giovedì, 24 Giugno 2021

Tre anni

– È partito ieri.

 

Dopo quanto tempo? Un giorno hai aperto gli occhi – io non c’ero. Forse era l’alba e ti stavo pensando, vicino all’oceano. All’improvviso eri cosciente del tuo respiro, ti alzavi, ti affacciavi alla finestra e indagavi la vita fuori come dopo un lungo letargo. Io da lontano continuavo a camminare e cercavo di evitare alcuni ricordi. Era inutile immaginarti sdraiato nel letto. Non eri tu. Lungo l’oceano ti ho rivisto correre sulla spiaggia, e poi tuffarti. Nuotavi veloce: ti ripescavo dalla mia memoria come eri prima – come eri grande. L’ospedale ti stava stretto. Nei miei pensieri mi camminavi vicino e improvvisavo la tua voce. Ti ho raccontato tutto quello che è successo, più volte, ma conversavo con l’acqua e con gli uccelli. Per quanto tempo? Tre anni, forse. Un tempo infinito. Tu non mi hai visto partire, ma quando all’improvviso sapevi di nuovo di esistere ti sei chiesto se sarei mai tornato. Poi hai capito che non potevi aspettare nessuno perché dovevi recuperare il tempo perso.

Pensavo di ritrovarti come ti avevo lasciato, o poco più deperito. Invece scopro che sei corso via e lei mi dice che ti ho mancato per un giorno. Vorrei polverizzare il macigno che mi pesa sullo stomaco e ridere per un istante. Ma lei è serissima e me lo preme più a fondo. La guardo, non riesco a parlarle. Cerco di avvicinarmi ma si irrigidisce. Mi sembra così distante, seduta all’altro capo della panchina come se la pietra fosse lunga tutti i chilometri che ci hanno separato in questi anni. Non una chiamata e non un messaggio. Ma io ero irraggiungibile, come avrebbe potuto? Sono partito all’alba senza avvisare. Solo lei quel giorno, non trovandomi a colazione, sapeva già. La sera prima aveva stretto le mie mani fra le sue, rossa in viso. Vai il più lontano possibile, se devi andare. Senza dire addio perché è superfluo. No, perché era troppo doloroso.

Ti ricordi, da bambini nostra madre ci portava al confessionale. L’ombra dietro la grata di legno ci interrogava a bassa voce e noi ci inventavamo colpe giocando a chi era più originale. Ogni tanto eravamo sinceri, ed emergevano piccole bugie quotidiane, o qualche scherzo ai compagni più grandi. Parlavamo con fluidità perché nascosti nella penombra sentivamo che il prete era in un luogo diverso rispetto a noi. Quando sono scappato tre anni fa sentivo che solo attraverso la distanza avrei potuto liberarmi della rabbia e della vergogna. Dovevo andare altrove. Se fossi rimasto… Tu eri presente e assente insieme, non potevi sentirmi, non potevo chiederti scusa. Sono partito; ma dopo due anni ho iniziato a guardare indietro. Nell’isolamento l’immaginazione si era approfondita a tal punto che dimenticavo la prognosi dei medici e l’idea di un tuo possibile risveglio mi tormentava. Chi mi avrebbe avvisato? Nessuno sapeva dove fossi, nemmeno lei. Questo pensiero alla fine mi ha trascinato a casa.

