko guida il pensiero a quella volta che, contro i suoi principi, decise di sottomettersi all’uomo, vide il sangue sgorgare da sé e iniziò, gioiosamente, a guaire.

 

Richard ha appena affidato gli scarti del suo organismo al Rajapaksa, senza badare che i reni di quest’ultimo svolgano la loro funzione. Sta abbandonando i bagni, quando, attraverso uno spiraglio nella porta di fronte, scorge una figura di donna allo specchio. Ha la parte inferiore del viso completamente tinta di rosso. Sistemandosi la giacca scura, l’uomo temporeggia, ma basta un minuto per lasciar perdere la solidarietà. D’altronde, non ne ha mai avuta, quindi perché dovrebbe mostrarla ad un’asiatica sconosciuta? Zitto zitto, s’incammina verso il gate, con la valigetta salda nella mano sinistra. I suoi passi rimbombano tra le pareti, il pavimento ed il soffitto, creando una sinfonia metafisica. Gli pare di aver aperto le porte dell’Inferno. Statuari, di fronte a sé, vede i suoi colleghi, dal primo all’ultimo con gli occhi a mandorla e la pelle ocra, che lo chiamano con il nomignolo che gli provoca tanto fastidio. “Dai Dick, non fare quella faccia”, gli urlano, scoppiando in fragorose risate. Richard sa bene che non c’è nessuno intorno a lui e che nessuno l’ha chiamato con quel nome che, oltre all’organo sessuale maschile, gli ricorda un certo banchiere che fece fallire una nota banca americana. Una vergogna per la patria. Fermo in mezzo al muto corridoio, si concentra per far sparire tutto dalla vista. Tornato al silenzio, ricomincia la sua marcia, ripercorrendo con la mente i fatti dell’ultima settimana, onde evitare la ricomparsa dei “musi gialli”. Le trattative, i fogli firmati, molti volti indiani, le piantagioni di tè e di riso. Infine, tutto quello che da anni si porta appresso, mentre si sente chiamare “l’imprenditore equo e solidale”, nascosto dietro la sua posizione sociale e all’interno di quella valigetta.

 

Nel ventre del Mattala Rajapaksa, tre donne e due uomini attendono di essere espulsi da quell’organismo contratto e tenebroso, consapevoli di essere l’esatta metà della folla che varcherà il gate nelle prossime 24 ore. Un altro uomo, poco distante, fissa una foto in lacrime, seduto su una di quelle poltrone nere che, quando ci si siede, non fan rumore.

A breve il drago accenderà i motori e l’impero del mutismo verrà irrimediabilmente rovesciato.

 

No Banner to display

Terra promessa

Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche

se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiú. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo.
(Haruki Murakami)

 

Grazie a Mohamad che al centro rifugiati di Viale Fulvio Testi a Milano, mi ha donato il racconto del suo lungo viaggio.

 

Questa è la storia del viaggio di Mohamad, viaggio lungo, viaggio lento, fatto di macchine piccole, di camion, di piedi che camminano nella notte, di spari, di gommoni e polizia, di silenzio, di fame e di sete.

Parto, vado via dall’Afganistan, da questa guerra intestina, da questa guerra “umanitaria”, da questa famiglia contesa tra uno zio talebano e uno poliziotto, dagli occhi sbarrati di mio fratello, ucciso dai talebani con un’unica sventagliata di mitra, dalla paura che scuote il corpo di mia madre ogni volta che esco di casa, dai silenzi che riempiono la casa, che anche i muri hanno orecchie e le finestre occhi che ti leggono anche il labiale, da questi sogni che non mi fanno dormire.

Una valigia piccola, quattro cose, un panino… neanche lo spazzolino ho preso, ma i soldi, quelli sì li ho presi, quelli risparmiati in una vita di dolore e fatica e donati come una benedizione insieme ad una carezza e uno sguardo che, in silenzio, parla.

Eccolo: un camioncino fermo, aperto, l’uomo che lo giuda sta parlando, forse di affari, con un altro, senza che nessuno se ne accorga, in silenzio, raccolgo un sasso e mi nascondo sotto la scocca, vicino alla coppa dell’olio.

Bravo, penso, il sasso è fondamentale… quando vuoi scendere batti sulla carrozzeria… così capiscono che c’è qualcuno nascosto e accostano, come se dovessero pisciare, ti lascino scendere, senza dir nulla, senza chiedere spiegazioni, senza guardare, si scappa così da questo paese, come cani randagi.

Scendo, so dove andare per trovare i bastardi che devo pagare per superare il confine… che se non paghi quel che chiedono, zitto zitto, non vai da nessuna parte.

Cammino e cammino come se la strada non avesse fine, mi guardano tutti, che hanno da guardare, sono come loro, cammino come loro, sono vestito come loro, ho la barba lunga come loro eppure tutti mi guardano. Sanno che scappo… tutti sanno che scappo…, abbasso gli occhi per non incontrare quelli degli altri, sto zitto, come muto, non rispondo se mi chiedono qualcosa, non ascolto neanche quel che dicono, solo silenzio, sono un animale braccato, sono in trappola.

Frammenti in uno specchio… solo gli occhi si vedono, sono coperto dell’olio del motore!

Guardavano un mostro, mi vien da ridere e mi lavo, mi lavo, pulisco l’olio e lavo la paura, che quella è sporco difficile da portar via.

Eccoli sono loro, non c’è bisogno di parlare, meglio stare zitti, pagare e stare zitti, ascoltarli e stare zitti, consegnare i documenti e stare zitti, seguirli, alla dovuta distanza, e stare zitti, non fare domande, solo stare zitti, che da oggi sei solo merce in transito.

