Portami via

Sono nata in Sicilia, ma non ho fatto in tempo ad appoggiare i piedi per terra che ero già sul traghetto avvolta nello scialle di mia madre e poi su per tutta l’Italia in treno, dal finestrino papà mostrava il continente a mio fratello Aldo di due anni.

 I miei primi ricordi sono nel cortile diviso a metà, da una parte i maschi con i loro giochi rumorosi e dall’altra le bambine che saltano la corda o lanciano la palla cantando filastrocche. I giorni dell’infanzia scorrevano lenti, file di panni stesi asciugavano sventolando sopra le nostre teste e le voci delle madri rimbalzavano squillanti da un balcone all’altro.

Da casa nostra si vedeva il lago, nei momenti di nostalgia mia madre apriva la finestra come se sperasse di trovarci il mare e ogni giorno rimaneva un po’ più delusa.

Arrivò il tempo dell’adolescenza discontinuo e imbroglione; ero grande per sbrigare faccende domestiche, ma piccola per andare in giro con il motorino o uscire dopo cena, come mio fratello. E c’era poco da pestare i piedi, lo sguardo severo di mio padre stroncava ogni velleità e il mio bisogno di trasgressione si risolse in una riga di matita sulle palpebre e qualche romanzo letto di nascosto.

Finita la scuola, trovai lavoro da un commercialista che mi sbirciava le gambe e non pagava gli straordinari.

E vennero giorni in cui un vago desiderio d’amore cominciò ad aleggiare nell’aria, tra amiche si condividevano scarse e fantasiose informazioni, per tutte noi era una promessa che stava per compiersi e non era previsto che ci potesse deludere.

All’inizio dell’estate incontrai Pier e mi trovai catapultata sul pianeta della gioia assoluta dove lui aveva attenzioni solo per me ignorando ragazze più carine e disinvolte.

La domenica arrivava in treno da Milano con due amici e un giorno, come per caso, mi prese la mano mentre si passeggiava sul lungolago. Poi venne da solo e ci scappò un bacio lieve come ali di farfalla, poi altri più intimi e mi sentii sciogliere dentro e all’improvviso i colori erano vivaci e brillanti come non erano mai stati, il sole mi accarezzava la pelle, il lago aveva un profumo nuovo e persino i gabbiani strillavano allegri.

Una sera a tavola mio padre chiese che intenzioni avesse il milanese. Sapevo solo che lui era alto, bello e laureato in architettura. Mi strinsi nelle spalle con le orecchie in fiamme, in casa non si era mai parlato d’amore e non trovai le parole.

La domenica aspettai Pier inutilmente. Aldo era uscito prima di me e l’aveva affrontato a muso duro: se aveva intenzioni serie, doveva presentarsi da mio padre, altrimenti poteva tornare a Milano e tanti saluti alla madonnina.

E lui semplicemente risalì sul treno, tornò a casa e non si fece più vedere.

Avrei potuto individuare in quel momento una certa irresolutezza di Pier, un’attitudine a ponderare all’infinito ogni minima decisione soffocando miseramente ogni slancio fresco e spontaneo. Perché non mi aspettò? Perché non chiese a me se volevo fidanzarmi?

Non venne più e sprofondai in un autunno malinconico. Uscivo con le amiche e le foglie degli alberi sul viale cadevano una dopo l’altra senza far rumore. Che cosa avevo sbagliato? Le vie della città indossarono le luminarie di Natale, le vetrine luccicavano decorate a festa, ma io passavo per le strade a testa bassa con le mani affondate nelle tasche del cappotto e non mi accorgevo più di nulla.

Tornò la primavera, una domenica dopo pranzo il campanello suonò e nessuno si mosse, sembravano tutti sordi. Andai ad aprire e Pier mi salutò come se fossero passati cinque minuti e non cinque mesi, sedette al tavolo del tinello e io assistetti muta e allibita a una commedia di cui avrei dovuto essere la protagonista, invece pareva che solo gli altri conoscessero le battute giuste, nemmeno avessero fatto le prove.

