mercoledì, 12 Maggio 2021

Vuoi essermi amico?

Il sonno ti può giungere lievemente, come l’abbraccio di un bradipo al suo ramo o lo scatto

fulmineo del cobra sulla sua preda.

E’ nel sonno, profondo o lieve, che compaiono i sogni.

Possono essere di gioia, di paura, turbativi o esaltanti, a volte erotici o malinconici.

In essi comunque scompare la falsità.

Il sogno è anche reminiscenza di ricordi sopiti o dimenticati.

 

Prevalentemente, qui in carcere, si tende a parlare dei sogni come giudici o boia delle nostre paure.

L’altro giorno ho sognato mio figlio, in una brutta situazione: si stava drogando.

Mi sono svegliato di colpo, sudando freddo, impotente di fronte a quella che poteva essere una

realtà, ma in quel momento era soltanto una mia paranoia.

 

In quel momento ho sentito la morsa del boia: se il sogno fosse vero, sarebbe solo colpa mia, perché

io l’ho abbandonato, io non ci sono stato quando aveva bisogno di me… lo non c’ero a guidarlo

come avrebbe avuto bisogno.

A volte qui dentro sei come questi sogni: inutile alla vita.

Ricevi notizie, elabori risposte e soluzioni ma la tua immobilità ti rende inerme verso la realtà.

Sognare?

Sognare, vuol dire dormire. Come si può dormire con negli orecchi i lamenti di tutti coloro che stai

facendo o hai fatto soffrire?

Dormire? No.

Solo paura, disperazione, malinconia e…, rimani lì, in silenzio immobile, nel tormento che ti dà il

ticchettio inesorabile della tua anima sepolta sotto il cuscino.

 

A volte il sogno mi sveglia, proprio nel momento in cui stavo per rivivere i momenti di felicità, con

mia madre ed i miei fratelli, quando eravamo uniti e felici…

Non c’è pace, la gioia non abita più in me.

Mi sveglio ancora, per pensare a mia moglie e ai miei figli. Quando ho visto nascere l’ultimo fu la

gioia del momento, che ancora dura.

Anche il dormiveglia mi aiuta a rivivere altri momenti vissuti ed indimenticabili, per poi

riaccompagnarmi nel dolce tepore del dormire.

 

Nel silenzio prodotto dal sogno, dal sonno e dal dormire, ne è uscito questo lieve “appello” .

Il vociare del giorno allevia le pene.

ll brusio della notte, riporta alla dura realtà.

<Silenzio vuoi essere mio amico?>

 

Milioni di storie si intrecciano nei corpi smembrati e nelle menti degli uomini rei di se stessi.

Nel caos le dimensioni vanno perdute e tutto sfocia in ilarità e risse.

Le ombre nel buio disegnano sui muri in un rimestio insolente le tristezze e le pene dei cuori

affranti.

I muri racchiudono lo spazio in un fetido tugurio, dove la morte lenta distrugge le anime erranti,

per sfuggire alle accuse partorite dal pentimento.

A volte fioche, a volte accecanti, le luci della notte disturbano e incoraggiano le paranoie, i sensi di

colpa, la vigliacca paura.

I rumori, le urla, i tanti lamenti del popolo dell’ombra, privo di libertà.

Tutto scandisce il tempo, che porta alla fine.  Neanche la libertà potrà ridare la vita, dopo aver

vissuto in questo inferno.  Non sono le mura a segnare il confine da cui non si uscirà mai.

Non rimani che tu…

< Vuoi essermi amico o silenzio? E’ te che temo di più, è da te che viene la paura… se vorrai essermi

amico, è allora che non avrò più paura…. Silenzio, vuoi essermi amico? >

 

 

 

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LIBERI DI SCRIVERE
MASSIMILIANO FINORIO: IL MAESTRO CON LA PASSIONE DEL TEATRO,CHE HA VINTO IL PREMIO DELLA GIURIA POPOLARE

Il suo non è stato solo il racconto più apprezzato e votato dai lettori di Fuoridalcomune.it, tra quelli in gara nell’edizione 2015 del concorso letterario “Liberi di scrivere”, ma anche il settimo classificato nella graduatoria finale stilata dalla commissione ufficiale di valutazione, presieduta dal giornalista e critico gastronomico Valerio Massimo Visintin.

Massimiliano Finorio ha ottenuto grandi soddisfazioni grazie al suo scritto “Sassi di patate”, che i nostri lettori hanno votato come migliore tra i primi 20 selezionati dalla giuria con ben 807 voti, cioè il 46% del totale, superando all’ultimo momento “Kuknia” di Davide Depalo. Massimiliano apprezza moltissimo il giudizio popolare del web, ma ovviamente anche il settimo posto in classifica: “Il settimo posto mi piace particolarmente perché il mio racconto chiude il libretto stampato. Molte volte mi è capitato, leggendo i libri, di dare importanza all’ultima pagina del racconto e ora quell’ultima pagina sono io. Direi non male!” ci spiega.

Tra scuola e teatro
42enne, insegnante alla scuola elementare Maria Montessori di Carugate, Massimiliano si occupa da 20 anni di attività teatrale nelle scuole primarie e medie, scrivendo testi e mettendo in scena spettacoli. “Ho fatto anche monologhi teatrali, sia come autore che come attore. Non ho mai lavorato su testi di altri perché per me il teatro è qualcosa che parte da dentro. È una mia esigenza creativa” ci racconta. Tra il lavoro come maestro e i suoi spettacoli, Massimiliano non ha mai pensato di partecipare ad un concorso letterario, che ritiene molto lontano dal mondo teatrale, ma inaspettatamente, arriva l’incontro con “Liberi di scrivere”. “Un giorno ero in biblioteca e ho letto il tema del concorso. Tornato a casa mi sono seduto è in una mezz’ora ho scritto “Sassi di patate””. Un’idea fulminante quindi quella che lo ha colpito e lo ha portato a scrivere uno dei racconti più apprezzati di questa edizione del concorso.

Sassi di patate
Al centro del suo racconto ci sono la famiglia, l’amore, la tradizione. ”“Sassi di patate” è il racconto del contadino Mimino che il giorno del funerale di sua madre scrive una lettera d’amore rivolta proprio a lei. L’amore passa attraverso la storia della sua famiglia. Una famiglia di contadini. Una famiglia di lavoratori instancabili. Nel racconto l’amore superato dalla forza delle tradizioni e del dovere essere, diviene vero amore solo eliminando finzioni e doveri. La madre di Mimino insegna al figlio il valore della famiglia e delle sue radici. Il finale è rivolto al futuro”. Il testo utilizza un linguaggio semplice, immediato, proprio quello che userebbe un contadino. Nel racconto fanno spesso incursione termini legati alla lingua siciliana, che conferiscono realismo e fanno nascere anche un sorriso sul volto del lettore. “Molti mi hanno chiesto se è autobiografico. Io penso che questo sia uno dei complimenti migliori per me. Le persone leggono il racconto e sperano che Mimino sia esistito veramente”.

La soddisfazione del vincitore
Alla premiazione del concorso, avvenuta il 31 ottobre a Carugate (qui), Massimiliano ha ricevuto l’attestato da Valerio Massimo Visintin in persona. Il presidente della commissione ha insistito perché fosse proprio lui a premiarlo, avendo apprezzato particolarmente “Sassi di patate”. “L’apprezzamento speciale che mi ha fatto Valerio Massimo Visintin mi ha fatto intendere che avesse capito proprio tutti i quadri del racconto, a partire dal titolo stesso”.

Massimiliano conclude con una dedica particolare, rivolta alle persone con cui ha condiviso la gioia di questa vincita. “Prima di salutarvi vorrei dedicare il mio racconto ai miei amati genitori e alla mia numerosa famiglia, quella d’origine e quella in cui io e mia moglie siamo l’origine”.

Qui potete leggere “Sassi di patate”, il racconto di Massimiliano Finorio.

 

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LIBERI DI SCRIVERE
SI E’ CHIUSA NEGLI APPLAUSI LA 5° EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Quella di quest’anno è stata l’edizione di maggiore successo e con la più alta partecipazione dal 2007: con la cerimonia di premiazione di sabato 31 ottobre al centro socio culturale Atrion si è concluso con grande soddisfazione da parte di tutti gli organizzatori il concorso letterario “Liberi di scrivere”. Il giorno non è stato scelto a caso, infatti la data e l’ora erano gli stessi della chiusura dell’Expo, a cui il concorso dal titolo “Mangiare e bere, uomini e donne” era legato.

La cerimonia è stata aperta da Corrado Alberti della Biblioteca Civica di Carugate, seguito dall’assessore alla Cultura Michele Bocale e dal giornalista e critico gastronomico del Corriere della Sera, nonché presidente della commissione di valutazione dei racconti, Valerio Massimo Visintin (qui l’intervista rilasciata al nostro quotidiano).

Quest’anno il concorso letterario Liberi di scrivere è arrivato alla quinta edizione, che è stata quella di maggiore successo– ha detto l’assessore Bocale- Ricordo ancora la prima edizione, quella del 2007, organizzata in occasione dell’apertura del centro socioculturale Atrion. Allora il tema era la multiculturalità e il presidente della commissione il professore Alfredo Tornaghi, scomparso da poco. Quest’anno abbiamo investito più risorse degli anni passati, perché crediamo fortemente nel fatto che iniziative come queste vadano implementate”.

Anche il presidente della commissione si è dimostrato soddisfatto di com’è andato il concorso. “Sono ben contento che i racconti pervenuti parlassero di cibo, e non di food. Il cibo è il protagonista che accompagna vicende storiche, intime, anche sentimentali. È consolatorio che in nessuno dei racconti sia stato messo in scena uno chef stellato, un ristorante di cucina chimica, e tutto quel mondo che è l’aspetto becero del tema” ha detto Visintin.

Erano presenti in sala anche gli altri membri della commissione e gli ospiti che hanno premiato i primi classificati: la scrittrice Elisabetta Bucciarelli, il poeta e giornalista Alberto Figliolia, Cristina Borgonovo del settore cultura della Città Metropolitana di Milano e la docente di lettere Anna Perina. Purtroppo non hanno potuto presenziare alla premiazione gli altri tre membri della commissione, Paola Di Andrea del settore cultura della Città Metropolitana e gli scrittori Mauro Raimondi e Lello Gurrado.