Alzo gli occhi verso l’oceano. Lei guarda la sabbia sotto i nostri piedi. Mentre ero lontano, prima di addormentarmi, ho pensato spesso alla notte che abbiamo passato insieme sulla spiaggia. La sabbia umida quando all’alba mi svegliavo mi sembrava la stessa di quella volta. Prima di aprire gli occhi sussultavo al pensiero di ritrovare il suo corpo addormentato lì vicino. Ma erano solo scogli. No, una volta ho visto le tartarughe. Un’angoscia interminabile seguire quella corsa dalle uova all’acqua. I pellicani volavano in cerca di prede. Cercavo di scacciarli ma la spiaggia era immensa. Mi ricordo quando eravamo andati a nuotare la prima volta, io te e papà. Lei allora non c’era, non ci sarebbe stata ancora per molto. Erano gli stessi anni del confessionale. Nostro padre non voleva farci stare in piscina come gli altri bambini. Voleva che imparassimo a nuotare nelle correnti. Quel giorno mentre si schiudevano le uova ogni tartaruga portava con sé un ricordo di te. Mi sembrava di vederti allontanare a nuoto come la volta in cui ti eri dimenticato di guardare indietro. Ti eri spinto tanto lontano che ad un certo punto il mare prolungava ogni tratto del tuo corpo a una distanza infinita da noi. Tempo dopo mi avevi raccontato di aver desiderato, in quell’istante, una corrente che ti trascinasse via e ti facesse sprofondare nelle onde fino a prendere sonno. Forse con l’incidente è andata così. Un attimo dopo l’impatto hai inspirato a fondo e – ti sei immerso per anni.

In questi tre anni sono rimasto solo e ora non so più come si sta con un’altra persona. Lei non mi aiuta. Vorrei consolarla, ma non capisco cosa prova. Tu ti sei allontanato e forse lei teme che al tuo posto tornino i sensi di colpa. Dall’inizio del coma ti è rimasta sempre vicina. Ha chiesto scusa e ha pianto su un volto che dormiva. Io soffrivo perché mi sembrava di vegliare un corpo morto. Lei invece si angosciava se era lontana. Lei è rimasta e io sono fuggito, ma ugualmente abbiamo sofferto l’eco di un perdono rivolto al nulla. E tu adesso sai? Capiresti perché cerchiamo la tua comprensione? Ho confessato mille volte la stessa storia ad un fratello immaginario. Ora vorrei raccontarla per l’ultima volta, per davvero, ma tu non ci sei. O forse io non ho più voce. Mentre ero lontano sono tornato a lungo sugli stessi pensieri, e i ricordi si sono sciupati tanto che ora raggiungono afoni la mia bocca. Mi giro verso di lei. Sta corrugando la pelle fra le sopracciglia. Nulla è cambiato. Di colpo riesco a penetrare nella memoria di quella notte. Lei era esausta: passava ogni giorno in ospedale, avanti e indietro da casa. La sera aiutava i nostri genitori. Mi ricordo che spesso dormiva in camera tua. Io mi addormentavo tante notti fuori da quella porta. Anche allora non avevo il coraggio di parlarle. Una volta ha gridato il mio nome. Si è svegliata da sola mentre io piangevo. Mi ha trovato nel corridoio e si è chinata per consolarmi. Diceva che il giorno prima aveva intravisto un tremolio sotto le tue palpebre. Io non rispondevo perché volevo sentire la sua voce espandersi all’infinito, senza interruzioni. Lasciavo che si sforzasse di convincermi e che mi parlasse di te. Non è più stata così affettuosa. Se mai ha amato anche me è stato attraverso di te, non quella notte sulla spiaggia.

Non ho mai avuto la forza di scriverle per avere notizie. In tutti gli anni in cui siete stati insieme mi sono chiesto se sapessi che ero innamorato di lei. A volte dalla finestra vi guardavo camminare sul vialetto di casa e sparire dietro la curva. Noi due ci assomigliamo. Mentre vi allontanavate mi perdevo a immaginare che le tue gambe, la tua schiena, quel braccio che le cingeva la spalla fossero miei. Poi l’urgenza dell’incidente ha frantumato il sottile gioco dei nostri sentimenti. Quella sera del cinema era già passato un anno. Mi ha chiesto di portarla fuori e siamo andati alla proiezione di un film muto, l’unica sala che non fosse già piena. Ogni tanto mi voltavo con cautela per osservare le luci che dallo schermo si irradiavano sulla sua pelle. Qualche lacrima le scivolava sulle guance, ma sembrava che non se ne accorgesse. Forse eravamo entrambi storditi da stanchezza e dolore quando ho cercato il suo corpo. Alla fine del film l’ho portata sulla spiaggia. Ero persuaso che saremmo stati bene. La mattina dopo, quando mi sono svegliato e l’ho vista dormire poco distante, irrigidita dal freddo, ho capito di aver toccato il fondo – come quando mi portavi a nuotare.

