giovedì, 24 Giugno 2021

TRANCI DI VITA

Marco non conosce ancora il proprio nome quando per la prima volta viene accolto dal seno della madre e poggia la sua testolina sulla pelle calda, per poi strisciare con la guancia in cerca del capezzolo. Finalmente lo trova e l’istinto lo spinge a succhiare, mentre tiene chiusi gli occhi non ancora abituati alla luce del mondo. Il latte gli invade la bocca che fa così conoscenza con il suo sapore, dolce come la voce che accompagna la sua poppata con parole che Marco non può capire, ma di cui già avverte la tenerezza.

Per molto tempo il gusto del latte è l’unico ad essergli familiare, è quello che chiede a gran voce prorompendo in un pianto che si desta dai suoi istinti primari per smuovere gli animi e risvegliare gli assonnati genitori. È lui a dettare gli orari dei propri pasti, rispondendo ai pungoli della fame, e nulla lo acquieta se non quel latte che è stato il suo primo amico. Ma poi le settimane passano e di giorno in giorno scopre nuovi sapori, impara a riconoscere la differenza tra il dolce e il salato, esplora con la lingua le diverse sfumature di un mondo che appare sempre più vario.  Inizia a distinguere i gusti che gli piacciono da quelli che gli fanno storcere il naso, e così rifiuta categoricamente i broccoli, mentre batte le mani per l’eccitazione di fronte al formaggio.

Seduto nel seggiolone, Marco vede il cucchiaino volare verso la sua bocca come un aeroplanino, accompagnato dai versi di suo padre che tenta di trasformare ogni pasto in una grande avventura. Ogni volta che ingoia un boccone, i suoi genitori esplodono in esclamazioni di gioia, come tifosi allo stadio. La sua bocca è la caverna oscura dove tutti quei cibi scompaiono per sempre, e Marco si chiede dove vadano a finire, mentre assiste all’inspiegabile prodigio della propria crescita. Non può sapere che tutti quei sapori diventano parte di lui, andando a costituire i tasselli che compongono l’integrità del suo corpo; non può immaginare che quel latte ancora gli scorre nel sangue, e che quei broccoli gli vibrano di vita nelle cellule. E, anche quando lo saprà, stenterà a credere che quelle pappette e cremine si possano davvero trasformare in materia umana. Ma se lo dice papà, allora dev’essere vero.

 

 

Davide approfitta di un attimo di distrazione della professoressa per infilare la mano sotto il banco e riempirsi la bocca con una merendina, che poi mastica con la faccia rivolta verso il basso, sperando di non essere visto. Il gusto del pan di spagna e quello del cioccolato si mescolano sulla punta della lingua e Davide chiude gli occhi, godendosi il sapore zuccherino della trasgressione, mentre ancora una volta si chiede come possa sua madre definire “schifezze” quelle merendine che lui trova deliziose. Ha sempre le tasche dello zaino strabordanti di caramelle, cioccolatini e biscotti trafugati dalla dispensa ed è diventato ormai un esperto nel mentire quando sua madre gli chiede se è stato lui a fare incetta di dolciumi. Purtroppo, però, i brufoli che emergono sul suo viso come vulcani lo tradiscono e le sue bugie hanno vita breve, così come i barattoli di crema di nocciola che non durano mai a lungo, nonostante suo padre tenti di nasconderli dietro i pacchi di pasta. Sua madre marcia per casa furibonda, minacciando di non comprare più il cioccolato, ma Davide sa benissimo che non lo farà mai perché in fondo anche lei non potrebbe rinunciarvi.

Col passare degli anni, i furtarelli si fanno via via più rari, mentre più frequenti diventano le uscite con gli amici. Così nei pomeriggi d’estate Davide incontra i suoi compagni di scuola e, con la scusa di andare a prendere un gelato, passeggia con loro per le strade della città, raccontando episodi esilaranti delle sue vacanze, mentre nelle serate d’autunno ride insieme agli amici della squadra di basket, assaporando una pizza farcita con wurstel e patatine. Il suo primo bicchiere di vino lo fa sentire grande, e, mentre sul suo viso si fanno strada i segni dell’adolescenza, inizia a disdegnare l’aranciata e a preferire la birra, che gli offusca un po’ la mente e al contempo lo esalta, mentre sulla lingua sente ancora il sapore della trasgressione, che è mutato nel tempo, ma resta sempre inebriante.

 

 

Sofia afferra con una mano un tarallo dal sacchetto posto accanto a lei sulla scrivania, mentre con l’altra sottolinea una frase del libro di Letteratura Italiana che ha davanti agli occhi. È tutto il giorno che studia, china sui manuali dell’università, tentando di memorizzare quante più informazioni possibili prima di un esame che teme di non passare, e nella sua testa c’è una grande confusione di numeri e nomi, una matassa di nozioni che si fa via via più ingarbugliata mentre i minuti scorrono lenti, trascinandosi l’uno dietro l’altro con fatica. La noia e la stanchezza la costringono di tanto in tanto sbadigliare, la incoraggiano a prendersi una pausa e a gravitare inevitabilmente verso il frigorifero, fonte di ogni sua consolazione durante lo studio. Nel corso di una giornata mangia frutta, formaggi, arachidi e crostatine, rispondendo, più che alla fame, alla necessità di spezzare la monotonia di quelle lunghe ore trascorse a leggere e ripetere ad alta voce quello che riesce a ricordare. Ogni morso è accompagnato da un leggero senso di colpa, che prende vita sotto forma di una vocina che le martella in testa e le ricorda che non riuscirà mai a smaltire tutte le calorie che sta ingerendo, ma questa vocina è messa a tacere quando la forza di volontà di Sofia è vinta dalla consistenza e dal sapore del pecorino.