Prima di arrivare alla premiazione vera a propria, sono stati fatti i numeri di questa quinta edizione, con tanto di notizie curiose ad essa legate. Per esempio il partecipante più vicino e quello più lontano alla biblioteca, il primo residente in via Pascoli a Carugate e il secondo di Bova Marina, in Calabria; lo scrittore più giovane e quello più anziano, una ragazza di 18 anni di Garlasco e un 78enne di Bologna. Uno dei 173 partecipanti al concorso è un detenuto del carcere di Opera, un racconto è stato scritto a 4 mani e c’è stata una perfetta parità di genere, con 87 scrittori e 87 scrittrici.

La premiazione dei primi 7 classificati e del vincitore del premio speciale di Fuori dal comune, si è alternata alla lettura degli incipit dei racconti in questione, a cura degli attori del Gruppo Teatro Tempo accompagnati dalla chitarra di Sergio Prada. 

La classifica della giuria

1)      “La rivoluzione del gusto” di Matteo Pisaneschi, di Lamporecchio (Pistoia), che purtroppo non è potuto presenziare alla premiazione.
2)      “Pablo Maria Sotèro che non morì da solo” di Andrea Zarroli, di Livorno.
3)      “Pamela” di Sofia Menfalout, di Trezzano sul Naviglio (Milano).
4)      Ex equo, “Kuknia” di Davide Depalo, di Sesto San Giovanni (Milano) – “I mangiatori di patate” di Davide Fusi, di Parabiago (Milano).
6)      “Hai mangiato?” di Monica Dazzi, di Cernusco sul Naviglio (Milano)
7)      “Sassi di patate” di Massimiliano Finorio di Carugate (Milano)

Premio Speciale del Pubblico – Fuoridalcomune.it
“Sassi di Patate” di Massimiliano Finorio, si è aggiudicato il primo posto con 806 voti sui 1759 pervenuti. Dietro di lui con 685 voti, si è posizionato “Kuknia” di Davide Depalo.

La collaborazione di enti diversi e la bravura dei 174 scrittori che hanno partecipato hanno reso questa edizione del concorso la più speciale dalla sua nascita, sancendo definitivamente la sua maturità, in attesa di essere battuta per numeri e partecipazione dalla prossima che verrà organizzata.

 

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LIBERI DI SCRIVERE
I GIUDICI HANNO SCELTO IL VINCITORE. LA LORO RIFLESSIONE

Manca ormai pochissimo. Il 31 ottobre, data delle premiazioni del concorso nazionale di scrittura Liberi di Scrivere, è alle porte e i componenti della commissione giudicante hanno terminato il loro lavoro. I nomi dei tre vincitori sono nel cassetto chiusi a chiave, così come quelli degli altri racconti che verranno pubblicati nel volumetto conclusivo.

GIUDICI SEVERI ED ESIGENTI PER QUESTA EDIZIONE
Va detta subito una cosa, a testimonianza del valore della giuria e della serietà del concorso, le valutazioni di questa edizione sono state piuttosto esigenti e non è stato facile incontrare il gusto di tutti i giudici, che sembrano aver rilevato un leggero calo nella qualità più finemente letteraria degli scritti, almeno rispetto ai racconti ricevuti due anni fa in occasione di quel tema così particolare come quello della violenza di genere. Forse in quel caso le penne intingevano più a fondo nell’animo, mentre in questo caso il tema centrale legato al cibo, consentiva di restare anche più in superficie.

Confrontando i racconti letti con quelli di altri concorsi dove ho giudicato, questi restano comunque di un livello più alto” ha commentato il giudice Elisabetta Bucciarelli, scrittrice. Più severi i due giudici storici del concorso, entrambi fini frequentatori delle lettere sebben con percorsi differenti, Mauro Raimondi, scrittore e professore, e Alberto Figliolia, giornalista, scrittore e poeta: “Il dato quantitativo è assolutamente rilevante, e per questo il concorso è davvero un successo con un’edizione da record -hanno sottolineato- ma alcuni racconti sono risultati poco curati formalmente, magari con spunti interessanti rispetto all idee, ma questo è pur sempre un concorso letterario e non si può giudicare solo l’argomentazione. Comunque abbiamo trovato alcune eccellenze senza dubbio”. E queste eccellenze sono balzate ai primi tre posti della classifica, trovando l’accordo unanime di tutti e gli otto i giudici.

Sempre in merito alle aspettative della giuria, anche per lo scrittore Lello Gurrado c’è un’idea disattesa compensata da una piacevole sorpresa: “In generale mi è sembrato di ritrovare temi molto ricorrenti, piuttosto comuni, poco fuori dagli schemi. Ci sono state molte autobiografie, però poco rappresentative di una condizione universale, mentre devo dire che ho trovato delle belle prove e sforzi meritevoli che mi hanno colpito laddove si è provato ad utilizzare un contesto storico come sfondo delle vicende”.

IL CIBO: MENO RACCONTI GIOIOSI E TANTA SOFFERENZA
“Sono sorpreso dalla cupezza dei racconti letti
-ha commentato il Presidente di Giuria Valerio Massimo Visintin, Critico Gastronomico del Corriere della Serami sarei aspettato qualcosa di più gioioso legato al cibo, di più conviviale, mentre sono state tante le storie di dolore, persino di malattia”. Meno sorprese a proposito le donne della giuria, Elisabetta Bucciarelli, Cristina Borgonovo e Paola Di Andrea del Settore Cultura di Città Metropolitana e Anna Perina, docente di Lettere e componente del gruppo di lettura incrociARTI: “Ci aspettavamo racconti di patologie legate al cibo, è significativo questo perché conferma la capacità della scrittura di tirar fuori temi forti, hanno spiegato le giurate concordi, “Credo tra l’altro che proprio il disagio alimentare si presti a veicolare una scrittura più piatta, più asettica, magari più infantile -ha aggiunto Bucciarelli- mentre con la violenza di genere c’era una letteratura più rabbiosa e violenta”.

ALTRI TEMI
In un momento in cui il cibo, al di là di EXPO’, è catalizzatore di attenzione in televisione, nei manuali, nei libri così come al cinema, le declinazioni che di esse ne hanno dato i partecipanti sono diverse. Oltre al disagio alimentare sono comparsi anche temi come la povertà, l’omosessualità, ricette interne al racconto, menzioni di numerosi piatti stranieri, tantissimi temi legati al ricordo e al passato, con qualche punta nella letteratura horror, pochissimo fantasy e forse un caso di cibo umanizzato protagonista della vicenda. Ma un dato è stato tra i più ricorrenti e gettonati: la nonna, figura presente in tantissimi dei pezzi inviati dai partecipanti, che unita al dato malinconico,ci fa ritornare al quel “confort food” di cui avevamo parlato questa estate (qui).

QUALCHE DATO SUL CONCORSO
Per riassumere in dati e snocciolare qualche curiosità, vi diciamo che i racconti pervenuti sono 173 ma i partecipanti 174 perchè uno è stato composto a due mani. E’ per questo che nella conta degli autori, risultano 87 donne e 87 uomini, una parità perfetta rarissima. Per un età media dei partecipanti di 45 anni, ne ha 18 l’autrice più giovane, una ragazza albanese residente a Garlasco (PV), mentre è di Bologna lo scrittore più anziano con i suoi 78 anni. I cinque carugatesi sono sicuramente i partecipanti che hanno fatto meno strada, mentre viene dalla provincia di Reggio Calabria (Bova Marina) la donna il cui racconto ha viaggiato più a lungo per finire in biblioteca a Carugate. Lombardia, Piemonte e Toscana sono risultate le regioni più ispirate, rispettivamente con 112, 11 e 11 racconti, mentre ricordiamo la presenza di uno scritto del Canton Ticino in Svizzera.

Appuntamento dunque al 31 ottobre alle ore 17.00 presso l’ Auditorium del Centro Socio Culturale Atrion di Via San Francesco 2 a Carugate, dove verranno premiati i vincitori di questa edizioni di Liberi di Scrivere, compreso il vincitore del premio popolare assegnato attraverso la votazione online sul nostro quotidiano (vota qui).

 

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LIBERI DI SCRIVERE 2015
ECCO I 17 RACCONTI FINALISTI. LEGGILI E VOTALI ONLINE

Ci siamo, parte ufficialmente la votazione online che porterà all’assegnazione del Premio della Giuria 2015 per il Concorso Nazionale di Scrittura Liberi Di Scrivere. Qualche dato ve lo avevamo già dato (qui), ma sottolineiamo ancora il successo record di questa edizione dedicata al cibo, che con 173 racconti ha sbancato il numero di manoscritti pervenuti in tutte le edizioni passate.

La Giuria guidata dal critico gastronomico del Corriere Della Sera, e fine paroliere, Valerio Visintin, ha selezionato 17 racconti che si stanno contenendo il podio. Mentre loro lavoreranno al premio ufficiale, tocca a voi fare una “scorpacciata” di storie e votare la vostra preferita tra quelle selezionate. Durante le premiazioni che avverranno sabato 31 ottobre, sarà reso noto anche il nome del vincitore premiato dal web, che come per l’edizione passata, avrà un’intervista esclusiva sul nostro quotidiano.

LEGGI QUI I RACCONTI SELEZIONATI DALLA GIURIA DELL’EDIZIONE 2015

LA VOTAZIONE E’ CHIUSA !!!
NESSUNA PREFERENZA E’ PIU’ PRESA IN CONSIDERAZIONE
DALLA MEZZANOTTE DEL 31 OTTOBRE 2015

Siamo spiacenti, non ci sono sondaggi disponibili al momento.

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VORREI DORMIRE NEL FRIGO

Amo nascondermi dentro i sogni, per regalarmi la possibilità di disegnarmi con la fantasia, come vorrei essere nella realtà, cioè magra, magra e soprattutto magra; una strafiga che fa impazzire gli uomini.

Appena riapro gli occhi, spio furtivamente lo specchio per sincerarmi che il miracolo sia avvenuto, magari durante il sonno, generalmente prendo uno spavento  tale da urlare: ” Mamma mia quanto sono brutta e grasssssaaaaaaa…..roba da restarci secchi!!”