Poi una macchina piccola, troppo piccola per 11 corpi, ma che importa ti pigiano uno sull’altro: due strati di sedie, uno a terra con le gambe tagliate, l’altro sopra… così ci si sta tutti e se ti va bene stai sopra con la testa incollata alla carrozzeria, altrimenti stai sotto rannicchiato come un verme in un bozzolo…  si respira a fatica nella fatica di andare via. E non si parla, mai.

Il confine con il Pakistan.

Scendi in fretta, senza far rumore, nasconditi, stai zitto, stai fermo, le braccia e le gambe indolenzite… non puoi neanche pisciare… ore ad aspettare la notte.

E passi su passi su sentieri non tracciati, passi veloci, ma attenti a non far rotolare nemmeno un sasso che, nel silenzio della notte, tuona come un’esplosione, e respiri trattenuti per non far rumore e solo le stelle a far da guida su una linea di confine sconosciuta. Non so neanche dove sono, vado perchè mi dicono di andare, chino e zitto, in fretta più in fretta che l’alba ci incalza e se il sole sorge, non c’è più il buio della notte a nasconderti.

Uno spazio aperto, radi cespugli, qualche roccia per ripararti e raffiche di mitra al cielo: è il richiamo per noi, è il segnale d’inizio di un altro pezzo di cammino.

Lo guardo il cielo del Pakistan: non è diverso da quello di casa mia, è azzurro come quello in cui facevo volare l’aquilone, da piccolo, lo trapuntano rade nubi e lo fa fremere un vento leggero… chissà perché han diviso il mondo.

E di nuovo macchina e di nuovo strada da consumare, scossoni e chilometri e polvere che secca la gola e acqua a gocce che è poca e non si deve consumare, via che il tempo incalza… via, via in fretta anche da qui. Un Paese da attraversare senza fermarsi, senza guardare, senza parlare, senza voltarsi indietro.

Scendi, veloce, scendi e zitto. Ci sono altre macchine e altri uomini e ragazzi come te, a capo chino, stanchi, laceri, muti come pesci, che aspettano un altro passaggio per un altro paese ancora. E camion… dentro e ancora dentro… pigiati come bestie, stesi uno sull’altro, niente spazi, si deve riempire ogni centimetro che più siamo più loro guadagnano… teloni che coprono, che pesano, che appiccicano… caldo, un caldo bestiale, sudore che cola a bruciare gli occhi e un insopportabile odore di corpi sporchi…. solo l’acqua consola l’anima.

E’ vicino il confine con l’Iran, così vicino che di nuovo ti scaraventano a terra nell’attesa della notte, un pezzo di pane mangiato in silenzio… mastica piano Mohamad che sentono anche il rumore dei denti. Via, cammina più in fretta, via arrampicati, via le ore e via, manda via questa stanchezza atroce, non fermarti che ti lasciano indietro, nessuno aspetta e via anche questo Paese.

Iran, macchina piccola, cambio, macchina grande, cambio piedi e solo piedi, cambio macchina e su 5, poi macchina, altri 5 e poi macchina e altri 5 e poi macchina e poi macchina e macchina e finalmente su anche tu.

Un’altra linea traccia il confine tra Iran e Iraq, una linea immaginaria, ma così reale che se ti vedono attraversarla, ti sparano… e allora si cerca la strada non segnata tra le maglie di un filo che divide, in fretta, più in fretta, cammina Mohamed tra i suoi compagni… il tempo incalza e il silenzio pesa come un macigno.

E adesso Iraq, stesso cielo… non cambia mai da dovunque lo guardi, un altro nome, ma lo stesso cielo.

Chi c’è al di là delle rocce, chi sventola bandierine e spara in aria? Aspettano me? Sono loro o è la polizia? Domande e ancora domande: vado e se è la polizia? Aspetto e se perdo l’occasione di andare via anche da qui… un uomo a cavallo ci raggiunge, ci fa segno di seguirlo.

Macchine grandi stipate di uomini, ce ne sono anche sul tetto… che importa se qualcuno cade…

Che importa se ci sparano… qualcuno muore… forse tre, forse quattro: è il rischio del viaggio, lo so, lo sanno tutti… si accetta in silenzio a denti stretti. L’alternativa è non scappare.

Città senza nome e una stanza grande, acqua e pane, finalmente, e uomini, 40 e poi 80 e poi 120 e poi giorni, giorni senza fine, giorni senza parole, giorni che non finiscono mai, che sembra che non ci sia un domani, giorni scanditi da lente partenze: cinque oggi, otto domani e io, io quand’è che parto? Si aspetta senza sapere quando, si aspetta sperando che vengano a prendere te, si aspetta stando zitti, che non vogliono troppe chiacchere in questo posto, si aspetta nascosti, si aspetta come in prigione, si aspetta per un tempo che non si riesce più a contare, che se lo conti impazzisci.

Finalmente parto… un altro confine, un altro paese… sempre lo stesso cielo, che il cielo nel mondo è sempre lo stesso…. che mica lo sapevo quand’ero bambino, pensavo che il cielo dell’Afganistan era solo dell’Afganistan, era solo mio.

Camion e macchine, cambia, scendi, corri, cammina, sali, ancora macchina e poi gambe e piedi e fatica e acqua che manca e di pane neanche l’ombra… e stanchezza da ignorare e male da non sentire e tempo, mesi ormai senza vedere la fine… l’Italia è ancora così lontana. Cammina Mohamad, sali su un’altra macchina, scendi Mohamad, attraversa un altro confine Mohamad e Turchia e Istambul e tempo, ancora tempo.