Oggi mi ha detto che sei tornato cosciente dopo tanto tempo e che da qualche settimana hai deciso di partire. Hai chiesto se qualcuno avesse ricevuto mie notizie, poi sei andato. Vorrei abbracciarla, perché ora siamo di nuovo insieme ad aspettarti. Devo rompere la distanza e dare un senso a questo ritorno. Le sue ultime parole stanno per liquefarsi e non voglio vederla piangere ancora. Guardo altrove, l’oceano è immenso e tu sei all’orizzonte. Cerchi di parlarmi, ti agiti. Non riesco a sentirti, siamo troppo distanti. Alza la voce. Devo dire qualcosa, qualsiasi cosa? Occorre fare rumore? Hai ragione, nessuno si è parlato per troppo tempo. O forse voi sì, infine vi siete parlati; e all’improvviso mi è chiaro perché tu sei andato via, perché lei non mi guarda. In fondo non serve che la abbracci. Mi giro, lei finalmente alza la testa verso di me. Adesso posso fare del bene ad entrambi. In questi tre anni le ho negato la parola… l’ho negata a tutti. Il tuo coma aveva reciso ogni comunicazione e si era trascinato via i nostri rapporti come rami nella corrente. Devo interrompere quest’emorragia. Una sola parola per confortarci.

 

– Tornerà.

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Un lupo solitario

Dalla finestra della cucina, il vecchio scrutava con meraviglia lo spettacolo di tutta quella distesa di granoturco e gli metteva addosso una grande nostalgia del passato, perché se ai tempi di suo padre il grano significava tutto, ora significava poco e niente. La storia della sua vita nasceva e finiva tra le mura di quel casolare nel cuore della campagna maremmana.

Bastiàn era l’unico contadino della zona rimasto fedele alle tradizioni più arcaiche, non cedeva alle lusinghe della modernità e con grande cocciutaggine contrastava ogni forma di imposizione. Nella piccola comunità godeva di una notorietà non certo benevola, infatti da tutti era chiamato il Bastiàn Contrario. I bambini quando lo vedevano in paese lo canzonavano intonando la filastrocca:

– Bastiàn Contrario dorme di giorno

la notte lavora o va’ d’intorno;

mangia l’acqua, beve il pane,

carezza il lupo, picchia il cane.

Il cane stupito gli fa: miao miao

e il gatto seccato gli fa: bao bao.

Poco gli importava il giudizio degli altri, Bastiàn era orgoglioso di vivere nel silenzio della sua beata solitudine.

Era l’imbrunire quando uscì nel portico abbandonandosi al piacere di respirare quel profumo di fieno essiccato dal sole. Il cane gli corse incontro scodinzolando.

– Bravo Macchia, anche oggi ti sei guadagnato il rancio – disse il vecchio chiudendo a chiave il pollaio per la notte.

Dopo un ultimo giro d’ispezione alle conigliere, rientrò in casa.

La quiete della sera prometteva sonni tranquilli, ma a metà della notte Bastiàn fu svegliato da un insistente uggiolio, quasi un lamento, che proveniva dalla porta che dava sull’orto. Si alzò di scatto e vide fermo davanti all’uscio Macchia che, abbaiando, cominciò a fare la spola tra il padrone e la porta del pollaio, Bastiàn si armò di forcone, prese la torcia, a passi veloci raggiunse il pollaio e senza indugio spalancò la porta.