Mi chiamo Gaia, ma ho ben pochi motivi per essere allegra, ho trentasei anni e sono single, bella forza, chi se la piglia una come me? Gli unici sguardi che ricevo dagli uomini, sono quelli di compassione e vi assicuro che vorrei suscitare tutt’altro che compassione in un uomo… Non sono sempre stata il barilotto che vedete oggi; ero una ragazza alquanto carina,  filiforme, con gli occhi verdi e lunghi capelli castani. Con il trascorrere degli anni, per far tacere le mie ansie, le mie paure, le insicurezze, la solitudine e il timore dell’abbandono, ho iniziato ad ingozzarmi di cibo. Ogni sentimento che non riuscivo a gestire, lo seppellivo sotto tonnellate di cibo. Nei periodi critici di crisi, di innamoramento, di liti, mi ficcavo costantemente in cucina a preparare panini farciti a cinque strati e scatole intere di merendine riempite accuratamente di panna e nutella, facendo attenzione a non lasciare gli angoli senza ripieno. Divoravo tutto sdraiata sul divano, davanti alla mia impareggiabile complice, la tv!; Ingurgitavo  anche i film, i dibattiti, le opinioni e gli opinionisti, la pubblicità, i telegiornali con i giornalisti che ogni giorno mi ingrassavano con le brutture del mondo; ma ben inteso, se fosse dipeso da me, avrei  sicuramente preferito dormire nel frigo. In poco tempo ero lievitata triplicando il mio peso; sono alta un metro e sessantacinque centimetri e peso novantotto chili. La mia pancia, quando sono sdraiata, appare un enorme campo da golf con la buca al centro. Quando sono in piedi invece, diventa un gommone gonfiabile così ingombrante da impedirmi la camminata. Ho le braccia grosse, e le cosce che sfregano fra loro, procurandomi dolore, specialmente in estate, quando fanno attrito con la sabbia e il sudore. Sono imprigionata in un corpo opulento per sfuggire  alla paura di non esistere per nessuno.

Ho provato a mettermi a dieta, ho sborsato fior fiori di quattrini per farmi aiutare da dietologi, nutrizionisti, endocrinologi, maghe, fattucchiere con le loro pozioni miracolose che promettevano rimedi magici e risultati sorprendenti, sciogliendo il grasso ostinato e restituendo una forma e un fisico da urlo ad un corpo ormai da rottamare. Quante notti sprecate a sognare l’impossibile e poi al risveglio urlare di terrore di fronte allo specchio perché l’immagine riflessa era di un orca assassina e non la mia. Pasticca blu per  la sera , snellisce durante il sonno sciogliendo l’adipe, compressa gialla il giorno, drenante e purificane, facilita l’eliminazione dei liquidi trattenuti dalla ritenzione idrica. Mamma mia quanto lavorano due pastiglie colorate! Ma dopo il gran bla bla bla tutto finiva in un gran mal di pancia e in una diarrea fastidiosa che mi teneva incollata al water. Quanti soldi buttati nel cesso! Ma io continuo ad avere fame, io ho fame…fame d’amore. Il mio appetito parte dalla testa, passa per il cuore e arriva allo stomaco. Mi sento sola e non accettata, non mi accetto neppure io. Sono andata via dalla casa paterna perché mia madre peggiorava la situazione; sembrava non vedesse né capisse il problema che stava rovinando la mia esistenza oltre che la mia immagine, o più semplicemente, si rifiutava di capirlo, comunque sia, invece di trarmi fuori dal frigo, mi tentava con leccornie di ogni genere, quindi, prima di somigliare al cartone animato Obelix, sono rotolata via da quella casa.

Non amo fare shopping, rimando gli acquisti a quando è strettamente necessario. Ogni qual volta misuro un indumento della mia taglia che mi và stretto, mi innervosisco e impreco. È difficile trovare negozi per taglie comode, e quelle rare volte che  riesci  a scovarne uno, ha i prezzi così esosi da scoraggiarne l’acquisto; per non parlare di quando una vocina schifata apostrofa “Sono spiacente signora ma non abbiamo nulla della sua taglia!”, è una commessa anoressica con lo sguardo allampanato. Ok, va bene, ho capito, andrò in giro  nuda!; Non è un gran bello spettacolo vedermi nuda, possibile che nessuno pensi che anche noi grassi vogliamo dei vestiti decenti? Tutto ciò mi deprime e mi mette di malumore, anche se riesco a camuffarlo  dietro una buona dose di sarcasmo. Ho trascorso anni ed anni in casa da sola, per la vergogna e il disagio di mostrarmi al mondo. Guardavo dalla finestra le persone passeggiare, oppure trascorrevo le domeniche e i giorni di festa  in compagnia di un buon film, per ammazzare il tempo, ma sinceramente mi sarei ammazzata io altro che ammazzare il tempo! Filtravo il dolore con lo sguardo disincantato di chi attende un domani migliore, con il desiderio di incontrare qualcuno a cui dire “Benvenuto nel mio mondo, è una vita che ti attendo! Perché mai hai tardato così tanto? Stavo perdendo le speranze!”.

Due volte alla settimana, mi reco agli incontri in un gruppo di auto-aiuto, dove donne e uomini con problemi di adattamento fisico o psicologico, mettono in comunione le loro esperienze di vita. Il mio gruppo si chiama <Sciogliamo i nodi>,  avrei preferito <Sciogliamo il grasso>, ma il mio non è l’unico problema da sciogliere. Provo giovamento ad ascoltare le testimonianze dei malcapitati come me, che lottano quotidianamente contro il vizio, le manie, le ossessioni, le psicosi, per poter andare avanti in questo mondo che ci ha dimenticati.

Sicuramente la cultura del bello, aborrisce tutto ciò che esce dagli schemi. Noi problematici, siamo visti come malati, diversi, disadattati, quindi trattati come appestati. <La bellezza dell’estetica salverà il mondo> , intuisco a questo punto che noi sporchiamo ciò che di bello c’è nel mondo; storpiamo la perfezione. Quindi Hitler; non era poi così folle a voler eliminare i non ariani, se anche la società usa lo stesso criterio di selezione.

“ Sono Gaia, peso novantotto chili e questa settimana non sono riuscita a smaltire neppure un etto”.

“ Sono Nicola, sono riuscito a non rubare nulla negli ultimi negozi che ho visitato e neppure al mercato, in questi ultimi giorni”.

“ Mi chiamo Francesco, ho giocato ininterrottamente per due giorni alle slot machine, perdendo tutto, sonno, lavoro, soldi, e famiglia, praticamente sono rovinato! Mia moglie è andata via da casa portando via con sé anche i figli”.

“ Ciao, sono Roberto, in questa settimana non mi sono strappato i capelli né le ciglia, neanche quando il mio cane è stato investito da un auto in corsa”.

Roberto è simpatico, mi trovo a mio agio con lui, sembra non accorgersi del mio aspetto fisico, mentre io il suo lo noto! Lo invito spesso a cena, purtroppo a causa dei turni, ha problemi con gli orari; è custode al museo. Si strappa i capelli  attorcigliando le ciocche tra le dita e tirando forte. Ha la testa piena di chiazze, si stappa anche le sopracciglia e le ciglia, alcune volte anche le unghia. Questo accade indipendentemente dagli episodi spiacevoli che possono turbarlo. Sembra essere un vizio che gli procura un piacere iniziale e poi sfocia in una crisi di pentimento. Roberto ha la mia età ed è stato sposato. La verità è che vorrei mangiare anche Roberto. Ho fame di lui. Ho bisogno di sentimento…ma lo sbranerei in un boccone e poi sarei assalita dai sensi di colpa perché tutto sarebbe finito ancor prima di cominciare. Devo stare buona, devo fare la brava, devo resistere, ma  avrei tanto bisogno di sentire la sua fame per me, ma lui mi vorrà mangiare oppure ha solo bisogno di saziare la sua voragine affettiva?

Non abbiamo fatto sesso, non so se a causa della sua timidezza, del fatto che non gli piaccio fisicamente o se ha qualche altro problema. Forse è meglio così, si troverebbe di fronte ad una balena in mutande a pois, allora sì che si strapperebbe tutti i capelli!

Meglio uscire con i ragazzi del gruppo, è così raro che io trascorra del tempo tra la gente. Compongo il numero di Roberto e dico “Roby ciao, andiamo con gli altri a divertirci”. Alle nove suonano al mio campanello, scendo senza rispondere; sono certa siano loro perché il mio campanello è sempre muto, qui abita una dimenticata dal mondo.

I ragazzi sono in sette: Nicola, Francesco, Laura, una bella donna con problemi di alcolismo; doveva avere un bel fisico quando era giovane, oggi è gonfia e flaccida. Poi c’è Roberto e la coppia Gianni e Sofia, due paranoici pieni di manie e fobie che riescono a far sorrider anche me; è difficile però restare a lungo in loro compagnia perché tutto diventa un dramma. Quanto siamo strani tutti insieme! Certamente le persone penseranno che siamo fuggiti da qualche manicomio.

Al bowling faccio tanta fatica ad allacciarmi le scarpe, non posso chinarmi, la mia mole mi opprime e non respiro. Sono negata in qualunque sport, non sono agile e in più sudo molto. Odio sudare, ho l’odore del lardo inacidito. Mi lavo continuamente e mi infilo sotto la doccia svariate volte al giorno, per evitare che il mio olezzo impesti il pianeta. Durante l’estate con il caldo e l’afa, vivo un dramma, mi affatico per un nonnulla e le maglie diventano madide e colanti.

Quando sto con gli altri, riesco a tralasciare i miei problemi, rido  scherzo spensieratamente, anche divertendomi ma c’è sempre una nota di amarezza, perché so bene che quando la serata sarà terminata, le mie angosce mi attendono dietro la porta di casa e mi assaltano nell’istante in cui varco la soglia…e sono loro a mangiare me, mi sbranano! Ho fame, vorrei mangiare il mondo, vorrei addentare la vita e sbranarla, così da ridurla in poltiglia e digerirla. Ho fame di amore, di calore, di baci, di carezze. Vedi cosa succede ora? Non resisto, devo ingurgitare qualcosa per zittire e placare la voragine interna. Vorrei non pensare; vorrei guarire dalla fame, vorrei accettarmi, vorrei…vorrei… vorrei…Spesso prego, sono credente, ma da qualche tempo non trovo sollievo neppure nella fede. Sono stata creata ad immagine di Dio…ma Dio sarà obeso come me? Ma no, è Buddah quello grasso, ed ha una pancia simile alla mia. Quando mi reco a messa e mi accosto all’eucarestia, penso a Gesù che si immerge nel mio corpo e si mischia alle mie cellule. Devo però sforzarmi molto per trovare Gesù in quella piccola e sottile ostia. Io ho fame di Gesù, ho fame del suo amore, voglio il suo aiuto, la sua consolazione…preferirei mordere il legno della croce per sentirne il sapore e il dolore.