Altro stanzone, sporco, buio, pieno, così pieno che si dorme seduti e un’altra attesa, tanto tempo, troppo… giorni muti senza fine.

Gommone. Ci hanno portato sulla spiaggia una notte, ma quale notte? Non so, non so che giorno è, che mese è, che notte è, non so nemmeno se voglio ancora andare via, forse anche la speranza si è zittita.

Gonfia, gonfia di più, il gommone è pronto… “Ma è piccolo, troppo piccolo” urlo disperato, “Siamo in 6, non ci stiamo” “Zitto, stai zitto”, un calcio mi toglie il respiro e soffoca ogni parola. “Sali, non fare storie. Sali”, la pistola puntata convince meglio di qualsiasi parola.

Mare, solo mare non si vede nient’altro che mare scuro nero come la pece nella pece della notte. E freddo, un freddo umido che ti appiccica i capelli, ti incolla addosso i pochi stracci che hai, ti gela le parole, ti consuma le ossa. Solo buio e un immenso silenzio, neanche il mare parla.

Una barca grande, la salvezza… una luce enorme ci ferisce gli occhi… una corda tesa e gridano, ma non capisco, non so la tua lingua… ci issano a bordo.

Polizia, polizia greca, polizia che chiede soldi… non ho soldi, non abbiamo soldi e pugni e calci e botte coi calci delle pistole.

Urlano e picchiano, urlano e sferrano pugni, urlano e danno calci. Dalla mia bocca non esce più nemmeno un suono di dolore e ci ributtano a mare come barili vuoti, come rifiuti da scaricare, come se non fossimo uomini.

Coltelli tagliano il gommone, rimane solo un ammasso informe di plastica galleggiante, ci si può salire solo in due, solo chi ha più paura, solo i più piccoli, hanno solo 12 anni e un terrore muto stampato in viso e ancora acqua e freddo e notte e acqua.

Nuota Mohamad con gli altri tre, ormai è l’alba, nuota, nuota ancora, sopporta i crampi che bloccano le gambe e lacerano i polpacci, non sentire la sete che ti secca la gola e il sole che brucia  sul viso come una candela accesa e il mare che ormai ti è entrato fin dentro lo stomaco e ” Basta”, un solo urlo disperato, “Basta!!!” dormo, sì, mi lascio andare piano aggrappato a quell’unico pezzo di plastica e dormo, ho bisogno di dormire, devo dormire, solo dormire: le braccia non si sentono più, le gambe non hanno più voglia di muoversi e mare, solo mare e all’orizzonte una montagna così piccola che non ci arriveremo mai.

E mi lascio andare e vedo e sogno una nave grande, piena di luci che si avvicina…

E sogno, vedo e sogno, onde grandissime che ci investono e acqua… ci lanciano acqua e mele, acqua finalmente. Bevo, bevo e bevo ancora fino a farmi venire il mal di pancia. Un salvagente legato a una corda, sali, dai sali, non ce la faccio sto male… sali, dai sali. Sei su… cibo e coperte e solo tre ore, l’Italia, Bari, dottori e doccia e letto pulito e il suono di una lingua sconosciuta.

Dormo, sono tanto stanco, dormo… il sole mi ha bruciato, non posso dormire. Perché non posso dormire finalmente?

E mi sveglio altrove, in un luogo sospeso in una terra di nessuno. Tanta gente, troppa anche qui, piccoli prefabbricati sovraffollati e neanche l’ombra di un albero, solo sbarre, sbarre alte, insormontabili dividono questa terra di nessuno da un’altra terra di nessuno.

Era questa la terra promessa?

Dormi Mahamad, dormi e non parlare.

No Banner to display

Tre anni

– È partito ieri.

 

Dopo quanto tempo? Un giorno hai aperto gli occhi – io non c’ero. Forse era l’alba e ti stavo pensando, vicino all’oceano. All’improvviso eri cosciente del tuo respiro, ti alzavi, ti affacciavi alla finestra e indagavi la vita fuori come dopo un lungo letargo. Io da lontano continuavo a camminare e cercavo di evitare alcuni ricordi. Era inutile immaginarti sdraiato nel letto. Non eri tu. Lungo l’oceano ti ho rivisto correre sulla spiaggia, e poi tuffarti. Nuotavi veloce: ti ripescavo dalla mia memoria come eri prima – come eri grande. L’ospedale ti stava stretto. Nei miei pensieri mi camminavi vicino e improvvisavo la tua voce. Ti ho raccontato tutto quello che è successo, più volte, ma conversavo con l’acqua e con gli uccelli. Per quanto tempo? Tre anni, forse. Un tempo infinito. Tu non mi hai visto partire, ma quando all’improvviso sapevi di nuovo di esistere ti sei chiesto se sarei mai tornato. Poi hai capito che non potevi aspettare nessuno perché dovevi recuperare il tempo perso.

Pensavo di ritrovarti come ti avevo lasciato, o poco più deperito. Invece scopro che sei corso via e lei mi dice che ti ho mancato per un giorno. Vorrei polverizzare il macigno che mi pesa sullo stomaco e ridere per un istante. Ma lei è serissima e me lo preme più a fondo. La guardo, non riesco a parlarle. Cerco di avvicinarmi ma si irrigidisce. Mi sembra così distante, seduta all’altro capo della panchina come se la pietra fosse lunga tutti i chilometri che ci hanno separato in questi anni. Non una chiamata e non un messaggio. Ma io ero irraggiungibile, come avrebbe potuto? Sono partito all’alba senza avvisare. Solo lei quel giorno, non trovandomi a colazione, sapeva già. La sera prima aveva stretto le mie mani fra le sue, rossa in viso. Vai il più lontano possibile, se devi andare. Senza dire addio perché è superfluo. No, perché era troppo doloroso.

