Storie di migrazione: la fuga dalla violenza

Una coppia raconta la vita nel proprio paese tra sopraffazioni e paure

Nota per il lettore: ai sensi della Carta di Roma – Protocollo Deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti – non vi sono riferimenti a Stati o altre entità politico – amministrative e i nomi sono di fantasia.

«Lo sa come mangiano i membri della malavita? Si mettono accovacciati, per avere maggiore sguardo laterale in caso di agguato». Il Signor Enea, per essere sicuro di essersi spiegato, mima il gesto, prima di tornare accanto alla moglie, la signora Creusa. Lui medico in un carcere di massima sicurezza, lei infermiera in ospedale. Hanno dovuto lasciare il loro Paese, per abbandonare una vita di ansia e paura e provare a ricostruirsene una lontano.
“Giuro di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute” recita un passaggio del giuramento di Ippocrate. Il dottor Enea lo sa bene, ci crede in quella formula. Quando si mette il camice si dimentica di cosa abbiano commesso i suoi pazienti, li cura e basta, cerca di «offrirgli la migliore prestazione sanitaria possibile».
Solo che i suoi pazienti sono anche criminali, tra i più pericolosi, visto che si trovano in un carcere di massima sicurezza. Assassini e trafficanti di droga. Presto «la migliore prestazione sanitaria» non gli basta più e chiedono al dottore la prescrizione di visite specialistiche da effettuare fuori dal carcere, forse per comunicare con il proprio gruppo, probabilmente anche per vedere il sole.
«Dottore, noi abbiamo bisogno si sapere chi sta dalla nostra parte» gli dice un detenuto, un suo paziente, dopo i primi rifiuti. Questa è la prima minaccia esplicita che riceve, ma non l’ultima. «Un giorno – racconta il dottore – una persona in motocicletta mi ha seguito per 40/50 Km. Ho riconosciuto l’abbigliamento tipico dei criminali, ma ho capito che era solo una minaccia, che in quel momento preciso la mia vita non era in pericolo. Se avessero voluto uccidermi, sulla motocicletta sarebbero stati in due»
Quando vivi in certe realtà impari a leggere i segnali, a codificare le situazioni, non mangi per terra come i criminali, ma sei costretto ad avere gli occhi vigili. E avere competenze sanitarie in un luogo dove la violenza dilaga – «quell’anno nel raggio di un chilometro da casa nostra sono state uccise 18 persone» – certo non aiuta. Il lavoro, come si usa dire, “te lo porti a casa”.
«Non mi hanno mai puntato una pistola alla testa ma solo vedere le armi mi spaventava» dice la signora Creusa mentre racconta come la situazione dove vivevano è peggiorata nel tempo. «Il paesino dove vivevamo, in una zona rurale, era inizialmente tranquillo. Poi si sono trasferite le bande e hanno iniziato a chiederci aiuto. Erano piccoli criminali che avevano bisogno di una flebo o di una ricucitura». Nel pesino «inizialmente tranquillo» presto però arrivano anche pezzi da 90, gente armata ed estremamente violenta, persone che non si fanno nessun tipo di problema ad uccidere. «Un giorno in una strada vicino casa nostra abbiamo trovato una persona fatta a pezzi – racconta il dottor Enea interrompendo la moglie in modo educato ma deciso, con lo sguardo concentrato, come a voler sancire la solennità del momento -. L’obiettivo degli omicidi – continua con fare più didascalico – è duplice: spaventare la famiglia della vittima o la banda avversaria, ma anche lanciare un monito alla popolazione».
Enea e Creusa curano, cuciono e mettono flebo ai criminali in un clima di tensione e pressione crescente. Un po’ perché curare è il loro mestiere – «la migliore prestazione sanitaria possibile» – un po’ perché è difficile dire di no. Poi tutto precipita e decidono di partire, lontano, per tornare a respirare, come quando da bambini si sta sott’acqua fino a quando la bocca per riflesso non inizia ad aprirsi e istintivamente riemergi. «Una sera degli sconosciuti sono venuti a cercare mio marito – dice la signora Creusa -. Hanno suonato e chiesto che li seguisse per curare una persona. Mio marito – continua guardandolo come per avere conferma – ha risposto: “Se il vostro amico è grave e ha bisogno di aiuto portatelo qui che lo aiuto”. Loro hanno detto – scandisce dopo una pausa – “Pregate dio che al nostro amico non succeda niente. Se muore lui, morite anche voi”»
Tutto accelera. La denuncia, la consapevolezza del rischio di farla – «Se denunciate dovete andare via, la procura è piena di corruzione» disse un collega a Enea – i e la partenza, per tornare a respirare.

Si ringrazia Chiara Gigliotti per la collaborazione