giovedì, 24 Giugno 2021

PABLO MARIA SOTERO CHE NON MORI’ DA SOLO

In una camera del reparto terapia intensiva dell’ospedale centrale di Barcellona, egli giaceva sul suo letto vicino alla finestra. All’ultimo stadio di una cirrosi epatica, in coma da due giorni, Pablo Maria Sotèro stava morendo senza più dolore.

Da quando era stato ricoverato, una settimana prima, nessuno era mai andato a fargli visita. Non un parente né un amico. Gli infermieri ne erano rimasti dispiaciuti, e passando dalla sua stanza pensavano: pover’uomo, senza un cane che l’assista. Nessuno che si ricordi di lui. Che brutto modo di andarsene…

I più credenti fra loro si facevano di nascosto il segno della croce e pensavano: povero señor Sotèro, tutto solo nell’ora più difficile, senza il conforto di un amico. Ed erano stati con lui più premurosi e attenti, finché non aveva perso conoscenza.

Ma gli infermieri, in tutta la loro solerzia, non potevano certo accorgersi dell’invisibile folla che lentamente si stava raccogliendo intorno al capezzale di Pablo Maria Sotèro.

 

 

In quel mite pomeriggio barcellonese, al 110 de La Rambla, la Boquería, il più antico mercato cittadino, stava calando il sipario sul suo magnifico campionario di carni di toro e di ogni altra bestia, verdure e pesce di giornata, crostacei e frutti tropicali. Allestita in un edificio sorretto da colonne ioniche, la Boquería esponeva sul marmo dei suoi banchi tutta la materia prima della cucina locale.

Sui banchi del pesce i frutti di mare emanavano il secco profumo dell’acqua salata; gamberi di specie diverse formavano macchie di color rosso acceso, grigioverdi o arancione tenue; le granseole giacevano rovesciate come fragili pepite, le pericolose chele degli astici erano state fasciate col nastro adesivo per renderle inoffensive, mentre un bel giallo vivo brillava sulla fronte rotonda delle orate.

Le spezie e la frutta secca diffondevano nell’aria fragranze pungenti e offrivano allo sguardo una seducente gamma di colori. La carne di maiale, finemente lavorata in prelibati prosciutti, pendeva invitante sulla testa di chi, volendosi concedere un pasto «alla popolana», appoggiava i gomiti a un banco e ordinava un paio di tapas con un buon bicchiere di cava catalano.

Centinaia di candele votive accese a Sant’Eulalia, patrona della città, rischiaravano l’interno della Seu, l’imponente cattedrale a tre navate che dominava il Barrio Gotíco.

Fuori della cattedrale, tracce di mura romane affioravano qua e là nel labirinto di pietra grigia delle strade medievali, dove le botteghe antiquarie rigurgitavano stampe, mobili e libri antichi, complementi d’arredo in stile coloniale e un’impressionante scelta di armi d’epoca fra le quali pezzi di cui si certificava grottescamente che avessero ucciso «almeno un uomo». E questo accanto ai magnifici palazzi del XIV secolo e alle chiese gotiche di Sant Just e Santa Maria del Pi, sempre affollate di fedeli locali, così da formare quella speciale miscela di orrore, bellezza e paradosso, che spinge molti ad amare le grandi città del mondo e tanti altri a odiarle per le stesse ragioni.

Pablo Maria Sotèro non aveva mai pensato di poter vivere in un altro luogo che non fosse Barcellona. Per cinquant’anni aveva fatto musica suonando chitarra e armonica sulle Ramblas, offrendo melodia e parole alle milioni di persone che in ogni stagione gli erano passate davanti, talvolta tirando dritto, talvolta fermandosi ad ascoltare per poi gettare una moneta nella sacca della sua chitarra.

Di Barcellona, negli anni, aveva conosciuto e amato ogni angolo di strada; le case stravaganti e lo spettacolo permanente delle Ramblas, i riflessi metallici del sole sugli ombrelli e i ventagli della casa di Bruno Cuadros, in plaça de la Boquería, i gatti randagi che si contendevano i rifiuti del mercato; l’odore del porto, oleosa miscela di iodio e nafta, salsedine e acciaio, gli angoli morti delle banchine presidiati dai gabbiani, le feste popolari, il sudore, la forza e l’equilibrio dei castellers, decine di uomini, donne e bambini, che l’uno sulle spalle dell’altro formavano piramidi umane sorrette alla base da un impressionante intreccio di braccia; il boato del Camp Nou, che si propagava in tutta la città come l’eco di un tamburo, quando il Barça segnava un gol.

Pablo Sotèro non aveva votato la sua vita al lavoro né al guadagno, non all’amore coniugale né alla religione, mantenendo una distanza equa da tutto ciò che più frequentemente attrae l’animo umano e se ne appropria. Quanto al denaro, ne aveva fatto volentieri a meno, ogni volta che aveva potuto, barattando la sua musica con un buon pasto e un letto su cui crollare esausto, a fine serata, con la testa ancora ronzante di musica.

Così era stato ognuna delle infinite volte in cui aveva suonato fra i tavoli delle coctelerie o nelle piazze del Barrio Gotíco, sotto i portici di Placa Reial e nei locali del centro storico, per intrattenere le comitive di turisti fra un piatto di paella e una caraffa di sangria.

Della vita Sotèro amava tutto, avendola ridotta alla semplicità essenziale delle amicizie, del vino, del diverso sapore dei cibi, della gioia istintiva di suonare scaldandosi al sole o potersi riparare dalla pioggia davanti a una tazza di caffè fumante. Con l’armonica in bocca sdraiarsi sull’erba dei parchi cittadini d’estate, all’ombra delle piante, o guardare Barcellona dall’alto, fumando seduto sulla spettacolare ruota panoramica che dalla collina del Montjuic si affacciava sulla città.

Di sera, poi, perdersi con leggerezza nella strabiliante geografia dei ristoranti del Port Veil, dove la musica di Sotèro non si vendeva quasi mai per denaro, nossignore, ma per un piatto di riso brodoso fra i più buoni del Mediterraneo.

In quella parte di Barcellona che moriva sulle banchine del porto c’erano negozi di merluzzo salato, le bacallonerias, dove il pesce si dissalava ancora con l’acqua corrente dentro le vasche di marmo, mentre i ristoranti e le taverne diffondevano i profumi della cucina marinara catalana, che da sola riempiva il cuore di Sotèro e lo rallegrava.

Allora le note della sua chitarra salivano confondendosi col fumo delle grigliate di pesce freschissimo esaltate dal gusto dell’allioi, una salsa di aglio pestato montata con olio di oliva, o della salsa picata in cui l’aglio veniva mischiato a prezzemolo, mandorle e zafferano.

I temi delle sue canzoni diventavano quelli vibranti dell’indipendentismo catalano, quando il menù proponeva ricette tradizionali come lo xató, un’insalata di baccalà e tonno, acciughe, scarola e olive nere, o il baccallá a la llauna, prima passato in pastella e fritto in olio, quindi cotto al forno con salsa di pomodoro e vino, oppure la zarzuela de pescado: una zuppa di pesce profumata di essenze mediterranee, composta di vongole e aragosta, dentice, cernia e altre varietà di pesce di fondo.

Le ricette a base di crostacei e frutti di mare andavano gustate su una musica diversa. Bogavante*, cigalas*, almejas*… il ritmo cambiava e le note di Sotèro cadevano snocciolate una a una per accompagnare la lingua e i denti che scavavano nella cedevole corazza dei crostacei o frugavano nei gusci aspri di limone dei frutti di mare, in cerca delle polpe più saporite e nascoste. Di tanto in tanto smetteva di suonare e si sedeva a un tavolo qualsiasi, fra la gente, per gustare a dovere un piatto di arroz negre* o di chipirones fritos*, oppure un suquet de rape* con una buona bottiglia di vino bianco del Pendés.

Era quello il suo compenso, insieme alle offerte che i clienti lasciavano sul tavolo.

Seguitava a suonare e a cantare fino a notte fonda, finché c’era qualcuno disposto ad ascoltarlo e poi ancora, in strada, per gli amici e le prostitute, annullando quel confine fra il giorno e la notte  che diviene superfluo se non hai nessuno che ti aspetti a casa né una casa in cui farti aspettare.

Gli capitava spesso, poco prima dell’alba, di trovarsi ancora con le gambe sotto il tavolino di uno di quei locali che non chiudono mai, davanti a un piatto di merluza al cava* o di pato con higos*, a spendere in cibo e in una profumata bottiglia di Riojas il ricavato di una serata di musica.

Anche se Sotèro non disdegnava affatto di suonare in quei locali dov’era chiamato a esibirsi, la sua musica più vera, libera e incondizionata, quella che scaturiva dalle profondità del suo animo e non trovava espressione che sotto il cielo azzurro delle Ramblas, era un’altra.

Nel suo vagare di notte per i quartieri di Barcellona aveva conosciuto il desolato candore delle prostitute, simili a rose sgualcite; aveva cercato a fondo negli occhi dei drogati per scorgervi quel barlume di rivelazione che l’eroina concedeva a coloro che lentamente stava uccidendo, e senza timori né preconcetti aveva avvicinato mendicanti, ladri, alcolizzati, folli, transessuali, poeti, omicidi: la vasta schiera degli animali notturni, refrattari al sole che gettava una luce sconveniente su sensibilità e drammi troppo accentuati per poterla sopportare. Per lunghe ore si era soffermato a parlare e a bere con loro, e per loro aveva suonato spesso fino alle luci dell’alba.

Da questo interesse innato per gli ultimi, gli emarginati, gli sconfitti, erano nati gli eroi delle sue canzoni. C’era l’anarchico Esteban, poeta cieco che nella soffitta di casa dava rifugio ai ricercati, e quando i poliziotti bussavano alla sua porta, da dietro gli occhiali neri rispondeva tranquillo, con volontaria ironia: “Non ho visto nessuno”.

C’era Ricardo il medico dei poveri, che per anni aveva esercitato la professione per amor del prossimo e della scienza, curando anche chi non aveva i soldi per pagargli le parcelle, finché, abbandonato dalla moglie, disprezzato dai figli, deriso dai colleghi, si era ritrovato nella stessa condizione dei suoi assistiti e anche adesso, vestito di stracci nella sala d’aspetto della stazione, con le mani nere di miseria e gli occhi miopi sempre attenti, non sbagliava una diagnosi.

Dalle canzoni che Sotèro interpretava sulle Ramblas affioravano le testimonianze di un’umanità offesa, ferita: di Carlos, precipitato dal ponte dove lavorava sospeso in aria per ore a saldare l’acciaio; di Jago e di Miguel, cinque figli in due, scaricatori di porto uccisi dal veleno di un container di scorie radioattive; di Gustavo «lo scemo del villaggio», morto disperato in manicomio dopo che per tutta la vita aveva cercato invano di comunicare col prossimo, nient’altro che questo, di farsi ascoltare, come ogni uomo necessita, da chi non aveva saputo riservargli che sarcasmo e commiserazione, povero idiota, bisbigliavano meschini, mentre era la persona più ricca di spirito che avessero mai incontrato.

Quando il dottore entrò nella stanza di Sotèro, erano già in tanti intorno a lui. Sembrava dovesse chiedere permesso, tale era l’assembramento di gente che circondava il letto. Invece entrò senza difficoltà, così come le due infermiere che lo accompagnavano.

Su una seggiola di metallo ai piedi del letto, sedeva tranquilla una giovane donna dal viso bello, corti capelli castano chiari, vestita leggera, gli occhi verdi e sereni. Sedeva tenendo le gambe unite, composte, e aveva entrambe le ginocchia escoriate.

Il dottore, che procedeva leggendo distrattamente la cartella clinica di Sotèro, parve intrampolare nelle gambe nude della ragazza. Passò invece attraverso di esse come se non gli fossero di alcun ostacolo: come se quelle gambe nude e segnate non avessero consistenza.

Di lei avevano parlato i giornali un paio d’anni prima, quando alla foce del Besòs, a est di Barcellona, era stato recuperato il corpo esanime di una giovane prostituta che qualcuno aveva strangolato e poi gettato nel fiume. Come estremo richiamo a una dolcezza che in vita le era stata negata, la corrente del fiume l’aveva avvolta e trascinata via, facendola danzare nel quieto incantesimo dei gorghi d’acqua, cullandola così fino alla foce.

Quando il dottore le passò davanti, lei non si scompose. Aveva inclinato il capo, scoprendo i lividi viola sul collo, e adesso osservava Sotèro con il volto pervaso da una sottile apprensione.

In piedi accanto al letto, un giovane soldato in mimetica assisteva alla scena con le braccia lungo i fianchi. In mezzo al petto la divisa era squarciata e imbrattata di sangue. Una macchia nera, densa come inchiostro, continuava ad allargarsi imbevendo il tessuto. Viscido sangue fresco macchiava le dita del ragazzo.

Aveva le guance lisce, larghi occhi lucidi e le ciglia lunghe, l’ossatura del viso appena pronunciata. Guardava preoccupato Sotèro, senza parlare, senza tradire nessun’altra emozione che una lieve tristezza. Non si curava nemmeno del sangue che aveva addosso. Era la morte a vent’anni, tragico emblema di tutte le guerre.

Chinato accanto a Sotèro c’era un tizio che gli parlava all’orecchio con fare da amico. Aveva in testa un cappello nero, i capelli un po’ lunghi, il collo e le mani abbronzati, le mani, soprattutto, che facevano contrasto col bianco del lenzuolo. Aveva appoggiato a terra il cartone del vino.

Era l’uomo di strada, il clochard, il mendicante senza fissa dimora, senza una famiglia a cui badare, senza nessuno da dover fregare ogni giorno per guadagnarsi il pane. Niente chiavi né telefono, nessun codice fiscale o tessera sanitaria. Quell’uomo era tutti i compagni che Sotèro aveva avuto e per i quali tante volte aveva suonato, condividendo con loro vino e pensieri sulle panchine di pietra fredda o al calore delle braci, nelle placide notti di luna piena come in quelle di pioggia e vento, confortati dal vino, dall’amicizia e da un inesprimibile senso di libertà.

La prostituta, il soldato, il mendicante. Così come tanti altri là intorno, tutti loro erano giunti da indefinibili distanze, riemersi dalle profondità dell’ignoto per raccogliersi al capezzale di Pablo Maria Sotèro e assisterlo in punto di morte perché non si sentisse solo.

Venivano da quel luogo che da millenni i vivi si affannano a chiamare paradiso, oppure inferno, o più semplicemente aldilà, e per esso disputano e arrivano a odiarsi, ma che forse non è che un’assenza di materia senza più dolore né affanni, nessun giudizio, nessuna beatitudine o condanna, né premi né castighi che andrebbero a turbare uno stato di quiete superiore, una presa di coscienza finale, assoluta e definitiva.

Quando il dottore e le infermiere furono usciti, loro invece non si mossero. Rimasero impassibili a vegliarlo, mentre Sotèro giaceva su un fianco e il suo respiro era tranquillo. Non c’erano in lui sofferenza né angoscia, piuttosto una sensazione di pace, di protezione. La stessa di un bambino che si è appena staccato dal seno materno e nel sonno assapora ancora la dolcezza del latte.