Non mi rimase che servire il caffè con le mani che tremavano.

Pier poteva corteggiarmi, aveva ottenuto il benestare della famiglia.

Il mio parere non interessava a nessuno.

Un pomeriggio rientrai dal lavoro e attraverso la porta socchiusa, dal corridoio vidi mia madre seduta al tavolo del tinello. Versava il tè a mia zia, la più antipatica delle sue cognate. Mia cugina Felicia, splendida normanna talmente bella e spigliata che non era parso necessario darle un’istruzione o insegnarle un mestiere, era rimasta incinta e non diceva chi fosse il padre del nascituro. Vidi mia madre ostentare una comprensione falsa come una moneta di latta.

«La mia Mimma sposa un architetto» disse indossando una nuova disinvoltura, sembrava persino più alta.

La zia rimase molto colpita, avevo superato Felicia, predestinata a ricchezze, prestigio e invidia dei parenti. Strinse le labbra e sentenziò che a salire troppo in alto si rischia di cadere.

Nelle fiabe spesso c’è una ragazza che a causa di un maleficio incontra una serie di ostacoli, li supera armata di gentilezza e lealtà, incontra un principe innamorato, l’incantesimo si rompe e … vissero per sempre felici e contenti. Proprio quando credevo di essere a questo punto della storia, la mia fiaba personale cominciò a svolgersi al contrario.

Il lavoro di mio marito non andava molto bene, alcuni clienti non lo pagarono e un costruttore lo convinse a investire denaro in un affare rischioso. Tutto ciò che poteva andare male, ci andò puntualmente.

Non conoscevo il meccanismo degli appalti né l’esistenza di un ginepraio di favoritismi, scambi d’informazioni, collocamento delle persone giuste nei posti strategici, amicizie compiacenti. Pier non faceva parte della Milano da bere, non sarebbe mai entrato nell’ingranaggio e naturalmente era colpa mia che non ero all’altezza della situazione, non vestivo elegante, mi stupivo di ogni sciocchezza, sembravo una domestica. Piangevo, cercavo di migliorare e non capivo che era lui a sentirsi inadeguato. Non era equipaggiato per nuotare in un mare infestato dagli squali e stava affogando me nel tentativo di tenersi a galla.

Nacque Luca e trovai quell’appagamento dello spirito che non trovavo più o che forse mi ero illusa di aver trovato.

Il tempo premette sull’acceleratore e giorni tutti uguali s’inseguirono l’un l’altro come tanti lemming in corsa verso il baratro.

L’umore di Pier diventava sempre più cupo, non potendone prevedere le oscillazioni, cominciai a escludere lui da ogni occasione sociale, anticipando che forse sarebbe stato impegnato. Lo facevo senza pensarci e ogni giorno lo spingevo un po’ più in là, fuori dalla mia vita.

Ero sempre esausta, ma tenevo duro, sempre sola con mio figlio a casa dei nonni, ai compleanni, alle feste in oratorio. Lo seguivo nelle attività scolastiche o sportive, passavo ore a bordo campo, resistendo stoicamente a qualunque evento atmosferico per vederlo giocare a calcio, fiduciosa che un osservatore in cerca di nuovi talenti lo avrebbe presto convocato.

A una partita incontrai un’altra donna e diventammo subito amiche. Entrambe ci alzavamo al mattino già stanche, a volte ci sembrava di arrancare faticosamente lungo la giornata, eravamo in sovrappeso e il sesso era un’incombenza da sbrigare in fretta, al buio, un paio di volte l’anno per la pace nel mondo. Lei era la moglie di un alcolista e non poteva prevedere quando suo marito sarebbe stato sobrio e presentabile.

E io invece? Io procedevo per inerzia in un limbo di abitudini, piccoli compromessi e strategie collaudate.

Trovai un lavoro e investii la mia voglia di imparare cose nuove, sentirmi apprezzata da qualcuno. Ma quando entravo in casa, le pareti si stringevano addosso a me in una morsa soffocante. Correvo al telefono, se non trovavo un’amica, ne chiamavo un’altra e mi perdevo in interminabili discorsi, ossessivi come un disco rotto. Cosa avrei potuto raccontare? Non andavo mai al cinema, né a un concerto o a una mostra, partecipavo solo alle feste di famiglia, non avevo un hobby e non praticavo sport.