Ti ricordi, da bambini nostra madre ci portava al confessionale. L’ombra dietro la grata di legno ci interrogava a bassa voce e noi ci inventavamo colpe giocando a chi era più originale. Ogni tanto eravamo sinceri, ed emergevano piccole bugie quotidiane, o qualche scherzo ai compagni più grandi. Parlavamo con fluidità perché nascosti nella penombra sentivamo che il prete era in un luogo diverso rispetto a noi. Quando sono scappato tre anni fa sentivo che solo attraverso la distanza avrei potuto liberarmi della rabbia e della vergogna. Dovevo andare altrove. Se fossi rimasto… Tu eri presente e assente insieme, non potevi sentirmi, non potevo chiederti scusa. Sono partito; ma dopo due anni ho iniziato a guardare indietro. Nell’isolamento l’immaginazione si era approfondita a tal punto che dimenticavo la prognosi dei medici e l’idea di un tuo possibile risveglio mi tormentava. Chi mi avrebbe avvisato? Nessuno sapeva dove fossi, nemmeno lei. Questo pensiero alla fine mi ha trascinato a casa.

Alzo gli occhi verso l’oceano. Lei guarda la sabbia sotto i nostri piedi. Mentre ero lontano, prima di addormentarmi, ho pensato spesso alla notte che abbiamo passato insieme sulla spiaggia. La sabbia umida quando all’alba mi svegliavo mi sembrava la stessa di quella volta. Prima di aprire gli occhi sussultavo al pensiero di ritrovare il suo corpo addormentato lì vicino. Ma erano solo scogli. No, una volta ho visto le tartarughe. Un’angoscia interminabile seguire quella corsa dalle uova all’acqua. I pellicani volavano in cerca di prede. Cercavo di scacciarli ma la spiaggia era immensa. Mi ricordo quando eravamo andati a nuotare la prima volta, io te e papà. Lei allora non c’era, non ci sarebbe stata ancora per molto. Erano gli stessi anni del confessionale. Nostro padre non voleva farci stare in piscina come gli altri bambini. Voleva che imparassimo a nuotare nelle correnti. Quel giorno mentre si schiudevano le uova ogni tartaruga portava con sé un ricordo di te. Mi sembrava di vederti allontanare a nuoto come la volta in cui ti eri dimenticato di guardare indietro. Ti eri spinto tanto lontano che ad un certo punto il mare prolungava ogni tratto del tuo corpo a una distanza infinita da noi. Tempo dopo mi avevi raccontato di aver desiderato, in quell’istante, una corrente che ti trascinasse via e ti facesse sprofondare nelle onde fino a prendere sonno. Forse con l’incidente è andata così. Un attimo dopo l’impatto hai inspirato a fondo e – ti sei immerso per anni.

In questi tre anni sono rimasto solo e ora non so più come si sta con un’altra persona. Lei non mi aiuta. Vorrei consolarla, ma non capisco cosa prova. Tu ti sei allontanato e forse lei teme che al tuo posto tornino i sensi di colpa. Dall’inizio del coma ti è rimasta sempre vicina. Ha chiesto scusa e ha pianto su un volto che dormiva. Io soffrivo perché mi sembrava di vegliare un corpo morto. Lei invece si angosciava se era lontana. Lei è rimasta e io sono fuggito, ma ugualmente abbiamo sofferto l’eco di un perdono rivolto al nulla. E tu adesso sai? Capiresti perché cerchiamo la tua comprensione? Ho confessato mille volte la stessa storia ad un fratello immaginario. Ora vorrei raccontarla per l’ultima volta, per davvero, ma tu non ci sei. O forse io non ho più voce. Mentre ero lontano sono tornato a lungo sugli stessi pensieri, e i ricordi si sono sciupati tanto che ora raggiungono afoni la mia bocca. Mi giro verso di lei. Sta corrugando la pelle fra le sopracciglia. Nulla è cambiato. Di colpo riesco a penetrare nella memoria di quella notte. Lei era esausta: passava ogni giorno in ospedale, avanti e indietro da casa. La sera aiutava i nostri genitori. Mi ricordo che spesso dormiva in camera tua. Io mi addormentavo tante notti fuori da quella porta. Anche allora non avevo il coraggio di parlarle. Una volta ha gridato il mio nome. Si è svegliata da sola mentre io piangevo. Mi ha trovato nel corridoio e si è chinata per consolarmi. Diceva che il giorno prima aveva intravisto un tremolio sotto le tue palpebre. Io non rispondevo perché volevo sentire la sua voce espandersi all’infinito, senza interruzioni. Lasciavo che si sforzasse di convincermi e che mi parlasse di te. Non è più stata così affettuosa. Se mai ha amato anche me è stato attraverso di te, non quella notte sulla spiaggia.

