RAGAZZI FUORI DAL COMUNE
AURELIA PENZA, CARUGATESE, INGEGNERE EDILE NEI GRANDI CANTIERI D’AMERICA

La curiosità è donna” dice Aurelia. E ascoltando la sua storia non si fa alcuna fatica a crederle.

La carugatese Aurelia Penza non ha ancora 30 anni ma la sua carriera di ingegnere edile, non priva di ostacoli e fatiche, l’ha già portata a lavorare per molto tempo oltreoceano, sino alla città di Long Beach dove abita oggi.

La sua prima esperienza all’estero risale ai tempi dell’università, quando frequentava il Politecnico di Milano. “Grazie all’Erasmus ho trascorso quasi due anni in Portogallo all’università di Coimbra, dove ho lavorato alla mia tesi sperimentale, che poi è stata anche pubblicata. Parlavo un semplice inglese scolastico, ma vivendo lì alla fine ho imparato anche il portoghese. Vivevo in una casa con ragazzi dalle origini più diverse e così ho scoperto come vivere all’estero possa aprire vasti orizzonti”.

Una volta laureata comincia a lavorare come stagista a Milano, ma in qualche modo sente di non esprimere al massimo la sua potenzialità. Quindi comincia a cercare un lavoro differente. Dopo mesi e mesi di colloqui, arriva la telefonata che le cambia la vita: le viene offerto un lavoro sul canale di Panama, che deve essere ampliato. Unico particolare: deve decidere subito e partire in 10 giorni. Aurelia a quei tempi ha 25 anni e quella passione mista a sana incoscienza tipica dei giovani. Nel febbraio dei 2011 parte per Panama, dove resterà fino all’inizio del 2013.

La vita al cantiere di Panama si rivelò subito per quello che era: duro lavoro, mille sacrifici e tante difficoltàracconta–  Il primo problema era quello della lingua: con gli operai panamensi era possibile interagire solo in spagnolo. Secondo, ho dovuto affrontare una cultura nuova, fortemente diversa da quella europea, imperniata di tradizioni e soprattutto di un forte maschilismo”. Per una donna il tutto è doppiamente complicato. “Ottenere il rispetto dagli operai non è stato per niente facile. Ero l’unica donna del cantiere, senza contare la loro natura in qualche modo disubbidiente”.

Anche costruirsi una vita lì non è stato per niente facile. I lavoratori espatriati come lei vivevano per lo più con le famiglie, e per una ragazza di poco più di 25 anni, giovane e pronta a spaccare il mondo, è normale sentire di trovarsi nel posto sbagliato. “Anche solo andare a cena fuori da sola, dopo il lavoro in cantiere, magari sporca e stanca della giornata, era una cosa assurda per la gente del posto. Una donna che esce la sera, mangia da sola al bancone di un ristorante per di più in tenuta da lavoro è qualcosa di fuori dal mondo”.

Dopo due anni Aurelia sente che il suo lavoro l’ha messa a dura prova e che anche a livello psicologico è arrivata al limite. “È stato allora che ho pensato per la prima volta che sarei potuta tornare in Italia. Ho chiesta alla società per cui lavoravo di cambiare posto, progetto, nazione, rischiando anche di essere lasciata a casa. Ma per fortuna non è stato così e nel Giugno 2013 sono partita per Washington DC”. Nella capitale degli Stati Uniti lavora per 4 mesi nel mobilization team per l’ART – Anacostia River tunnel.

E poi l’ultimo impegno, quello a Long Beach, dove è ingegnere di progetto nella costruzione di un nuovo ponte, il Gerald Desmond Bridge Replacement Project, sempre per la società di costruzioni Salini-Impregilo Spa. “In qualche modo la mia vita è ancora legata a Panama: questo nuovo ponte sarà costruito perché grazie all’ampliamento del canale di Panama, navi più grandi potranno transitare per quella rotta e quindi giungere nei porti californiani, passando sotto questo ponte che andrà a sostituire uno che ormai ha più di 50 anni”.

Com’è la vita da californiana?
Non voglio che si pensi che il fatto che io viva in California renda tutto più figo. Mi alzo alle 5.00 ogni mattina, al massimo alle 6.00, per andare in cantiere. Il mare c’è è vero, lo vedo: ma la cosa si ferma lì– dice divertita- Ovviamente il tempo per scoprire le diverse culture di questa società multietnica non manca. Per esempio mi è capitato di partecipare ad una festa tradizionale di antiche origini messicane nel cimitero monumentale di Hollywood. Un’altra cosa curiosa è il fatto che spesso i cimiteri d’estate vengono aperti e diventano dei cinema all’aperto, dove vengono proiettati film di paura”.

È innegabile che l’Italia e gli Stati Uniti siano molto diversi fra loro, ma forse questi ultimi sono a volte fin troppo idealizzati– spiega Aurelia- L’America è la terra del tutto e del contrario di tutto. È sicuramente più facile licenziare una persona, anche senza un motivo importante, semplicemente perché non fa bene il suo lavoro. Ma il sistema è poi in grado di riassorbire il disoccupato in qualche altro modo, trovando una nuova occupazione dove dovrà dimostrare di essere capace di lavorare. C’è sicuramente più meritocrazia. Una cosa molto complicata in America è invece il sistema sanitario: può essere difficile anche comprare la soluzione salina per le lenti a contatto!”.

Cosa manca di più della terrà natia? “Dell’Italia mi manca moltissimo la cultura culinaria, il cibo e il vino. Degli USA però amo la sicurezza che provo nella vita di tutti i giorni. A parte un ristretto numero di zone, chiunque, comprese le donne, può girare senza alcun problema per le strade della città a qualsiasi ora della giornata, sia a piedi che con i mezzi”.

Riflettendo sul suo futuro, Aurelia dice “Non escludo totalmente di tornare a vivere in Italia. Ma se penso che il progetto a cui sto lavorando ora si concluderà nel 2018, mi rendo conto che con il passare degli anni sarà sempre più dura. In Italia dovrei adattarmi a fare un lavoro diverso da quello che sto facendo ora, di grandi opere non ne costruiamo più. È anche vero che quando trovi un italiano all’estero ti senti a casa. Fra connazionali c’è sempre un certo grado di intesa, che permette di creare subito un senso di familiarità e affetto che non si prova con altre persone. Ho tanti amici statunitensi, spagnoli e di altre nazionalità: ma sono felicissima di avere anche in California amici italiani”.