Ripensandoci mi vedo come un asino da soma che procede carico sempre in salita, un passo davanti all’altro, il dovere prima di tutto, convinta di non avere tempo da perdere in divertimenti e sciocchezze, come se il tempo appartenesse a pochi eletti di cui non facevo parte e le giornate non avessero la stessa durata per tutti.

Quando Pier rientrava dal lavoro, Luca era già a letto. Esauriti i litigi per convincerlo a tornare prima per cenare tutti insieme, gli lasciavo un piatto coperto sul tavolo della cucina e mi assopivo davanti alla tivù sul divano del salotto. A volte guardavamo lo stesso film su due diversi televisori come coinquilini forzati che stanno insieme per dividere le spese fisse e non si trovano neppure simpatici.

Poi un pomeriggio in ufficio stavo tribolando per riavviare il computer mentre cercavo di raccogliere il contenuto del portapenne che era caduto spargendo biro e graffette dappertutto. Alzai gli occhi e davanti a me c’era un uomo che mi guardava divertito. Gli consegnai la sua pratica e scambiammo qualche parola, lo rividi dopo qualche giorno e non so come accadde, Renzo s’infilò tra i miei pensieri e all’improvviso traboccavo di energia frizzante. Cominciai a truccarmi con cura e buttai in fondo all’armadio i maglioni informi con cui nascondevo i chili di troppo. E fu tempo di orecchini e collane, camicette a fiori e scarpe con il tacco, un nuovo taglio di capelli e dieci chili in meno. Ridevo spesso. Guardavo il cielo e il sole mi sorrideva.

L’interesse di Pier si risvegliò. Una sera eravamo seduti sul divano e lui allungò una mano verso di me. Mi alzai di scatto e lo fissai in silenzio. Ecco, se avessi provato ancora qualcosa per lui, l’avrei incoraggiato o forse mi sarei defilata, ma non avrei reagito inorridita come se avessi visto un serpente tra i cuscini.

Era il momento di parlare, spiegarsi, esprimere ciò che volevamo. Era un punto di svolta da cui ripartire più maturi e consapevoli. Purtroppo ormai a me non importava più. Vivevo per vedere Renzo, tutto il resto era solo rumore di sottofondo.

Capitava di bere un caffè insieme, spesso lui chiedeva il mio parere e per me era molto gratificante. Credevo che ciò fosse il preludio di una storia importante, mi vedevo con mio figlio a casa sua, immaginavo gerani rossi sul balcone e gite in barca a vela.

Un desiderio fisico mai provato si destò di colpo, compii cinquant’anni e fu tempo di follia.

«Credo di essermi innamorata di te» buttai lì al telefono. Avevo immaginato il seguito della conversazione con tutte le varianti possibili tranne una.

«Oh, che esagerata! Ti sono simpatico, via».

Proposi un aperitivo, lui disse che non poteva. Mi stava offrendo una dignitosa via d’uscita che però non vidi e alla mia insistenza salutò asciutto e chiuse la telefonata.

Avrei dovuto fare un passo indietro, invece dedussi che Renzo esitava perché ero sposata. Se fossi stata in me, mi sarei rimproverata la sciocchezza appena commessa, forse avrei pianto e poi ci avrei riso su.

Ma non ero in me e dissi a Pier che avevo incontrato un uomo e volevo divorziare.

Tra le tante cose che lui avrebbe potuto chiedermi, scelse la più stupida: volle sapere se avevamo fatto sesso, lo spartiacque del tradimento.

Telefonai a un avvocato e la questione economica divenne prioritaria, non avevo denaro per affittare un appartamento e arredarlo. Mi rivolsi a mio fratello con assoluta fiducia.