Nonostante il cibo sia per lei un pensiero fisso, al punto che ogni tanto teme che Dante le abbia già riservato un posto nel girone dei golosi, la sera quasi sempre si dimenticherebbe di cenare se non fosse per sua madre che le telefona e le ricorda di mangiare. Ma quando apre il frigorifero lo trova sempre troppo vuoto ed è con delusione che passa in rassegna la scatola di fagioli quasi finita, i pomodori un po’ ammaccati sparsi sul ripiano, i bocconcini di scamorza ancora chiusi nella loro confezione. Allora si ritrova a contare i giorni che mancano al suo ritorno a casa e inizia a stilare una lista di piatti che spera che sua madre le prepari per renderla felice durante il fine settimana passato con la famiglia. Sogna ad occhi aperti le lasagne, la carne alla pizzaiola, la torta agli amaretti che è la sua preferita da quando era bambina. Sentendo ormai l’acquolina in bocca, chiude il frigorifero e inizia a comporre un numero al telefono: ha deciso che, per questa sera, ordinerà la pizza.

 

 

Riccardo è tutto preso a leggere a un’importante email quando l’orologio digitale, confinato nell’angolo basso dello schermo, gli ricorda che è giunto il tempo della pausa pranzo. Si dice che mangerà non appena avrà finito di scrivere la risposta, ma ben presto si ritrova sommerso di richieste di approvazione di importanti documenti e il pranzo passa inevitabilmente in secondo piano. Tuttavia, trascorsi venti minuti, Riccardo non può più ignorare i morsi della fame, che si fanno sentire con sempre più insistenza.

Tira fuori dalla borsa una ciotola di plastica contenente un’abbondante porzione di parmigiana: è l’immancabile “schiscetta”, quella che si porta ogni giorno a lavoro da casa. Srotola il tovagliolo nel quale è avviluppata la forchetta e inizia a mangiare a grandi bocconi la parmigiana, rigorosamente fredda, perché il viaggio dal suo ufficio alla sala mensa con il forno a microonde gli pare un inutile spreco di tempo ora che ha tutto quel lavoro di cui occuparsi. Nonostante la temperatura non ideale, la parmigiana è buona, forse addirittura migliore di quanto non lo fosse la sera prima, quando sua moglie ne aveva preparato un’enorme teglia e ne aveva servito una porzione ciascuno mettendo prima da parte, con previdenza, un ampio quadrato da destinare al pranzo del marito per il giorno successivo.

Mentre si ingozza scavando con la forchetta nella ciotola, un boccone di parmigiana gli cade sulla tastiera, e Riccardo impreca e tenta di ovviare al danno con il tovagliolo, mentre sul computer appaiono sempre più email che lo spronano a tornare a lavorare. Le dita ricominciano a correre rapidamente sulla tastiera, e Riccardo non si accorge di aver dimenticato nella borsa una mela, la quale si dovrebbe ormai rassegnare ad essere riportata a casa, insieme alla forchetta e alla ciotola da lavare.

 

 

Latte. Uova. Pasta. Pesce. Farina.

Amelia ripete mentalmente la lista della spesa, maledicendosi per aver dimenticato a casa, come sempre, il foglietto sul quale si era appuntata tutto ciò che doveva acquistare. Cammina tra gli scaffali del supermercato, spingendo il carrello, muovendosi da un reparto all’altro con la sicurezza di chi conosce quel luogo bene quanto la propria casa. Controlla i prezzi, dà un’occhiata alle scadenze, calcola quanto latte deve comprare, quanta frutta può permettersi di prendere per essere sicura che non vada a male. Quando poi ha superato la cassa, dopo aver pagato, torna a casa, trascinando in ascensore sacchetti che paiono macigni, e poi è di nuovo fuori, pronta a saltare da un supermercato all’altro per andare a caccia di offerte, consultando i volantini come se fossero mappe del tesoro.

La sua mente è sempre in frenetica attività, tenuta in moto da una rapida colazione al mattino e da un misero yogurt ad ora di pranzo. Ma è a cena che la sua creatività si deve scatenare per ideare un pasto che soddisfi le richieste di tutti e che sia al contempo sano, gustoso e veloce da preparare. Nonostante i suoi sforzi, tuttavia, sembra incapace di accontentare l’intera famiglia: i figli si lamentano perché è la terza volta che c’è l’insalata quella settimana – ma d’altronde bisogna finire il cespo – mentre lei si preoccupa perché forse stanno mangiando troppa carne e non abbastanza legumi. Le cene diventano per lei uno stress che si aggiunge a quello accumulato durante la giornata, ma per fortuna ogni tanto suo marito si sostituisce a lei ai fornelli e riesce a sorprenderla con qualche piatto semplice ma sfizioso che riesce a fare contenti tutti e che non scarseggia di certo in fantasia, come quella volta che ha preparato una frittata mescolando alle uova tutto quello che gli capitava sotto il naso nel frigorifero, e ne è uscito fuori un piatto che da allora è conosciuto in famiglia con il nome di “pasticcio di papà”.

 

 

Lorenzo dispone con cura le fette di prosciutto crudo lungo il margine sinistro del grande piatto ovale, per poi deporre due mozzarelle al centro della composizione contornata da foglie di lattuga, ricottine e spicchi di tramezzini rivestiti di salse, salumi ed olive trafitte da stuzzicadenti. Si attarda un momento a contemplare la sua creazione, poi passa al piatto successivo e ripete i medesimi gesti, aggiustando di tanto in tanto la posizione di una tartina per migliorare il risultato finale. Con la stessa dedizione si assicura che la pasta sia cotta al punto giusto prima di scolarla e che il pollo sia tenero all’interno e croccante all’esterno prima di servirlo con un contorno di patate al forno cosparse di rosmarino. Non permette che nessun antipasto, primo o secondo lasci la sua cucina senza essersi prima assicurato che esso sia al contempo bello da vedere e buono da mangiare, come ogni opera d’alta cucina che si rispetti.