Mercoledì quattro Luglio, mentre uscivo dal palazzo dove abito per recarmi al lavoro, ho incrociato…per meglio dire, mi sono scontrata con un uomo sommerso da scatoloni e buste. L’ho travolto letteralmente al mio passaggio, mi sono scusata e l’ho aiutato a recuperare il disastro causato. Ho saputo così, che lui è il mio nuovo vicino di casa. Che bello! Mi è parsa una persona gentile e simpatica. Si chiama Giulio Volpini, ha quarantacinque anni e vive solo. Come è possibile che un uomo così adorabile sia solo? Forse è separato…Mi rifiuto di credere che un bell’uomo come lui, passi inosservato. Comunque gli ho detto che, per qualsiasi problema, può fare capo a me.

Lunedì dieci dicembre, io e Giulio siamo diventati buoni amici…beh, più che amici, dividiamo lo stesso appartamento, così da tagliare i costi delle bollette e dell’ affitto. Giulio è infermiere in una clinica privata, questo  mi fa’ sentire sicura.  Inizio gradualmente a vivere meglio con me stessa, ho meno bisogno di farmi del male; piano lentamente, è un percorso lungo e graduale il mio, non devo avere fretta, la fretta è un’ ingannatrice che ti fa credere cose  non vere, certamente desiderate e poi ti assedia l’anima.

Continuo a recarmi al gruppo <Sciogliamo i nodi>, Giulio mi accompagna volentieri, ne trae beneficio anche lui; è rimasto traumatizzato da un incidente automobilistico, in cui sono restate vittime la moglie e i figli e la notte è preda di spaventosi incubi.

Usciamo ancora con i ragazzi del gruppo e ci divertiamo, anche se Roberto non ha accettato di buon grado il vedermi in compagnia di un altro uomo, per un lungo periodo si è ristrappato i capelli e le ciglia. Questa situazione mi addolora molto, tanto che all’inizio della mia storia con Giulio, non riuscivo a guardare negli occhi Roberto senza provare dei forti sensi di colpa .

Giulio oltre ad essere un uomo affascinante e gentile, ha bisogno di me, del mio affetto, della mia stima, della mia pazienza. Qualcuno mi trova importante…ma cosa sto dicendo importante? Mi  trova necessaria, ed è indispensabile qualunque cosa  provenga dal più profondo di me, dal mio cuore, dal mio animo. Anche io posso dare sentimento, emozioni, affetto, amore…lo straordinario risiede nel fatto che un uomo normale diventi speciale grazie alla passione di una cicciona. È la prima volta che sto insieme a qualcuno che non mi considera in base al mio aspetto fisico. Mi vuole bene per quella che sono, anche con i chili in eccesso. Mi fa sentire donna, non grassa, mi fa’ sentire desiderata, non disprezzata, mi fa sentire accettata, non commiserata…sono amata, amata, amata.

Quando mi guardo allo specchio, mi trovo cambiata, forse sono restata sempre la stessa ma sono diversa dentro. Non ho più bisogno di alzarmi di notte per prepararmi gli spuntini di fortuna, la notte a mia fame è stata placata. Non desidero più dormire nel frigo, ora ho il mio letto. Giulio è guarito dagli incubi notturni che lo tenevano sveglio. Sono contenta perché credo di aver contribuito, con la mia presenza, alla sua guarigione. Io però ho ancora fame di amore e mangerei Giulio ma, ho capito che questo non spegnerebbe la mia fame, quindi ho deciso di vivere serenamente, per quello che posso, questo rapporto, saziandomi di lui e donandomi come posso.

A proposito, quasi dimenticavo “ Sono Gaia, ho trentasette anni, sono alta un metro e sessantacinque centimetri, peso settanta chili ed ho un compagno. In un anno di autostima e amore, sono dimagrita ben ventotto chili di tristezza, che come una copertura, mi inglobava in un bozzolo per isolarmi. Sono uscita dal bozzolo non proprio come una farfalla, ma la metamorfosi è avvenuta internamente ed esternamente a me.

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VORACI

«Sei squisito, tesoro».

La sala da pranzo ha due finestre grandi. La musica è Bach, Variazioni Goldberg, Aria. Il tavolo è un rettangolo di noce ma il colore non si vede.

«Davvero. Dopo tutti questi anni. Sei ancora così…delizioso».

La tovaglia è bianca. I piatti di porcellana. La donna afferra il calice alla base, stringendolo tra indice e pollice, e lo solleva verso l’alto. Il vino è rosso e fermo e si muove oscillando lungo le pareti di cristallo del bicchiere.

«Buon anniversario, caro».

L’uomo sorride e un filo di carne gli scivola tra gli incisivi, ricadendo appena sotto il labbro.

«Buon anniversario anche a te, cara».

Le risponde, imitando nel gesto la moglie, solo scandendo meno il movimento. Il calice traccia una curva rapida nell’aria, s’inclina a un passo dalla bocca, le labbra si aprono. Tutto qua.

Poi aggiunge:

«E nonostante tutto, cara, sappi che anche tu sei ancora tenerissima».

Infine abbassa il calice e insieme lo sguardo sul piatto.

«Nonostante tutto?»

Nel piatto.

«Si?»

«Cosa intendi con quel nonostante tutto

«Come? Nulla, cara».

Il piatto – la sua reale essenza – è la somma di ciò di cui è fatto e di ciò che contiene.

«Invece adesso mi spieghi cosa volevi dire con quel nonostante tutto».

Gli intima lei. Ha poggiato il calice sul tavolo ma insiste nel tenerlo tra le due dita.

«Non intendevo niente. E’ solo una frase di circostanza».

Sospira lui.

«No, tu lo sai cosa volevi dire».

«Cosa?»

«Che non sono più buona come prima».

L’uomo alza gli occhi al cielo. E’ così bianco.

Così pulito.

«Ma certo che lo sei».

Bach.

Ci sarebbe silenzio, altrimenti.

Lei è lì ferma e non dice nulla ma strofina la base del calice.

Lui sta fermo lì e non dice nulla.

Crede sia finita qui.

«Non ti piaccio più».

Non è finita lì.

«Cara…ti prego».

«Non ti piaccio più!».

Sta singhiozzando.

«Cara, ora basta».

Lui torna a posare lo sguardo sul piatto.

«Non è il caso ora di fare una tragedia per una frase senza importanza».

E poi sulla forchetta.

«E invece è importante!».

L’uomo scuote la testa, due volte. La forchetta ha una forma strana e spaventosa. Non è come il cucchiaio. Il cucchiaio ha una forma davvero stupida.

«Franco, guardarmi».

Il piatto e la forchetta.

«Franco, ho detto di guardarmi!»

L’uomo la guarda. Una goccia di sangue caldo le orna la guancia come il neo di una diva.

«Luisa, tutti con gli anni diventiamo diversi. Io per primo: ti sembro la stessa persona? Lo vedi bene anche tu, credo. Lo vedi, quello che non ho più».

E allarga un braccio. Un braccio solo.

«Sai benissimo che non intendevo quello».

Pausa. La donna sposta le dita dal calice alla tovaglia. Le fa scorrere sulla superficie di cotone finché non trova una leggera increspatura del tessuto. L’attrae e la soffoca fra le falangi.

«C’entra Lucia, vero?»

«Ancora con questa storia».

Sbuffa lui.

«Non hai mai provato niente di meglio di Lucia, eh?»

«Luisa, ti prego».

«Ma quanto è buona Lucia, quanto è dolce Lucia, quanto mi piace Lucia. Non mi stancherei mai di Lucia…».

«Non l’ho mai detto».

Mentre le mente, dilata il suo campo visivo. Il tavolo, le sedie, i piatti, i bicchieri, le bottiglie. La distanza tra loro è colmata da una serie di cose che per lo più contengono altre cose.

«L’hai detto. E ti si leggeva in faccia, cosa credi?»

La sala da pranzo è un sistema complesso di elementi statici, pieni e destinati a svuotarsi.

«E allora? Dove vuoi arrivare? Sai benissimo che dobbiamo farlo. Abbiamo bisogno di altre persone, per andare avanti».

«Non è vero».

«E Carlo allora? Ti sei dimenticata di lui, adesso?»

«Con Carlo era diverso».

«Ah, era diverso!»

«Carlo era necessario».

«Appunto, è quello che dico io».

Ma lei risponde:

«No. Perché Carlo non mi è mai davvero piaciuto. Era sopravvivenza, semplicemente».

La donna libera le dita dal loro appiglio di stoffa.

«Mentre tu, Franco, lo fai per il piacere. Lo fai per il gusto. Non perché non ti basto. Non perché ne hai bisogno, un bisogno vitale intendo. Tu lo fai perché lo vuoi, Franco. Tu lo vuoi!».

E così dicendo solleva l’unico indice che l’è rimasto.

E lo piega prima verso di sé.

«Questa è la differenza che c’è tra me».

E infine verso di lui.

«E te».

Poi tace.

Bach.

Ci sarebbe silenzio, altrimenti.

Franco annuisce.

«Forse hai ragione, cara».

Pausa.

«Si, mangiare lo stesso ogni giorno è stancante. Non solo: è nauseante. Lucia mi piaciuta? Si, eccome! L’ho divorata! Era buona con tutto: la patate, le zucchine, i piselli, i cavolfiori! E che ripieno ne ho fatto, e le polpette, e il lesso – sai cara quanto io odi il lesso – e invece Lucia…un lesso magnifico!»

«Sei crudele, Franco».