Il debole fascio di luce cominciò ad esplorare l’oscurità del locale e all’improvviso illuminò la faccia di un bambino che stringeva tra le mani un sacco di iuta legato con un laccio. Poteva sembrare un sacco pieno di grano, solo che starnazzava e si dimenava a più non posso. L’animale imprigionato lottava con tutte le sue forze e si dibatteva puntando le zampe e quando finalmente riuscì a bucare la trama del sacco spuntò la cresta di Oreste, il re del pollaio.

– Guai a te se ti muovi! – gridò il vecchio al bambino, puntandogli il forcone.

Il fruscio di un telone distolse l’attenzione di Bastiàn che spostò lo sguardo e vide spuntare nella penombra altri due occhi grandi e furbi. Poi tutto precipitò.

Il piccolo ladro di polli non si lasciò scappare l’occasione, con uno scatto raggiunse la porta del pollaio e si dileguò nei campi sacrificando il magro bottino e lasciando il compare al suo destino.

La fuga del ladruncolo risvegliò la sua vera natura di Border Collie in Macchia che, finalmente fiero di poter dimostrare la sua innata capacità di pastore si lanciò all’inseguimento della pecorella fuggita dal gregge.

– Sbrigati ad uscire da lì sotto! – intimò il vecchio contadino brandendo il forcone – Alza le mani e cammina lentamente.

Raggiunsero il portico in fila indiana e Bastian accese le luci. A prima vista il ragazzo poteva avere non più di una quindicina di anni, indossava una maglia di tre taglie più grande e aveva un fisico secco che rasentava la denutrizione. L’unica nota vivace del suo aspetto erano gli occhi espressivi, a tratti penetranti, a tratti sfuggenti.

Lo stropiccio delle foglie di granturco spezzò quel silenzio carico di attesa e dal campo sbucò l’esile figura di un bambino seguita da Macchia, che con dei colpetti di muso e dei piccoli morsi, riportò all’ovile la pecorella smarrita.

A pochi passi dal portico i due complici si scambiarono alcune frasi in una lingua incomprensibile.

– Mare, clandestini, fame – farfugliò il ragazzo più grande con voce rauca e tremante.

Quelle tre parole furono sufficienti per far capire tutta la disperazione e la miseria che c’era in quelle vite.

Il vecchio aprì l’uscio e con un muto gesto della mano li invitò ad entrare.

Il tinello era disadorno, con un camino, una madia, un vecchio tavolo di legno, tre sedie e una branda. Sul tavolo si trovavano ancora i resti della cena, Bastiàn aggiunse pane, salame, formaggio e riempì la brocca di acqua fresca. I ragazzi mangiarono tutto avidamente, finché quella statica atmosfera fu interrotta da un leggero russare. Bastiàn accolse tra le braccia il ragazzo più piccolo e lo adagiò sulla branda.

– Mio fratello Habib è stanco… troppo piccolo per questa vita! – disse il ragazzo dagli occhi furbi – Io Shamir… grande, tredici anni. Tu molto buono, non come altri.

Shamir, sorridendo, abbracciò il vecchio e fu un abbraccio caldo e inatteso.

– Dio quanto gli era mancato! – pensò Bastiàn.

Shamir lo guardò fisso negli occhi.

– No polizia vero? – disse con voce implorante – No tornare in Tunisia!

Bastiàn rimase stupito dal tono perentorio, che ben poco si addiceva alla giovane età del ragazzo e ancor di più rimase colpito dalle parole che seguirono.

– Da voi perfino cani e galline mangiano tutti i giorni, anch’io voglio essere cane o gallina.

Il vecchio contadino appoggiò le mani sulle ginocchia.

– Come siete arrivati fino a qui? – domandò con una nota di dolcezza nella voce, che non riconobbe come sua.

Il ragazzo sospirò e cominciò a raccontare.