A ciascuno dei suoi piatti dona un nome particolare, che possa stuzzicare la curiosità di chiunque legga il menù, e così le composizioni di frutta diventano “mosaici”, gli assortimenti di rustici “fantasie”, le verdure di diversi colori vanno a formare un arcobaleno con sfumature che tendono al verde e all’arancione e che rendono più vivaci i secondi di carne e di pesce che si susseguono uno dopo l’altro davanti ai commensali, i quali si ripromettono che non toccheranno più cibo quel giorno per poi inevitabilmente cedere alle tentazioni dei delicati profumi che si innalzano dai loro piatti.

Talvolta, quando vede i camerieri portare via le sue belle composizioni, soffre al pensiero che esse saranno presto intaccate da forchette e coltelli, ma poi ricorda a se stesso che i suoi piatti sono opere d’arte che hanno una doppia vita: prima meravigliano con la loro bellezza, conquistando gli occhi con l’armonia dei colori e l’equilibrio delle forme, poi sorprendono con il loro sapore talvolta delicato, talvolta deciso, ma che è sempre una gioia per il palato. Ed è la soddisfazione a saziarlo quando vede ritornare, impilati gli uni sugli altri, i piatti vuoti, ripuliti fino a quasi non lasciare alcuna traccia di quello che era stato il loro contenuto, se non qualche ombra di salsa o fogliolina di insalata.

 

 

Teresa è seduta al tavolo della sua cucina immersa nel silenzio e osserva il piatto in attesa di fronte a lei. Inizia a mangiare lentamente, con la dentiera che le balla appena e la costringe ad affrontare ogni boccone con fatica, ma questo non le dispiace, poiché le offre l’occasione di soffermarsi su sapori che le riportano alla mente ricordi recuperabili solo attraverso le sensazioni. Ogni morso le dà una spinta lungo lo scivolo della memoria, richiamando momenti lontani che sembrano però ancora vivi, come se appartenessero al presente. E così quando beve del latte si sente ancora una bambina con il muso chiazzato di bianco, mentre quando assaggia una pesca ritorna ai giorni in cui si alzava in punta di piedi per rubare la frutta dagli alberi dell’orto del nonno o staccava le more dai cespugli, per ritrovarsi poi con le braccia rigate dalle spine e le labbra tinteggiate di un rosso violaceo. Il cioccolato, ora consumato in piccoli quadratini da succhiare piano, ha il sapore dei giorni di festa, il pane quello delle lunghe ore di lavoro nei campi. L’odore dei pomodori la riporta alle mattinate d’estate passate a fare la salsa, quello dei biscotti alle sere d’inverno trascorse a sfornare dolciumi, e, se si concede qualcosa di sfizioso, le pare di sentirsi ancora una regina, come quando durante un ricevimento di matrimonio vedeva passarsi sotto gli occhi piatti che avrebbe potuto solo sognare di assaporare da bambina. Eppure una parte di lei preferisce la sobrietà della sua cucina al fasto delle grandi sale, il sapore essenziale dei suoi piatti a quello ricercato delle ricette di illustri chef, gli intimi pranzi di Natale alle cene eleganti delle grandi occasioni. Ama impastare i fusilli con le proprie mani, modellare le polpette da immergere nel sugo, per poi osservare con un sorriso compiaciuto come tutti i parenti apprezzino il pasto e ridere un poco quando suo nipote, cuoco di professione, si avventa con scarsa eleganza sulla porchetta. E anche se talvolta la carne si bruciacchia in superficie o la pasta manca di sale, sa che la gioia di ritrovarsi tutti insieme attorno alla tavola renderà indulgenti anche i palati più raffinati e saprà restituire sapore anche ai piatti più insipidi.

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La verità

La verità fa male a tutti, punto.

O quasi. Per esempio a Caterina Caselli la verità ha fatto bene, difatti con la sua canzone che faceva “la verità ti fa male lo sai” si è fatta i milioni.

Ma escluso lei e pochi altri, la verità fa male, malissimo.

 

Era qualche mese che io e la mia compagna non ci parlavamo. Non era più come all’inizio quando lei parlava e io stavo zitto, in quel periodo nessuno dei due parlava.

Quando era ora di andare a letto ci stendevamo sul materasso, lei a destra e io a sinistra, e stavamo in silenzio.

Muti.

Io guardavo il muro pensando se questa o quella macchia di muffa ci fosse sempre stata, lei leggeva un libro.

Secondo me faceva finta di leggere. Da quando abitavamo insieme, sette anni ormai, stava leggendo lo stesso romanzo.

Ogni tanto le arrivava un messaggio sul cellulare, lo leggeva e sorrideva, allora facevo finta che ne arrivasse uno anche a me e fingevo di leggerlo, senza sorridere.

Poi, senza chiedere se e quando, spegneva la luce.

Io restavo con gli occhi aperti nel buio a fissare qualcosa a caso che tanto non potevo vedere e, appena la sentivo russare, abbassavo le palpebre e mi mettevo a dormire.

Dormire, quello non lo faceva in silenzio.

 

Eppure anche il silenzio mi faceva male.

 

Già ai tempi della scuola pensavo che la verità facesse male. Che nessuno le potesse scampare.

Se mi interrogavano e dicevo di non aver studiato prendevo due, se stavo zitto quattro. Spesso, quindi, durante le interrogazioni stavo zitto, avendo così la certezza di non poter dire una cazzata, di non rivelare all’insegnante che non avevo capito niente della lezione.

