Marta non c’è

«Mi fai una foto?»

«Subito mia cara!»

Prendo il telefono, il tempo di inquadrare, e lei non c’è più.

«Perché quella faccia? Son così brutta?» dice lei ridendo.

La sento, non la vedo ma la sento, una voce dal nulla!

«Che hai Giorgio, tutto bene?»

Abbasso il telefono e me la trovo davanti, mi guarda perplessa.

Devo avere una faccia da paura. Non va tutto bene, anzi, mi ritrovo spaesato e con un senso di capogiro, lei non c’era e adesso c’è!

Il tempo sembra dilatarsi, mi sento a disagio ma decido all’istante di non far parola di quanto appena successo.

Ma cosa è successo? Mi sono immaginato tutto?

Eppure, era sparita mentre la inquadravo e poi è riapparsa.

«Scusami»  le dico «mi gira la testa, credo di non sentirmi troppo bene.»

«Possiamo tornare indietro, e salire un’altra volta… magari il caldo o le birre giù al rifugio» dice lei prendendomi in giro. Mai retto l’alcool.

«Dico davvero, se non stai bene rimandiamo, nessun problema.»

Avevamo organizzato questa escursione scegliendo un giorno infrasettimanale per trovare meno gente, sulla strada e sui sentieri.

Salita al Pizzo Ragno passando dal Cedo, un rifugio alpino che si poteva prenotare per garantirsi un posto letto. A noi bastava avere le chiavi per accedere alla cucina, anche se non ci saremmo fermati per la notte volevamo pranzare in modo confortevole.

Partiti la mattina presto dalla Val Loana avevamo raggiunto il rifugio in poche ore. Mi ero dato da fare: maccheroni al sugo con tonno, piselli e peperoncino (un mio cavallo di battaglia, più un ronzino che un cavallo) insieme a un paio di lattine di birra fresca.

Vinta la tentazione di sdraiarci all’ombra, siamo ripartiti per la cima con tutta calma. A giugno le giornate sono lunghe, potevamo prendercela comoda.

«No no Marta, prendo fiato due minuti e si va! Vedrai che starò meglio» dico io mostrando i muscoli. Lei ride, come sempre, quando ostento scherzosamente ciò che non ho, i muscoli.

In realtà sono molto turbato, continuo a pensare a quanto accaduto poco prima. Devo capire.

Con una scusa le chiedo di andare avanti, che l’avrei raggiunta subito.

La guardo mentre mi dà le spalle camminando, quindi prendo il cellulare e la inquadro con la fotocamera.

Come prima! Vedo il sentiero, le cime in lontananza, ma non lei.

Mi sembra di impazzire quando all’improvviso, dietro una svolta del sentiero, vedo apparire un uomo con lo zaino in spalla che viene verso di noi. Ha una lunga barba nera, in mano un mazzo di fiori gialli.

Inizio a sudare e il cuore mi batte sempre più forte, abbasso il telefono e il cuore accelera ancora: lei è lì, che cammina, mentre l’uomo con lo zaino è sparito. Inquadro ancora e vedo solo l’uomo, ormai vicinissimo, mentre lei non c’è.

Marta non c’è!

Abbasso il telefono e la vedo di nuovo. Si è fermata e mi guarda preoccupata.

Dell’uomo, barba nera e fiori gialli, nessuna traccia.

«Giorgio sei sicuro di star bene? Sei pallidissimo» dice avvicinandosi.

A quel punto mi accascio, le gambe non mi reggono e mi sento svenire.

Chiudo gli occhi e quando li riapro lei è lì accanto a me, mi regge la testa e dice qualcosa che non capisco, poi prende la borraccia e chiede se voglio bere. Bevo così avidamente che mi deve fermare.

«Ehi, piano… »

«Scusa – le dico – ho sete… Marta hai visto qualcuno sul sentiero? Persone o animali, qualcosa insomma? »

Glielo chiedo con tale veemenza che la faccio sussultare.

«Ma che hai Giorgio, che ti prende? No, non ho visto nessuno in tutto il giorno, siamo solo noi. Cosa ti preoccupa?»