La notte prima della partenza erano saliti come clandestini sul peschereccio ed erano rimasti nascosti nella stiva sotto dei teloni di plastica, tra bidoni e funi. Alle prime luci dell’alba erano stati imbarcati i migranti che avevano i soldi per quel viaggio della speranza. Dopo ore di navigazione, i due ragazzi, ormai certi di trovarsi in mezzo al mare, erano usciti dal loro nascondiglio mischiandosi tra la folla. Arrivati a Lampedusa, nel caos generale, si erano dileguati per non essere confinati nel centro di prima accoglienza.

A questo punto del racconto, Shamir crollò in un sonno profondo. Bastiàn raccolse da terra gli zainetti e li aprì: dentro c’erano solo due coperte logore, due magliette stracciate e un libro di fiabe. Null’altro. Il vecchio lupo solitario andò alla finestra, guardò tutta quella distesa di granturco e, quella notte, pensò molto mentre Macchia gli leccava la mano.

Era giorno da un bel pezzo e quella mattina tutte le stanze del casolare brillavano di una nuova luce. Dalle finestre spalancate entrava un sole sfacciato come una risata e dal sapore dell’aria si intuiva che qualcosa era cambiato, perfino Oreste quel giorno cantò più volte.

Ci vollero parecchie strattonate prima che i ragazzi aprissero gli occhi e forse il merito fu di quel profumo di uova e pancetta che si propagava nella cucina. Shamir fissò il tavolo apparecchiato, spostò una sedia, prese un pezzetto di pancetta e posò lo sguardo sul vecchio.

– Possiamo rimanere con te nonno? – chiese con la semplicità della gioventù.

Bastian si era già dato quella risposta al primo canto di Oreste.

Gestire una vicenda del genere non era assolutamente semplice. Nascondere due clandestini minorenni era considerato un reato, era impossibile giustificarne la presenza, ma le leggi di Bastiàn Contrario erano diverse da tutte le altre. Suo padre, quando si doveva prendere una decisione o fare qualcosa di rischioso, ripeteva sempre “O i’ pane o la sassata!” e lui aveva scelto. Se mai avesse preso la sassata sarebbe stata per una giusta causa e “in culo la legge!” si disse.

– Potrete restare solo se rispetterete delle regole e se non vi va bene, finita la colazione, sparite dalla mia vista.

– Sì nonno, non ti arrabbiare – biascicò Habib leccandosi le dita.

– Non chiamarmi nonno! Non sono tuo nonno!

Bastiàn si girò di spalle nascondendo gli occhi che brillavano di felicità.

Macchia corse avanti e indietro saltellando attorno ai bambini e abbaiando di gioia iniziò a salire la rampa della scala trotterellando. Di tanto in tanto si girava per controllare se i suoi nuovi compagni di gioco continuavano a seguirlo. Salendo i gradini due per volta, i ragazzi arrivarono al piano superiore e si fermarono a curiosare sulla soglia di una camera dove, al centro della parete, c’era un invitante lettone. Il contadino prese delle lenzuola dalla cassapanca e le porse a Shamir.

– A casa Bastiàn non c’è posto per i fannulloni! – disse – Chi non lavora non mangia. Questa è la prima regola, capito?

– Noi capito nonno – risposero in coro.

Bastiàn Contrario accettò senza fiatare il grado di parentela e uscì dalla stanza.

Le giornate scorrevano tranquille scandite da ritmi ben precisi. Al mattino il canto di Oreste fungeva da sveglia e dopo una ricca colazione i ragazzi erano pronti a svolgere le dovute mansioni. L’intero pomeriggio veniva dedicato al gioco ed era uno spasso per Bastiàn spiarli dalla finestra mentre imbastivano strani giochi frutto della loro fantasia.

Quella mattina, Habib si alzò di malavoglia, provava una gran fatica solo a muovere un braccio.