La strategia era un po’ fallimentare e non dava molto valore aggiunto alla mia carriera scolastica, visto che sono stato bocciato due volte in seconda superiore e una in terza. In un istituto professionale.

Grazie a Dio non ho fatto il liceo.

Sarei ancora al primo anno.

 

Un giorno invece le mie certezze vacillarono.

Era un periodo che la sera uscivo con gli amici: “Sai, c’è il calcetto”, “Marco ha litigato con Claudia”, “Coso parte e ci vuole salutare” (Coso era un ragazzo entrato nel nostro giro di amicizie da circa sei-sette mesi e ancora non ero certo del suo nome, non che mi importasse particolarmente).

C’era sempre una scusa per uscire o almeno per non stare a casa, in silenzio, nel letto con la mia compagna.

La chiamavo sempre la mia compagna perché lei odiava essere chiamata la mia ragazza o la mia fidanzata. Odiava anche essere chiamata per nome. Quando parlavo di lei dovevo dire la mia compagna, porco cazzo.

E io la chiamo per nome ora: Sara.

Sara.

Sara.

Sara, Sara.

Tornando al discorso. Avevo ripreso ad uscire coi miei amici da poco tempo quando durante l’addio al celibato di Mauro, che noi chiamavamo Il Merda per il comportamento che manteneva nei confronti della sua futura moglie, avevo accidentalmente rimorchiato una ragazza.

Avevamo tutti bevuto come si può fare solo in un addio al celibato: rhum e coca, rhum e pera, rhum e ghiaccio, rhum e stocazzo, birra, vino, Tavernello e chissà cosa.

E oltre l’alcool che avevamo nello stomaco c’era quello sui vestiti.

Dopo il quinto giro di superalcolici non è sempre facile centrare la bocca col bicchiere.

Ci eravamo dati appuntamento con Coso per le due di notte, era lui lo sfortunato che quella sera non doveva bere per riportarci tutti a casa in macchina ma, quando fu ora di andare, lo trovammo sbronzo su un divanetto; io ne approfittai per continuare a bere.

Ero al bancone a scolarmi non ricordo che alcolico e un attimo dopo, senza sapere come, ero finito in bagno con una ragazza a cavalcioni su di me. Io avevo i pantaloni calati, lei il vestito alzato.

Io sapevo di Alcool, lei di marijuana.

Avevo tradito Sara.

Eravamo a festeggiare un futuro matrimonio, l’unione per una vita intera, o fino all’arrivo di un avvocato divorzista, e io avevo tradito Sara, la mia compagna da oltre sette anni.

Mi sentii una merda.

Certo, non ero ai livelli de il Merda che solo in quella sera si era limonato mezzo locale con la scusa che “all’addio al celibato tutto vale” e che, almeno una volta ogni dieci giorni, lo ritrovavamo sul sedile posteriore della sua vecchia Ford con una ragazza diversa.

Mi sentivo una merda ma ero ancora lontano dall’essere Il Merda.

 

Qualche settimana dopo decisi di dire alla mia compagna del tradimento.

La mia certezza che la verità facesse male era ormai diventata un misero dubbio. Avevo bisogno di rompere il silenzio tra noi. Il silenzio, sì, quello sì che faceva male.

Le raccontai quello che era successo durante l’addio al celibato. Di quanto fossi ubriaco, che non mi ricordavo niente e che mi sentivo una merda.

Lei si girò e mi diede una testata sul naso.

Quella notte dormii da Coso, che finalmente scoprii chiamarsi Patrick (lo avevo letto sul citofono).

Che cazzo di nome è Patrick?

Non glielo chiesi e restai zitto zitto, in silenzio per tutta la notte.

 

Le mie certezze avevano vacillato e portato all’essere di nuovo single.

La verità fa male, sempre.

Anche il silenzio fa male ma forse è un pochino meglio.

Dopo poche settimane da quando ci eravamo lasciati, o meglio lei mi aveva lasciato, Sara era rinata, sembrava perfino più giovane di quando l’avevo conosciuta.

Io invece ero invecchiato di mille anni. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti ero più vecchio del mondo stesso.

Porco cazzo.

Una volta ho parlato e sono rimasto fregato.

Fregato, single, con la barba lunga e la forfora.

Una sera decisi che era il momento di darmi una mossa, riprendere a vivere.

Andai al locale dove avevamo festeggiato l’addio al celibato per bermi una birra. Lì ho visto una ragazza che assomigliava tremendamente a quella con la quale avevo avuto la scappatella. O almeno credevo le somigliasse, visto che i miei ricordi di quella sera erano annebbiati dai fumi dell’alcool.

Mi chiesi se la colpa di tutto fosse sua, di quella ragazza, ma in cuor mio sapevo che non era così. È stata colpa della verità.

O del silenzio che si era formato a casa.

Scolai la birra e corsi nel mio nuovo monolocale in affitto. Avevo deciso che non avrei detto più niente.

Non che sarei stato in silenzio tutta la vita ma che avrei evitato di dire cose pericolose, impegnative.

Avrei scritto su un diario tutto ciò che non sarebbe stato conveniente dire nella vita reale.

Insulti verso il mio capo.

Insulti verso Mauro Il Merda.

Scrissi che avrei voluto abbracciare Patrick, nonostante quel nome orrendo.

Scrissi i miei segreti che mi ero ripromesso di non dire a nessuno. Di quando alle medie mi ero nascosto nello spogliatoio delle donne per spiarle, di quando rubai le sigarette ad un signore in stazione perché volevo provare a fumare.

Di quando ho tradito Sara.