Sembrava dormisse, Sotèro. Semplicemente. Come chi è circondato da amici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

Bogavante*, cigalas*, almejas* Astice, scampi, arselle

 

 

arroz negre* risotto al nero di seppia

 

 

chipirones fritos* calamari fritti

 

 

suquet de rape* coda di rospo

 

 

merluza al cava* merluzzo in salsa di spumante

 

 

pato con higos* anatra ai fichi

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OTTO DONNE E CENTOCINQUANTA CHILI DI POMODORI

Tornare tra agosto e settembre.

Quando si torna dall’estate è sempre una gioia.

Dovrebbe essere il contrario, ma per noi donne non lo è. Per noi donne tornare dall’ estate vuol dire, racconti, sorrisi, foto.

Vuol dire ritrovarsi dopo un mese lontane, abbracci, vino e un piatto di spaghetti al pomodoro.

Tornare rosse come pomodori.

Rosse dal sole preso sulla spiaggia, camminando in montagna, in giro per le strade di Berlino, Dublino, Madrid, Istanbul, Marsiglia, Vienna.

Andare, partire, scoprire, esplorare, viaggiare…per poi tornare.

Tornare tra agosto e settembre, quando ancora gli impegni lavorativi non sono iniziati, quando le scuole sono ancora chiuse e i bambini giocano al parco fin dalle prime ore del mattino.

Tornare tra agosto e settembre che le giornate ormai si stanno accorciando e la sera ci vuole il golfino.

Tornare tra agosto e settembre per noi donne, amiche da sempre, è un appuntamento fisso, un momento sacro, un momento di festa: la salsa.

Otto donne e centocinquanta chili di pomodori.

 

Pomodori rossi, come la nostra pelle bruciata dal sole, rossi come i nostri ideali, come i nostri sogni come i nostri desideri per un mondo migliore.

Per questo compriamo pomodori rossi, di quel rosso che non sia, come il sangue di qualche migrante, che raccoglie pomodori nella terra del fuoco per pochi euro.

Ma rossi come l’amore con cui sono stati seminati e coltivati, rispettando la madre terra e i tempi della natura.

Terra, terra madre, anche lei donna che ci invita a tornare, tornare alla terra, terra dove siamo nate, terra lontana per qualcuna, terra che dona i suoi migliori frutti, terra che ci invita al raccolto…e a noi non resta che raccogliere.

 

La giornata inizia presto e alle otto del mattino siamo tutte intorno ad un tavolo a fare colazione, ma tanto c’ è sempre chi arriva in ritardo.

Cosi alle otto e mezza siamo tutte “grembiulizzate” montiamo le macchine per lavorare e si aprono le danze i suoni e i canti tra le otto donne e i centocinquanta chili di pomodori.

Una parte sono nella vasca da bagno…i pomodori non le donne.

Lava strofina e asciuga, asciuga strofina e lava.

Il lavoro si fa sempre in coppia, la schiena duole e i cambi sono frequenti.

Poi vengono portati sul tavolo della cucina.

I pomodoro vengono tagliati, affettati in fretta e fatti a fette.

L’odore del pomodoro tagliato risveglia ricordi antichi quando ancora quelle donne non erano ancora donne. Ricordi di bambine, di terre lontane di famiglie matriarcali, di nonne, cugine e zie, che in fondo ognuno faceva la salsa a modo suo:

Il pomodoro si cucina con la buccia.

Il pomodoro si cucina senza buccia.

I barattoli vanno bolliti e avvolti in uno strofinaccio.

I barattoli vanno imbottigliati bollenti.

Il basilico è fondamentale.

Il basilico non si mette mai, è un rischio!

La salsa ha troppa acqua!

La salsa è troppo densa!

La salsa deve stare sul fuoco almeno un paio d’ore.

La salsa va lasciata sul fuoco cinque minuti dopo l’ebollizione.

Due giorni non bastano, vi ci vorrà almeno una settimana.

In un giorno fate tutto.

I barattoli vanno a testa in giù.

I barattoli vanno lasciati al buio.

Un barattolo ha fermentato: l’aglio l’avete messo? L’olio? Il sale? Qualcuno aveva le mestruazioni?

Consigli, metodi, formule magiche, per le otto donne e i centocinquanta chili di pomodori.

 

Come streghe, curiamo con attenzione ciò che bolle in pentola.

Grossi pentoloni, colmi di pezzi di pomodori lasciati andare sul fuoco per qualche ora.

Finalmente una pausa: sigarette, sorrisi, un bicchiere di vino e qualche bruschetta.

Ma non c’è tempo per riposare bisogna lavorare.

Contiamo le casse e non siamo neanche a metà.

Dopo un lungo tempo sul fuoco, i pomodori finalmente sono pronti per essere passati in macchina.

Il rumore della macchina da lavoro non ferma le risate e i canti che dal terrazzo rimbalzano sulla strada. Di tanto in tanto un passante ci saluta, ma non sentiamo che cosa ha da dire, il rumore della macchina ha un suono troppo alto. Così ci limitiamo ad alzare un braccio, a mandare un bacio e rimandare la conversazione “…non posso adesso, oggi siamo di Salsa!”

Pomodori caldi nella macchina da lavoro e lei ci restituisce, da una parte nettare denso e rosso, dall’altra grumoli di bucce più chiare, schiacciate tra loro che sembrano consumate, ormai più in grado di dare nulla.

Invece, passiamo le bucce una, due, tre volte quelle bucce che sembravano da buttare ma che invece nascondono il nettare più denso quello più buono più rosso che, se non l’avessimo saputo, avremmo buttato almeno una decine di barattoli di salsa.

Gira, gira e gira, trasforma passa e ripassa.

Ora non si parla più di chili ma di litri e litri di pomodoro. Tutti quei litri ancora in pentola, ancora sul fuoco, ancora una volta per un tempo lungo.

Un tempo che sembra non passare mai.

Affaticate cerchiamo una sedia dove riposare, che non sia occupata da una cassette di legno.

Sudate, dal colla alla schiena, la fronte e le gote, tra il seno.

Stanche, stremate, sudate e sorridenti le otto donne con i centocinquanta chili di pomodori

 

Aspettiamo, scoperchiando la pentola di tanto in tanto, speranzose di vedere qualche bolla che spunta timida tra il denso contenuto rossastro.

Un attesa lunga che ripaga.

Ecco le prime bolle nella salsa.

“Bolle è pronta!” L’ urlo di richiamo che raduna le otto amiche intorno alla grande pentola.

L’ultimo passaggio, quello più importante: la conserva.

Le donne lavorano insieme.

Viene preso il vasetto vuoto.

La salsa bollente viene travasata delicatamente dentro ad ogni vasetto.

Il tutto viene passato a chi ha il compito di pulire accuratamente i bordi del vasetto di vetro, se sporchi di salsa.

Il vasetto viene chiuso e infine messo a testa in giù e coperto con un telo scuro per evitare che la luce possa alterare il nettare prezioso.

Vasetto pulito, vasetto passato, vasetto riempito.

Otto donne che passano, puliscono e chiudano. Si fa in silenzio, per mantenere la concertazione, per non sbagliare, per non bruciarsi, un rito lungo tutto una giornata.

Centocinquanta barattoli di pomodori sono lì, a testa in giù, al buoi.

Tutte attendiamo l’ultimo suono.

Siamo tutte intorno al tavolo ad attendere quel piccolo suono che produce il tappo quando va sotto vuoto, che sembra che ci dica: “…state tranquille è andato tutto bene! Ora potete conservare questo barattolo per mesi e mesi! Brave ragazze, siete state brave!”

Tutte intorno al tavolo aspettando, aspettando, aspettando, e …

“Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac! ”

Ecco la grande festa. Non è festa se non c’è l’ultimo ballo, l’ultima canzone, l’ultimo pezzo da ballare.

“Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac!

Tac! Tac! Tac! ”

Tutti tranne uno. Un solo barattolo che non canta, che non suona, che non può essere conservato.

Un solo barattolo che va mangiato subito.

E allora non rimane altro che

tornare…

Tornare a mettere l’acqua sul fuoco,

tornare ad aspettare che bolla e

buttare un chilo e mezzo di pasta.

Tornare.

Tornare tra agosto e settembre per raccogliere, trasformare e conservare.

Tornare per noi donne, vuol dire ritrovarsi dopo un mese lontane, abbracci, vino e chiudere tutto con un piatto di spaghetti al pomodoro.

 

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LIBRI PER CENA

L’adolescenza trascorsa, per fortuna; ed ora l’età adulta, anche lei non è iniziata proprio l’altro ieri. Mi sembra di vedere nei miei conoscenti e pochi amici una scarsa voglia di vivere intensamente: il massimo delle loro aspirazioni è il mangiare bene, trovandoci a cena, il che è anche a me gradito ma solo se visto come occasione di stare assieme discutendo, andando però al di là dei soliti argomenti poiché, dopo anni di frequentazione con le stesse persone, se non vi è un rinnovamento, si rischia di venir surclassati dalla noia più terribile condita di banalità. Non capisco perché su molte cose l’umanità regredisca così tanto; e sì che per i Greci le cene dovevano essere rigorosamente a tema, non culinario ovviamente bensì di discussione.

Certo, potrei star qui a raccontare il romantico coniglio cucinato dalla nonna, condire il tutto con qualche bel “mi ricordo”, ridare vita alla fiamma della grande stufa le cui titubanze di luce disegnavano ombre ancor più misteriose delle abissali rughe di nonno Attilio, sempre pronto a riempire i bicchieri mezzi vuoti col suo vino duro come i calli che ne felpavano le mani agricole, tanto da parere delle radici, ed in fondo lo erano. Potrei ricordare i racconti della miseria patita dai miei nonni prima, durante e dopo la guerra, ma sarebbe solo la rappresentazione di una parte degli accadimenti umani di quel

periodo, per quanto fosse una situazione diffusa ma non olistica.

Io invece voglio l’odierno, ciò che posso affermare con certezza, un racconto–ricordo che sia semenza per il futuro. Ecco quindi la mia ricetta ed iniziativa di rinnovamento e critica al diffuso interesse per il cucinare, televisivo e non: cucinare cultura fatta a libro! Certo! Perché no!? E poi le pagine sono alberi, quindi vegetali e per questo credo commestibili e senza troppi effetti collaterali. Deciso! Metto in pratica!

Stamane sono andato in uno di quei mercatini (che per me sono il paradiso!) dove vendono libri usati al costo d’una unità di euro; ne ho fatto scorta, di classici e moderni. Nel banco prodotti russi ho preso Dostoevskij abbinandolo al Cappotto, un po’ di  esotico con Le Mille e Una Notte, giusto per essere chiaramente globalizzato anche se a malincuore, potrebbe essere un buon dessert; poi Eschilo con qualche buona tragedia per secondo, Il Richiamo della Foresta… come contorno?  Il Sistema Periodico,

perché la cucina è sempre alchimia ed emozione, qualche racconto di Buzzati che potrebbe venire buono per l’antipasto e infine Lettere ad Una Professoressa come caffè ed amaro, giusto per lasciarsi con la forma dell’epistolario che fa molto legame invisibile verso il futuro.

Mi sono poi armato di pazienza in quanto non sono un abile cuoco. Ho preparato per bene tutto il necessario, afferrato la pesa per rispettare le dosi che mi inventerò e, felice e a cuor leggero, ho dato conferma a tutti della cena di stasera, ore venti da me.

Unico spettatore alla preparazione il mio gatto che, come sempre, annusava tutto e non fuggendo via schifato delle mie portate, mi rincuorava.

Le Mille e Una Notte le ho messe a macerare mentre facevo soffriggere un aforisma di Picasso “ci si mette molto tempo per diventare giovani” (e ve lo auguro). Poi con tutto il mio amore per Levi (Primo) e il suo “Sistema” ne ho strappato le pagine, ma con una sacra delicatezza tale da far diventare il termine “strappare” improprio all’interno di questo periodo. Successivamente le ho sminuzzate con la mezza luna facendomi guidare da fumose immagini–ricordo della nonna agli umili fornelli, aggiunto un

filo d’olio e messe in padella con l’aforisma Picassiano, fatti saltare e rosolare per bene.

Una volta terminata la cottura di questo ripieno ho separato i capitoli de Il Richiamo della Foresta (volevo fare un primo un po’ selvatico), inframezzando in essi, a strati, il ripieno appena terminato di cuocere, per creare delle appetitose lasagne a sfoglia; un filo d’olio per condire, una grattugiata di Ungaretti e via in forno, rigorosamente a centottanta gradi fino a doratura della copertina esterna di Feria D’Agosto nella quale le ho avvolte; cottura sperimentale al cartoccio ovviamente.

In seguito ho preso Memorie Dal Sottosuolo dalla dispensa personale e le ho frullate assieme alle Mille ed Una Notte (precedentemente macerate), spruzzate con un goccio di limone, salate, pepate, piccanteggiate e appallottolate, realizzando una

trentina di polpette dall’aspetto invitante, che verranno poi condite con dell’aceto balsamico al momento.

Come contorno ho deciso di affettare un po’ di Essere e Avere alla julienne e, per finire, come dolce degli involtini di aforismi in pastella di Gaia Scienza.

Si è fatto tardi, corro a fare una doccia.

Eccomi qui pulito, elegantato e pronto a stupire. Getto un sguardo al gatto, ignaro complice dell’opera.

Il campanello suona. Dal videocitofono osservo il volto degli invitati avvolti dalla normalità della situazione che presto verrà frantumata all’aprirsi di una semplice porta.

Prima di avvicinarmi alla maniglia guardo la tavola imbandita e ben disposta, con la luce vermicolante di tre candele a diffondere ombre dorate sui colori cellulosi delle pietanze, più in là il camino fa il resto.

La reazione dei miei ospiti non è stata quella che mi aspettavo: allibiti, tutti quanti. Le mie spiegazioni sul concetto che ho tentato di esprimere hanno addirittura peggiorato la situazione. Atmosfera pesante, di autentica presa per i fondelli aleggiava nella sala, e il buon vino aperto come aperitivo pareva non avere effetto sugli animi.

“Pizza?” – domando – “Offro io! Era tutto uno scherzo!”

La tensione si dissolve dagli ospiti comandati dal solo ventre, ma non da me. Così usciamo, e, mentre mi allontano dalla tavola penso “tanto non hanno data di scadenza queste mie sublimi ed incomprese portare essendo fatte di libri, composte dall’eternità donata dalle vite future che li assaporeranno! E l’eternità non conosce il tempo meschino dell’immediato. Le potrò fare assaggiare ai nuovi incontri del mio domani. Magari in quelle occasioni saranno apprezzate”.

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LA RIVOLUZIONE DEL GUSTO

 

1

 

Rovente l’estate parigina, giugno mille settecento ottantanove.

Il sole brasa le pareti e i tetti delle ville più alte, e l’acciottolio sconnesso delle vie è brace per gli incipriati parrucconi in ghingheri e bastone da passeggio.