«No, non sono crudele. Sei tu che non vuoi guardare in faccia la realtà! Dobbiamo nutrirci di altri, mangiare altre persone, cibarci di esseri viventi, del tutto uguali a noi, perché né tu, né io siamo sufficienti. Non bastiamo a noi stessi. Eppure all’inizio capita di crederlo. Te li ricordi, i primi tempi, appena conosciuti? Tu, il mio piede sinistro. Io, la tua mano destra. Eravamo così affamati. Eravamo convinti di riuscire a farcela da soli. Non è vero? Non avevamo bisogno di nessun altro! Poi capisci che non è così. E’ una questione fisica, di proporzioni. Di quantità. Di tempo. E quindi di sopravvivenza? Si, naturalmente. Ma non venirmi a dire che è solo questo. C’è di più».

La donna si asciuga una lacrima col polso monco.

«La verità è che siamo golosi, siamo famelici, siamo voraci. Siamo cannibali! E mangeremmo chiunque, anche solo per sapere che sapore ha. Anche solo per poi sputarlo via al primo assaggio. Ma non importa. Questa è la nostra natura. Mangiamo quello che siamo. Certo, possiamo far finta che non sia così. Possiamo nutrirci di quel poco che basta e possiamo convincerci che sia giusto così».

L’uomo si accarezza il petto, la spalla, si ferma lì.

«E allora sì. Forse, cara, hai ragione».

Ogni tanto gli capita di sentire di avere ancora il braccio.

«Forse dovremmo smetterla davvero. Non mangiamo più nessun altro. Facile, no? Ci nutriremo solo di noi stessi. Da domani, ogni giorno, come oggi, come ora. Pezzo dopo pezzo. Al forno, alla griglia, stufato, arrosto, in brodo, fritto e al sangue! Fino a consumarci a vicenda. Preferisci così, cara?»

La donna fa segno di no con la testa.

«Bene».

Dice lui, con la forchetta in mano.

«E ora mangia, che le dita si freddano».

 

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TRANCI DI VITA

Marco non conosce ancora il proprio nome quando per la prima volta viene accolto dal seno della madre e poggia la sua testolina sulla pelle calda, per poi strisciare con la guancia in cerca del capezzolo. Finalmente lo trova e l’istinto lo spinge a succhiare, mentre tiene chiusi gli occhi non ancora abituati alla luce del mondo. Il latte gli invade la bocca che fa così conoscenza con il suo sapore, dolce come la voce che accompagna la sua poppata con parole che Marco non può capire, ma di cui già avverte la tenerezza.

Per molto tempo il gusto del latte è l’unico ad essergli familiare, è quello che chiede a gran voce prorompendo in un pianto che si desta dai suoi istinti primari per smuovere gli animi e risvegliare gli assonnati genitori. È lui a dettare gli orari dei propri pasti, rispondendo ai pungoli della fame, e nulla lo acquieta se non quel latte che è stato il suo primo amico. Ma poi le settimane passano e di giorno in giorno scopre nuovi sapori, impara a riconoscere la differenza tra il dolce e il salato, esplora con la lingua le diverse sfumature di un mondo che appare sempre più vario.  Inizia a distinguere i gusti che gli piacciono da quelli che gli fanno storcere il naso, e così rifiuta categoricamente i broccoli, mentre batte le mani per l’eccitazione di fronte al formaggio.

Seduto nel seggiolone, Marco vede il cucchiaino volare verso la sua bocca come un aeroplanino, accompagnato dai versi di suo padre che tenta di trasformare ogni pasto in una grande avventura. Ogni volta che ingoia un boccone, i suoi genitori esplodono in esclamazioni di gioia, come tifosi allo stadio. La sua bocca è la caverna oscura dove tutti quei cibi scompaiono per sempre, e Marco si chiede dove vadano a finire, mentre assiste all’inspiegabile prodigio della propria crescita. Non può sapere che tutti quei sapori diventano parte di lui, andando a costituire i tasselli che compongono l’integrità del suo corpo; non può immaginare che quel latte ancora gli scorre nel sangue, e che quei broccoli gli vibrano di vita nelle cellule. E, anche quando lo saprà, stenterà a credere che quelle pappette e cremine si possano davvero trasformare in materia umana. Ma se lo dice papà, allora dev’essere vero.

 

 

Davide approfitta di un attimo di distrazione della professoressa per infilare la mano sotto il banco e riempirsi la bocca con una merendina, che poi mastica con la faccia rivolta verso il basso, sperando di non essere visto. Il gusto del pan di spagna e quello del cioccolato si mescolano sulla punta della lingua e Davide chiude gli occhi, godendosi il sapore zuccherino della trasgressione, mentre ancora una volta si chiede come possa sua madre definire “schifezze” quelle merendine che lui trova deliziose. Ha sempre le tasche dello zaino strabordanti di caramelle, cioccolatini e biscotti trafugati dalla dispensa ed è diventato ormai un esperto nel mentire quando sua madre gli chiede se è stato lui a fare incetta di dolciumi. Purtroppo, però, i brufoli che emergono sul suo viso come vulcani lo tradiscono e le sue bugie hanno vita breve, così come i barattoli di crema di nocciola che non durano mai a lungo, nonostante suo padre tenti di nasconderli dietro i pacchi di pasta. Sua madre marcia per casa furibonda, minacciando di non comprare più il cioccolato, ma Davide sa benissimo che non lo farà mai perché in fondo anche lei non potrebbe rinunciarvi.

Col passare degli anni, i furtarelli si fanno via via più rari, mentre più frequenti diventano le uscite con gli amici. Così nei pomeriggi d’estate Davide incontra i suoi compagni di scuola e, con la scusa di andare a prendere un gelato, passeggia con loro per le strade della città, raccontando episodi esilaranti delle sue vacanze, mentre nelle serate d’autunno ride insieme agli amici della squadra di basket, assaporando una pizza farcita con wurstel e patatine. Il suo primo bicchiere di vino lo fa sentire grande, e, mentre sul suo viso si fanno strada i segni dell’adolescenza, inizia a disdegnare l’aranciata e a preferire la birra, che gli offusca un po’ la mente e al contempo lo esalta, mentre sulla lingua sente ancora il sapore della trasgressione, che è mutato nel tempo, ma resta sempre inebriante.

 

 

Sofia afferra con una mano un tarallo dal sacchetto posto accanto a lei sulla scrivania, mentre con l’altra sottolinea una frase del libro di Letteratura Italiana che ha davanti agli occhi. È tutto il giorno che studia, china sui manuali dell’università, tentando di memorizzare quante più informazioni possibili prima di un esame che teme di non passare, e nella sua testa c’è una grande confusione di numeri e nomi, una matassa di nozioni che si fa via via più ingarbugliata mentre i minuti scorrono lenti, trascinandosi l’uno dietro l’altro con fatica. La noia e la stanchezza la costringono di tanto in tanto sbadigliare, la incoraggiano a prendersi una pausa e a gravitare inevitabilmente verso il frigorifero, fonte di ogni sua consolazione durante lo studio. Nel corso di una giornata mangia frutta, formaggi, arachidi e crostatine, rispondendo, più che alla fame, alla necessità di spezzare la monotonia di quelle lunghe ore trascorse a leggere e ripetere ad alta voce quello che riesce a ricordare. Ogni morso è accompagnato da un leggero senso di colpa, che prende vita sotto forma di una vocina che le martella in testa e le ricorda che non riuscirà mai a smaltire tutte le calorie che sta ingerendo, ma questa vocina è messa a tacere quando la forza di volontà di Sofia è vinta dalla consistenza e dal sapore del pecorino.

Nonostante il cibo sia per lei un pensiero fisso, al punto che ogni tanto teme che Dante le abbia già riservato un posto nel girone dei golosi, la sera quasi sempre si dimenticherebbe di cenare se non fosse per sua madre che le telefona e le ricorda di mangiare. Ma quando apre il frigorifero lo trova sempre troppo vuoto ed è con delusione che passa in rassegna la scatola di fagioli quasi finita, i pomodori un po’ ammaccati sparsi sul ripiano, i bocconcini di scamorza ancora chiusi nella loro confezione. Allora si ritrova a contare i giorni che mancano al suo ritorno a casa e inizia a stilare una lista di piatti che spera che sua madre le prepari per renderla felice durante il fine settimana passato con la famiglia. Sogna ad occhi aperti le lasagne, la carne alla pizzaiola, la torta agli amaretti che è la sua preferita da quando era bambina. Sentendo ormai l’acquolina in bocca, chiude il frigorifero e inizia a comporre un numero al telefono: ha deciso che, per questa sera, ordinerà la pizza.

 

 

Riccardo è tutto preso a leggere a un’importante email quando l’orologio digitale, confinato nell’angolo basso dello schermo, gli ricorda che è giunto il tempo della pausa pranzo. Si dice che mangerà non appena avrà finito di scrivere la risposta, ma ben presto si ritrova sommerso di richieste di approvazione di importanti documenti e il pranzo passa inevitabilmente in secondo piano. Tuttavia, trascorsi venti minuti, Riccardo non può più ignorare i morsi della fame, che si fanno sentire con sempre più insistenza.

Tira fuori dalla borsa una ciotola di plastica contenente un’abbondante porzione di parmigiana: è l’immancabile “schiscetta”, quella che si porta ogni giorno a lavoro da casa. Srotola il tovagliolo nel quale è avviluppata la forchetta e inizia a mangiare a grandi bocconi la parmigiana, rigorosamente fredda, perché il viaggio dal suo ufficio alla sala mensa con il forno a microonde gli pare un inutile spreco di tempo ora che ha tutto quel lavoro di cui occuparsi. Nonostante la temperatura non ideale, la parmigiana è buona, forse addirittura migliore di quanto non lo fosse la sera prima, quando sua moglie ne aveva preparato un’enorme teglia e ne aveva servito una porzione ciascuno mettendo prima da parte, con previdenza, un ampio quadrato da destinare al pranzo del marito per il giorno successivo.

Mentre si ingozza scavando con la forchetta nella ciotola, un boccone di parmigiana gli cade sulla tastiera, e Riccardo impreca e tenta di ovviare al danno con il tovagliolo, mentre sul computer appaiono sempre più email che lo spronano a tornare a lavorare. Le dita ricominciano a correre rapidamente sulla tastiera, e Riccardo non si accorge di aver dimenticato nella borsa una mela, la quale si dovrebbe ormai rassegnare ad essere riportata a casa, insieme alla forchetta e alla ciotola da lavare.