Scrissi di tutte le donne con le quali ero stato. Tutte e quattro.

Marta, la mia prima ragazza. Era una delle sette ragazze presenti in tutto l’istituto tecnico che frequentavo e aveva un anno in più di me.

La nostra storia era basata sul sesso. Ogni tanto parlavamo di niente: fumetti, dei cartoni che guardavamo tornati da scuola, di quanto le piacesse guardare Beautiful con la madre. Parlavamo di niente, come tutti i fidanzatini a quell’età, e quando finivamo di parlare e calava il silenzio ci si spogliava. Ci baciavamo, ci toccavamo, cercando di non fare rumore, per non essere beccati dai nostri genitori.

In quello eravamo bravi.

Solo una volta siamo quasi stati beccati, da suo padre.

Lei era a cavalcioni su di me quando lui aprì la porta.

Noi eravamo stati zitti zitti durante il rapporto ma fummo traditi dal cigolare del letto. Ci alzammo di scatto e io per non far vedere che avevo i pantaloni a mezza coscia mi rannicchiai per terra facendo finta di essere interessatissimo a una presa della corrente, dicendo ogni tanto che secondo me era bruciata.

Scrissi di quanto ero pirla.

Barrai la parola ero e la corressi con SONO.

Raccontai di Sara.

Scrissi una pagina intera col suo nome: Sara, Sara, Sara, Sara, Sara…

Lei odiava che parlassi di lei usando il suo nome.

Scrissi del nostro primo bacio, quello sulla panchina di marmo del parco. Mi ero seduto su una scritta fatta a pennarello, Lucifero Culo, e non sapendo cosa dirle l’avevo baciata.

Non fu un bacio molto romantico, le avevo cacciato senza dirle niente almeno tre etti di lingua in bocca e le ero arrivato a raschiare l’esofago, però lei non si era tirata indietro, anzi, aveva iniziato a far mulinare la lingua.

Fu un bacio orrendo.

Il primo di una serie di baci orrendi. A volte sembra volesse mangiarmi. Sentivo i suoi denti sbattere contro i miei. Eravamo pessimi nei baci ma nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di dirlo. Perché comunque ci andava bene così.

Poi iniziò il silenzio.

La luce spenta senza dire niente, il tradimento.

La terza donna fu quella del locale. Su di lei non potevo scrivere niente, non sapevo nome, cognome e neanche il colore degli occhi. In realtà non mi ricordavo più neanche quello dei suoi capelli.

 

L’ultima donna, la quarta, era quella che mi ha insegnato più di tutti.

Quest’ultima, in realtà, non c’era mai stata con me. L’avevo solo toccata.

Ad essere sinceri sinceri non l’avevo mai toccata ma l’avevo sognata un sacco di volte.

Questa donna magnifica la sognavo da sempre. L’amavo da sempre. Era lei che mi aveva insegnato che la verità fa male.

Malissimo. Che nessuno scampa dalla verità.

E io l’avevo tradita. L’avevo tradita perché a Sara avevo detto la verità, le avevo detto che ero stato con un’altra. Avevo perso la mia opportunità di silenzio.

In una volta sola avevo tradito i miei due più grandi amori.

Ero io il vero Il Merda, non Mauro.

Avevo rovinato tutto solo perché avevo detto la verità.

Avevo deciso che il silenzio faceva più male della verità, non credendo a quello che mi aveva insegnato il mio amore di sempre.

Sono un idiota.

Eppure aveva fatto di tutto per farmi capire quanto facesse male la verità. A lei l’aveva uccisa, la verità. Aveva provato ad insegnarmelo, a farmelo capire, ma io niente. Se sono riuscito a farmi bocciare tre volte in un istituto professionale figuriamoci se potevo imparare una lezione di vita.

Non imparo un cazzo.

 

Le ultime pagine che ho scritto le ho dedicate a lei. Sorridente e malinconica allo stesso tempo.

A lei che me la immaginavo ogni sera sdraiata al mio fianco, lei a destra e io a sinistra, entrambi zitti a scrivere ognuno sul proprio diario.

Io che scrivevo di cose di poco conto ma che non potevo dire al mondo e lei che scriveva, riempiendo ogni millimetro della pagina, di cose che il Mondo non voleva che dicesse.

Io che scrivevo de Il Merda, di Patrick che era partito e non era più tornato o di quanto fosse pirla il nuovo vicino di casa.

Anche lei, come me, aveva iniziato il suo quaderno scrivendo quello che non poteva dire e parlando di donne. Di donne con le palle, quelle che si aprono i barattoli di marmellata da sole.

Che ti fanno il culo a strisce se le cose non le chiedi “per favore”.

Delle sue donne, che lei descriveva come emancipate.

Che cazzo significa poi, emancipate, all’istituto professionale mica si usano quelle parole.

Il silenzio con lei non era pesante come quello con Sara.

Non era un silenzio del tipo: tanto non abbiamo niente da dirci.

Era un silenzio del tipo: se iniziamo a parlare si sfondano gli argini e ti sommergo di parole, paroloni, sillabe, vocali e consonanti; parole a volte difficili, altre semplici, mai frivole.

Andrebbe a puttane il silenzio.

Sarebbe andato tutto a puttane se ci fossimo parlati, allora stavamo muti, io a sinistra e lei a destra.

Io che non pensavo più se questa o quella macchia di muffa ci fosse sempre stata.

Non pensavo più a Sara che spegneva la luce senza chiedere.

Il mio amore non lo faceva mai.

A volte fissavo il mio diario e pensavo a Patrick.

Alle partite di calcetto.

A quanta cazzo di voglia avevo di abbracciare Patrick.

A Il Merda.

Pensavo alle mie frivolezze.