Non ho mai avuto la forza di scriverle per avere notizie. In tutti gli anni in cui siete stati insieme mi sono chiesto se sapessi che ero innamorato di lei. A volte dalla finestra vi guardavo camminare sul vialetto di casa e sparire dietro la curva. Noi due ci assomigliamo. Mentre vi allontanavate mi perdevo a immaginare che le tue gambe, la tua schiena, quel braccio che le cingeva la spalla fossero miei. Poi l’urgenza dell’incidente ha frantumato il sottile gioco dei nostri sentimenti. Quella sera del cinema era già passato un anno. Mi ha chiesto di portarla fuori e siamo andati alla proiezione di un film muto, l’unica sala che non fosse già piena. Ogni tanto mi voltavo con cautela per osservare le luci che dallo schermo si irradiavano sulla sua pelle. Qualche lacrima le scivolava sulle guance, ma sembrava che non se ne accorgesse. Forse eravamo entrambi storditi da stanchezza e dolore quando ho cercato il suo corpo. Alla fine del film l’ho portata sulla spiaggia. Ero persuaso che saremmo stati bene. La mattina dopo, quando mi sono svegliato e l’ho vista dormire poco distante, irrigidita dal freddo, ho capito di aver toccato il fondo – come quando mi portavi a nuotare.

Oggi mi ha detto che sei tornato cosciente dopo tanto tempo e che da qualche settimana hai deciso di partire. Hai chiesto se qualcuno avesse ricevuto mie notizie, poi sei andato. Vorrei abbracciarla, perché ora siamo di nuovo insieme ad aspettarti. Devo rompere la distanza e dare un senso a questo ritorno. Le sue ultime parole stanno per liquefarsi e non voglio vederla piangere ancora. Guardo altrove, l’oceano è immenso e tu sei all’orizzonte. Cerchi di parlarmi, ti agiti. Non riesco a sentirti, siamo troppo distanti. Alza la voce. Devo dire qualcosa, qualsiasi cosa? Occorre fare rumore? Hai ragione, nessuno si è parlato per troppo tempo. O forse voi sì, infine vi siete parlati; e all’improvviso mi è chiaro perché tu sei andato via, perché lei non mi guarda. In fondo non serve che la abbracci. Mi giro, lei finalmente alza la testa verso di me. Adesso posso fare del bene ad entrambi. In questi tre anni le ho negato la parola… l’ho negata a tutti. Il tuo coma aveva reciso ogni comunicazione e si era trascinato via i nostri rapporti come rami nella corrente. Devo interrompere quest’emorragia. Una sola parola per confortarci.

 

– Tornerà.

No Banner to display

Una vita in silenzio

Se ti sposai  è forse perché temevo di rimanere zitella.
Tutte le mie amiche si erano sposate o avevano già fissato la data delle nozze.

Tutte tranne me.
E tu arrivasti proprio in quel momento di incertezza bruciante.
Non eri bello e nemmeno simpatico, ma eri gentile, educato, serio e avevi una buona posizione.
Incominciai ad uscire con te in attesa di trovare qualcun altro, ma tu eri stringente, mi corteggiavi in modo assiduo e io piano piano mi abituai a te.

Pensai che tu mi avresti protetta e resa felice.
Ci trasferimmo a Milano e l’essere qui, noi due soli, ci rese quasi necessari l’uno all’altra.
Mi sentivo felice, mi pareva di avere una bella famiglia, tranquilla, una figlia bellissima e intelligente.
Sacrificai le mie ambizioni per far volare le tue, lavoravo part-time per correre a casa in tempo e fare tutte quelle cose che rendono le donne necessarie.
Ma tu facesti carriera e piano piano prendesti un’aria di sufficienza nei miei confronti.
Sempre educato, quello sì, mai una voce troppo alta… ma era come se non mi considerassi all’altezza.
Quando uscivamo per le tue cene di lavoro, passavi al setaccio il mio abbigliamento e la mia capigliatura… sempre critico.
Eppure io ho buon gusto e sono affettuosa, piena di premure, cerco di fare tutto al meglio, allora perché questa sensazione costante di inadeguatezza?
Sembrava che la nostra famiglia fosse felice… fino a quel giorno.
Quel giorno maledetto in cui entrai nel tuo studio e trovai Giulia, nostra figlia,  in piedi vicino alla tua scrivania, con un foglio in mano.
La chiamai ma lei non mi rispose, pallida, pietrificata, mi allungò la lettera senza una parola.
Io non volevo prenderla, rimasi muta,agghiacciata, ma lei me la sventolò sotto il naso, impaziente, e scoppiò in lacrime.
Dovetti allungare una mano, la presi con due dita con cautela, come fosse un ordigno esplosivo.
Ed esplosiva lo era davvero.
Lessi solo la prima riga, niente altro.
Non voglio leggere, non voglio sapere.
Chiesi a Giulia dove l’avesse presa e le ordinai di rimetterla al suo posto.
Forse usai un tono troppo secco. perché lei mi guardò stupita.
“Non devi permetterti mai più di frugare tra le carte di tuo padre” le sibilai “Mai più, hai capito?”
Ma lei non aveva capito, mi urlò che io non l’avevo neanche letta e che moglie ero se non mi importava che mio marito avesse un’altra.
Le diedi un ceffone e sempre con quella brutta voce sibilante le ordinai di andarsene in camera sua subito e che le proibivo di farne cenno con suo padre.
Rimasi lì tremante, una mano sulla fronte e una sul cuore.
“Io non ho visto niente” mi dissi “ niente, io non so niente, tutto è come prima, adesso vado in cucina a preparare la cena, non è successo niente. Niente.”
Così, sussurrando questa litania tranquillizzante, andai in cucina e passando davanti alla porta della camera di Giulia la sentii singhiozzare.
Non so cosa fare.
Apparecchiai la tavola con cura, come sempre, ma le mani mi tremavano.
Ingoiai due pillole di Ansiolin e dopo un po’ il cuore non mi batté più forte come prima.
Poi arrivasti tu, nemmeno ti accorgesti del silenzio, del viso arrossato di Giulia, chino sul piatto, dei miei occhi fondi come laghi.
Le chiedesti qualcosa sulla scuola, ma distrattamente e lei rispose evasiva, poi si alzò e andò in camera a studiare.