Non so cosa rispondere e sto zitto, le assicuro che sto bene ma non dico altro malgrado le sue continue e insistenti domande. L’atmosfera tra noi muta rapidamente, in peggio. Il nostro è un equilibrio precario e i miei lunghi silenzi lo rendono sempre più instabile, fino al punto di rottura. Niente cima.

Torniamo verso valle, arriviamo all’auto e l’accompagno a casa, un paese sul Lago Maggiore. In viaggio non ci scambiamo una parola; situazioni già vissute.

Fermo la macchina davanti a casa sua.

«Anche se sei uno stronzo, fammi sapere se non stai bene… sì insomma se hai bisogno fatti sentire, ok?»

«Sì. Scusami Marta, è colpa mia ma proprio non mi va di parlarne ora, ti prometto di farmi sentire se mi sento male »

Lei mi guarda a lungo, sembra intuire che c’è qualcosa di diverso, sta per dire qualcosa ma poi apre la portiera e se ne va senza aggiungere altro.

L’orgoglio è più forte dell’apprensione, forse più forte dell’amore. Almeno per noi. Poteva essere un nuovo punto di partenza, questa gita insieme, ma non è stato così.

Arrivo a casa, chiudo la porta a chiave e finalmente mi dedico a quello a cui sto pensando da ore: il cellulare.

Lo prendo come se scottasse e lo appoggio sullo scrittoio in salotto. Resto a guardarlo a lungo e intanto penso.

L’orologio da tavolo segna le 21:00 e io son seduto fissando un telefono, uno smartphone come tanti altri.

Potrei attivare subito la fotocamera ma ho bisogno di ricostruire con ordine quanto successo, di razionalizzare.

Da quando siamo partiti e fino al rifugio ho fatto molte fotografie sia a lei che al paesaggio. Ho usato la macchina fotografica per tutto il tempo, finché le batterie mi hanno abbandonato. Di solito ho la batteria di scorta ma stamattina l’ho dimenticata, per questo ho usato il cellulare quando mi ha chiesto di fotografarla. Come tante altre volte però, avrò fatto centinaia di scatti con il mio telefonino.

Le foto! Perché non ho scattato neanche una volta?

Almeno all’uomo che camminava verso di noi! Se c’era un uomo.

Combatto contro l’inquietudine, di nuovo mi si altera il battito ma lo controllo. Cosa è successo, cosa sta succedendo?

Prendo il cellulare e guardo le foto dell’album, l’ultima l’ho scattata mercoledì 23 giugno, due giorni prima di salire al rifugio.

Faccio scorrere all’indietro, mi sembra tutto a posto.

Attivo la fotocamera e la punto verso la cucina, tutto normale.

Provo a scattare ma non funziona, provo coi video ma senza esito, il pulsante non risponde, niente foto e niente video. Si è guastato qualcosa.

Esco sul balcone e inquadro la via sotto di me, saluto la vicina che sta arrivando in bicicletta.

Lei mi ignora, allora abbasso il telefono e ancora una volta vengo preso dal panico, non c’è nessuno sulla strada. Inquadro di nuovo ed ecco ancora la vicina, ormai quasi davanti al suo portone.

Ripeto l’operazione diverse volte, sempre più velocemente, fino a quando lei entra in casa e si chiude il portone alle spalle.

Questo con la fotocamera puntata, dal “vero” nessuna presenza.

La paura inizia a cedere il passo alla curiosità, sono eccitato, sta accadendo qualcosa di straordinario e sta accadendo a me.

Poi penso a uno scherzo, mi stanno facendo uno scherzo, mi vengono in mente le Candid Camera televisive.

No, non può essere, inizio a pensare a velocità folle, mi sposto per la casa e inquadro ovunque ma non succede più niente, è tutto normale. Schermo su, schermo giù, vedo le stesse cose.

Esausto mi butto sul divano e accendo la tele.

Mi lascio inebetire da un programma qualsiasi. Sto impazzendo?

Di nuovo la paura mista all’eccitazione.

Prendo ancora il cellulare e inquadro il televisore: mi esce un urlo strozzato, il telefono mi cade dalle mani.

In TV un famoso conduttore sta facendo domande idiote ad una signora bionda, raccolgo il telefono, per fortuna ben protetto, e inquadro di nuovo: nel display del cellulare vedo solo un televisore spento anche se sento i rumori e le voci del programma.