 

Ero sempre io a voler andare a dormire per primo e ogni volta le chiedevo se potevo spegnere la luce.

Lei a volte diceva sì, altre che se non mi dispiaceva di lasciargliela accesa ancora qualche minuto, che non aveva ancora finito di scrivere.

Sembrava avesse la penna attaccata alla mano, un sesto dito che sputava inchiostro.

Quando finalmente diceva che potevo spegnere io mi allungavo verso di lei, con la scusa che sennò non arrivavo all’interruttore, e buttavo un occhio al suo diario.

Lei scriveva sempre di cose che il Mondo non voleva sentirsi dire.

Perché la verità, tranne che a Caterina Caselli e qualche altra persona, fa male.

Fa fottutamente male.

E lei lo sapeva e scriveva lo stesso.

Lei, Ilaria, scriveva di donne, armi, rifiuti e Mogadiscio.

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IL MISTERO DEL CIBO

Due uomini e due donne stavano seduti attorno a un grande tavolo imbandito con cibi e bevande di ogni tipo. La stanza nella quale si trovavano era completamente buia. Non potevano distinguere nemmeno le pareti, solo una debole luce li illuminava. Si guardavano confusi a vicenda, con gli occhi di chi non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Regnava un gran silenzio.

 

Fu l’uomo in sovrappeso il primo a parlare.

«Scusate, ma…» disse con un filo di voce e tutta la confusione del mondo «…cosa ci faccio qui?» Fece una pausa, poi riprese con maggior vigore. «Chi siete voi?!»

Gli altri lo guardarono perplessi. Nessuno rispose. La donna sulla quarantina scosse il capo con un’espressione assente, mentre la ragazza giovane si toccò il viso come per accertarsi che non si trattasse di un sogno. L’uomo magro, invece, rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto.

Si guardarono attorno spaesati per una decina di minuti. Fu di nuovo l’uomo in sovrappeso a rompere il silenzio.

«Ora ricordo!» Esclamò all’improvviso. Tutti lo fissarono incuriositi. «Mi chiamo Jackob e ho 32 anni. Vivo nel Maryland e attualmente sono disoccupato…» parlava tenendo gli occhi rivolti verso l’alto, sforzandosi di ricordare. Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano guardando in attesa che continuasse. Allora Jackob abbassò il capo e, appoggiandosi una mano sulla tempia, iniziò a verbalizzare quello che gli passava per la testa.

 

Non chiedetemi perché, ma in questo momento ricordo me da piccolo, all’età di dieci anni, mentre sto sdraiato sul divano di casa. Ero un bambino estremamente pigro. I miei amici andavano sempre a giocare al parco il pomeriggio, mentre io rimanevo a casa a guardare la tv. Ogni mezzora mi alzavo, andavo in cucina e prendevo qualche cosa da mangiare. Una panino, uno snack o una bibita… non importava molto cosa mangiassi, l’importante per me era sentire il mio stomaco sempre pieno.

Ora mi vedo a quindici anni: ero già in sovrappeso di 20 chili. A scuola gli altri ragazzi facevano battute sulla mia stazza. Non era il massimo, ma almeno mi sentivo considerato. Non ero più invisibile come quando andavo alle medie. Tutti presero a chiamarmi “Big J” e io sentivo che per la prima volta avevo un qualcosa che mi differenziava dagli altri. Ero Jackob, il ragazzo grasso che alle cene di classe mangiava più di tutti. Jackob, quello con lo stomaco senza fondo. Mangiavo anche se non avevo fame perché gli altri si aspettavano questo da me. Ben presto divenni schiavo del cibo. Ero abituato a mangiare in continuazione e se stavo anche solo mezzora senza farlo il mio stomaco cominciava a brontolare. Non ero più io che consumavo il cibo, era il cibo che consumava me.

Ora la mia mente mi riporta agli anni del college. Ricordo che quando vi entrai ero talmente grasso da far fatica a camminare. In quel periodo le battutine della gente facevano male. Non erano più simpatiche come prima, erano taglienti, sussurrate tra i denti. Nessuno gradiva la mia compagnia e non riuscii a farmi neanche un amico. Le ragazze poi… per loro era come se fossi invisibile. Non mi vedevano come un uomo, forse nemmeno come un essere umano. Tra tutte probabilmente era questa la cosa che mi faceva soffrire di più.

Così un giorno decisi di lasciare il college. Tornai a casa dalla mia famiglia, determinato a trovarmi un lavoro. Feci decine di colloqui, andai negozio per negozio chiedendo se avessero bisogno di personale, ma nessuno voleva uno come me… un malato. All’ennesimo rifiuto gettai la spugna. Mi chiusi in casa e da diversi anni ormai passo le mie giornate senza fare niente. Ovviamente in questo modo la mia salute è peggiorata, adesso peso quasi 150 chili. Un anno fa ho scoperto di avere il diabete, ma…

 

Si interruppe di netto. Alzò il viso e guardando gli altri disse: «…perché vi sto raccontando queste cose?» Sul suo volto si palesò un’espressione preoccupata. «Come ci sono arrivato qui?»

Anche questa volta nessuno seppe rispondere.

Seguirono alcuni minuti di silenzio, poi fu la donna sulla cinquantina a prendere la parola.

«Ora ricordo anche io chi sono», disse in tono controllato. «Mi chiamo Claudia e…» Come successe per Jackob, anche lei cominciò a raccontare. Ricordava e parlava nello stesso momento, senza filtro, come se quella storia la stesse raccontando prima di tutto a se stessa.

 

…sono nata in un piccolo paesino nella periferia sud di Milano, in Italia. Sono dirigente in una grande azienda. Non sono sposata e vivo da sola.