 

Io e te da soli.
Da quel giorno Giulia mi parla appena.
Ho raccontato il fatto a mia sorella e lei mi ha ruggito di tutto al telefono.
Ha detto che sono stata un pessimo esempio per mia figlia, mi sono mostrata sottomessa, non ho reagito al grave torto subito.
Le ho mostrato che una moglie deve subire in silenzio, non sono stata capace di parlarle, di rassicurarla, di più: l’ho schiaffeggiata.
Mi ha chiesto cosa mi fosse accaduto in tutti questi anni per trasformarmi in una specie di ameba senza spina dorsale.
Non so cosa fare.
Dopo qualche giorno Giulia ci comunicò che sarebbe partita con il progetto Erasmus.
Io e te da soli.
Cieca.
Negai a me stessa perfino di aver trovato del rossetto sul collo di una tua camicia, come se la colpevole fossi io, la lavai subito dicendomi che avevo visto male.
Cieca.
E sorda.
E muta.

Mangiamo sempre in silenzio.
Per fortuna che c’è la televisione.
Io ti odio.
E odio me.

Un giorno ti ho messo nel piatto qualche goccia di Guttalax.
Il giorno dopo eri disturbato.
Così l’ho fatto ancora e ancora e ancora.
Adesso arrivi a casa presto e non esci la sera, sei pallido.
Mi hai detto che non stai molto bene.
Ho dovuto trattenermi per non scoppiare a ridere soddisfatta.
Mi hai detto che sei andato dal medico e che ti ha prescritto degli esami.
Ho mostrato comprensione e ho chiesto notizie.
Mi hai chiesto se ti potevo accompagnare in ospedale per questo esame.
Ho sospeso la somministrazione per paura che ne trovassero delle tracce.
Ti hanno fatto la colonscopia e ti hanno trovato un cancro.
Se non avessi fatto questo esame saresti morto senz’altro. Hanno detto che sei stato fortunato.
Ti ho salvato la vita.
Giulia non è tornata neanche per l’intervento, dice che ha degli esami e non può partire.
Non importa.
Ti ho perdonato.

Forse perché ti ho visto così fragile in quel letto con tutti quei tubicini infilati nel tuo corpo.
Ti ho perdonato, le cose importanti della vita sono altre.
Voglio che siamo felici.
Ti ho salvato la vita e non posso neppure dirtelo.
Un giorno però, arrivando in ospedale ad un orario insolito vidi uscire dalla tua camera  una donna bionda, sconosciuta.
Più giovane di me.
Più bella.
Andai via e tornai al solito orario.
Il giorno dopo la scena si ripeté, la tua visitatrice era una costante della tua vita.
E tornasti a casa deboluccio e sofferente con un lungo elenco di cose da non mangiare.
Io te le cucino tutte.

Sono diventata esperta nel mascherarle, tu neanche te ne accorgi.
Non ti stai rimettendo molto bene.
Come mi dispiace.
Hai il colesterolo molto alto.
I grassi non vanno bene.
Non ti accorgi della quantità di panna e di burro che ti propino.
Ma stamattina al lavoro sono stata male, ho avuto un attacco di panico, mi pareva di soffocare.
Mi hanno portata in infermeria e qui c’era una dottoressa giovane.
Mi ha chiesto della mia vita, sostiene che sono troppo stressata.
E allora… le ho raccontato tutto, che desidero farti male, che desidero che tu muoia.
Lei mi ha ascoltato con gli occhi sgranati, poi mi ha detto che ho bisogno di uno psicologo e che tutto questo capita perché io non ho parlato.
Dice che i litigi servono, che tenersi tutto dentro è deleterio.
Ho pianto, ho pianto tanto, poi sono andata a casa.
Davanti c’era un’ambulanza, la custode quando mi ha visto mi è corsa incontro e mi ha detto che tu avevi avuto un infarto.
Ho visto che eri su una lettiga e che ti stavano caricando proprio in quel momento.
Mi sono avvicinata. Le tue mani aggrappate a quelle della donna bionda, i tuoi occhi spauriti incatenati ai suoi.

Ho distolto subito gli occhi, mi sono girata e sono salita in casa.
Non voglio vedere, se non vedo la cosa non esiste.

No Banner to display

Un lupo solitario

Dalla finestra della cucina, il vecchio scrutava con meraviglia lo spettacolo di tutta quella distesa di granoturco e gli metteva addosso una grande nostalgia del passato, perché se ai tempi di suo padre il grano significava tutto, ora significava poco e niente. La storia della sua vita nasceva e finiva tra le mura di quel casolare nel cuore della campagna maremmana.

Bastiàn era l’unico contadino della zona rimasto fedele alle tradizioni più arcaiche, non cedeva alle lusinghe della modernità e con grande cocciutaggine contrastava ogni forma di imposizione. Nella piccola comunità godeva di una notorietà non certo benevola, infatti da tutti era chiamato il Bastiàn Contrario. I bambini quando lo vedevano in paese lo canzonavano intonando la filastrocca:

– Bastiàn Contrario dorme di giorno

la notte lavora o va’ d’intorno;

mangia l’acqua, beve il pane,

carezza il lupo, picchia il cane.

Il cane stupito gli fa: miao miao

e il gatto seccato gli fa: bao bao.

Poco gli importava il giudizio degli altri, Bastiàn era orgoglioso di vivere nel silenzio della sua beata solitudine.

Era l’imbrunire quando uscì nel portico abbandonandosi al piacere di respirare quel profumo di fieno essiccato dal sole. Il cane gli corse incontro scodinzolando.

