COLOGNO
CITTA’ E MONDO DELLO SPORT RIUNITI PER L’ULTIMO ADDIO ALL’ “ANGUILLA” (foto e video)

Video di copertina di Giorgio Meroni e Giorgia Magni

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C’era tanta Cologno oggi nella chiesa di San Marco, per l’ultimo addio ad uno dei suoi cittadini più amati e storici, quell’ Angelo Anquilletti campione Europeo di calcio, terzino del Milan e della Nazionale, che oggi però è stato ricordato soprattutto come quell’uomo ironico, di spirito, semplice, che finite le partite a San Siro tornava dai suoi amici al bar del paese, per due chiacchiere e una partita a scopa d’assi: “ma l’era un rat –scherzano commossi gli amici- era proprio scarso a scopa, ma era un fortissimo giocatore di calcio”.

E il mondo del calcio di quegli anni d’oro, era presente nelle prime file della Chiesa di San Marco, accanto alla moglie Elsa, ai figli Billy e Roberto, al fratello Luigi, che da giugno, quando Anquilletti aveva accusato i primi sintomi del tumore al duodeno che gli è costato la vita, non l’hanno mai lasciato un istante.

Cudicini, Schnellinger, Prati, Lodetti, Biasiolo…. I compagni del suo storico Milan, commossi sono arrivati tra i primi in chiesa, insieme a Franco Baresi, in rappresentanza dell’ A.C. Milan, e ad altri come Golin, il cronista Tiziano Crudeli e il giornalista Franco Ordine, i dirigenti dell’ Atalanta, i capi ultrà della Curva Sud milanista e i rappresentanti della federazione e del Coni.

Ma sulle panche di San Marco e Gregorio, c’erano soprattutto tanti colognesi, il Sindaco Soldano e l’ Assessore Cocciro, e tanti, tanti amici di lunga data, compagni che si ritrovavano alla bocciofila, o al “parmett“, e poi le associazioni di volontariato come la veneta “Solidarietà è” e l’ “Associazione Medici Monza e Brianza Onlus“.

Sull’altare il gonfalone del Comune di Cologno, listato a lutto e con picchetto d’onore, quello dell’ Atalanta, quello del Comitato Regionale lombardo del Coni, e quello dell’ A.C. Milan.
Sulla bara
i fiori bianchi e i suoi colori: la maglia azzurra indossata al glorioso Europeo del 1968, e quella rossonera con cui ha vinto 1 campionato, 4 coppe italia, 1 coppa dei campioni, 1 coppa intercontinentale e 2 coppe delle coppe.

Ma ciò che conta oggi ricordare, è come Angelo, “mariett” per i suoi amici, abbia vinto nella vita -ha ricordato il Parroco Don Bruno Meani, che ha concelebrato insieme a Don Luciano Mandelliperché è quella la vera vittoria, che da senso anche a tutte le partite giocate e vinte sul campo nel corso di un’esistenza”. 

Molto toccante il saluto finale tributato al grande giocatore scomparso, da quello dei Medici di Monza e Brianza prima: “ora starà sicuramente indossando una tunica rossonera, e col pallone tra i piedi starà già giocando, e insegnando ai cherubini il gioco del calcio“, sino a quello di Sergio, un grande amico della famiglia Anquilletti, che commosso ha riportato le parole scritte da un tifoso napoletano, Corrado Izzo, che vi riportiamo per intero al termine dell’articolo.

Ora Angelo Anquilletti riposerà al cimitero di Cologno, città che lo aveva accolto a soli tre mesi di vita, quando con la famiglia si trasferì da San Donato Milanese dov’era nato, città che oggi gli ha tributato un lungo e partecipato ultimo abbraccio.

“Sei stato uno degli eroi della nostra infanzia.
Gli eroi dell’infanzia sono quelli che non te li scordi più, per tutta la vita.

Sono quelli che ti evocano sempre le stesse sensazioni, a 10 anni come a 70,
quelli che quando ci pensi ti fanno stare bene, quelli che ti riportano ad un mondo lontano e a ricordi felici.

Inevitabilmente il pensiero corre a quelle domeniche degli anni 60 e 70.
Domeniche di nebbia, di pioggia o di sole, con l’erba del campo tagliata male e la segatura davanti alle porte, con le maglie da gioco un po’ rozze e infeltrite, spesso nemmeno tutte uguali, con i numeri cuciti, sempre dall’1 all’11, con quella galleria di volti e personaggi un po’ naif che fondamentalmente era una cosa che non è più oggi: uno sport.
Senza orecchini, senza creste, senza cambiare una fidanzata a settimana, e se anche lo facevi lo sapevi soltanto tu, senza la telecamera che ti veniva a riprendere nello spogliatoio mentre ti infilavi gli scarpini.
In quel mondo che ti è appartenuto, caro Anguilla, non c’erano prima seconda e terza divisa di gioco e nemmeno trentotto scritte diverse sulle maglie.
Anche col vecchio televisore in bianco e nero capivi subito se stava giocando il Milan, l’Inter o la Solbiatese, e gli eroi della domenica diventavano persone di famiglia, come se fossero tuoi amici. Soffrivi e gioivi con loro. Così lontani e così vicini. Ecco, tu per tutti noi sei stato “uno di famiglia”. Uno che ti potevi fidare, uno che stava dalla tua parte, uno che avresti potuto anche dargli la tua vita nelle mani e sapevi che non ti avrebbe tradito.
Di te porterò nel cuore il tuo senso di appartenenza, le tue lacrime dopo Verona 73, la tua dedizione e la tua applicazione, sempre fedele alla consegna, anche quando il Paron ti diceva “..tu colpisci tutto quello che si muove. Se è la palla, meglio!”
Una persona irreprensibile, mai una parola fuori posto. Forse, tutto sommato, avevi capito di essere un fortunato a fare un lavoro che ti aveva dato notorietà e benessere, e hai ripagato con il tuo impegno sempre costante. Ecco perché tutti noi, che a quei tempi eravamo bambini, dobbiamo dirti grazie. Grazie per averci fatto credere in valori positivi, per essere entrato di diritto nell’immaginario collettivo di tutti gli appassionati veri, grandi e piccoli, per aver contribuito a rendere felice l’infanzia di molti di noi. L’esempio di uomini come te non muore mai, nemmeno quando la vita finisce.

 Ciao Anguilla”.