La mia mente mi riporta a una cena con amici di qualche anno fa. Probabilmente era prima che iniziassi ad avere problemi di stomaco. Sono ormai anni, infatti, che non mangio più fuori casa, la mia dieta non me lo consente.

Sapete, ho preso centinaia di farmaci per curare la mia gastrite cronica, ma non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Poi un giorno ho capito che per stare meglio dovevo cambiare il mio modo di mangiare. Così ho iniziato a leggere centinaia di articoli sulla corretta alimentazione. Grazie a internet oggi puoi avere tutte le informazioni che ti servono senza fatica! Riuscii da sola a crearmi una dieta perfetta, eliminando quegli alimenti che potevano essere potenzialmente nocivi per il mio organismo. Ovviamente, per mantenere un tale regime alimentare, ho dovuto smettere di mangiare fuori casa. Non puoi sapere cosa ci mettono nel cibo nei ristoranti, non puoi calcolare gli apporti nutrizionali o il giusto bilanciamento tra proteine e carboidrati.

Sapete, ora sto meglio! Da tre anni non mangio più nulla che non sia strettamente previsto dalla mia dieta. Ho perso molti degli amici che avevo, ma loro non mi capiscono, dicono che sono ossessionata, che non è più piacevole stare con me.

Adesso però ricordo che ultimamente non sono stata molto bene. Mi sento sempre stanca e anche al lavoro faccio fatica a tenere il ritmo. Una volta mi è anche capitato di svenire sul treno mentre tornavo a casa. Faceva molto caldo quel giorno, sarà stato sicuramente per quello. Però mi sono preoccupata così ho deciso di andare dal mio medico. Ho fatto delle analisi del sangue e alcuni valori sono risultati bassissimi. Il ferro era praticamente a zero. Quando ho raccontato al mio medico della dieta speciale che seguivo lui si è infuriato. Io ho fatto valere le mie ragioni e lui, per tutta risposta, mi ha detto che avevo bisogno di uno psicologo, che ero malata. Ha usato un’espressione… ah sì, ha detto che sono “ortoressica”. Che cavolata! Si sa che i medici di base non capiscono niente.

Va beh… alla fine mi ha prescritto degli integratori alimentari e mi ha esortato a mangiare alcuni alimenti che fanno malissimo! Mi ha anche fatto un’impegnativa per andare da un dietologo, ma io non ci sono andata.

Così la mia vita continua come prima, anche se a dire il vero mi sento uno straccio. Però sono sicura che si tratta solo di un momento di debolezza, capita a tutti. L’ultima cosa che ricordo è che sono uscita di casa per recarmi al lavoro, ma… come ci sono finita qui?

 

Anche Claudia terminò la propria storia con un’espressione confusa e preoccupata. Questa volta il silenzio durò solo pochi secondi perché a prendere la parola fu subito la ragazza più giovane.

«Mentre parlavi mi sono ricordata anche io chi sono».

«Cos’è questo? Il circolo degli smemorati», commentò ironicamente Jackob.

Nessuno però sembrava essere dell’umore di scherzare, così la ragazza continuò.

 

Mi chiamo Alina e sono nata in Russia, anche se i miei genitori sono rumeni. Nemmeno io ricordo come sono arrivata qui, però ricordo alcune cose di me. Ho 22 anni e frequento l’università di Mosca. Non so perché, ma ho in testa un ricordo ormai vecchio di due anni. Si tratta di un episodio triste della mia vita perché fu quando il mio ragazzo mi lasciò. Per me fu un duro colpo. Stavamo insieme dalle medie e avevamo già iniziato a progettare una vita insieme. Quando me lo disse lui aveva già un’altra, una modella a quanto pare… alta, bionda e magrissima. Quel giorno la mia vita crollò. Smisi di dormire e di mangiare. Non piangevo, a vedermi dall’esterno non sembravo nemmeno tanto triste. In realtà nemmeno io mi sentivo triste, semplicemente tutto aveva perso di senso.

A quel tempo pesavo 57 chili e non mi preoccupavo particolarmente del mio aspetto fisico. Tuttavia, in quel momento, quando vidi il mio ex ragazzo con la sua nuova fidanzata, in quel preciso istante realizzai quanto ero stata cieca. Pensavo di essere giusta, invece ero grassa, grassa da far schifo! Era ovvio che mi avesse lasciato… sembravo una balena! Sarei rimasta da sola tutta la vita se non mi fossi data una regolata, così iniziai a mangiare solo una volta al giorno. Un pasto è più che sufficiente. In poco più di tre mesi persi 10 chili. Ero tanto orgogliosa di me ogni volta che salivo sulla bilancia e vedevo quella dannata freccia fermarsi ben prima dei cinquanta chili. Avevo fame, non lo nego. A volte avrei ucciso per un panino. Però ho resistito. L’autodisciplina è tutto se si vuole avere successo nella vita. Io voglio sposarmi, avere dei figli e un marito che mi ami e non guardi le altre donne solo perché io sono grassa. Insomma, finalmente mi vedo bella. Lo specchio non è più un oggetto da evitare. La gente per strada non mi guarda più il sedere pensando “ma questa quanto mangia?”. Perché lo so che lo pensavano…

Ora sono arrivata a pesare quasi quaranta chili e non ho più fame. Anche tutto questo cibo che abbiamo qua sul tavolo non mi fa nessun effetto. Se mi sento debole mangio un po’ di frutta, ma non troppa perché è piena di zucchero.

Insomma, la mia vita va molto meglio ora, anche se non ho ancora trovato un ragazzo. Però adesso che son magra mi sento più fiduciosa e posso vestirmi come voglio. Mi entra tutto, anche le magliette per bambini!