– Ma le galline e i conigli non potrebbero saltare il rancio? – si disse mettendo un piede dopo l’altro giù dal letto, anche se ben sapeva quanto fosse brutta la fame.

Riuscì solo a oltrepassare il tappeto rosso al centro della stanza, poi i rumori lentamente si attenuarono e anche la luce perse di colore, fino a sbiadire.

Il vecchio aveva appena imboccato il sentiero quando sentì la voce di Shamir gridare il suo nome.

– Nonno, nonno Bastiàn, Habib sta male! È a terra e non risponde!

Salirono la scala di corsa e trovarono Macchia che mugolando leccava il viso del bambino. Habib aprì gli occhi, abbozzando un sorrisetto compiaciuto e poi li richiuse.

– Presto Shamir, corri a chiamare il dottore!

– Ma nonno – rispose il ragazzo in tono allarmato – nessuno deve sapere di noi, dobbiamo restare invisibili.

– So quello che faccio Shamir, non perdere tempo, la casa del dottore è quella bianca laggiù. – disse il vecchio indicandola dalla finestra – Gli basterà guardarti, sentire il mio nome e vedrai che capirà. E anche tu capirai, fidati!

Habib avvertì la presenza di un’altra persona nella stanza, c’era qualcuno con lui, seduto sul suo letto.

– Va tutto bene Habib, nessuno ti farà del male – bisbigliò il dottore accarezzandolo dolcemente sulla guancia.

Quando aprì gli occhi, il bambino pensò di vivere in un sogno, un uomo dalla carnagione scura era chino su di lui e gli aveva appena parlato nella sua lingua.

– Non sarai l’interprete di un centro d’accoglienza? – gli urlò contro in arabo.

– No Habib, sono semplicemente un dottore e un caro amico di nonno Bastiàn. Ora verrà Shamir a tenerti compagnia.

Karim raggiunse la finestra della cucina e fissò a lungo quell’orizzonte che era stato per un po’ anche il suo. Osservò con immutata meraviglia lo spettacolo di quel campo di grano: tutto era rimasto immobile nel tempo, solo Dick non c’era più, il caro vecchio lupo Dick, che in una gelida notte di tanti anni prima, lo aveva trovato vicino al casolare privo di sensi e mezzo assiderato. Ricordava ancora le uniche parole che era riuscito a dire a quell’uomo mentre se lo caricava sulle spalle.

– Io clandestino, clandestino.

Karim si girò con gli occhi umidi.

– Il lupo perde il pelo ma non il vizio! – sussurrò abbracciandolo forte – Vero papà Bastiàn? Vedrai filerà tutto liscio come l’olio. E in culo la legge!

Nel piccolo centro la notizia si diffuse rapidamente, il medico condotto e la sua signora aspettavano con gioia l’arrivo dei nipotini dalla Tunisia.

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Concorso “Liberi di scrivere”: più di 500 racconti dedicati al tema del Tempo

liberi di scrivere

Sono davvero tanti gli aspiranti scrittori, o semplici appassionati di scrittura, che hanno accolto l’invito di “Liberi di scrivere”. La settima edizione del concorso letterario promosso dalla Biblioteca di Carugate ha infatti stabilito un nuovo record di partecipazione: la Biblioteca ha ricevuto 591 racconti, che provengono da tutta Italia e anche dall’estero.

Alla Giuria, composta da esperti del mondo letterario, spetta ora l’arduo compito di scegliere i migliori racconti, valutati in base a creatività, stile narrativo e sviluppo del tema proposto. I vincitori saranno annunciati alla cerimonia di premiazione, che si svolgerà l’11 gennaio 2020.

Guidata dal giornalista e scrittore Alberto Figliolia in veste di Presidente, la Giuria comprende la giornalista Silvia Calvi, lo scrittore Lello Gurrado, le scrittrici Elisabetta Bucciarelli e Mirfet Piccolo, vincitrice di una delle edizioni del concorso, Danilo Lamberti del Gruppo Teatro Tempo e Valentina Vogliolo, libraia delle Librerie Coop, partner dell’edizione 2019.