Io e il telefono vediamo cose diverse.

I posti sono gli stessi ma ci sono evidenti differenze: Marta, l’uomo con la barba, la vicina, il televisore acceso o spento. E poi un’ultima inquietante scoperta: se inquadro il mio corpo in realtà non vedo niente, come fossi trasparente, vedo solo gli oggetti o le cose dietro, quelle ci sono.

Mi trovo a girare per casa ad inquadrare tutto il possibile. Sto cercando una traccia, una possibile risposta, qualcosa.

22:40. In cucina trovo un altro indizio: inquadrando l’orologio a parete mi accorgo che segna le 21:40, un’ora in meno rispetto ad adesso.

Faccio diverse prove. La parete, le piastrelle a mosaico, l’orologio.

È tutto uguale tranne l’orario, sempre un’ora in meno. Non capisco.

Sono molto stanco e sicuramente poco lucido.

Mando un messaggio a Marta, mi scuso ancora per come mi sono comportato, le dico che sto bene (quasi vero) e che la vorrei chiamare domani, se lei è d’accordo. Non aspetto la risposta, spengo il telefono e lo metto in carica.

23:30. Vado a letto, cerco di dormire, ma passo il resto della notte tra strani sogni e continui risvegli.

7:45. Mi alzo, doccia e colazione.

Con un biscotto ancora in mano vado in sala a prendere il cellulare, torno in cucina, mi siedo e l’accendo. Ricevo alcune notifiche tra le quali la risposta di Marta al mio messaggio di ieri, un laconico “ok” poco incoraggiante.

Attivo la fotocamera, la punto verso la parete, e mi vedo!

Attraverso la porta vedo me stesso passare velocemente nel corridoio.

Mi vengono i brividi, sento freddo ed è come se fossi trafitto da spilli.

Come un automa mi alzo e uso il cellulare come farebbe un cameraman: seguo i movimenti dell’altro me stesso.

Istintivamente lo chiamo (mi chiamo) per nome ma mi rendo subito conto che per lui io non esisto, non mi vede e non mi sente, anche se non ho avuto il coraggio di provare a toccarlo.

Mi tengo a distanza e osservo.

Quello che vedo sono io il giorno prima, sto mettendo le ultime cose nello zaino. Continuo a guardare i suoi movimenti, i miei di ieri, finché lui, il me di ieri, manda il messaggio a Marta ed esce chiudendo la porta.

Sono solo ora. Impietrito fisso la porta chiusa.

Il cellulare mi mostra il passato!

Apro la chat e controllo il messaggio che ho mandato ieri a Marta, per avvisarla che stavo partendo, erano le 7:02.

Senza usare il telefono guardo l’ora in cucina: le 8:02.

Posso vedere cosa accadeva 25 ore prima nel posto che sto inquadrando.

Da quando? Com’è possibile? E perché?

L’ultima foto salvata è di mercoledì scorso, fin lì funzionava tutto normalmente, che è successo dopo?

Verifico le diverse funzionalità del cellulare, lo studio, lo analizzo, e all’improvviso l’idea geniale.

Provo a modificare data e ora.

L’orario non è modificabile, la data sì, ma solo andando a ritroso; non riesco a impostare una data futura.

Lascio le mille domande che affiorano ad un altro momento e imposto una data a caso nel passato.

Attivo la fotocamera, inquadro muovendomi per casa e finalmente mi vedo, in un altro quando di alcuni giorni prima.

Sembra un film muto.

Provo altre date, febbrilmente inquadro gli spazi intorno e continuo a vedere quello che già è stato, spezzoni del passato tornano a scorrere davanti ai miei occhi finché il telefono è così bollente che smetto per paura che si bruci.

Ora che faccio? A chi lo dico? Quanto durerà?

Prima o poi dovrò confrontarmi con qualcuno, raccontargli tutto, verificare insieme.

Non ora.

Sono già geloso del mio nuovo tesoro, sento il bisogno di custodirlo, di proteggerlo. Posso portarmi in tasca una finestra sul passato, con alcune limitazioni ma dalle enormi potenzialità.

Non vede il futuro, e ne sono quasi sollevato, ma resta straordinario e terribile. Potrebbe nascondere altri segreti, ancora da scoprire.