Ribolle rumorosa, la Francia di fine secolo, simile a una zuppa sul fuoco. Borbotta un blub blub blub gemello al bla bla bla delle assemblee cittadine, e fuma un odore, povero ma giusto, come di roba da mangiare più che da gustare.

Il vento prende a braccetto quell’aroma e lo spande da rue de Chartres a rue de Chaligny e in ogni altra strada.

I cittadini lo annusano e ne seguono la scia. Sperano in un banchetto che li appaghi e li ripaghi di quanto speso per patire la fame. Si affrettano in folla per non perdere il posto in tavola.

Il pranzo sta per essere servito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

 

Intanto Philippe Lamont-Souvier cucina.

Impasta, mescola e soffrigge. Impiatta e guarnisce.

Lo fa con la raffinata perizia per cui è uno degli chef più giovani eppure celebri dell’intera Francia. Compone melodie con i mestoli nei tegami, dipinge le stoviglie con le forchette e scolpisce di grazia a suon di coltello anche la più anonima patata. Armonizza i sapori con la calibrata bilancia del proprio gusto ricercato.

Fra fornelli e pentole scintillanti, entro le sicure mura della reggia di Versailles, lo chef Philippe Lamont-Souvier, incurante dell’infuocata stagione parigina, cucina.

Immerge il mestolo nella zuppa poi lo porta alle labbra. Gonfia le pesche che ha per guance e soffia. Imbocca e assaggia. Schiocca la lingua, annuisce. E sorride.

–       Un pranzo da re, – commenta.

E ritorna a cucinare.

Un pranzo da re per il Re.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3

 

Il sole investe il salone attraverso le ampie vetrate affacciate sul verde che avvolge la reggia di Versailles. Le posate d’argento brillano sulla tovaglia candida di bucato, stesa lungo una tavola che ben potrebbe ospitare una cinquantina di ospiti.

Sono solo due, però, i commensali, seduti ai capi opposti del desco, così compunti nel fragile belletto da parere due statue di gesso. Nemmeno gli stomaci brontolano, sebbene l’attesa sia ormai sconfinata nell’ora tarda del rifinimento.

Non è da nobili, del loro rango poi, lamentarsi, né col corpo né con le parole. E non per un galateo squisitamente di corte, ma perché altra è la natura del potere. Il potere ottiene sempre quel che vuole e quando desidera. Anche a dispetto delle apparenze.

Luigi XVI nega l’attesa correndo con lo sguardo, senza però muovere gli occhi, lungo gli arabeschi ricami della tovaglia.

Maria Antonietta sopisce l’imbarazzo dell’appetito con una carezza sul ventre, che il tavolo ben nasconde all’occhio del consorte.

Non aspettano, no. Regalmente affamati piegano il languore a un’attesa da loro imposta.

Poi, cristallina, una campanella suona. L’aroma caldo di spezie filtra da sotto la porta.

Sorridono, Re e Regina, e da sedie come troni concedono con autoritaria benevolenza il loro permesso.

«Potete servire, adesso»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

 

–       Bernadette, – le urla madame Vessai dall’altro lato del bancone, allungando un paio di scodelle fumanti. – Tavolo cinque. Due zuppe. Muoviti.

Bernadette serpeggia fra i tavoli con la grazia di un’equilibrista, nonostante rechi in grembo una pila storta di stoviglie sporche, alta per fortuna fino coprirle il rigoglioso seno quindicenne. Scavalca gli inciampi di gambe fuori posto, e schiva con colpi d’anca le grevi manifestazioni d’apprezzamento rivolte a lei, e più al suo sedere, dagli alticci avventori. In quanto alle richieste fra gli sghignazzi

–       Bernadette, servimi la patatina.

–       Bernadette, fammi vedere quanto è cruda la tua ostrichetta.

–       Bernadette, l’ho io la crema giusta per il tuo bignè.

–       Bernadette, ma cherie.

–       Bernadette!

–       Ah, Bernadette!

le scaccia arricciando le labbra in un broncio di cortese sufficienza.

Ordinaria amministrazione alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

Madame Vessai è un’ottima cuoca. Da borgata, certo, e per chi ha pochi spiccioli nelle braghe. Qualcuno s’ingozza con una zuppa di verdura e pane, opaca per le chiazze di grasso – quanto resta di un misero pollame – che allappa bene la bocca. Altri si appesantiscono con stufati di patate e cavolfiori, e qualche ritaglio di carne. Quartini di vino agro sono la prassi per buttar giù il groppo del cibo e della vita. E dimenticare. Forse fuggire.

Ma nessuno può.

Nessuno.

Non Bernadette, che abbandona i piatti vuoti sul bancone, arraffa la staffetta dei nuovi, caldi, e corre ancora un altro giro del proprio quotidiano tran tran a ostacoli.

Chiude un istante le palpebre umide e le asciuga lesta con un dito.

Ma non piange, no, Bernadette.

È solo il fumo sapido della zuppa che le ha annoiato gli occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5

 

Mise en bouche.

Hors-d’oeuvre.

Potage.

Relevé.

Entrée.

Rot.

Entremets.

Dessert.

Niente di meno per Luigi XVI come menù, quasi tutto in porzione doppia. La sua ben nota, rumorosa ingordigia fa il paio spaiato con la frugalità della consorte.

La regina si limita, al solito, a silenziosi e misurati bocconi, il giusto per blandire l’appetito. Non mangia. Ammira. Annusa. Assaggia. Assapora. Gratifica i suoi più nobili aspetti e con questo l’opera di un artista del gusto come Philippe Lamont-Souvier.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6

 

Intanto, in attesa dietro la porta del salone da pranzo, Philippe Lamont-Souvier origlia.

Impastati slap di lingua decretano la bontà del foi grass, mentre i cric croc esaltanto la fragranza della Bouchée à la reine. I cucchiai tintinnano fra lunghi, sbrodolati slurp e composti mhhh d’approvazione per il potage. I coltelli affondano in un rip sommesso nella morbidezza del filetto in salsa. Sonori crunch confermano la croccantezza dell’arrosto, pollo, mentre un continuo gnam gnam di ganasce incorona le quaglie agli champignon. Il cucchiaio si tuffa con un plush nella crema di Brie, giacché un dessert senza formaggio è una bella donna alla quale manca un occhio.

Quando un sonoro, lungo broooot sfugge al bon ton di una mano tardiva e conclude il concerto del pasto, Philippe Lamont-Souvier quasi aspetterebbe applausi e richieste di bis. Il silenzio che segue lo appaga egualmente, e Philippe sospira sollevato.

È andato tutto bene. Magnificamente.

È fatta, pensa.

Gongola.

Philippe Lamont-Souvier.

Assapora il proprio nome.

Il primo chef della Francia.

Stringe la mano in un pugno di esaltata soddisfazione.

Sei in cima, Philippe.

 In testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7

 

–       Tagliategli la testa, – urla la folla gremita in Place de la Réunion.

Sul patibolo sfila l’ennesimo condannato per il sanguinario appetito dei citoyens.

Il popolo ha sempre fame: al solito di pane, talvolta di giustizia cui, più spesso di quanto dovrebbe, mal si accosta il piacere della vendetta.

Come un vino con troppo tannino su una meraviglia di porcini.

Questo pensa Philippe Lamont-Souvier mentre, il bavero di un cappotto infeltrito ben stretto al collo contro il fresco vento di ottobre, ottobre mille settecento novantatré, attraversa la ressa che ingolfa la piazza. E a quello che ha perso nella Révolution, e di cui conserva giusto un ricordo agrodolce. La sicura protezione di una Corona ormai nella cesta del boia. Clienti di un rango elevato al pari della rendita che gli garantivano. Una posizione di prestigio. Il suo rinomato La trascendence du Goût. E forse anche il piacere di cucinare.

Ma non la vita.

Quella no, per fortuna.

Poteva andargli peggio, a Philippe, come ad altri servi del potere. I suoi reati poi, col senno della Costituente, avrebbero ben potuto essere degni della pena capitale. Connivenza con la nobiltà. Furto di cibo al popolo. E, soprattutto, l’egocentrico volere di trasformare il basilare sostentamento di tutti in elaborata arte destinata a pochi.

Eppure l’ha scampata.

Perdonato, no.

Dimenticato. In favori di altri. Uno in particolare.

Eccolo, anche lui sul patibolo, fiero e acclamato: il boia Charles-Henry Sanson.

È uno chef anche lui, pensa, come me un tempo. Io con i coltelli, e lui alla ghigliottina. Un taglio perfetto per quel piatto perfetto richiesto dai commensali. Solo che il menù, adesso, è sempre lo stesso e terribile: morte. E Terrore.

E mentre una testa cade sotto lo szock! della giustizia, Philippe scrolla la propria per scacciar via quell’idea, pericolosa anche a pensarla, e ciondola verso il lavoro.

Da primo chef ad aiuto cuoco e sguattero. Dalla Trascendence a… questo.

E sopendo con un broncio storto un lamento di rammarico, inforca l’ingresso della Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8

 

“Cuoco si diventa, rosticciere si nasce.”

Questo aveva scritto Anthelme Brillat-Savarin in quel Physiologie du Goût che Philippe aveva eletto a Bibbia della propria cucina.

Ironico sia spettato proprio a lui contraddire quell’aforisma.

Da quasi tre anni sgobba per pochi franchi sotto la gretta direzione di Madame Vessai, eppure ancora non ha digerito la rivoluzione del gusto a cui ha dovuto piegarsi. Non affetta di fino, ma taglia con tutta l’approssimazione della fretta per le ordinazioni in  lame consunte. Non mescola, ma rigira le zuppe nella loro carnevalata d’ingredienti. Sbattere le portate in cocci sbreccati, con la stessa incuria che un tempo riservava agli scarti e all’immondizia, è il modo attuale d’impiattare. E gli pare di commiserare le pietanze, e tutto il loro potenziale, svilito nella mera natura di cibo da consumare.

No, ancora non lo capisce. Eppure si piega con malcelata ritrosia, fra pentolacce e verdure dal colore triste, a subire la cucina piuttosto che esserne artefice. E gli strepiti di Madame Vessai.

–       Philippe, tre stufati di manzo, poco, mi raccomando, e patate e pomodoro.

–       Due minestre di cavolo, un pasticcio di frattaglie. Ora.

–       Zuppe di pane. Quattro. Svelto.

–       Philippe!

Tiene duro, Philippe, perché, nonostante tutto, cucinare, seppure in quel barbaro modo, è l’unica cosa che sa fare. Che lo fa sentire vivo e, in ultima analisi, lo tiene in vita.

Quello.

E Bernadette.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 9

 

Gli si accosta quando, giovane moglie innamorata, lo vede lavare e risistemare le stoviglie sporche con la pena di chi pare volere con quel gesto riordinare la propria vita. Lo carezza sul collo e gli sfiora le labbra con un bacio.

–       Cos’hai?

–       Bernadette, – le prende mani nelle proprie – come si fa vivere così?

–       Non conosco altro modo da quando sono nata.

Philippe abbassa lo sguardo, colpevole.

–       Scusa.

Lei si sbarazza del proprio fastidio e dell’imbarazzo di lui con una scrollata di spalle.

–       Suvvia, – lo consola – non sarà sempre così. Le cose cambieranno. È la Révolution.

–       A me ha portato via tutto. – Pausa. Ritrova il sorriso. – Ma mi ha dato te.

–       Sei un uomo fortunato, – scherza lei.

–       Molto.

Si abbracciano, stretti in un amore così pulito fra quei tegami incrostati d’unto.

–       Un giorno, – dice lei – un giorno ce ne andremo via da tutto questo.

–       Te lo prometto.

Lei coglie un’esitazione nella sua voce.

–       Ma?

–       Ma non penso si possa fuggire da ciò che si è.

–       E tu sei uno chef. – Sa tutto di lui, Bernadette. Per questo gli si è data in moglie. – Il migliore. La gente cambierà. La Francia cambierà. E ricorderà il tuo nome.

E, come invocato, questo risuona autoritario, seppur nella domanda, alle loro spalle.

–       Philippe Lamont-Souvier?

Sulla porta sosta un uomo ben vestito, scortato da due popolani armati di moschetto.

–       Philippe Lamont-Souvier? – ripete.

Bernadette trema e Philippe annuisce, muto.

La vita, pensa, è un cameriere che ti presenta sempre il conto. E tu paghi.

–       Ci segua, monsieur Souvier,  – dice l’uomo. – La Francia la reclama.

 

 

 

 

 

 

 

 

10

 

La cella nella Tour du Temple è fredda e angusta forse quanto un loculo. D’altra parte è lì e ora, sedici ottobre mille settecento novantatré, che si consuma la vigilia del funerale di una donna e, con lei, di un’epoca. La fine dell’ancien régime.

–       Sua Maestà.

–       Mio caro Philippe. – Con un cenno della mano Maria Antonietta lo invita a lasciar morire un abbozzo d’inchino che non ha più ragione di essere se non nella galanteria. – Non sono più la tua Regina, ma lo stesso richiedo i tuoi servigi.

–       A sua disposizione.

–       Sai perché sei qui?

–       L’ultimo pasto del condannato, immagino.

Maria Antonietta fa un impercettibile cenno di assenso della testa, come se ancora si facesse carico del pesante, precario fardello della corona.

–       Una prassi che nella sventura non posso che gradire, anzi. – Fa spallucce e si passa mesta una mano sul ventre smagrito. – L’ultima cena, sì. No, niente blasfemie. Ma questo è quanto, e voglio che sia tu, come un tempo, a preparala.

–       Qualche desiderio particolare?

–       Giusto il tuo tocco insolito, per ricordo. – Ha il volto sbiancato che pare il crollo di un muro. – Ma ho solo fame, ora, Philippe, – sussurra. – Solo fame.

Philippe non ne dubita: poco è rimasto della donna che poteva concedersi il lusso di trattare i cibi più elaborati con una raffinatezza tale da sfiorare quasi l’offesa verso chi non può. Ha una voracità scolpita nelle guance grinzose che ricorda quella del defunto marito. Lo stesso appetito, ma non così ingordo. Anzi. Solo sano. E giusto. Lo stesso che vede ogni giorno alla Taverne de pauvre voyageur de Madame Vessai. E capisce, così come sa che ha fatto la Regina, quale sia il giusto equilibrio fra gusto e fame.

E anche il popolo, pensa, quando avrà appagato il suo appetito con la Rivoluzione, e si riterrà a ragione fin troppo satollo, forse (forse!) potrà scoprire come tenere in pari i piatti di questa terribile bilancia che è la vita.

–       Mangerà, sua Maestà – le dice di ritorno dai suoi pensieri. – Gusterà e mangerà, le prometto, come mai ha fatto. – Poi aggiunge – Tutti, un giorno, lo faranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

11

 

Tiepido l’autunno parigino, ottobre mille settecento novantacinque.

Sotto un sole che bacia le pareti e i tetti delle basse case borghesi, la Francia di fine secolo sì illumina e ribolle piano, simile al mosto giovane nei tini.

Una brezza lieve spazza le strade dalle prime foglie morte e da qualsiasi altra cosa passata, estate o Terrore che sia. Reca con sé, invece, un profumo nuovo, ricco e buono, di roba da mangiare. E assaporare.