 

 

Latte. Uova. Pasta. Pesce. Farina.

Amelia ripete mentalmente la lista della spesa, maledicendosi per aver dimenticato a casa, come sempre, il foglietto sul quale si era appuntata tutto ciò che doveva acquistare. Cammina tra gli scaffali del supermercato, spingendo il carrello, muovendosi da un reparto all’altro con la sicurezza di chi conosce quel luogo bene quanto la propria casa. Controlla i prezzi, dà un’occhiata alle scadenze, calcola quanto latte deve comprare, quanta frutta può permettersi di prendere per essere sicura che non vada a male. Quando poi ha superato la cassa, dopo aver pagato, torna a casa, trascinando in ascensore sacchetti che paiono macigni, e poi è di nuovo fuori, pronta a saltare da un supermercato all’altro per andare a caccia di offerte, consultando i volantini come se fossero mappe del tesoro.

La sua mente è sempre in frenetica attività, tenuta in moto da una rapida colazione al mattino e da un misero yogurt ad ora di pranzo. Ma è a cena che la sua creatività si deve scatenare per ideare un pasto che soddisfi le richieste di tutti e che sia al contempo sano, gustoso e veloce da preparare. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, sembra incapace di accontentare l’intera famiglia: i figli si lamentano perché è la terza volta che c’è l’insalata quella settimana – ma d’altronde bisogna finire il cespo – mentre lei si preoccupa perché forse stanno mangiando troppa carne e non abbastanza legumi. Le cene diventano per lei uno stress che si aggiunge a quello accumulato durante la giornata, ma per fortuna ogni tanto suo marito si sostituisce a lei ai fornelli e riesce a sorprenderla con qualche piatto semplice ma sfizioso che riesce a fare contenti tutti e che non scarseggia di certo in fantasia, come quella volta che ha preparato una frittata mescolando alle uova tutto quello che gli capitava sotto il naso nel frigorifero, e ne è uscito fuori un piatto che da allora è conosciuto in famiglia con il nome di “pasticcio di papà”.

 

 

Lorenzo dispone con cura le fette di prosciutto crudo lungo il margine sinistro del grande piatto ovale, per poi deporre due mozzarelle al centro della composizione contornata da foglie di lattuga, ricottine e spicchi di tramezzini rivestiti di salse, salumi ed olive trafitte da stuzzicadenti. Si attarda un momento a contemplare la sua creazione, poi passa al piatto successivo e ripete i medesimi gesti, aggiustando di tanto in tanto la posizione di una tartina per migliorare il risultato finale. Con la stessa dedizione si assicura che la pasta sia cotta al punto giusto prima di scolarla e che il pollo sia tenero all’interno e croccante all’esterno prima di servirlo con un contorno di patate al forno cosparse di rosmarino. Non permette che nessun antipasto, primo o secondo lasci la sua cucina senza essersi prima assicurato che esso sia al contempo bello da vedere e buono da mangiare, come ogni opera d’alta cucina che si rispetti.

A ciascuno dei suoi piatti dona un nome particolare, che possa stuzzicare la curiosità di chiunque legga il menù, e così le composizioni di frutta diventano “mosaici”, gli assortimenti di rustici “fantasie”, le verdure di diversi colori vanno a formare un arcobaleno con sfumature che tendono al verde e all’arancione e che rendono più vivaci i secondi di carne e di pesce che si susseguono uno dopo l’altro davanti ai commensali, i quali si ripromettono che non toccheranno più cibo quel giorno per poi inevitabilmente cedere alle tentazioni dei delicati profumi che si innalzano dai loro piatti.

Talvolta, quando vede i camerieri portare via le sue belle composizioni, soffre al pensiero che esse saranno presto intaccate da forchette e coltelli, ma poi ricorda a se stesso che i suoi piatti sono opere d’arte che hanno una doppia vita: prima meravigliano con la loro bellezza, conquistando gli occhi con l’armonia dei colori e l’equilibrio delle forme, poi sorprendono con il loro sapore talvolta delicato, talvolta deciso, ma che è sempre una gioia per il palato. Ed è la soddisfazione a saziarlo quando vede ritornare, impilati gli uni sugli altri, i piatti vuoti, ripuliti fino a quasi non lasciare alcuna traccia di quello che era stato il loro contenuto, se non qualche ombra di salsa o fogliolina di insalata.

 

 

Teresa è seduta al tavolo della sua cucina immersa nel silenzio e osserva il piatto in attesa di fronte a lei. Inizia a mangiare lentamente, con la dentiera che le balla appena e la costringe ad affrontare ogni boccone con fatica, ma questo non le dispiace, poiché le offre l’occasione di soffermarsi su sapori che le riportano alla mente ricordi recuperabili solo attraverso le sensazioni. Ogni morso le dà una spinta lungo lo scivolo della memoria, richiamando momenti lontani che sembrano però ancora vivi, come se appartenessero al presente. E così quando beve del latte si sente ancora una bambina con il muso chiazzato di bianco, mentre quando assaggia una pesca ritorna ai giorni in cui si alzava in punta di piedi per rubare la frutta dagli alberi dell’orto del nonno o staccava le more dai cespugli, per ritrovarsi poi con le braccia rigate dalle spine e le labbra tinteggiate di un rosso violaceo. Il cioccolato, ora consumato in piccoli quadratini da succhiare piano, ha il sapore dei giorni di festa, il pane quello delle lunghe ore di lavoro nei campi. L’odore dei pomodori la riporta alle mattinate d’estate passate a fare la salsa, quello dei biscotti alle sere d’inverno trascorse a sfornare dolciumi, e, se si concede qualcosa di sfizioso, le pare di sentirsi ancora una regina, come quando durante un ricevimento di matrimonio vedeva passarsi sotto gli occhi piatti che avrebbe potuto solo sognare di assaporare da bambina. Eppure una parte di lei preferisce la sobrietà della sua cucina al fasto delle grandi sale, il sapore essenziale dei suoi piatti a quello ricercato delle ricette di illustri chef, gli intimi pranzi di Natale alle cene eleganti delle grandi occasioni. Ama impastare i fusilli con le proprie mani, modellare le polpette da immergere nel sugo, per poi osservare con un sorriso compiaciuto come tutti i parenti apprezzino il pasto e ridere un poco quando suo nipote, cuoco di professione, si avventa con scarsa eleganza sulla porchetta. E anche se talvolta la carne si bruciacchia in superficie o la pasta manca di sale, sa che la gioia di ritrovarsi tutti insieme attorno alla tavola renderà indulgenti anche i palati più raffinati e saprà restituire sapore anche ai piatti più insipidi.

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SASSI DI PATATE

Mia nonna si chiamava Carmelina e tutti i giorni andava al campo a raccogliere da mangiare. E raccoglieva patate, perché nel campo c’erano solo patate. Mio nonno, Mimino, diceva che nel campo c’erano troppi sassi, ma che sassi e patate andavano d’accordo e quindi quelle piantava, quelle mia nonna raccoglieva e quelle, ogni sera, noi ci mangiavamo. Però a cena, dovevamo fare attenzione, perché mia nonna non ci vedeva tanto bene e aveva gli occhi offuscati dalla cataratta e  ogni tanto, invece di raccogliere una patata, raccoglieva un sasso e lo cucinava. Per questo motivo a cena ogni volta che la nonna mestolava nel piatto e sentivamo ”tan”, sapevamo che nel piatto non aveva messo solo patate ma anche qualche sasso e noi picciriddi, sentendo quel “tan”, ci ammazzavamo dalle risate.

Mio nonno era vecchio, era talmente vecchio che aveva una gamba di qua e una gamba di là e tutti in paese lo chiamavano “lu zuppo”. Ma a mio nonno, quel soprannome, non piaceva  e quando dal campo passavano le persone che gli gridavano “lu zuppo! lu zuppo!” lui dal campo gli tirava le pietre, ma visto che anche mio nonno non ci vedeva tanto bene, spesso gli tirava dietro qualche patata. I cristiani, allora, ricevendo addosso le patate se le infilavano velocemente in tasca e scappando gridavano soddisfatti del bottino: “ Grazie Mimino u zuppo! Grazie!” e se ne andavano ridendo.

Mio nonno era vecchio, talmente vecchio che ha fatto addirittura la prima guerra. Un giorno se ne stava al campo quando arrivò suo padre buonanima, Mimino pure lui. Quel giorno gridava a mio nonno “Mimino, Mimino… corri, Mimì!”. Mio nonno credendo che fosse accaduto qualcosa alla madre corse più veloce che poteva, anche se in realtà non poteva correre perché era zoppo.

–       Che c’è papà?

–       C’è che sei stato chiamato!

–       Ma dove?

–       Sei stato chiamato in guerra!

–       Ma come? Sono zoppo! – gli rispose mio nonno.

Allora suo padre gli disse – Mimì la vedi questa pietra?

–       Sì

–       La vedi questa patata?

–       Sì.

–       Tra pietra e patata cosa scegli di essere?

–        Una patata! – disse mio nonno

–       Bravo! Ma in guerra pietre e patate servono tutte e due, perché con le patate tu ti sfami e con le pietre tu ti difendi e tu Mimino, figlio mio zuppo, non sei solo una patata tu sei soprattutto una pietra, quindi vai in guerra!

E Mimino, mio nonno, “lu zuppo” partì e si fece tutta la guerra in trincea a scavare la terra per nascondersi sottoterra come una patata. Mio nonno mi disse che patate anche in guerra gli toccava di mangiare, ma che a lui non gli dispiaceva perché mangiando patate gli sembrava di stare più vicino a casa e al suo campo di sassi e patate. Mio nonno mi disse che in tasca si teneva sempre i una patata e la lasciava lì per giorni, settimane e pure mesi. Mi disse che le patate germogliavano in tasca come ad allungare le braccia per tornare alla loro terra. Lui tornò, più zoppo di prima, perché gli spararono ad una gamba e quando tornò mia nonna l’abbracciò piangendo e lo strinse forte. Dopo aver salutato l’amata, mio nonno iniziò a camminare verso il campo di sassi. Arrivato vide che nel campo, i sassi, si erano moltiplicati, sembravano raddoppiati, centuplicati. Mio nonno allora si infilò una mano in tasca e prese una di quelle patate con il germoglio, una delle patate della trincea, la portò alla bocca e dopo averla baciata la piantò sottoterra. Quella fu la prima di tante patate che noi picciriddi, la sera, stando attenti al “tan”, ci mangiavamo..