«Io non ti aiuto a distruggere una famiglia» rispose lapidario. Annaspai come se mi avesse tirato una secchiata d’acqua in faccia. Piansi di rabbia, urlai che non ne potevo più della vita che stavo facendo. Aldo non si scompose. Disse che se mio marito mi avesse picchiato, lui mi avrebbe aiutata subito. Ma non era il mio caso e il discorso era chiuso.

Verso sera mio padre mi chiese di passare da lui. Trovai la porta aperta, entrai in casa e seduti a un lato del tavolo c’erano mio padre, mio fratello e mio figlio, gli uomini di famiglia. M’indicarono la sedia davanti a loro, il banco degli imputati.

Mio padre scandì parole scelte con cura. Disse che passavo le vacanze in Sicilia ospite in casa sua e la prossima estate forse non sarei stata invitata, le donne poco serie vanno tenute in disparte. Lo capivo questo? Sarei rimasta isolata, esclusa da pranzi, compleanni, feste e ricorrenze. Era questo che volevo?

Balbettai le mie ragioni sforzandomi di non piangere mentre loro mi fissavano muti come tre statue di sale e a un tratto mi sentii una bambina di cinque anni che sta per essere rinchiusa al buio nello stanzino delle scope mentre tutti gli altri giocano in cortile e poi fanno merenda con una bella fetta di torta.

Uscii e scesi le scale aggrappandomi alla ringhiera.

Lo dissi a Renzo, lui sapeva che il mio matrimonio era solo una convivenza trascinata per inerzia e ragioni pratiche. Che cosa mi aspettavo? Immaginavo che mi avrebbe portato via in groppa a un cavallo bianco? Beh, credevo che avrebbe preso la mia mano e … invece lui mi guardò negli occhi e disse calmo: «Se ti separi, sarai completamente sola. Te la senti?».

«Perché tu non mi vuoi? Che cosa ha lei più di me?» mi sentii piagnucolare.

«Nulla. Però di lei sono innamorato» rispose con fredda cortesia. Mise sul tavolino del bar i soldi della consumazione e si allontanò senza voltarsi.

Il mondo intero mi aveva girato le spalle. Le amiche con cui avevo passato ore di confidenze telefoniche erano tutte indaffarate nello stesso momento.

Mio figlio si organizzò una vita indipendente da studente fuori sede.

Se sei decisa, vai avanti. Non ti serve il permesso di nessuno, devi dartelo da sola il permesso di agire, mi disse la psicologa del consultorio e non riuscii a spiegare che mi sentivo piccola e impotente, trascinata a forza verso lo stanzino delle scope.

Mi arresi. La psicologa rimase delusa, nemmeno avesse dovuto viverci lei con mio marito.

Gli uomini di famiglia invece tirarono il fiato, ero di nuovo la piccola, cara, arrendevole che ben conoscevano. Mi avrebbero invitato in Sicilia per le vacanze nonostante fossi stata un po’ monella.

Il treno dell’emancipazione era passato e avevo perso la mia occasione.

Ripresi in fretta tutti i chili persi, tirai fuori i vecchi maglioni informi e pian piano una strana spossatezza m’invase subdola. La scapestrata era stata rimessa in riga, ma a che prezzo?

Il mio malessere è durato a lungo e l’ho chiamato con tanti nomi diversi, ho cercato di spiegarmelo, interpretarlo, contrastarlo e lui intanto diffondeva dentro di me le sue cellule malefiche.

Dopo l’incredulità è venuta la rabbia, poi è passata e ormai è solo questione di tempo e io di tempo non ne ho più.

Ho sempre vissuto convinta di non avere tempo per nulla che non fosse lavoro, sacrificio, fatica, impegno, senza rendermi conto che il tempo è infinito e non appartiene a nessuno e forse bastava allungare la mano e semplicemente cogliere ciò che avevo a disposizione.

È ben nascosta, non ha fretta, ma io sento il suo respiro e so che è qui vicino. Non è così che volevo andarmene, ma cosa importa ormai? Il suo cavallo è nero e lei presto mi farà cenno di salire, allungherà la mano e mi aiuterà a montare in sella e al momento giusto sarà lei a portarmi via senza chiedere il permesso a nessuno.