La Rivoluzione è conclusa, ma non quella del gusto.

Quella s’inaugura ora, al pari dell’omonimo La Révolution du Goût.

Fra fornelli e pentole, entro l’aperta accoglienza del proprio ristorante, lo chef Philippe Lamont-Souvier, cucina.

Ancora una volta, cucina.

Per tutti francesi, cucina. Un gusto genuino e raffinato, eppure alla portata di ogni tasca e borghese fame parigina.

E osserva Bernadette che riceve all’ingresso i nuovi clienti, e li accompagna nella gremita convivialità della sala con una grazia priva dell’evidente impaccio del rigoglioso grembo e seno in odore di maternità. Con un sorriso pone al centro della tovaglia, non appena i commensali hanno le gambe sotto il tavolo, una cesta colma di fette di pane con ancora il caldo aroma del forno sulla crosta bruna.

È solo l’inizio, Philippe, si acquieta l’entusiasmo. Ma penso che sarà un buon domani in cui vivere tutti.

Annuisce fra sé e sé.

Sì, una nuova Belle  Èpoque.

Sorride al pensiero del menù.

Bon appetit.

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KUKNIA

Quando sono andato a vivere con Andrea, mi aveva promesso che avrebbe cucinato per me. E’ uno chef e all’epoca aveva messo gli occhi su una specie di trattoria nella prima cerchia della periferia della città, un posto dove non sei troppo vicino al centro ma nemmeno così lontano. Era bella, con il pergolato, le persiane, il cortile, le ringhiere. Mi ci portava a guardarla da fuori, la sera, quando veniva a prendermi in macchina a Milano Greco Pirelli. Scendevo dal treno, facevo il sottopassaggio e lui mi aspettava sul piazzale, in macchina.

La missione di Andrea era riuscire a farmi mangiare le verdure. Mi aveva giurato che mi avrebbe proposto variazioni sul tema di broccoli, cavolfiori, fagioli, spinaci, si sarebbe inventato le cose più gustose, colorate, divertenti e ci avrebbe aggiunto anche un pizzico dei sapori che già apprezzavo, ma solo per indorarmi la pillola come si fa con un bambino intimorito dall’antibiotico. Quante sere avremmo passato a mangiare insieme nella nostra cucinetta Ikea, che avevamo progettato maniglia per maniglia e colore per colore nelle notti in macchina davanti al portone? Mi piaceva immaginare Andrea cucinare per me, muoversi disinvolto tra gli strumenti e le materie prime. Era una specie di magia perché io non lo sapevo fare, mi sembrava un modo complice per prendersi cura di qualcuno. Poi, però, lui la sera faceva tardi e io avevo fame, quindi finiva che mangiavo il gelato o le patatine sul divano di fronte alla tv, guardando le serie di Sky.

Andrea è riuscito presto a rilevare la trattoria ed io ho perfino tentato di aiutarlo, tra la cucina e i tavoli. Ma per l’amor del cielo, io non ho mai avuto coordinazione: mi tremavano i piatti, mi cadevano le posate, sembravo l’ultimo dei camerieri imbranati e invece ero il fidanzato del capo … comunque sia, è stato bello provare. A fare tutto, intendo. Mangiare le verdure, aiutarlo in trattoria, amarlo. Ma alcune cose vanno avanti ed altre no, il ristorante è cresciuto e noi ci siamo lasciati. Non ho mai capito se le due cose fossero correlate, forse sì, chi lo sa. Ma cosa importa oggi, visto che non viviamo più insieme ed io non vivo quasi più a Milano. Solo qualche volta, ogni tanto, senza dirlo a nessuno, mi capita di passare dalla stazione di Greco Pirelli e di sentire una fitta. Andrea non è più sul piazzale che mi aspetta. La nostalgia, per un attimo, è feroce e mi ricorda il sapore della barbabietola.

Mentre traslocavo e cercavo di riportare tutte le mie cose di nuovo a casa dei miei genitori, mi è capitato molto spesso di fermarmi a mangiare dal mio amico Paolo. Lo conosco da quasi dieci anni ed ogni nostra serata è strettamente legata ai palinsesti dei canali televisivi di intrattenimento. Ogni tanto mangiamo la quinoa, ma solo se lui ha tempo di metterla sul fuoco prima che inizino Xfactor o Pechino Express. Se siamo nella settimana di Sanremo non riusciamo a fare altro che ordinare la pizza da Mohammed Mani Grandi, perché dobbiamo guardare anche l’eventuale pre-festival e il collegamento di Vincenzo Mollica per il Tg1 dalla balconata dell’Ariston. Ma più di tutto, sono irresistibili e quotatissime le volte in cui decidiamo di fare cena “ayurveda”. Il che significa, banalmente, evitare di eccedere con la Coca cola e le caramelle gommose, concedersi giusto due Grisbì durante la pubblicità e sfondarsi di torta pasqualina ai carciofi dell’Esselunga. Contorno di lattuga, sedano e noci, of course. Ogni tanto sento il bisogno di una purificazione alimentare: credo sia dovuto ad una memoria storica di eccessi e stravizi al cospetto del dio Junk Food, nei pazzi anni dell’università. Quando condividevo casa con Roberta e Silvia, a Bologna, mangiare roba di Mc Donald’s era il nostro modo per dirci che dovevamo festeggiare qualcosa, che avevamo voglia di stare insieme, regalarci una serata tutta per noi. Davanti alle portate di un nostro tipico menu doppio, scorreva la vita. Quanti fidanzati, colloqui di lavoro, lacrime, crisi isteriche, risate, amore e pura gioia nel cuore della notte. Che ricordi dentro quel soggiornino con angolo cottura, impestato dall’odore della cipolla e della carne condita nel peggiore dei modi.

Andrea mi prendeva in giro, per le mie voglie di cibo spazzatura. Cominciava ad elencarmi i valori nutrizionali di ogni singola porzione di tutte le porcate che mi piacevano tanto, mi dava un pizzicotto dicendo di non lamentarmi se poi mi vedevo grasso e alla fine si rassegnava. Più di una volta ha provato ad introdurmi all’irresistibile (secondo lui) filosofia dei burger di soia, ma glieli ho puntualmente tirati dietro e allora ci ha rinunciato. Abbiamo trovato un buon compromesso con la pizza fatta in casa, però senza esagerare con i condimenti. Le prime volte che mi sono cimentato con lui nell’impasto, sul tavolo di casa nostra, l’effetto era discutibile tipo il vaso che tentavano di modellare Demi e Patrick in “Ghost”, ma alla fine ho imparato e replicato la ricetta più volte. Almeno fino a quando il ricordo di lui che guardava il forno acceso con me, con gli occhi entusiasti di chi ha appena costruito il castello di sabbia più bello di tutta la spiaggia, non è diventato troppo doloroso anche solo per mettere sul fuoco il bollitore del the (che non ho mai avuto perché secondo Andrea era inutile, bastava una pentolina). Da quando sono rimasto solo, ho messo da parte quelle due cose che avevo imparato a cucinare e sono tornato ai miei primi istintivi amori: le caffetterie, i take away e le piadine. Se proprio volevo mangiare sano, c’erano le cene ayurveda a casa di Paolo e i miei genitori.

Poi c’è stato un giorno in cui, tra il lavandino ed i fornelli, mi sono trovato di fronte ad una delle mie più grandi verità rivelate. Andrea non c’era più, casa nostra non c’era più. Avevamo disdetto l’affitto da mesi e ormai ci viveva già qualcun altro. Quel giorno mi ero imposto di smettere di mangiare solo sofficini, i miei erano in vacanza. Avevo diligentemente comprato gli ingredienti per assemblare una caponata perfetta  – non si dica che non amo mangiare saporito – e avevo tutto sul ripiano. Nel momento in cui ho iniziato ad affettare la prima melanzana ho pensato che sì, quello avrebbe potuto essere un buon modo per ricominciare a prendermi cura di me. Cucinare per me stesso. Prendermi del tempo per scegliere le ricette, studiare il modo di prepararle e prepararle bene. Era come se avessi trovato il modo tangibile di farmi un regalo. E allora quel giorno, in quella cucina che non era la mia, ecco che ho sentito il dolore assumere un senso. Se Andrea ed io ci eravamo lasciati non potevo farci veramente più niente. Se tutte le persone che erano venute dopo di lui erano già scomparse e si dimostravano sempre una delusione dietro l’altra, non c’era altra scelta che rassegnarsi ad accettare lo stato delle cose. Io ero impotente verso le reazioni degli altri, non avrei mai potuto modellare gli altrui comportamenti secondo ciò che per me era giusto o corretto o morale. Se gli altri erano stronzi, non potevo fare niente per cambiarli. Ma potevo fare qualcosa per me. Per non trascurarmi, per smentire e confortare quella parte di me stesso che si sentiva sola. Una piccola rivoluzione personale avrebbe potuto partire da quel soffritto che stavo coccolando svagatamente, come se la soluzione ultima di tutti i problemi e il posto di tutte le cose si trovassero lì, davanti a me. Pur nel dispiacere e nell’amarezza degli abbandoni che avevo contato fino a quel momento, mi sono sentito bene.

Tempo dopo ero a Roma. Stavo aspettando l’ora di un appuntamento di lavoro e passeggiavo per il mercato di Campo de’ Fiori. Tra i banchi pieni di merce e le voci di passaggio mi è sembrato, per un attimo, di vedere Andrea. Probabilmente mi sono sbagliato perché le ultime notizie che avevo lo davano ancora alla trattoria di Milano Greco Pirelli, ma quel ragazzo era così uguale a lui, lo stesso modo di camminare, di tenere in mano le buste, di sorridere quando parla. Stava scegliendo un po’ di verdure ed istintivamente ho pensato che le stesse comprando per me. Che pensiero sciocco. Candido, ingenuo. Ho pensato al tempo passato lontani. All’equilibrio che ho dovuto ricostruire da solo. Agli anni che abbiamo trascorso insieme e che mi hanno indebolito di fronte all’idea di potercela fare con le mie forze, rimettermi in sesto, riprendere la strada. Ai sapori che ho associato a lui, alla sua assenza, e che ho dovuto allontanare per cercarne degli altri che mi facessero immaginare nuove speranze e nuove possibilità. Entrare in una pasticceria, scegliere dal menu di un ristorante, l’odore di un supermercato. I dettagli insignificanti che hanno reso insostenibile la mia solitudine. Ho pensato alle domande che ho accumulato e non ho saputo fargli. Magari sarebbe stato bello dirgli che adesso mangio anche il seitan. Che ho ricominciato a guardare il forno acceso senza sentirmi morire. Che per quanto possa essere stato arrabbiato con lui per la grande pena che mi ha fatto vivere, impasto la pizza ancora con la nostra ricetta segreta, in suo onore.

Orgoglio, disillusione, rivalsa, indifferenza, non so. Ho guardato di nuovo il ragazzo al mercato che ero sicuro fosse Andrea. Ho pensato che avevo il frigo vuoto, sono andato avanti.

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IL MISTERO DEL CIBO

Due uomini e due donne stavano seduti attorno a un grande tavolo imbandito con cibi e bevande di ogni tipo. La stanza nella quale si trovavano era completamente buia. Non potevano distinguere nemmeno le pareti, solo una debole luce li illuminava. Si guardavano confusi a vicenda, con gli occhi di chi non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Regnava un gran silenzio.

 

Fu l’uomo in sovrappeso il primo a parlare.

«Scusate, ma…» disse con un filo di voce e tutta la confusione del mondo «…cosa ci faccio qui?» Fece una pausa, poi riprese con maggior vigore. «Chi siete voi?!»

Gli altri lo guardarono perplessi. Nessuno rispose. La donna sulla quarantina scosse il capo con un’espressione assente, mentre la ragazza giovane si toccò il viso come per accertarsi che non si trattasse di un sogno. L’uomo magro, invece, rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto.

Si guardarono attorno spaesati per una decina di minuti. Fu di nuovo l’uomo in sovrappeso a rompere il silenzio.

«Ora ricordo!» Esclamò all’improvviso. Tutti lo fissarono incuriositi. «Mi chiamo Jackob e ho 32 anni. Vivo nel Maryland e attualmente sono disoccupato…» parlava tenendo gli occhi rivolti verso l’alto, sforzandosi di ricordare. Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano guardando in attesa che continuasse. Allora Jackob abbassò il capo e, appoggiandosi una mano sulla tempia, iniziò a verbalizzare quello che gli passava per la testa.

 

Non chiedetemi perché, ma in questo momento ricordo me da piccolo, all’età di dieci anni, mentre sto sdraiato sul divano di casa. Ero un bambino estremamente pigro. I miei amici andavano sempre a giocare al parco il pomeriggio, mentre io rimanevo a casa a guardare la tv. Ogni mezzora mi alzavo, andavo in cucina e prendevo qualche cosa da mangiare. Una panino, uno snack o una bibita… non importava molto cosa mangiassi, l’importante per me era sentire il mio stomaco sempre pieno.

Ora mi vedo a quindici anni: ero già in sovrappeso di 20 chili. A scuola gli altri ragazzi facevano battute sulla mia stazza. Non era il massimo, ma almeno mi sentivo considerato. Non ero più invisibile come quando andavo alle medie. Tutti presero a chiamarmi “Big J” e io sentivo che per la prima volta avevo un qualcosa che mi differenziava dagli altri. Ero Jackob, il ragazzo grasso che alle cene di classe mangiava più di tutti. Jackob, quello con lo stomaco senza fondo. Mangiavo anche se non avevo fame perché gli altri si aspettavano questo da me. Ben presto divenni schiavo del cibo. Ero abituato a mangiare in continuazione e se stavo anche solo mezzora senza farlo il mio stomaco cominciava a brontolare. Non ero più io che consumavo il cibo, era il cibo che consumava me.

Ora la mia mente mi riporta agli anni del college. Ricordo che quando vi entrai ero talmente grasso da far fatica a camminare. In quel periodo le battutine della gente facevano male. Non erano più simpatiche come prima, erano taglienti, sussurrate tra i denti. Nessuno gradiva la mia compagnia e non riuscii a farmi neanche un amico. Le ragazze poi… per loro era come se fossi invisibile. Non mi vedevano come un uomo, forse nemmeno come un essere umano. Tra tutte probabilmente era questa la cosa che mi faceva soffrire di più.

Così un giorno decisi di lasciare il college. Tornai a casa dalla mia famiglia, determinato a trovarmi un lavoro. Feci decine di colloqui, andai negozio per negozio chiedendo se avessero bisogno di personale, ma nessuno voleva uno come me… un malato. All’ennesimo rifiuto gettai la spugna. Mi chiusi in casa e da diversi anni ormai passo le mie giornate senza fare niente. Ovviamente in questo modo la mia salute è peggiorata, adesso peso quasi 150 chili. Un anno fa ho scoperto di avere il diabete, ma…

 

Si interruppe di netto. Alzò il viso e guardando gli altri disse: «…perché vi sto raccontando queste cose?» Sul suo volto si palesò un’espressione preoccupata. «Come ci sono arrivato qui?»