Quando il nonno morì, morì veloce, morì talmente veloce che quando mi gridarono: “curri, curri che il nonno stà male!” il nonno era già morto. Se ne andò così via, in un istante, nella velocità di un curri, curri e non riuscii nemmeno a salutarlo. Mio nonno morì nel suo campo tra i sassi e le patate, dissero che lo trovarono a pancia all’aria boccheggiando come un pesce in un fiume in secca. Mia madre mi raccontò che prima di sospirare le strinse la mano dicendogli “bacia Carmelina”. Mia madre gli rispose “la baci tu a mammà quando torniamo a casa” e mio nonno gli strinse forte la mano ribadendo con rabbia “ti dissi, bacia Carmelina”. L’amore dei miei nonni era grande, era talmente grande che andava al di là delle parole dette e non dette, al di là delle azioni fatte o non fatte. Un amore di altri tempi, fatto di doveri da compiere, di sacrifici da fare in nome di una promessa fatta davanti a Dio. “bacia Carmelina” disse e fu lì che mia madre grido curri, curri e quando correndo arrivai, mio nonno era già partito. Ricordo che aveva la faccia stanca e stringeva nelle mani tre patate, le ultime tre patate raccolte.  Il giorno del funerale di mio nonno era un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sette, ma siccome sette persone per mia nonna erano poche, chiamò altre sette persone che io non avevo mai visto prima. Queste sette persone si disperavano e urlavano il nome di mio nonno. Quando però tornammo a casa, dopo aver messo il nonno sottoterra insieme alle ultime tre patate raccolte, quelle sette persone ricevettero  dei soldi da mia nonna e se ne andarono felici, mentre noi continuavamo a piangere. Fu allora che mia nonna iniziò a guardarmi con uno sguardo colmo di tristezza, era come se nei miei occhi cercasse gli occhi di suo marito che non avrebbe mai più rivisto se non attraverso i miei. Fu allora che mia sorella si avvicinò a mia madre e chiese: ”mamma ma il nonno quando torna?” e mia madre accarezzandola rispose “il nonno torna presto”. E aveva ragione perché il nonno non se ne andò mai. La nonna, che da quel giorno si vestì sempre di nero, apparecchiava tutti i giorni per lui e diceva che c’era anche se non c’era e che bisognava rispettare il suo desiderio d’apparecchiare. E che se qualcuno si sedeva al posto del nonno le abbuscava col battipanni. Ma la vita, alla morte del nonno era cambiata, la nonna passava le giornate al campo a lavorare e mia madre cercava di dissuaderla, che quello era un lavoro da masculi e che non gli faceva bene di fare tutto lei. Mia nonna era sorda a questi rimproveri. Tutte le mattine partiva con in mano il rosario e tutte le sere tornava sul carro recitando le preghiere. Mia nonna soffriva e soffrì talmente tanto che dopo pochi mesi morì. La ricordo ancora, sul letto di morte, tutta vestita di nero con i capelli bianchi e magra, magra che pareva una carrubba. Il giorno della sua morte intimorito mi avvicinai al letto e lei sottovoce mi disse “ricordati che anche se io non ci sarò più e nessuno apparecchia, al posto del nonno nessuno può sedersi, neppure tu”. Quando morì mia nonna era anche quello giorno un giorno bellissimo, c’era un sole che spaccava le pietre. Al funerale eravamo in sei, ma visto che sei persone erano poche mia madre chiamò altre sei persone che si disperarono e piansero e poi presi i soldi se ne andarono ridendo. Quel giorno tornati a casa mia sorella non fece domande, aveva capito che cos’era la morte. E che i morti non tornano. Fui io però a fare una domanda a mia madre; la guardai dritta negli occhi e gli dissi :”mamma, ma anche tu morirai?” e lei mi rispose sorridendo “certo figlio mio, ma il giorno che accadrà tu mi devi promettere una cosa”  io gli feci un cenno con il capo come per dire sì. Allora mia madre concluse “ figlio mio mi devi promettere che quando io morirò al mio funerale sarete in cinque e cinque soli e che tu, figlio mio, apparecchierai la tavola  e mangerai al mio posto”. Ed è per questo che oggi ho apparecchiato e mangerò patate e scrivo queste poche righe di ricordo e di storia dal posto che fu di mia madre e che ora è il mio di posto…

 

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PAMELA

Pamela era tonda e rossa, perciò tutti la chiamavano Mela. Era anche dolce come un frutto, ma questo non lo sapeva nessuno. Suo padre aveva un’amante – questo, però, lo sapevano tutti. L’aveva conosciuta un’estate di qualche anno prima, e le aveva ammiccato proprio sotto lo sguardo della moglie. L’amante era la loro vicina d’ombrellone, e Pamela all’inizio non aveva capito. Aveva solo dodici anni, Pamela, e quella donna le pareva una sirena, con le labbra violette e le gambe lunghissime.

Quell’estate ligure Pamela la ricorderà sempre perché sulla spiaggia, mentre la sirena e suo padre si scambiavano sguardi, dagli occhi della madre fuggì qualcosa. Qualcosa le scivolò via dallo sguardo, proprio così. Pamela per anni pensò che aveva perso la gioia che le teneva gli occhi allegri, ma poi capì che aveva smarrito se stessa, sua madre, aveva smarrito se stessa tra le scogliere, era franata negli abissi del mondo.

Quell’estate ligure Pamela la ricorderà sempre perché da quel momento sua madre prese a guardarla con occhi enormi, allucinati. Entrava con lei in bagno, si chiudeva la porta alle spalle e si spogliava completamente. Nuda, ripeteva forte: “Sei tu che mi hai fatto questo!” e le imponeva il desolante spettacolo del suo corpo pesante, sformato, grondante di grasso dal collo alle caviglie. I seni cadenti e grossi, le vene viola che laceravano il ventre, i fianchi duri e larghi, le gambe gonfie. Un corpo decadente, quello di sua madre, un corpo invecchiato presto, spaventoso e ripugnante. Pamela non voleva guardare: chiudeva gli occhi, cacciando via quell’immagine.

Mormorava piano: “Mamma, mamma…”, ma sua madre non c’era, non rispondeva, continuava ad urlare.

“Guardami! Smettila di frignare e guardami!”

Le comprimeva il piccolo volto nelle immense mani fino a quando la figlia non riapriva gli occhi e li piantava in quel molle paesaggio grigio e rosa. Pamela piangeva. Attraverso le lacrime quella massa che si ritrovava davanti era fluida, correva da tutte le parti: sembrava di essere in un acquario, davanti a un grosso pesce che presto l’avrebbe divorata.

Pamela se lo sognava la notte, quel corpo, appeso come i salami dal macellaio. Sognava quel corpo smembrato e agonizzante, grondante di sangue. Qualcuno gridava. Lontano si poteva scorgere sua madre scappare da quella carneficina, correre verso il mare; Pamela, però, non poteva muoversi: qualcuno le bloccava la testa e la obbligava a guardare il corpo maciullato.
Quando si svegliava era tutta un tremore e le pareva di sentire un tamburo suonarle veloce nel petto. Nascondendosi sotto le coperte pensava che se lei non fosse nata sua madre si sentirebbe ancora bella, e suo padre la guarderebbe come guardava la sirena sulla spiaggia di sole. Pensava che quel buio silenzioso e sospeso della sua stanza avrebbe forse potuto risucchiarla fuori dalla vita, e lo sperava davvero. La mattina, però, la luce tornava ad inondare la camera, e lei capiva che la notte non l’aveva trascinata via.

Così Pamela mangiava, mentre i sensi di colpa la divoravano e il corpo di sua madre la perseguitava. Aveva voglia di scomparire e mangiava. Si strafogava di cibo, Pamela, divorava qualsiasi cosa le capitasse davanti. Inghiottiva quantità strabilianti di dolciumi, soprattutto, e non poteva arrestarsi, non riusciva a frenare quelle mani fameliche. Parevano aver vita propria, le mani di Pamela, sembrava che in quella carne fosse imprigionato lo spirito di sua madre, che la obbligava a mangiare. Pamela non aveva fame, no, ma continuava a infilarsi cibo in bocca. Si vergognava di se stessa, del modo disgustoso in cui lo faceva. Osservava le briciole caderle sul petto, accumularsi tra le pieghe dei vestiti e precipitare sul pavimento; il succo zuccherato della frutta le colava sul mento, si appiccicava alle guance, le macchiava le magliette. Inorridiva al suono della pasta sminuzzata tra i denti, al rumore dei biscotti sbriciolati sulla lingua e a quello delle caramelle dure spezzate tra i molari. Ma soprattutto, la disgustava masticare la carne, passare la lingua sui denti e sentire che dei pezzetti erano rimasti intrappolati lì come prigionieri tra sbarre bianche: le venivano in mente i suoi sogni terribili, con la carne molle della madre appesa dal macellaio.
Odiava tutto questo, ma continuava a mangiare. Voleva così cacciare il dolore che aveva preso ad abitare quella casa; voleva che sua madre dimagrisse, che tutto quel grasso le scivolasse via dalle ossa. Voleva, soprattutto, inghiottire l’infelicità e la paura che la pervadevano e seppellirle in fondo allo stomaco, in quel buio abisso che era il corpo umano. Pensava che lì non l’avrebbero più assalita come bestie affamate – non si sarebbero più cibate, l’infelicità e la paura, della sua mente, dei suoi respiri.

Pensando di strappar via quel corpo rivoltante dall’anima di sua madre, Pamela mangiava, pronta ad assumere su di sé il peso dell’intero organismo che l’aveva data alla luce; pronta a fondere il proprio corpo col suo per liberarle entrambe di quel male, per accogliere la sofferenza materna nel proprio petto, per riuscire ad avere indietro la mamma, quella vera.