Non esiste al mondo una cosa del genere, se qualcuno ne venisse a conoscenza sarei ad alto rischio. Chi non vorrebbe un oggetto simile?

E cosa non sarebbe disposto a fare pur di averlo?

Inizio ad andare in paranoia, rimetto a posto la data, lo spengo, tolgo la SIM e lo metto al sicuro in un cassetto.

Esco e vado a comprare un altro cellulare, stesso modello, colore e caratteristiche del primo. Lo provo, faccio foto e video e fa quello che deve fare uno smartphone, nessuna anomalia. Non sono io, l’anomalia.

Chiamo Marta, le chiedo se posso passare a trovarla, ho bisogno di vederla, di parlare di noi, di capire se è ancora arrabbiata.

Torno a casa, mi lavo, mi cambio, e verso le 19:00, con due cellulari in tasca, parto per il lago.

Un blues malinconico mi accompagna durante il viaggio, lei mi ha chiesto, a sorpresa, se mi andava di fermarmi per la notte. Mi va.

 

«Ciao Giorgio» dice aprendomi la porta.

«Marta… ho portato del vino… »

Ci baciamo sulla guancia come farebbero due vecchi amici, è rilassata e di buon umore, ha preparato la cena, lume di candela.

Il broncio e i silenzi di ieri sono lontanissimi.

Parliamo e beviamo molto, un ottimo rosso delle colline novaresi.

Fa molto caldo e il vino non aiuta.

Lei si slaccia un altro bottone della camicetta e, con una mossa studiata, mi lascia intravedere il seno. Sorride. Mi cade l’occhio più di una volta ed entrambi facciamo finta di niente, fa parte del gioco, del rituale.

Sono più di due mesi che non facciamo l’amore.

Mi gira un po’ la testa e smetto di bere, la serata è carica di promesse e non voglio rovinare tutto un’altra volta.

 

Ci spostiamo in camera sua, lei va in bagno e io mi siedo sul letto in attesa del mio turno. La sento canticchiare sotto la doccia e per la prima volta da quando sono arrivato prendo il cellulare. Quel cellulare.

Mi sento una spia ma non resisto alla tentazione, attivo la fotocamera, inizio a guardarmi intorno e la vedo.

Lei è sul letto ma non è sola, c’è un altro uomo.

Lui è sotto e lei è seduta sopra di lui, dandogli le spalle.

Entrambi nudi sono impegnati nella danza magica che avevo immaginato fosse la nostra da lì a poco.

Non so chi sia lui e non importa, quello che importa e che mi resterà indelebile negli occhi e nel cuore è il viso di lei, la sua espressione, la schiena inarcata in movimenti sempre più rapidi.

Il ritmo aumenta ancora, lei sembra sul punto di piangere, sembra quasi soffrire, fino a quando esplode tutto il suo sorriso.

I movimenti si fanno più lenti accompagnando respiri lunghi e profondi.

È in estasi, in paradiso. Io sono all’inferno.

La verità è che non l’avevo mai vista così bella, così felice, così appagata.

Mi si rompe qualcosa dentro e mi sento malissimo.

Perché la cena? Perché vedermi? Perché…

L’acqua della doccia ha smesso di scorrere, prendo velocemente le mie cose e me ne vado senza una parola.

 

Provo odio per quel telefono, vorrei fracassarlo, gettarlo dal finestrino vorrei, ma mi ritrovo a riporlo con cura nel vano portaoggetti dell’auto.

Il cellulare.

Sono stato la prima vittima del suo potere, se di vittima si può parlare.

 

Torno a casa a ritmo di rock, ripenso a Marta che mi chiede una foto, il suo sorriso dolce. Io che inquadro e non la vedo, tutto quello che è successo dopo, dai monti a casa sua, poi a casa mia e infine ancora a casa sua. Le dolci promesse della serata, fino al momento cruciale: quando sul display la vedo a letto insieme a un altro.

Il suo sorriso estatico, non rivolto a me, la lama che mi spezza.

Scaccio il viso di Marta dalla mente e penso ossessivamente al potere di quell’oggetto. Immagino possibili scenari. Una nuova vita.

Credo di aver capito cosa dovrò fare. E lo farò.