Anche questa volta nessuno seppe rispondere.

Seguirono alcuni minuti di silenzio, poi fu la donna sulla cinquantina a prendere la parola.

«Ora ricordo anche io chi sono», disse in tono controllato. «Mi chiamo Claudia e…» Come successe per Jackob, anche lei cominciò a raccontare. Ricordava e parlava nello stesso momento, senza filtro, come se quella storia la stesse raccontando prima di tutto a se stessa.

 

…sono nata in un piccolo paesino nella periferia sud di Milano, in Italia. Sono dirigente in una grande azienda. Non sono sposata e vivo da sola.

La mia mente mi riporta a una cena con amici di qualche anno fa. Probabilmente era prima che iniziassi ad avere problemi di stomaco. Sono ormai anni, infatti, che non mangio più fuori casa, la mia dieta non me lo consente.

Sapete, ho preso centinaia di farmaci per curare la mia gastrite cronica, ma non hanno fatto altro che peggiorare la situazione. Poi un giorno ho capito che per stare meglio dovevo cambiare il mio modo di mangiare. Così ho iniziato a leggere centinaia di articoli sulla corretta alimentazione. Grazie a internet oggi puoi avere tutte le informazioni che ti servono senza fatica! Riuscii da sola a crearmi una dieta perfetta, eliminando quegli alimenti che potevano essere potenzialmente nocivi per il mio organismo. Ovviamente, per mantenere un tale regime alimentare, ho dovuto smettere di mangiare fuori casa. Non puoi sapere cosa ci mettono nel cibo nei ristoranti, non puoi calcolare gli apporti nutrizionali o il giusto bilanciamento tra proteine e carboidrati.

Sapete, ora sto meglio! Da tre anni non mangio più nulla che non sia strettamente previsto dalla mia dieta. Ho perso molti degli amici che avevo, ma loro non mi capiscono, dicono che sono ossessionata, che non è più piacevole stare con me.

Adesso però ricordo che ultimamente non sono stata molto bene. Mi sento sempre stanca e anche al lavoro faccio fatica a tenere il ritmo. Una volta mi è anche capitato di svenire sul treno mentre tornavo a casa. Faceva molto caldo quel giorno, sarà stato sicuramente per quello. Però mi sono preoccupata così ho deciso di andare dal mio medico. Ho fatto delle analisi del sangue e alcuni valori sono risultati bassissimi. Il ferro era praticamente a zero. Quando ho raccontato al mio medico della dieta speciale che seguivo lui si è infuriato. Io ho fatto valere le mie ragioni e lui, per tutta risposta, mi ha detto che avevo bisogno di uno psicologo, che ero malata. Ha usato un’espressione… ah sì, ha detto che sono “ortoressica”. Che cavolata! Si sa che i medici di base non capiscono niente.

Va beh… alla fine mi ha prescritto degli integratori alimentari e mi ha esortato a mangiare alcuni alimenti che fanno malissimo! Mi ha anche fatto un’impegnativa per andare da un dietologo, ma io non ci sono andata.

Così la mia vita continua come prima, anche se a dire il vero mi sento uno straccio. Però sono sicura che si tratta solo di un momento di debolezza, capita a tutti. L’ultima cosa che ricordo è che sono uscita di casa per recarmi al lavoro, ma… come ci sono finita qui?

 

Anche Claudia terminò la propria storia con un’espressione confusa e preoccupata. Questa volta il silenzio durò solo pochi secondi perché a prendere la parola fu subito la ragazza più giovane.

«Mentre parlavi mi sono ricordata anche io chi sono».

«Cos’è questo? Il circolo degli smemorati», commentò ironicamente Jackob.

Nessuno però sembrava essere dell’umore di scherzare, così la ragazza continuò.

 

Mi chiamo Alina e sono nata in Russia, anche se i miei genitori sono rumeni. Nemmeno io ricordo come sono arrivata qui, però ricordo alcune cose di me. Ho 22 anni e frequento l’università di Mosca. Non so perché, ma ho in testa un ricordo ormai vecchio di due anni. Si tratta di un episodio triste della mia vita perché fu quando il mio ragazzo mi lasciò. Per me fu un duro colpo. Stavamo insieme dalle medie e avevamo già iniziato a progettare una vita insieme. Quando me lo disse lui aveva già un’altra, una modella a quanto pare… alta, bionda e magrissima. Quel giorno la mia vita crollò. Smisi di dormire e di mangiare. Non piangevo, a vedermi dall’esterno non sembravo nemmeno tanto triste. In realtà nemmeno io mi sentivo triste, semplicemente tutto aveva perso di senso.

A quel tempo pesavo 57 chili e non mi preoccupavo particolarmente del mio aspetto fisico. Tuttavia, in quel momento, quando vidi il mio ex ragazzo con la sua nuova fidanzata, in quel preciso istante realizzai quanto ero stata cieca. Pensavo di essere giusta, invece ero grassa, grassa da far schifo! Era ovvio che mi avesse lasciato… sembravo una balena! Sarei rimasta da sola tutta la vita se non mi fossi data una regolata, così iniziai a mangiare solo una volta al giorno. Un pasto è più che sufficiente. In poco più di tre mesi persi 10 chili. Ero tanto orgogliosa di me ogni volta che salivo sulla bilancia e vedevo quella dannata freccia fermarsi ben prima dei cinquanta chili. Avevo fame, non lo nego. A volte avrei ucciso per un panino. Però ho resistito. L’autodisciplina è tutto se si vuole avere successo nella vita. Io voglio sposarmi, avere dei figli e un marito che mi ami e non guardi le altre donne solo perché io sono grassa. Insomma, finalmente mi vedo bella. Lo specchio non è più un oggetto da evitare. La gente per strada non mi guarda più il sedere pensando “ma questa quanto mangia?”. Perché lo so che lo pensavano…

Ora sono arrivata a pesare quasi quaranta chili e non ho più fame. Anche tutto questo cibo che abbiamo qua sul tavolo non mi fa nessun effetto. Se mi sento debole mangio un po’ di frutta, ma non troppa perché è piena di zucchero.

Insomma, la mia vita va molto meglio ora, anche se non ho ancora trovato un ragazzo. Però adesso che son magra mi sento più fiduciosa e posso vestirmi come voglio. Mi entra tutto, anche le magliette per bambini!

 

Dicendo questo si alzò in piedi per mostrare la maglietta che stava indossando. Solo in quel momento gli altri notarono quanto fosse magra. Sembrava uno scheletro. Sotto la maglietta attillata spuntavano le costole e le spalle appuntite. I jeans stretti le danzavano in vita. Alina, con un sorriso stampato in volto, fece un giro su se stessa e si rimise a sedere. Poi, tutto ad un tratto, tornò scura in viso ed esclamò «Ma chi siete voi? Perché vi sto raccontando queste cose?» Fece una pausa. «Cosa ci facciamo qui?!»

Nessuno sembrava avere una risposta a quella domanda e per l’ennesima volta calò il silenzio.

«Beh, intanto che aspettiamo che qualcuno ci venga a dire perché siamo qua io mangerei qualcosa», disse Jackob allungando la mano su un hamburger posto di fronte a lui.

«Hai ragione» replicò Claudia, «mi è venuta un po’ di fame».

Anche Alina prese a piluccare da un’insalata alcune foglie. Sul tavolo c’era talmente tanto cibo che non lo avrebbero finito in una settimana.

 

«Io mi ricordo come sono arrivato qua».

 

All’udire quelle parole un brivido corse lungo la schiena di tutti. A parlare fu l’uomo che sinora si era mantenuto apparentemente in disparte. Era passato talmente inosservato che tutti si erano dimenticati persino della sua presenza.

Lo fissarono in attesa che continuasse e lui, questa volta, non si fece desiderare.

 

Ho ascoltato le vostre storie con molto interesse e ho capito cosa significa questo luogo, cosa ci facciamo qua. Non credo passerà molto tempo prima che lo realizziate anche voi, quindi permettetemi di raccontarvi qualcosa su di me.

Mi chiamo Owen. Sono nato e cresciuto in Kenya. Non ho molti ricordi della mia infanzia. Ho impresso nella memoria il volto giovane di mia madre, l’odore dei campi e quello del vento gelido che soffiava la notte. Ricordo i banchi di scuola e i maestri volontari che ogni giorno ci raccontavano qualcosa sul mondo.

Insomma, ho un bel ricordo della mia infanzia e anche se crescendo è cambiato tutto, una cosa non mi ha mai abbandonato, è stata con me dal primo giorno: la fame. Fin da piccolo sono stato abituato a mangiare poco, eppure alla fame non ci si abitua mai. Eravamo in tanti nel mio villaggio e bisognava dividere il cibo tra tutti. Io ero fortunato perché mia madre spesso si privava della sua porzione per darla a me. E’ a lei che devo tutto.

La mia esistenza è stata una costante battaglia tra la vita e la morte. Sapevo che se mi fossi ammalato non ci sarebbero state cure. Bastava una piccola infezione per far preoccupare tutti. Ero debole e mi capitava spesso di svenire. Mia madre cercava di non farmi mancare niente, ma la sentivo piangere la notte e leggevo nei suoi occhi la frustrazione dell’impotenza. Vedeva suo figlio morire, giorno dopo giorno, e non poteva fare nulla.

Eppure non rimpiango niente della mia esistenza. Ho amato tutto della vita. Ho amato il piacere e il dolore, il gelo e il caldo abbraccio del sole, la sofferenza e la gioia. Sapete, io penso che nella vita tutto si compensi. Più soffri e più apprezzi i momenti felici, più piangi e più i tuoi sorrisi saranno magnifici. Allo stesso modo, se hai conosciuto la fame apprezzerai il sapore del cibo e l’incredibile magia che esso nasconde. Perché nel cibo è racchiuso il mistero stesso della vita. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Sono domande arroganti. L’errore fondamentale di noi uomini è quello di crederci un qualcosa di speciale, separato dal resto del mondo. Pensiamo di essere fatti di qualche sostanza strana, magica. Ci sbagliamo… noi siamo il cielo, siamo la terra, siamo i fiumi e gli alberi. Siamo gli occhi attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso. Siamo ogni cosa ed ogni cosa è noi. Pensateci, come fate a dire che quella mela non siete voi, se poi la mangerete e diverrà parte di voi. Nel processo tramite cui il cibo da oggetto esterno diventa parte del nostro essere c’è la risposta a tutte le nostre domande. Cosa ci separa dal mondo se non il nostro ego? Il nostro sentirci essere speciali? Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il mondo. E’ questo il mistero che il cibo ci svela ogni giorno, ogni volta che lo mangiamo.

 

Fece una pausa e si accorse che tutti lo stavano fissando intensamente. «Giusto… voi volete sapere cosa ci facciamo qui. Ho ragione?»

Gli altri risposero con un cenno di assenso. Nessuno emise un fiato.

Owen sorrise. Un sorriso difficile da interpretare.

«All’inizio anche io non ricordavo», disse. «Ho ascoltato le vostre storie con grande interesse e solo quando anche l’ultimo di voi ha pronunciato l’ultima parola, solo allora ho ricordato. Vi dirò come sono arrivato qui».

 

Il tavolo era rotondo.

 

«Ricordo chiaramente di essere uscito di casa per cercare qualcosa da mangiare. Era sera. Mi sentivo particolarmente debole».

 

I posti a sedere assegnati casualmente.

 

«Non mangiavo niente da una settimana».

 

C’era del cibo sul tavolo.

 

«Mentre camminavo ho sentito le gambe farsi pesanti…»

 

Non su tutto il tavolo.

 

«…ho iniziato a vedere doppio…»

 

Dove era seduto Owen non c’era nulla.

 

« …sono caduto a terra».

 

Nessuno se n’era accorto.

 

«E poi… eccomi qua».

 

In quel preciso istante tutti compresero. La luce si spense e fu buio.

 

 

 

 

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IL FORNO

Ho comprato un forno, si lo so, la notizia di per sé non è nulla di eccezionale, ma fino all’altro ieri non sapevo di desiderare concretamente un forno, figuriamoci poi uno che fosse l’equivalente  dello stipendio di un mese intero di lavoro. E’ stato un attimo di disequilibrio,  ma non un colpo di testa d’euforia, piuttosto uno di quelli col senso di colpa annesso, ma d’altronde la forza di volontà non è una risorsa infinita,  se si esaspera è come il tessuto liso che lascia intravedere la trama,  e da lì dall’intreccio dei fili del senso del dovere è uscito un grido.  Non funziono più, qualcosa si è rotto. E così mi ritrovo seduta sulla soglia della casa dove sono cresciuta, da sola, con un gatto nero che scambia morsi con  carezze,  e un forno nuovo, dalle prestazioni di cottura eccezionali; e mi sento terribilmente in colpa per averlo acquistato, non capisco come sia potuto accadere realmente; sono entrata nel negozio, ho chiesto informazioni e senza accorgermi  eccolo qui, installato in una vecchia cucina, dove non si abbina con nulla.

Ho lavorato tutta l’estate quest’anno, torride giornate senza fiato e senza respiro, pessime per il mio umore, intollerabile caldo di città; agosto dai silenzi appiccicosi; adesso riposo in questa aria di settembre. Sono tornata nella casa della mia infanzia, anche se è vuota. Mio padre ormai vive in una leziosa località  di mare straniero, in un appartamento bomboniera, su misura,  per togliersi anche dall’imbarazzo di dover invitare qualcuno;  e viaggia con la compagna del momento, in cerca di pace e forse l’ha trovata. Questa è stata una casa di  risate e profumo di torte, e un orto e libri e viaggi e cuccioli di cane, e folletti per Natale che nascondevano panforte nei cassetti. C’era persino il topolino dei denti, che in cambio lasciava fazzoletti di stoffa nella cassetta della posta.  Poi è esploso tutto,  e come mine impazzite ognuno ha scritto la sua storia.

Ognuno per la sua strada. Negli ultimi anni il profumo di torta, e di quel salmone a fette sottilissime che cucinavamo in forno col pepe rosa, ha lasciato il posto all’odore leggero aereo  ma persistente delle medicine, e poi all’odore spesso denso nauseante dei fiori del funerale, e così è diventata una casa dove per condividere un piatto di minestra dovevi avvisare almeno il giorno prima. Quando senti dire da tuo  padre che non puoi passare a cena, all’ultimo minuto perché di pasta non ce n’è abbastanza allora capisci che è finito un mondo, il tuo.  Tuttavia,   se ho desiderato tornare qui a passare le mie vacanze, deve essere stata una infanzia felice;  poi mi hanno strappato le radici e spezzato le ali, e  da allora ho sempre zoppicato ma la tenacia della  volontà è capace di grandi imprese  e dunque nessuno se ne accorge mai, perché una tensione forte  e costante sottende il mio passo e non rivela l’incedere tipico dell’anima sopravvissuta.  Quasi a nessuno.  Pietro lo ha visto invece, e non è stato un bene. Lui ha visto dove erano i vuoti e le ombre, dove erano i punti strappati e lì sono arrivate le sue parole, le sue cure e le sue attenzioni,  mollemente, come il polpo che si insinua nelle cavità rocciose; è riuscito a farmi sentire completa, a illudermi che la ricerca fosse finita, adesso invece so che per essere veramente in armonia è necessario scendere a patti con le ombre, non lasciare che altri vi portino la luce al posto tuo, e prima di ogni cosa perdonare, sé stessi e gli altri, ma  non per altruismo, per essere liberi di realizzare la propria forma.