– Bravo Macchia, anche oggi ti sei guadagnato il rancio – disse il vecchio chiudendo a chiave il pollaio per la notte.

Dopo un ultimo giro d’ispezione alle conigliere, rientrò in casa.

La quiete della sera prometteva sonni tranquilli, ma a metà della notte Bastiàn fu svegliato da un insistente uggiolio, quasi un lamento, che proveniva dalla porta che dava sull’orto. Si alzò di scatto e vide fermo davanti all’uscio Macchia che, abbaiando, cominciò a fare la spola tra il padrone e la porta del pollaio, Bastiàn si armò di forcone, prese la torcia, a passi veloci raggiunse il pollaio e senza indugio spalancò la porta.

Il debole fascio di luce cominciò ad esplorare l’oscurità del locale e all’improvviso illuminò la faccia di un bambino che stringeva tra le mani un sacco di iuta legato con un laccio. Poteva sembrare un sacco pieno di grano, solo che starnazzava e si dimenava a più non posso. L’animale imprigionato lottava con tutte le sue forze e si dibatteva puntando le zampe e quando finalmente riuscì a bucare la trama del sacco spuntò la cresta di Oreste, il re del pollaio.

– Guai a te se ti muovi! – gridò il vecchio al bambino, puntandogli il forcone.

Il fruscio di un telone distolse l’attenzione di Bastiàn che spostò lo sguardo e vide spuntare nella penombra altri due occhi grandi e furbi. Poi tutto precipitò.

Il piccolo ladro di polli non si lasciò scappare l’occasione, con uno scatto raggiunse la porta del pollaio e si dileguò nei campi sacrificando il magro bottino e lasciando il compare al suo destino.

La fuga del ladruncolo risvegliò la sua vera natura di Border Collie in Macchia che, finalmente fiero di poter dimostrare la sua innata capacità di pastore si lanciò all’inseguimento della pecorella fuggita dal gregge.

– Sbrigati ad uscire da lì sotto! – intimò il vecchio contadino brandendo il forcone – Alza le mani e cammina lentamente.

Raggiunsero il portico in fila indiana e Bastian accese le luci. A prima vista il ragazzo poteva avere non più di una quindicina di anni, indossava una maglia di tre taglie più grande e aveva un fisico secco che rasentava la denutrizione. L’unica nota vivace del suo aspetto erano gli occhi espressivi, a tratti penetranti, a tratti sfuggenti.

Lo stropiccio delle foglie di granturco spezzò quel silenzio carico di attesa e dal campo sbucò l’esile figura di un bambino seguita da Macchia, che con dei colpetti di muso e dei piccoli morsi, riportò all’ovile la pecorella smarrita.

A pochi passi dal portico i due complici si scambiarono alcune frasi in una lingua incomprensibile.

– Mare, clandestini, fame – farfugliò il ragazzo più grande con voce rauca e tremante.

Quelle tre parole furono sufficienti per far capire tutta la disperazione e la miseria che c’era in quelle vite.

Il vecchio aprì l’uscio e con un muto gesto della mano li invitò ad entrare.

Il tinello era disadorno, con un camino, una madia, un vecchio tavolo di legno, tre sedie e una branda. Sul tavolo si trovavano ancora i resti della cena, Bastiàn aggiunse pane, salame, formaggio e riempì la brocca di acqua fresca. I ragazzi mangiarono tutto avidamente, finché quella statica atmosfera fu interrotta da un leggero russare. Bastiàn accolse tra le braccia il ragazzo più piccolo e lo adagiò sulla branda.

– Mio fratello Habib è stanco… troppo piccolo per questa vita! – disse il ragazzo dagli occhi furbi – Io Shamir… grande, tredici anni. Tu molto buono, non come altri.

Shamir, sorridendo, abbracciò il vecchio e fu un abbraccio caldo e inatteso.

– Dio quanto gli era mancato! – pensò Bastiàn.

Shamir lo guardò fisso negli occhi.

– No polizia vero? – disse con voce implorante – No tornare in Tunisia!

Bastiàn rimase stupito dal tono perentorio, che ben poco si addiceva alla giovane età del ragazzo e ancor di più rimase colpito dalle parole che seguirono.

– Da voi perfino cani e galline mangiano tutti i giorni, anch’io voglio essere cane o gallina.

Il vecchio contadino appoggiò le mani sulle ginocchia.

– Come siete arrivati fino a qui? – domandò con una nota di dolcezza nella voce, che non riconobbe come sua.

Il ragazzo sospirò e cominciò a raccontare.

La notte prima della partenza erano saliti come clandestini sul peschereccio ed erano rimasti nascosti nella stiva sotto dei teloni di plastica, tra bidoni e funi. Alle prime luci dell’alba erano stati imbarcati i migranti che avevano i soldi per quel viaggio della speranza. Dopo ore di navigazione, i due ragazzi, ormai certi di trovarsi in mezzo al mare, erano usciti dal loro nascondiglio mischiandosi tra la folla. Arrivati a Lampedusa, nel caos generale, si erano dileguati per non essere confinati nel centro di prima accoglienza.

A questo punto del racconto, Shamir crollò in un sonno profondo. Bastiàn raccolse da terra gli zainetti e li aprì: dentro c’erano solo due coperte logore, due magliette stracciate e un libro di fiabe. Null’altro. Il vecchio lupo solitario andò alla finestra, guardò tutta quella distesa di granturco e, quella notte, pensò molto mentre Macchia gli leccava la mano.