Poche volte, in quegli anni, Pamela vide lo sguardo della donna che l’aveva generata tornare luminoso. Quelle volte sua madre cucinava piatti meravigliosi, saporiti, pieni di odori buoni, e i suoi occhi non erano più allucinati, tornavano umidi e quieti. Alla mamma era sempre piaciuto cucinare; lo faceva con gioia: apriva le finestre e cantava, girando a piedi nudi sul pavimento della cucina, i capelli coperti da bandane azzurre. In quei momenti voleva essere sola, non si faceva aiutare da nessuno: diceva che quello era l’unico momento in cui poteva ritrovare la pace. Perciò Pamela, che non voleva disturbarla, si faceva piccola piccola e la sbirciava dallo stipite della porta. La osservava danzare sulle piastrelle pulite: le sembrava così leggera, come se quel suo corpo monumentale si librasse fino al soffitto.
Quelle volte Pamela credeva che tutto ciò che era successo fino ad allora fosse stato solo un altro dei suoi brutti sogni, pensava che sua mamma non era mai scivolata via sulla sabbia, strisciando fino in fondo al mare. Pamela sorrideva e ascoltava quel canto diffondersi in tutta la casa, ed era come addormentarsi in un tiepido sopore; come quando era bambina e, le mattine d’inverno, ancora immersa nel dormiveglia, si rannicchiava sotto le coperte mentre il caldo la avvolgeva. Allora la mamma le si sedeva accanto e cantava piano al suo orecchio, carezzandole i capelli, in modo che il suo risveglio fosse dolce, dolce e piacevole.
Quelle volte, mentre sua mamma cantava e cucinava piatti prelibati, Pamela sentiva dentro di sé qualcosa tremare e chiudeva gli occhi. Aveva paura di riaprirli: temeva di scoprire che sua mamma era scomparsa di nuovo, ché forse le finestre aperte avevano fatto volar via il suo spirito. Perciò la parte migliore era quella in cui abbassava le palpebre ed era come le mattine d’inverno, quando tutto andava lento e il mondo fuori mormorava piano una musica francese.

*

Col passare degli anni, invece, Pamela divenne Mela, tonda e rossa come un frutto. Il liceo era cominciato e già quasi finito e lei non era riuscita a salvare l’anima di sua madre, a strapparla via da quella caverna di tenebre che era il suo corpo sempre più pesante. Non era più riuscita nemmeno a guardarsi allo specchio, Pamela: le volte in cui aveva catturato la propria immagine in quel mondo impalpabile di vetro, infatti, non aveva sorpreso altro che il corpo di colei che l’aveva messa al mondo. Col passare degli anni Pamela divenne Mela, e Mela divenne sua madre.

Continuava a mangiare quanto prima, instancabilmente, anche se la verità è che Mela era esausta. Esausta di quel male che le si attorcigliava nella gola e che non riusciva ad estirpare, di quella fame insaziabile e nervosa, degli incubi; di sentirsi così: infinitamente antica, debole, sola. Mela era così esausta che aveva voglia di morire. Eppure non poteva smettere di far quello che seguitava a fare da anni, dalla mattina alla sera: mangiare. Perché, anche se odiava se stessa e il disgustoso modo che aveva di infilarsi il cibo in bocca, mangiare le dava un poco di conforto. L’alleviava, per pochi istanti, del peso che le gravava sul petto.

Mela, però, non mangiava cibo. Mandava giù palate di rimorsi, di terrore, d’insicurezze, di dolorosa solitudine. Quel groviglio amaro si presentava nella veste di paste, salumi e leccornie e si faceva spazio dentro il suo stomaco in maniera brutale. Così Mela non faceva altro che ingurgitare la parte più spaventosa e oscura di se stessa, fino a farla sedimentare nel corpo straniero in cui era intrappolata – il corpo di sua madre –. A volte voleva vomitare, buttare fuori se stessa da quella caverna mostruosa e lasciar correre via la piccola Pamela impaurita e tremante che ancora viveva in quel buio profondo.
Altre volte no, non aveva le forze per lottare coi demoni che abitavano con lei la grotta nera piena di echi e rimbombi. Questo accadeva di notte, quando non riusciva a dormire. Allora andava in cucina e si versava una grande tazza di latte; chiudeva gli occhi e cercava di bere tutto in un sorso solo, trattenendo il respiro. Sperava che il latte le entrasse nei polmoni e la facesse morire, sperava di annegare in quel freddo bianco per poi cadere a terra e non svegliarsi più. In qualche modo, però, Mela riusciva a finire il latte prima che le colasse giù nei polmoni. Ce la metteva tutta, in quelle notti, a morire. Ma Mela non moriva, perché quelle mani che non erano sue smettevano di premerle la tazza contro le labbra proprio nel momento in cui le mancava il fiato. Il latte le finiva in faccia, e allora il liquido fresco cadeva giù, sotto la camicia da notte, tra le pieghe del suo corpo tondo e pieno. Ed è così che Mela usava il latte, primissima e preziosa fonte di vita, per smettere di vivere.

Mela trovava l’assurdo meccanismo che la induceva a trangugiare cibo – dolore, sollievo, malessere – crudele e brutale, e la colpa era solo di quella donna ormai sconosciuta che viveva con lei. Mela odiava sua madre e la follia che le si agitava dentro, la odiava anche e soprattutto perché si era impossessata del suo corpo di bambina e l’aveva trasformato in una creatura mostruosa.
Eppure, quando sua madre cantava e preparava da mangiare per tre, apparecchiando la tavola per la famiglia del passato, perennemente dimentica del fatto che l’uomo che aveva amato l’avesse abbandonata, Mela mangiava anche la porzione destinata a suo padre. Lo faceva per farla felice, perché desiderava in maniera folle e disperata che sua madre l’abbracciasse, che tornasse quella di prima, che capisse quanto amore lei, sua figlia, così fedele, ancora le riservava.

“Dov’è?” chiedeva sua madre, smarrita, con occhi vacui.
“Stasera non c’è, lavora”.
“E quando torna?”
“Domani, mamma”.
“E il suo piatto? Come facciamo? Il suo piatto! Ho cucinato per lui! Il suo piatto!”
“Mangio io, mamma, non ti preoccupare, stai tranquilla”.

A quelle parole, sua madre si calmava. Si sedeva e studiava Mela finire la sua porzione e quella del padre. Allora le sorrideva e diceva con affetto: “Come sei brava, bambina, come sei brava” e Mela, a sentirla, si commuoveva nel profondo.

Da parecchi mesi, ogni giorno, la medesima scena andava ripetendosi. Ogni sera sua madre preparava la cena per quel marito che tanto aveva adorato, e lo attendeva. Ogni sera dimenticava che non sarebbe mai arrivato, che l’aveva abbandonata. Ogni sera quella grossa donna che era sua madre diveniva fragile e mansueta come una bambina, e a Mela, diventata madre di sua madre, veniva da piangere. Così, pur detestandola, ogni sera mangiava per sé e per suo padre per farla felice, e le diceva che era un’ottima cuoca. Sua madre sorrideva guardando lontano – forse quel mare ligure di tante estati prima – e pareva davvero che mai alcun dolore avesse gravato sul suo cuore.

A Mela sembrava di elemosinare, ogni sera, un affetto che altrimenti non le sarebbe mai più stato concesso. Quel “Come sei brava, bambina, come sei brava” era l’unico vero nutrimento che la tenesse in vita, che le facesse scivolare addosso le ore nell’attesa del momento in cui il giorno sbiadiva nel cielo: il momento in cui sua mamma cantava davanti ai fornelli. Mela ingurgitava cibo di continuo, ma era convinta che, se ogni sera non avesse udito quelle parole, il suo stesso corpo le sarebbe crollato addosso, travolgendola con tutto il peso che a fatica sopportava.

*

Era l’ultimo anno di liceo. Mancava poco alle vacanze di Natale e le porte delle classi erano spalancate, tutti i ragazzi ridevano e parlavano a voce alta, correvano sulle scale e si scambiavano gli auguri.

Mela, invece, tremava tutta sola in mezzo al corridoio della scuola, ansimando forte. Corse nel bagno incespicando nei suoi stessi piedi, col cuore che batteva troppo in fretta – desiderava quelle mattine d’inverno, quando il mondo girava piano –. Le si annebbiò la vista, mentre i pensieri le vorticavano nella testa e lei non riusciva a fermarli. Ancora una volta, era priva di controllo sul suo stesso corpo: non riusciva a calmare quel violento tremore che la scuoteva dalle gambe alle mani – quelle mani che non erano mai state sue.

“Apri gli occhi, apri gli occhi e guardami”.

Qualcuno era entrato nel bagno con lei e si era chiuso la porta alle spalle, le aveva preso la testa tra le mani. Lei aveva cominciato a dimenarsi: pensava che fosse sua madre. Sua madre faceva proprio così, entrava nuda nel bagno e se lei chiudeva gli occhi la obbligava ad aprirli, la forzava a guardare.

“Respira, dai, apri gli occhi. Guardami, non aver paura…”

Era come una musica dolce, quella che le arrivava sul viso. Così dolce che avrebbe voluto addormentarsi, lasciarsi invadere dal tepore e dormire, solo dormire, finalmente dormire.

“Guardami, Pamela, forza!”

Nessuno, a scuola, la chiamava Pamela. Solo Mela. Aprì gli occhi e si accorse, imbarazzata, di essere stretta in un abbraccio caldo, stesa per metà sul pavimento. Lentamente smise di agitarsi e di tremare.

“Ti ho vista in corridoio, ho visto che non stavi bene, eri pallida e tremavi e allora…”
“Chi sei?”
“Sono Ismael, ma tu chiamami Mael… mi chiamano tutti Mael” mormorò la voce.

Pamela guardò il volto del ragazzo: aveva la pelle scura, lunghe ciglia nere, il sorriso un po’ storto di chi sorride poco. Si ricordò di Ismael: facevano spagnolo insieme da due anni; era molto alto e magrissimo, se ne stava sempre chino sul banco, parlava a voce bassa. Si rese conto di non averlo mai guardato bene. Non aveva mai fatto veramente attenzione a nessuno, a scuola, perché mai avrebbe sperato che qualcuno si accorgesse di lei. Così lei non si era accorta degli altri.
Ora lo guardava bene. Il suo viso le piaceva.

“Grazie, Mael”.

Pensò a quel nome: Mael. Le ricordava il miele. Lo sussurrò, assaporandone il suono sulle labbra. Dopo qualche istante di silenzio, Mela sorrise: si accorse che Mael era l’anagramma del suo nome.

 

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