Seduta sulla  soglia di casa, guardo il giardino nell’aria di settembre, c’è un tepore leggero avvolgente del sole di fine stagione, che non soffoca ma accarezza, che lascia intendere nuovi inizi. Settembre quest’anno lo trascorrerò qui, decisione improvvisa anche questa, a volte certi gesti sono solo i primi di una serie infinita, un domino di azioni. A volte basta comprare un forno, per  vedere altre strade, per capire d’improvviso che si possono fare altre scelte,  cambiare destinazione, lasciare un uomo anche se l’amore non è finito, ma si è interrotta la strada; non funziona più, o peggio continua a funzionare in superficie senza attrito alcuno e non provi più niente.

 

La casa ormai è piuttosto inospitale, camminare sui gradini di pietra a piedi nudi a occhi chiusi, è benefico, è portatore di notti tranquille. Oggi pomeriggio sono stata nell’orto abbandonato, ho strappato erbacce per ore, stasera le mani sono dolenti  ma il cuore un po’ meno. Un tempo crescevano disordinati e aggrovigliati i lamponi,  sempre troppo pochi per la nostra golosità, ci si preparava il gelato; ma il migliore era quello alle nocciole, si iniziava con la fatica dello schiaccianoci ,  lasciavamo le nocciole con la loro pellicina scura, e una volta tritate, la sentivi nel gelato, sotto i denti,  il gelato rimaneva molto chiaro di colore, tutto punteggiato di marrone, il gelato alla nocciola così non esiste da nessuna parte; non lo ho più ritrovato come tante cose che nel sentiero della vita perdiamo o lasciamo andare. Non saprei esattamente se sono venuta qui in vacanza o se sono fuggita,  sono uscita dai binari però, ho dovuto perché  mi sono persa rotolando nelle tracce certe dell’abitudine. Ho sofferto troppo e troppo a lungo per un altro  figlio che potrà mai  più arrivare, non c’è consolazione per questa assenza non assenza,  di qualcuno che non c’è mai stato eppure ti manca disperatamente, perché non puoi consolarti dicendo  “ ci sono altre cose più importanti..”, non puoi dirlo, semplicemente  perché non è vero. E’ diventato un masso compatto di dolore che si è aggiunto agli altri lutti mai pianti. Per lunghi mesi non ho sentito niente altro che questa sofferenza cieca, che non ho saputo spiegare a nessuno, ma nemmeno volevo,  non ci credo che parlandone si faccian più lievi le perdite, quello è solo il lavoro inevitabile del tempo; è necessario lasciarglielo fare, come il pane che lievita lentamente e ogni volta in modi fievolmente diversi.

 

Nel  pomeriggio mentre ero intenta a liberare la terra da lunga incuria e da fastidiose piante infestanti, ho sentito una voce chiamarmi, è arrivata passando dal cancelletto del vecchio pollaio la figlia di Eugenia. E’ la prima persona che si è accorta che qualcuno ha riaperto casa. Eppure devono averlo notato, in passato questa era una famiglia molto osservata, con le sue bizzarrie e dicerie.  Magra, elastica e furtiva è arrivata e si è seduta sul muretto, in attesa. Mi mette sempre soggezione il dolore degli altri, l’alfabeto del dolore è estremamente personale e mi spaventa istintivamente; soprattutto quello di una ragazzina.

Eugenia si è impiccata, un anno fa; non sono venuta a conoscenza  delle ragioni, le avrei volute chiedere in paese  ma mi sono vergognata di questa curiosità, mi sembrava poco rispettosa, mi sentivo a disagio mentre avvertivo che ciondolava  le gambe alle mie spalle. “raccontami qualcosa” allora ho capito, sta cercando immagini, frammenti di Eugenia, ricordi sconosciuti da portare con sé, che facciano le veci di dialoghi che non avverranno mai ; non la frequentavo ormai da molti anni ma questa sarebbe stata una risposta frettolosa e inappropriata. Eugenia è stata l’amica che in assoluto mi somigliava di più, mi somigliava nei difetti però, per questo abbiamo smesso di essere amiche con un pretesto futile, simili e simmetriche, così ci siamo fatte male, ci guardavamo troppo nel profondo, poi  nessuna di noi ha trovato il momento per riavvicinarci e la vita non ce ne ha fornito più l’occasione.

A sua figlia, che sta combattendo oggi,  ho raccontato di quando studiavamo insieme a Milano, e per pranzo lei spesso preparava la frittata con le patate, le tagliava con pazienza  a cubetti piccoli e regolari, si percepiva l’amorevole pazienza di chi è cresciuto in una famiglia sinceramente unita, un clan come ripeteva  lei ridendo, poi spezzettava velocemente e casualmente  le sottilette e completava il tutto con  molto  pepe, mescolava, pietanza calda, morbida e saporita. Eugenia è la frittata con le patate,  preparata in quel suo cucinotto di un metro quadrato. Il sapore di una perduta sorella.  “ok, domani scrivimi la ricetta” e se ne è andata, mi sembrava abbastanza soddisfatta ed ho ripreso a strappare erbacce per un orto che non so nemmeno se coltiverò. Nel caso però, mi sono informata, posso piantare ravanelli, cavolo e verza in questa stagione.

 

Ho bisogno di pace, ho bisogno di stare qui, anche se dormire sola la notte mi spaventa oggi come tanti anni fa; le dimore datate hanno voci e scricchiolii sinistri al mio orecchio, non ho mai trascorso qui una notte da sola, cercavo sempre compagnia.

Nel viaggio della vita ho compiuto azioni di cui non mi credevo capace, in cui non mi sono mai riconosciuta, per arrivare dove mi ero prefissata, e quando tradisci i tuoi principi, anche se travolgi il prossimo, in realtà sei tu che perdi, e il prezzo si paga sempre; mi sono giustificata ogni volta e ho pensato di essere in credito col mondo e che a me spettasse solo l’infinito e non la banalità, ho scelto strade che non sapevo se desideravo percorrere oppure no, e per senso del dovere non ho smesso mai di camminare avanti e mi sono persa. Oggi ho bisogno di questa casa inselvatichita, poco curata e solitaria per sentire chi sono, perché io adesso non lo so.

 

Stamattina l’aria era frizzante, euforica, sono scesa a correre verso il bosco.  Non sono veloce, mi piace correre e guardare gli alberi ed il fiume di fianco, verde cupo e affascinante, solido e presente, senza la splendida bellezza  e trasparenza di altre acque.E’ venuta  Lina ad aiutarmi a rimettere in sesto la casa, era contenta che qualcuno la abitasse nuovamente.

“mi è dispiaciuto quando il signore e la signora sono partiti, meno male che è arrivata lei adesso”, segretamente credo spera che io rimanga, è affezionata alla nostra famiglia, o a quello che ne resta.  Io sospetto che sia stata innamorata clandestinamente di zio Vittorio, e per questo le resti un affetto immutato per tutti noi. Zio Vittorio adorava recitare la parte del benestante di città che  visita la tenuta in campagna, e sono certa che non ha mai considerato Lina una donna e lei lo sa.

Lina mi ha detto sottovoce che non devo pensare troppo, così ho accettato il suo invito per un caffè; anche se non  lo abbiamo bevuto,  infatti mi ha spiegato che dalle sue parti  quando si dice “vieni per  un caffè”, non significa esattamente che si berrà il caffè, è  figura retorica per indicare una pausa, una chiacchiera e dentro si condisca come si desidera;  sono rimasta a guardarla mentre preparava la “splendida torta maria”,  montando rigorosamente a mano il burro con lo zucchero, finchè non è diventato una  spuma quasi leggera, mi ha spiegato che la magia del ’impasto si crea man mano, la rallegra ogni volta, ed  è metafora della famiglia, degli incontri riusciti; all’inizio sono e siamo tutti elementi separati,  e di differente intrinseca natura eppure con maestria  e pazienza gli ingredienti si fondono e diventano un tutto nuovo, che non esisteva prima; e quando un dolce è appena sfornato e compiuto,  non sempre si immagina il cammino affinché ciò diventasse possibile. Come un incontro. Come un matrimonio.

 

Le giornate passano leggere, con i primi freddi piacevoli dell’autunno incipiente, a volte piove e io vado a correre ugualmente,  lavoro nell’orto, comincio a pensare che forse non tornerò alla mia vecchia vita, i percorsi consolidati sono gabbie con la porta aperta.  Io scopro di essere le piante, il fiume, il desiderio di accendere il camino con la legna, il pane cotto in forno quello integrale, con i semi dappertutto, i vecchi  scampoli di tessuto che ho ritrovato negli armadi, il rosmarino, la corsa leggera nel mattino.

 

Finalmente ieri sera è arrivata mia figlia, ha trovato poco confortevole la sistemazione, fredde le stanze al piano inferiore, troppo alti i soffitti, troppo buia la sera, spaesamento normale ho dedotto io. Stamattina invece è scesa nell’orto col marito di Lina, stanno piantando le verze, e le insalate invernali in silenzio, nell’aria che si fa più fredda e cristallina ogni nuovo mattino. Quando è tornata, aveva gli stivaloni completamente ricoperti di terra, non ho potuto fare meno di fissarli e subito le ho toccato la schiena dietro le scapole; le radici e le ali le ho viste, io lo prometto a mia figlia darò radici e ali perché non debba zoppicare mai; e so cosa le lascerò di me un quaderno di ricette, fogli scritti a meno, ritagli disordinati di giornale, fogli stampati, con le nostre note a margine, note dettate al telefono da una zia, una amica, una conoscente; raccolta miscellanea di cibi condivisi.

Oggi cucino gli gnocchi, burro e salvia e noce moscata, in questo momento forse sento un attimo di felicità,

impasto soffice e leggero, ma elastico,  echeggiano le voci lontane di nonne, di donne  “ non esagerare con la farina” , l’impasto leggermente profumato, ed il lento rituale delle righe con la forchetta, lo sciogliersi del burro che si arricchisce con  l’aroma della salvia. Io e mia figlia con la farina sulle ciglia, lasciamo impronte  concave di pollici. La completezza. Il pranzo perfetto.

 

Una domenica di queste, presto, invito  mio padre per pranzo. Per perdonare. E Pietro, che non ero più capace di leggere, né di ascoltare, che non so se vorrà lasciare la sua vita per venire a vivere qui . Per ricominciare.

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I MANGIATORI DI PATATE

Olanda, 1885

 

Zwaan si sentì sfiorare da un glaciale alito di vento e un brivido la pervase da capo a piedi. L’abito di fustagno tutto rappezzato che la avvolgeva riusciva a stento a proteggerla dal freddo di quello che si preannunciava essere un inverno particolarmente rigido e ingrato. Suo marito Joost, di ritorno dal campo, richiuse in fretta l’uscio dal quale inevitabilmente sgusciava sempre qualche spiffero.

Zwaan gettò un po’ di legna nel caminetto per ravvivarne la tenue fiamma sulla quale la vecchia Maaike stava scaldando il caffè comprato al mercato di Rijsbergen in settimana. Dietro di lei udiva la piccola Wilhelmina correre ad accogliere il padre mentre Hannie liberava il fratello dal peso degli attrezzi da lavoro con i quali era rincasato. Nonostante le ristrettezze economiche in cui versavano, Joost non aveva esitato a prendere la sorella in casa con loro dopo che Pieter le era stato portato via dalla polmonite otto inverni prima, lasciandola vedova a soli ventidue anni.

Ormai le patate erano pronte. Zwaan salutò Joost invitandolo ad accomodarsi attorno al piccolo tavolo quadrato al centro della stamberga, poi aiutò la madre a raggiungere la sedia: Maaike vi si lasciò stancamente cadere sopra sospirando un debole ringraziamento.

«Cosa si mangia oggi?» La voce di Joost era ironica ma non sprezzante. Ogni sera poneva questa domanda ma era da undici giorni che non mangiavano altro se non patate. E non sembrava che avrebbero potuto fare diversamente per le prossime settimane.

«Patate, patate e per concludere patate!» Zwaan abbozzò un lieve e imbarazzato sorriso, quasi a scusarsi del ripetitivo menu che offriva loro a tutte le cene. Joost le sorrise anch’egli, gentilmente, socchiudendo leggermente gli occhi, consapevole che la moglie non potesse fare altrimenti. Il piccolo gesto rincuorò Zwaan. Ciò che amava maggiormente di Joost era quel suo cordiale modo di sorriderle: sapeva confortarla in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione.

«Tenete, una tazza per uno! È ancora bollente, vedrete che questo vi scalderà per bene.» Hannie finì di versare quel liquido nerastro che alcuni avevano il coraggio di chiamare caffè in cinque tazzine di ceramica e cominciò a porle ai commensali.

«Non berlo tutto adesso Wilma!»

«Ma io ho freddo mamma.»

«Lasciala fare Zwaan, nella cuccuma ce n’è dell’altro. La dose che sarebbe avanzata per domani era insufficiente per tutti e quindi l’ho preparato tutto oggi.» disse Hannie.

«È già finita la scorta?»

«Sì, Joost.»

«Beh, dopodomani devo recarmi a Rijsbergen. Lo prenderò io.» Zwaan sapeva che probabilmente Joost non sarebbe riuscito a prender niente a Rijsbergen visto che le ultime monete derivate dalla vendita mensile delle loro patate dovevano necessariamente essere investite per comperare la nuova vanga e la legna. Presumibilmente anche Joost sapeva che il caffè non sarebbe stato acquistato per un po’ ma Zwaan non si sentiva mai di condannarlo per queste piccole bugie illusorie, recitate con l’unico fine di non demoralizzare Maaike e la piccola Wilhelmina.

Zwaan prese il vassoio su cui aveva già disposto il pasto che avrebbe dovuto rinvigorire i loro corpi dopo un’altra giornata di lavoro provante. Il piatto su cui erano appoggiati i tuberi era fumante e nel portarlo a tavola fu invasa dalla piacevole sensazione del calore che la ceramica trasferiva alle sue mani. Zwaan lo posò al centro esatto della tavola. Nel frattempo Heinz si era svegliato e lanciò uno strillo dall’angolino dove era avvolto in fasce.

«Vado io.» Joost si sollevò dalla sedia e raggiunse il pargolo. Un giorno sarebbe toccato a lui coltivare quelle patate di color giallo sbiadito che aspettavano suo padre sul tavolo. Lo cullò finché non si appisolò nuovamente e gli stese addosso un altro panno di stoffa, poi tornò a sedersi con i suoi cari. Gli altri non avevano ancora iniziato a servirsi. Era consuetudine che si aspettassero l’un l’altro prima di cominciare. Nessuno aveva mai stabilito questa regola, era solo un tacito accordo che tutta la famiglia De Groot rispettava con rigore. A Zwaan questo piaceva; le piaceva trovarsi tutti riuniti a fine giornata, mangiare insieme, condividere il frutto della loro fatica.