Era giorno da un bel pezzo e quella mattina tutte le stanze del casolare brillavano di una nuova luce. Dalle finestre spalancate entrava un sole sfacciato come una risata e dal sapore dell’aria si intuiva che qualcosa era cambiato, perfino Oreste quel giorno cantò più volte.

Ci vollero parecchie strattonate prima che i ragazzi aprissero gli occhi e forse il merito fu di quel profumo di uova e pancetta che si propagava nella cucina. Shamir fissò il tavolo apparecchiato, spostò una sedia, prese un pezzetto di pancetta e posò lo sguardo sul vecchio.

– Possiamo rimanere con te nonno? – chiese con la semplicità della gioventù.

Bastian si era già dato quella risposta al primo canto di Oreste.

Gestire una vicenda del genere non era assolutamente semplice. Nascondere due clandestini minorenni era considerato un reato, era impossibile giustificarne la presenza, ma le leggi di Bastiàn Contrario erano diverse da tutte le altre. Suo padre, quando si doveva prendere una decisione o fare qualcosa di rischioso, ripeteva sempre “O i’ pane o la sassata!” e lui aveva scelto. Se mai avesse preso la sassata sarebbe stata per una giusta causa e “in culo la legge!” si disse.

– Potrete restare solo se rispetterete delle regole e se non vi va bene, finita la colazione, sparite dalla mia vista.

– Sì nonno, non ti arrabbiare – biascicò Habib leccandosi le dita.

– Non chiamarmi nonno! Non sono tuo nonno!

Bastiàn si girò di spalle nascondendo gli occhi che brillavano di felicità.

Macchia corse avanti e indietro saltellando attorno ai bambini e abbaiando di gioia iniziò a salire la rampa della scala trotterellando. Di tanto in tanto si girava per controllare se i suoi nuovi compagni di gioco continuavano a seguirlo. Salendo i gradini due per volta, i ragazzi arrivarono al piano superiore e si fermarono a curiosare sulla soglia di una camera dove, al centro della parete, c’era un invitante lettone. Il contadino prese delle lenzuola dalla cassapanca e le porse a Shamir.

– A casa Bastiàn non c’è posto per i fannulloni! – disse – Chi non lavora non mangia. Questa è la prima regola, capito?

– Noi capito nonno – risposero in coro.

Bastiàn Contrario accettò senza fiatare il grado di parentela e uscì dalla stanza.

Le giornate scorrevano tranquille scandite da ritmi ben precisi. Al mattino il canto di Oreste fungeva da sveglia e dopo una ricca colazione i ragazzi erano pronti a svolgere le dovute mansioni. L’intero pomeriggio veniva dedicato al gioco ed era uno spasso per Bastiàn spiarli dalla finestra mentre imbastivano strani giochi frutto della loro fantasia.

Quella mattina, Habib si alzò di malavoglia, provava una gran fatica solo a muovere un braccio.

– Ma le galline e i conigli non potrebbero saltare il rancio? – si disse mettendo un piede dopo l’altro giù dal letto, anche se ben sapeva quanto fosse brutta la fame.

Riuscì solo a oltrepassare il tappeto rosso al centro della stanza, poi i rumori lentamente si attenuarono e anche la luce perse di colore, fino a sbiadire.

Il vecchio aveva appena imboccato il sentiero quando sentì la voce di Shamir gridare il suo nome.

– Nonno, nonno Bastiàn, Habib sta male! È a terra e non risponde!

Salirono la scala di corsa e trovarono Macchia che mugolando leccava il viso del bambino. Habib aprì gli occhi, abbozzando un sorrisetto compiaciuto e poi li richiuse.

– Presto Shamir, corri a chiamare il dottore!

– Ma nonno – rispose il ragazzo in tono allarmato – nessuno deve sapere di noi, dobbiamo restare invisibili.

– So quello che faccio Shamir, non perdere tempo, la casa del dottore è quella bianca laggiù. – disse il vecchio indicandola dalla finestra – Gli basterà guardarti, sentire il mio nome e vedrai che capirà. E anche tu capirai, fidati!

Habib avvertì la presenza di un’altra persona nella stanza, c’era qualcuno con lui, seduto sul suo letto.

– Va tutto bene Habib, nessuno ti farà del male – bisbigliò il dottore accarezzandolo dolcemente sulla guancia.

Quando aprì gli occhi, il bambino pensò di vivere in un sogno, un uomo dalla carnagione scura era chino su di lui e gli aveva appena parlato nella sua lingua.

– Non sarai l’interprete di un centro d’accoglienza? – gli urlò contro in arabo.

– No Habib, sono semplicemente un dottore e un caro amico di nonno Bastiàn. Ora verrà Shamir a tenerti compagnia.

Karim raggiunse la finestra della cucina e fissò a lungo quell’orizzonte che era stato per un po’ anche il suo. Osservò con immutata meraviglia lo spettacolo di quel campo di grano: tutto era rimasto immobile nel tempo, solo Dick non c’era più, il caro vecchio lupo Dick, che in una gelida notte di tanti anni prima, lo aveva trovato vicino al casolare privo di sensi e mezzo assiderato. Ricordava ancora le uniche parole che era riuscito a dire a quell’uomo mentre se lo caricava sulle spalle.

– Io clandestino, clandestino.

Karim si girò con gli occhi umidi.

– Il lupo perde il pelo ma non il vizio! – sussurrò abbracciandolo forte – Vero papà Bastiàn? Vedrai filerà tutto liscio come l’olio. E in culo la legge!

Nel piccolo centro la notizia si diffuse rapidamente, il medico condotto e la sua signora aspettavano con gioia l’arrivo dei nipotini dalla Tunisia.

No Banner to display

No Banner to display