 

Dicendo questo si alzò in piedi per mostrare la maglietta che stava indossando. Solo in quel momento gli altri notarono quanto fosse magra. Sembrava uno scheletro. Sotto la maglietta attillata spuntavano le costole e le spalle appuntite. I jeans stretti le danzavano in vita. Alina, con un sorriso stampato in volto, fece un giro su se stessa e si rimise a sedere. Poi, tutto ad un tratto, tornò scura in viso ed esclamò «Ma chi siete voi? Perché vi sto raccontando queste cose?» Fece una pausa. «Cosa ci facciamo qui?!»

Nessuno sembrava avere una risposta a quella domanda e per l’ennesima volta calò il silenzio.

«Beh, intanto che aspettiamo che qualcuno ci venga a dire perché siamo qua io mangerei qualcosa», disse Jackob allungando la mano su un hamburger posto di fronte a lui.

«Hai ragione» replicò Claudia, «mi è venuta un po’ di fame».

Anche Alina prese a piluccare da un’insalata alcune foglie. Sul tavolo c’era talmente tanto cibo che non lo avrebbero finito in una settimana.

 

«Io mi ricordo come sono arrivato qua».

 

All’udire quelle parole un brivido corse lungo la schiena di tutti. A parlare fu l’uomo che sinora si era mantenuto apparentemente in disparte. Era passato talmente inosservato che tutti si erano dimenticati persino della sua presenza.

Lo fissarono in attesa che continuasse e lui, questa volta, non si fece desiderare.

 

Ho ascoltato le vostre storie con molto interesse e ho capito cosa significa questo luogo, cosa ci facciamo qua. Non credo passerà molto tempo prima che lo realizziate anche voi, quindi permettetemi di raccontarvi qualcosa su di me.

Mi chiamo Owen. Sono nato e cresciuto in Kenya. Non ho molti ricordi della mia infanzia. Ho impresso nella memoria il volto giovane di mia madre, l’odore dei campi e quello del vento gelido che soffiava la notte. Ricordo i banchi di scuola e i maestri volontari che ogni giorno ci raccontavano qualcosa sul mondo.

Insomma, ho un bel ricordo della mia infanzia e anche se crescendo è cambiato tutto, una cosa non mi ha mai abbandonato, è stata con me dal primo giorno: la fame. Fin da piccolo sono stato abituato a mangiare poco, eppure alla fame non ci si abitua mai. Eravamo in tanti nel mio villaggio e bisognava dividere il cibo tra tutti. Io ero fortunato perché mia madre spesso si privava della sua porzione per darla a me. E’ a lei che devo tutto.

La mia esistenza è stata una costante battaglia tra la vita e la morte. Sapevo che se mi fossi ammalato non ci sarebbero state cure. Bastava una piccola infezione per far preoccupare tutti. Ero debole e mi capitava spesso di svenire. Mia madre cercava di non farmi mancare niente, ma la sentivo piangere la notte e leggevo nei suoi occhi la frustrazione dell’impotenza. Vedeva suo figlio morire, giorno dopo giorno, e non poteva fare nulla.

Eppure non rimpiango niente della mia esistenza. Ho amato tutto della vita. Ho amato il piacere e il dolore, il gelo e il caldo abbraccio del sole, la sofferenza e la gioia. Sapete, io penso che nella vita tutto si compensi. Più soffri e più apprezzi i momenti felici, più piangi e più i tuoi sorrisi saranno magnifici. Allo stesso modo, se hai conosciuto la fame apprezzerai il sapore del cibo e l’incredibile magia che esso nasconde. Perché nel cibo è racchiuso il mistero stesso della vita. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Sono domande arroganti. L’errore fondamentale di noi uomini è quello di crederci un qualcosa di speciale, separato dal resto del mondo. Pensiamo di essere fatti di qualche sostanza strana, magica. Ci sbagliamo… noi siamo il cielo, siamo la terra, siamo i fiumi e gli alberi. Siamo gli occhi attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso. Siamo ogni cosa ed ogni cosa è noi. Pensateci, come fate a dire che quella mela non siete voi, se poi la mangerete e diverrà parte di voi. Nel processo tramite cui il cibo da oggetto esterno diventa parte del nostro essere c’è la risposta a tutte le nostre domande. Cosa ci separa dal mondo se non il nostro ego? Il nostro sentirci essere speciali? Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il mondo. E’ questo il mistero che il cibo ci svela ogni giorno, ogni volta che lo mangiamo.

 

Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano fissando intensamente. «Giusto… voi volete sapere cosa ci facciamo qui. Ho ragione?»

Gli altri risposero con un cenno di assenso. Nessuno emise un fiato.

Owen sorrise. Un sorriso difficile da interpretare.

«All’inizio anche io non ricordavo», disse. «Ho ascoltato le vostre storie con grande interesse e solo quando anche l’ultimo di voi ha pronunciato l’ultima parola, solo allora ho ricordato. Vi dirò come sono arrivato qui».

 

Il tavolo era rotondo.

 

«Ricordo chiaramente di essere uscito di casa per cercare qualcosa da mangiare. Era sera. Mi sentivo particolarmente debole».

 

I posti a sedere assegnati casualmente.

 

«Non mangiavo niente da una settimana».

 

C’era del cibo sul tavolo.

 

«Mentre camminavo ho sentito le gambe farsi pesanti…»

 

Non su tutto il tavolo.

 

«…ho iniziato a vedere doppio…»

 

Dove era seduto Owen non c’era nulla.

 

« …sono caduto a terra».

 

Nessuno se n’era accorto.

 

«E poi… eccomi qua».

 

In quel preciso istante tutti compresero. La luce si spense e fu buio.

 

 

 

 

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