IL CONCORSO

Aperto a tutti i cittadini italiani maggiorenni, il concorso Liberi di scrivere fu lanciato nel 2007 dall’Amministrazione e dalla Biblioteca di Carugate. Grazie al successo ricevuto è stato riproposto negli anni successivi, a cadenza biennale, e ogni edizione ha visto un numero sempre maggiore di partecipanti. Basti pensare che nella sesta edizione del 2017 i racconti ricevuti furono 345, più del doppio dell’edizione precedente.

Un successo dovuto alla crescente visibilità dell’iniziativa, ma anche ai temi sempre più coinvolgenti scelti dall’apposita Commissione. Per l’edizione 2019, la settima, il tema è “Il tempo. Fugge e sfugge, manca e scorre: il tempo misura le nostre esistenze e, con il suo trascorrere, le cambia senza che ce rendiamo conto”.

«Fin dalla prima edizione, nel 2007, il concorso ha riscosso un grande successo. Con la nostra Amministrazione abbiamo raccolto l’eredità di questa iniziativa e abbiamo puntato ancora più in alto scegliendo temi ampi, astratti e accattivanti, con l’idea di coinvolgere molte persone», ci ha spiegato Gianluigi Maino, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Carugate. «All’inizio avevamo qualche dubbio…ma il tema del ‘Silenzio’, scelto per l’edizione 2017, e quello del ‘Tempo’, di questa edizione, sono stati accolti con entusiasmo da molti scrittori esordienti o amatoriali. Tanto che entrambe le edizioni hanno registrato record di partecipazione».

I NUMERI DELL’EDIZIONE 2019

I racconti ricevuti dalla Biblioteca sono in tutto 591, ma due sono stati scritti a 4 mani, quindi i partecipanti effettivi sono 593. Tra gli esordienti scrittori c’è una leggera prevalenza femminile: 311 donne rispetto a 282 uomini.

Il partecipante più giovane è una ragazza di 18 anni, l’età minima per partecipare, e insieme a lei ci sono stati in tutto dieci diciottenni. Ma la passione per la scrittura non ha età, e tra gli scrittori esordienti c’è anche una signora di 88 anni.

La maggioranza dei racconti (221) provengono dalla Lombardia, seguita dall’Emilia Romagna con 55 racconti, ma in questa settima edizione del concorso sono rappresentate tutte le regioni d’Italia. All’iniziativa ha partecipato anche il carcere di Milano-Opera, che ha inviato quattro racconti scritti da detenuti che hanno partecipato al laboratorio di scrittura creativa proposto dalla casa di reclusione.

E la fama del concorso è giunta anche all’estero, da dove sono arrivati cinque racconti: due dalla Germania e tre rispettivamente da Belgio, Francia e Repubblica Ceca.

LE SELEZIONI E LE VOTAZIONI ONLINE

Dopo aver letto tutti i racconti, nelle prossime settimane la Giuria si riunirà per scegliere i venti finalisti tra i quali saranno selezionati i vincitori. I primi tre classificati riceveranno un premio in denaro e i primi dieci racconti classificati saranno pubblicati in un libro.

Ma non è finita qui: anche il pubblico potrà leggere i venti racconti finalisti e scegliere il proprio preferito. I venti racconti selezionati dalla Giuria verranno pubblicati sul sito di fuoridalcomune.it, che anche quest’anno è media partner dell’iniziativa.

I nostri lettori potranno così leggere e votare online i racconti. Quello che riceverà il numero maggiore di preferenze si aggiudicherà il premio della giuria popolare. Il vincitore sarà annunciato il prossimo gennaio alla cerimonia di premiazione.

Nelle prossime settimane troverete quindi sul nostro sito i venti racconti finalisti: preparatevi a leggere e votare!

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