I cinque allungarono finalmente le posate verso il piatto alla flebile luce della sola lampada a olio appesa alle travi del soffitto che rischiarava appena la stanza. Le pareti di legno della stamberga erano avvolte dalla penombra dalla quale trasparivano vagamente solo un vecchio mobile tarlato sul quale spiccavano una teiera di latta, alcune stoviglie disposte su una mensola, le finestre oltre cui il buio pesto della notte invernale olandese inghiottiva il paesaggio e un piccolo pendolo che Zwaan non ricordava avesse mai funzionato. Alla destra dell’orologio una stampa raffigurante un crocifisso, segno della fede schietta della famiglia contadina.

Durante la cena nessuno parla più. Mangiano in silenzio. E d’altronde la scarsa quantità delle vivande apparecchiate rendeva quel momento di ristoro così breve che difficilmente si sarebbe fatto in tempo a intavolare un discorso. Avrebbero parlato dopo cena. Era sempre così. Allora sarebbero arrivati i complimenti della tavolata a Zwaan per l’ottimo simposio, le domande di Hannie a Joost su come fosse andato il lavoro quel giorno, le profetiche previsioni meteorologiche per l’indomani che Maaike deduceva dalla semplice osservazione della luce del tramonto e che, da contadina esperta, azzeccava sempre. Poi tutti si sarebbero disposti davanti al focolare ad ascoltare i racconti dell’anziana donna. Maaike si arrogava questo compito recitativo gelosamente: guai a toglierle il suo momento di gloria giornaliera! Ora che le sue forze non erano più quelle di un tempo e il contributo che poteva dare si limitava alla pulizia della casa, mansione per nulla gravosa vista la modica estensione dell’abitazione, era questo il modo con cui riusciva a sentirsi ancora importante. Così giunta l’ora della storia, Maaike avrebbe narrato un episodio tratto dalla Bibbia o dalle antiche leggende della tradizione nordica. Quella sera sarebbe stato di nuovo il turno di De Vliegende Hollander, l’Olandese Volante, il vascello fantasma condannato a solcare i mari in eterno; sebbene tutti avessero sentito Maaike narrarlo innumerevoli volte, ogni volta pendevano ugualmente dalla sua bocca e dalle parole che ne uscivano.

Ma durante la cena no! Il silenzio. In sottofondo si ode solo il suono prodotto dalle loro mandibole e dalla punta delle forchette che infilzando le patate vanno a contatto con il vassoio dal quale mangiano direttamente visto che i piatti non coprono il numero delle loro bocche. Mangiano senza fretta, quasi con grazia, pur crepando di fame e stenti. È in questo momento che si ribalta il convenzionale pensiero che vuole quei signorotti, che definiscono zotici i contadini, come unici detentori della gentilezza d’animo. Quei ricconi di città che ruttando e ingozzandosi come maiali hanno il coraggio di avanzare nelle loro stoviglie da servizio un ottimo pezzo di manzo perché il cuoco non l’ha cotto al sangue. No! I De Groot hanno meritato di mangiare quelle patate con le stesse mani che hanno zappato la terra dove sono cresciute. Loro comprendono veramente il valore di quelle patate.

E attorno il silenzio. Ma la calma è solo fuori di loro. Nelle teste di ognuno vi è fermento: c’è la vecchia Maaike, che di patate ne ha mangiate tante in vita sua. E che non ne ha mangiate ancor più a causa delle varie carestie alle quali ha assistito durante le sue 55 primavere, compresa quella che a metà secolo aveva trasformato il tubero sudamericano da benedizione a maledizione dell’Irlanda, decimando la popolazione dell’isola la cui collocazione geografica Maaike neppure conosce. Maaike che pensa a quando era giovane e il suo corpo le permetteva di dare una mano nei campi e non solo all’interno del perimetro domestico, quando ancora il colore delle sue mani non somigliava così tanto a quello della buccia delle patate appena estratte dall’umida terra autunnale. Maaike che pensa che i suoi anni migliori se ne sono andati. Che a dispetto delle miserie, delle sofferenze e delle angosce che li hanno caratterizzati, questi sono passati ugualmente. Inesorabilmente come ogni cosa. E, nonostante tutto, pensa che non cambierebbe mai nulla del suo percorso, neppure quella pietanza che ha dinanzi e che l’ha accompagnata lungo ogni suo passo.

C’è Hannie, che pensa alle tante volte che oltre alle patate ha sbucciato pure le sue stesse dita con quelle specie di coltelli male affilati che le scarse finanze in cui versano impediscono loro di sostituire. Hannie che pensa a quelle lontane Americhe da cui qualche esploratore in un indefinito passato aveva importato la patata in Europa. Terre sterminate e floride come le raccontava il compianto marito Pieter che in gioventù era riuscito a frequentare qualche anno scolastico, quel tanto che gli bastò per renderlo il membro più istruito della famiglia. Annie sognava la fattoria che si sarebbero costruiti dall’altra parte dell’oceano, i bambini che vi avrebbero cresciuto, il cibo che avrebbero assaporato: pannocchie, fagioli, formaggi, del caffè vero, carne. Carne! Almeno una volta a settimana. Non come adesso, che un boccone di maiale è un lusso riservato alle occasioni speciali! Hannie ascoltava Pieter estasiata, fantasticando sulle idilliache descrizioni della terra dove lui era desideroso di condurla, sul loro nuovo futuro. Il destino non gli diede abbastanza tempo per concedergli di mantenere tali promesse, condannando entrambi a restare intrappolati per l’eternità, chi in una casa, chi in una bara, in quelle misere campagne olandesi al confine belga non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale. Hannie che mangiando patate tiene vivo il ricordo di Pieter e del loro sogno.

C’è Heinz, che ha ripreso a dormire nel suo angolino vicino al caminetto e che ha ancora la fortuna di poter non pensare. Heinz che è la speranza di tutti i De Groot da quel marzo piovoso in cui il primogenito maschio di Joost era stato vinto anch’egli dalla polmonite. Heinz che ancora non sa quanto odierà e quanto amerà le patate nel corso della sua vita. Non sa ancora quante volte si stancherà di inghiottire quei tuberi dal retrogusto di amido né quante volte la rincalzatura estiva delle piante gli spaccherà le braccia. Non sa ancora quante volte ringrazierà il cielo di poterle raccogliere e di poter placare l’assordante brontolio del suo stomaco.

Poi c’è Joost, infaticabile lavoratore, che le patate ha imparato a coltivarle a 8 anni da suo padre, che ama la sua famiglia e primo fra tutti si alza all’alba rincasando solo al calar del sole, rompendosi la schiena nel campo per portare alla loro spoglia dimora quelle poche patate così farinose che ora sta infilzando con la forchetta e che gli permetteranno anche domani di alzarsi dal letto e riprendere tutto da capo. Joost che le patate le conosce come le sue tasche, che al giungere della primavera sa sempre quando è l’ora esatta per interrare i tuberi e che, con la pazienza che solo l’umiltà di un contadino potrebbe fornirgli, dedica tutto se stesso al raccolto, magro o abbondante che si prospetti. Joost che sa che la vita è difficile e che la loro lo è particolarmente. Ma che guardando i suoi figli crescere e gli occhi di Zwaan e Hannie riesce sempre a trovare un senso a tutte le sgobbate. Joost che pensa a quanto sarebbe bello se per il 5 dicembre del prossimo anno riuscisse finalmente a offrire a Zwaan e ai suoi cari quella grassa oca vista al mercato che per il Sinterklaas appena trascorso non si era potuto permettere. Joost che pensa che, anche se è povero, comunque la si metta, nessuna soddisfazione potrebbe eguagliare quella che prova ogni autunno a cogliere il frutto del loro lavoro.

C’è Wilhelmina, che è ancora piccola, ma a 9 anni è costretta a essere già grande. Costretta a stare inginocchiata sotto il cocente sole estivo a strappare ogni singola malerba che cerca di sottrarre alle loro patate i nutrienti provenienti dal letame sotterrato da Joost per concimare il campo. Wilhelmina che la mamma chiama amorevolmente Wilma e che le patate le adora schiacciate e mischiate con il latte che ogni tanto zia Hannie riesce a procurarsi in paese. Wilhelmina che si sente sempre ripetere da nonna Maaike che col suo portamento regale e il volto delicato come un petalo sembra destinata a divenire una bellissima principessa. Wilhelmina che pensa che sarebbe bello se le parole di Maaike potessero avverarsi. Wilhelmina che poi però pensa a come, anno dopo anno, quella sua postura si trasformerà, come per sua madre e sua nonna prima di lei, in una schiena incurvata a forza di continuare a strappare malerbe e quel suo gradevole visino diverrà incavato e spigoloso per gli stenti. Wilhelmina che pensa che quello che conta davvero è riunirsi ogni sera tutti assieme davanti a un piatto di patate fumanti.

E infine c’è Zwaan, che a 26 anni si ritrova i palmi delle mani consumati e le dita nodose a furia di cavar fuori dalla terra una radice che dovrà poi ripulire, pelare e cucinare per mandare avanti la famiglia. Zwaan che sa di non avere la minima certezza che anche domani le patate li sfameranno. Zwaan che pensa a quel bizzarro ma cortese signore con i capelli e la barba rossicci di Zundert nel quale si era imbattuta qualche volta al mercato di Raamberg. Pensa a quell’uomo davanti al quale si era fermata il venerdì precedente per ammirare una tela esposta raffigurante un vaso di girasoli sgargianti. Vincent le aveva detto di chiamarsi. Aveva provato a divenire un predicatore ma la scuola di teologia di Amsterdam l’aveva scartato. Ora tentava di campare vendendo i frutti della sua vera passione, i dipinti. Non con grandi risultati aveva immaginato Zwaan notando il giaccone sgualcito che indossava. Zwaan che pensa alle parole dell’uomo: “So esattamente quale scopo inseguo e sono fermamente convinto di essere, nonostante riesca a vender poco, sulla buona strada, quando dipingo ciò che sento e sento ciò che dipingo.” Zwaan che capisce la loro profonda saggezza e pensa di essere anche lei fermamente certa di fare ciò che fa: raccogliere le patate e cucinarle ogni sera per le persone che ama.

«Nonna! Cosa ci racconti oggi?» la voce di Wilhelmina sprizzava sempre di entusiasmo quando, finita la cena, si avvicinava il momento della storia.

Zwaan si ridestò all’improvviso dai suoi pensieri. Il vassoio era completamente ripulito. Le tazze vuotate.

«Beh, vediamo… conosci la storia di De Vliegende Hollander?»

«Ma nonna l’avrai raccontata almeno cento volte! Certo che la conosco!» Joost, Maaike, Hannie e Wilhelmina si misero a ridere. Serenamente, con i volti finalmente rilassati. Un piatto di patate calde aveva il potere di scacciare le fatiche di una giornata intera.

Anche Zwaan rise. Con il cuore pieno di gioia. Zwaan che pensa a quanto è fortunata e ringrazia il cielo perché ha la sua famiglia, la sua casa e le sue patate.

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HAI MANGIATO?

Tra noi è iniziato con parole piccole, quasi senza intenzione. Raccontarci delle nostre vite prima, delle cose che amiamo, di quello che ci costano fatica, di libri, di film, il più e il meno insomma. Poi il meno è diventato ogni volta di più, più intenso, più minuto, composto di parole grandi, dei sogni e dei desideri, delle amarezze e dei dolori; e di parole piccole che toccavano il quotidiano spiccio, l’istante che, ancora non sapevamo, avremmo voluto condividere. Così ho imparato del tuo lavoro, dei tuoi amici, della casa in cui vivevi e dei suoi angoli, del fiume lungo cui camminavi e della sua luce scintillante, della montagna aspra e puntuta sopra la tua città, dell’ora in cui ti alzavi, della luna sul terrazzo. E spesse volte di ciò che cucinavo io, o tu. Descriverti un piatto e confrontare la ricetta, gustare a distanza e nello stesso momento il sapore dello stesso vino, a volte chiamarsi solo per dirsi “ho mangiato per la prima volta le ciliegie!”  oppure “ieri al mercato ho trovato uno scorfano meraviglioso”, raccontarci una cena tra amici o in un ristorante speciale era diventato indispensabile. È stato a quel punto che hai cominciato a chiedermi “quella cosa”, un fatto di cui ho tanto sorriso fra me all’inizio, e nel quale mi sono tanto sentita presente a te poi, perché era un’attenzione che si riserva solo a chi sta costantemente nei pensieri. Mi chiedevi “hai mangiato?”, con una così intima confidenza che mi faceva commuovere. E mentre io ci scherzavo, tu mi dicevi che era il tuo modo per dirmi che avresti voluto avessi cura di me, e che quei pasti avresti voluto dividerli con me. Tempo dopo ho trovato una citazione di Elsa Morante che diceva così: “La frase d’amore, l’unica, è:  hai mangiato?”. Quello stesso giorno ascoltando la tua domanda, ti ho risposto “anch’io ti amo”. Tu hai fatto silenzio per un istante, e mi hai risposto “era ora, è un po’ che aspettavo!”.

La nostra vita insieme è iniziata così. E il primo giorno nella nostra casa è sorto all’alba con del pane impastato insieme, e la prima gita fu al caseificio in collina dove mi hai fatto gustare una treccia di mozzarella appena fatta, tiepida e succosa, strappandone i pezzi con le mani e pulendomi le labbra sporche di latte. Nutrirsi l’uno dell’altro passa anche da qui, per noi, assaporando tutto. Adesso sono qui a casa, immersa nei ricordi sotto il pergolato, e so che devo preparare la cena, perché arriva il momento più denso di ogni giorno, quello in cui lo sguardo si reincontra nella quiete di una cucina.

È quasi ora, anche se non ho il senso del tempo da un po’. Scivolo intorno al tavolo, allargo le braccia e la tovaglia scende come una medusa delicata, fluttua un attimo e poi si placa. I piatti fanno un rumore felpato mentre li poso, calcolo la distanza tra uno e l’altro perché sia vicinanza, odio la simmetria asettica. Ci metto questi bicchieri diversi, perché non sia mai dato che siamo identici e così possiamo bere lo stesso vino, ma in disparate corolle. C’è un fiore solo, gonfio e tumido, l’ultima peonia fiorita qui fuori, pallida come una conchiglia tropicale, soffice come la vena che sta già pulsando sul collo. L’ho messa su una foglia arricciata di lattuga, come se bello e buono fossero complementari. La tazza bianca con le ciliegie accecanti di sole è lì accanto, mentre il pane tiepido sopisce in un canovaccio rosso ripiegato come un nido.  Intingo il dito nel siero della mozzarella, in un gesto istintivo, e lo succhio. È salato e acido, e mi fa pensare a un bacio lento, e sta così bene vicino alla bottiglia di olio che sembra ottone trasparente e riflette bolle dorate sulla tavola. Il sole sta calando, la luce è morbida in modo sfibrante. Ho messo il vestito nero, ma i piedi sono scalzi; ho raccolto i capelli lasciando ciocche sulla fronte, perché ci sia quel tuo moto abituale che spinge le mani a spostarle per vedere i miei occhi. Ti aspetto, non tardare.

 

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DASHI MILANESE

 

Dalla terrazza si poteva distinguere la sagoma del monte Fuji con le sue cime perennemente innevate. La montagna sacra che tutto conosce e tutto domina; il solitario vulcavo divenuto simbolo di purezza e superiorità divina.

Hiroshi, assorto in una profonda meditazione, ne percepiva il profumo dell’aria fresca, l’aroma intenso  dei larici giapponesi che ricoprivano il versante nord ovest della montagna, la fraganza dei cedri e degli aceri più a valle.

Il ritmo cardiaco rallentato aveva condizionato la sua respirazione a soli due cicli al minuto ed in quei  gesti di inspirazione e lenta espirazione lui stava inalando la storia del Giappone, si stava nutrendo di  quelle molecole d’aria che per millenni i suoi avi avevano respirato in un eterno ciclo di vita, morte e  rinascita.

Ogni cellula del suo corpo, apparentemente inerte, era totalmente consapevole e si sentiva parte integrante di quell’energia che pervade l’universo e di cui ogni essere vivente è partecipe.

Percepiva ogni creatura nella foresta attorno alla sua villa: le volpi e gli scoiattoli immersi nel verde dei  boschi, il lento incedere dei capricorni così timidi e timorosi nei confronti dell’uomo.

Era mille anni distante dal presente ed allo stesso tempo totalmente in relazione con ogni cosa che lo  circondava. Il suo cuore pulsava con il creato.

Il rumore della suoneria del cellulare lo riportò alla realtà.

Aprì gli occhi e si alzò lentamente apparentemente senza muovere un arto, come se il suo corpo  lievitasse  in posizione eretta avvolto dai pesanti abiti della tradizione shintoista.

Ascoltò la voce metallica all’altro capo del telefono.

-Va bene, sarò a Milano dopodomani –  fu l’unica sua risposta.

Il compenso previsto era il medesimo: 50 mila dollari e tutte le spese pagate per un paio di giorni di  lavoro al massimo. Entro pochi minuti gli sarebbero arrivate via fax tutte le informazioni necessarie per  eseguire il lavoro ed i biglietti aerei.

Pensò che prima di partire voleva mangiare qualcosa. Sarebbe stato difficile prepararsi un buon brodo  dashi con verdure nella capitale industriale d’Italia.

Hiroshi, anche nel suo paese, raramente andava al ristorante.

Non si fidava della qualità degli alimenti che gli proponevano i “mercanti di cibo”.

Cucinava sempre per se stesso seguendo i dieci precetti della cucina zen che suo nonno e suo padre gli  avevano tramandato.

Gli sarebbe piaciuto avere una moglie che cucinasse per lui, ma per il momento il lavoro gli impediva di  avere una compagna.  Forse un domani, quando si sarebbe ritirato a vita privata.

 

 

Gli schamazzi nel locale erano assordanti. I ragazzi dalle teste pelate avevano bevuto parecchia birra e  cantavano canzoni tedesche degli anni ’40 imparate in maniera dozzinale sui siti internet di propaganda  nazista. Nessuno di loro sapeva il tedesco.  Il più colto del gruppo era Carlo, soprannominato roccia, che  aveva a stento terminato la terza media.

Franz non ci era riuscito: lo avevano bocciato due volte in prima e due in seconda e poi l’avevano  espulso dall’istituto per aver mandato all’ospedale il prof. di matematica.

Nel pub gli altri avventori erano usciti quando loro erano entrati e quei pochi che erano rimasti facevano  finta di nulla, uno sguardo sbagliato e sarebbe stato un prevedibile pestaggio.

Era gente che non ci pensava due volte a menar le mani quella, soprattutto quando il tasso alcolico   aveva superato il livello di guardia.

– Allora ragazzi volete altro? Tra poco devo chiudere… –

– Dai zio Adolf – così i ragazzi chiamavano sbeffeggiandolo Arturo il gestore del pub-  sono solo le  due di notte. Non romprere le palle e portaci ancora tre piatti di stinco con crauti e senape ed un giro di

birra per tutti –

Il barista obbedì senza ribattere, sapeva che non gli sarebbe servito a nulla protestare.

– Allora che cazzo facciamo domani? – chiese Luca al capo branco dopo aver tirato un fragoroso rutto.

-Direi di fare un po’ di movimento- rispose Franz – anche per smaltire tutto quello che abbiamo  ingurgitato stasera…-

Tutti risero sguaiatamente aprendo le bocche piene di carne di maiale e patate masticate.

Quando il capo parlava di “movimento” non si riferiva certo ad una seduta di fitness o ad una partita a Squash in palestra.

-Potremmo fare un giro fuori da qualche centro sociale e dare una bella lezione a qualche “bolscevico”,

oppure andare a salutare gli amici colorati al centro di accoglienza?-

-E’ un po’ che non facciamo visita ad un bel campo rom, l’ultima volta avevamo fatto un bel falò? Ve lo ricordate che sballo di serata era stata?-

Quella sera si erano proprio divertiti e per poco non ci scappava il morto abbrustolito in roulotte.

L’onorevole Cisputi quella volta si era incazzato con Franz. Lui gli parava il culo perchè aveva ancora

parecchia influenza politica nel centro detra, ma se fosse andata peggio non avrebbe potuto evitare

una bella indagine della Polizia.

Comunque anche l’onorevole non poteva fare troppo il santarellino. Parecchie volte si era servito dei nazi per sistemare delle faccende private o per fare qualche piccolo attentato e se rompeva troppo il  cazzo Franz lo avrebbe sputtanato spifferando tutto al primo giornale di sinistra disponibile a pagare qualche soldo.

Lui lo teneva per le palle il parlamentare e lo tollerava nei suoi sfoghi isterici solo perchè una volta era  stato un grande camerata, uno di quelli che negli anni 70 giravano armati e non ci pensava due volte  quando c’era un cranio di un compagno da fracassare.

-Domani decideremo casa fare, adesso pensiamo a divertirci-

Il gestore del pub stava arrivando con due grossi piatti di carne grassa e salsicce.

-Adesso vi porto anche le birre ragazzi-

– Bravo zio Adolf – disse Benito dandogli una bella manata sulle spalle.

 

 

Tutti i prodotti che Hiroshi cucinava glieli portava direttamente a casa il suo giardinire.

Il vecchio Huzumi era da più di 50 anni al servizio della sua famiglia ed oltre a curare le piante  ornamentali del giardino, si occupava dell’orto, della coltivazione dei funghi e delle vasche con le alghe. Aveva quasi 80 anni e viveva, da quando Hiroshi ne aveva ricordo, nella casetta vicino all’ingresso della

villa.

La sua regola era che tutti gli alimenti dovevano essere prodotti in maniera naturale, nessun

fertilizzante o conservante era ammesso e  verdura e alghe dovevano essere freschissimi per mantenere

interamente il loro valore nutritivo.

La cucina di casa era grande, ordinata e minimalista. Un perfetto equilibrio di mobili color ebano e  tavoli e ripiani di marmo grigio, con al centro un’isola cottura sovrastata da 5 fuochi ad induzione in vetro ceramica.

Molto diversa da quella tradizionale in cui suo nonno materno gli aveva insegnato i primi rudimenti della  cucina zen.

Del cibo ci si doveva occupare fin dal mattino, secondo i ritmi ed i tempi imposti dalla natura. Alcuni  alimenti richiedevano lunghe preparazioni e macerazioni prima di essere cotti. Le sostanze dannose per

l’organismo dovevano decantare mentre quelle utili dovevano concentrarsi per sprigionare il massimo dell’energia positiva.

Bisognava nutrire l’anima allontanando le passioni oscuranti, quindi nè carne nè pesce erano ammessi  perchè implicavano un’alterazione dell’armonia cosmica;  e nemmeno aglio e cipolla erano usati perchè  portatori di sapori troppo decisi.

Il cibo andava preparato senza preoccuparsi del tempo che passava. Un buon brodo dashi richiede ore di  preparazione ed una volta pronto va consumato con calma per assaporarne a pieno il gusto.

Il riso è il miglior piatto per purificare l’anima, non ha bisogno di profumi o aromi aggiuntivi. E’ un cibo  puro e perfetto che va ben lavato e cotto con delicatezza.

Suo nonno diceva sempre che in cucina nulla va sprecato: “ i semi del peperone che vengono tolti  possono essere usati nella composizione delle frittelle, le foglie del sedano staccate dal gambo usate per  fare una tempura, le bucce degli ortaggi essiccati al sole sono ottimi per fare un buon brodo, con il  gambo dei broccoli ci si può cucinare una crema.

Addirittura, l’acqua di risciacquo del riso può essere usata per lessare le verdure, non la prima acqua: il primo lavaggio la rende troppo torbida, però anche questa non va buttata, ma usata per innaffiare le piante…a loro piacerà”.

I pasti vanno sempre preparati pensando alle persone care che ci hanno insegnato l’arte della cucina e alle persone che avremo come ospiti a pranzo o cena, questo ci permetterà di mettere amore in quello  che facciamo ed infondere gioia negli spiriti dei nostri commensali.

Se un piatto non ci è venuto come volevamo non ci si deve arrabbiare, ma considerare l’esperienza  negativa come un’opportunità di riflettere sul nostro operato e permettere di migliorarci.

Suo padre diceva che tutti gli ingradienti vanno lavorati a mano. Bisogna trasmettere al cibo i propri  sentimenti tramite le mani e la lavorazione lenta e manuale calmerà anche la nostra anima.

Bisogna sempre sistemare e pulire la cucina dopo aver preparato il cibo, è un esercizio di ordine fisico e  mentale che predispone all’armonia e bisogna sempre onorare il cibo che si mangia e coloro che l’hanno coltivato permettendoci di gioirne.

Ogni volta che Hiroshi trascorreva il suo tempo in cucina ripeteva come un mantra i dieci insegnamenti zen trasmessigli da suo padre e dal padre di suo padre, pensando che un giorno forse anche lui avrebbe avuto un erede a cui insegnare questi importanti precetti.

 

 

Alle quattro di notte le teste rasate uscirono dal pub in viale Isonzo. Un paio del branco a fatica si reggevano in piedi a causa delle birre bevute.

Altri schiamazzavano cantando in un tedesco biascicato ed incomprensibile.

-Allora Franz, che facciamo domani?-

-Vediamoci a casa Pound alle tre del pomeriggio e poi decidiamo, adesso non ho voglia di pensarci- tagliò corto il capo.

-Ok, allora a domani-

Il gruppo si sparpagliò ed ognuno prese a camminare verso casa.

Franz abitava a pochi isolati. L’aria iniziava ad essere fresca e gli venne voglia di pisciare dopo tutta la

birra che aveva bevuto.

Si infilò in una viuzza buia e si avvicinò al muretto tra due auto parcheggiate a bordo strada.

Aveva la vescica e la pancia piena. Avevano fatto proprio una bella mangiata di carne e crauti.

Zio Adolf lo faceva proprio bene lo stinco ed anche le salsicce con le patate non erano male.

Adesso aveva solo voglia di farsi una bella dormita.  Sarebbe rimasto a letto fino a mezzogiorno alla faccia di tutti quei coglioni che dovevano lavorare per vivere.

Lui non navigava certo nell’oro, ma con l’assegno che gli passava l’onorevole per farlo stare zitto  sopravviveva dignitosamente e qualcosina la guadagnava anche come capo curva ultras a San Siro.

Mangiare, bere, menar le mani, dare qualche lezione a zingari ed estracomunitari ed andare allo stadio  la domenica. Non era male la sua vita. Non si poteva certo lamentare.

Se lo stava scrollando quando sentì come un soffio di vento alle sue spalle e vide un’ombra proiettata sulla parete.

Se era qualche frocio di merda che voleva guardagli l’uccello si sarebbe proprio divertito a prenderlo a calci nelle palle.

Si tirò su la cerniera. Gli anfibi erano belli lucidi e pronti a colpire.

– Adesso ci divertiamo a fracassare qualche osso – pensò girandosi con aria spavalda.

Non si aspettava certo di vedere quello che vide. Un cazzo di asiatico alto un metro e mezzo vestito con una palandrana nera e bianca che lo fissava con sguardo inespressivo.

Riuscì solo a dire “… che cazzo vuoi frocio di un muso giall…” che una lama di katana gli tagliò di netto la carotide uccidendolo in pochi secondi.

 

 

 

Il volo per tornare al suo paese era partito in perfetto orario da Malpensa.

Sul comodo sedile in pelle della business class Hiroschi stava sfogliando un quotidiano italiano.

Nelle pagine della cronaca milanese vide la foto del ragazzone pelato in bomber ed anfibi sdraiato a  terra e parzialmente coperto con un lenzuolo bianco, probabilmente steso per pudore dalle forze dell’ordine prima dell’arrivo dei fotografi.

Il titolo dell’articolo, per lui incomprensibile, recitava “Regolamento di conti tra estremisti poltici” e nel sottotitolo era indicato “Trovato accoltellato Francesco Scotti leader dei naziskin milanesi. Gli inquirenti ipotizzano una vendetta dei centri anarchici lombardi”.

-Desidera qualcosa da bere signor Hiroschi?-

-Un centrifugato di carote- rispose in perfetto inglese l’uomo all’hostess.

Seduto sulla sdraio a bordo piscina l’onorevole Cisputi si godeva l’ultimo sole di settembre nella sua villa

in Brianza.

Aveva appena finito di leggere il giornale.

Le cose stavano prendendo la piega desiderata. I sospetti erano chiaramente ricaduti sui centri sociali della sinistra antagonista.  Ci sarebbero state delle manifestazioni per ricordare il commilitone caduto,  qualche tafferuglio con gli anarchici e poi tutto sarebbe tornato alla normalità.

L’idea di far fare il lavoro ad un professionista straniero era stata geniale. Gli era costato un po’, ma nessuna prova e nessun indizio sarebbero stati trovati e lui ne sarebbe uscito pulito come sempre.

Quel Franz del resto aveva rotto il cazzo, sempre a chiedere soldi, sempre a far casini e poi a pretendere protezione “perché lui sapeva cose importanti e pericolose.

L’onorevole Cisputi non si fa prendere per le palle da nessuno, tantomeno da un naziskin nostalgico e semianalfabeta che sperava ancora nel ritorno del Reich.

Adesso era il momento di far soldi a palate: soldi con l’assitenza, con la gestione dei centri di  accoglienza, con gli appalti pubblici, con l’emergenza profughi.

La vecchia volpe ritornava in pista. Ne aveva viste di tutti i colori, dalla lotta armata alla militanza nel Fronte della Gioventù. Ora era arrivato il momento di far fruttare il capitale con gli interessi, era il momento di portare a casa un bel gruzzoletto per la vecchiaia.

-Marisol, portami un mojito per favore-

-Subito signore- rispose la cameriera peruviana.

Erano solo le 10:30 del mattino, ma l’onorevole aveva voglia di festeggiare.

 

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