L’ultimo viaggio di Ismaele

Ci eravamo appena lasciati alle spalle un piccolo centro abitato ed eravamo diretti a nord, e il fitto filare di alberi a bordo strada parve acquisire mobilità quando spinsi la macchina oltre il limite di velocità consentito. Gli alberi correvano insieme a noi e si aveva l’impressione di guardare i fotogrammi di un rullino. Il ragazzo seduto al mio fianco si teneva aggrappato al cruscotto e sul viso lentigginoso gli aleggiava un’espressione di divertito stupore. Abbassai il finestrino per far entrare l’aria e gli dissi di fare lo stesso. La corrente gli scompigliò i rossi capelli lunghi e folti. Io mi passai una mano sul cranio rasato e provai a rievocare i tempi in cui avevo potuto vantare una chioma leonina come quella del ragazzo, ma non ci riuscii. Quei ricordi non mi appartenevano più, ne ero stato privato affinché potessi svolgere efficacemente il mio lavoro. Sospirai, prendendola con filosofia. Almeno ora i capelli non mi cadevano negli occhi e io ero uno che con le masse d’aria aveva a che fare continuamente. Sfoggiai un sorriso malizioso e mi girai per guardarlo.

«Che ne dici se passo a te il comando? »

«Eh?»  Lui mi fissò accigliato.

«Vedrai quanto sarà bello.»

Il ragazzo deglutì, spostando l’attenzione sullo sterzo. Era atterrito, ma a poco a poco il suo volto si aprì in un sorriso carico di un’euforica trepidazione. «Guidare?» Da come lo disse, sembrava che non avesse mai pronunciato quella parola e, se le parole avevano un sapore, quella doveva avere un gusto delizioso perché lo sentii schioccare la lingua contro il palato.

Gli chiesi di togliersi la cintura di sicurezza. Cacciai una mano fuori dall’abitacolo e la appoggiai sull’orlo del tettuccio. Con l’altra mano afferrai il polso del ragazzo e la piazzai sul volante.

«Non so come si fa.» disse lui atterrito.

«Devi solo impugnare lo sterzo e premere adagio sull’ultimo pedale a destra.» Era alto abbastanza per arrivare ai pedali. Mi scostai, sporgendomi fuori dal finestrino aperto.

«Che stai facendo?» gridò lui.

Volsi la testa e gli strizzai l’occhio, dopodiché sgusciai fuori dall’abitacolo e mi arrampicai sul tetto dell’auto appartenuta a un uomo che un mese prima avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio. Mi protesi in avanti e osservai attraverso il parabrezza la faccia capovolta del ragazzo, che si era precipitato a occupare il posto di guida. Teneva la mano sinistra sulle ore dieci e quella destra sulle due. Vidi che era stato prudente ad allacciarsi la cintura. Pensai che non ne avesse bisogno, come non ne avevo bisogno io, ma mi dissi che era meglio così. Il ragazzo doveva proteggere i giorni che gli restavano, giorni che stavo cercando di trasformare in un tesoro, perché era quello il mio incarico.

Mi fece vedere un sorriso spaventato. Lo incoraggiai alzando il pollice, gettai un’occhiata alla strada che si srotolava, liscia e diritta, nella penombra del tunnel di alberi. Mi sgolai affinché potesse sentirmi, gli urlai di dare un altro po’ di gas. Mi raddrizzai, guardandomi intorno. La macchina non accelerò, per un attimo mi parve che stesse rallentando – forse il ragazzo aveva capito il contrario – ma poi avvertii la forza centrifuga che mi strappò all’indietro e, con le gambe all’aria, scoppiai in una risata sonora. Non temevo per la mia incolumità, sapendo che non mi sarebbe successo nulla. In un certo senso, era la mia maledizione. Ma mi attaccai ugualmente al telaio del veicolo, reggendomi forte.

«Vai così, ragazzo. Fila come il vento.» Mandai un urlo di gioia selvaggia e picchiai ripetutamente sul metallo riscaldato dal sole di mezza estate.

La strada era deserta, come se fosse stata riservata solo per noi, e forse lo era davvero. Il ragazzo schivò un po’ bruscamente un grosso ramo che era atterrato sulla nostra corsia. Emise una risatina nervosa, poi liberò un verso di sollievo, seguito da un “” vittorioso. Avevo smesso di ridere e ora mi limitavo a sorridere placidamente, tenendo gli occhi socchiusi puntati sulla carreggiata. Sorridevo per il ragazzo, per la rapidità con cui stava sconfiggendo le proprie insicurezze e per il suo non meno rapido avanzare nel mondo. La vita era in debito con lui, pensai. Vivere vuol dire lottare, vuol dire convertire il tempo, lo scorcio di vita in qualcosa che ti dia pace, sicurezza e un briciolo di felicità. Il tempo non è un alleato. È un nemico infido e come un’ombra va di pari passo con la vita e, improvvisamente, la vita si rivela una traditrice. Anche se ti capitano carte vincenti, il banco si prende sempre tutto e non può essere diversamente. La slealtà della vita, l’incuranza del tempo, la precarietà del bene e del male. Sono verità risapute, ma il cuore ti sanguina comunque e alla fine si cerca più che altro di soffrire di meno.

Gli stavo facendo credere che non c’era nessuna lotta e che, al contrario di quello che avrebbe potuto pensare, era molto semplice. Lui doveva solo allungare il passo, evitare di dare un senso a tutto questo e rendere meno inconcludente il suo soggiorno qui.

Sorridevo. E allo stesso tempo provavo un dolore lancinante nato dall’amara consapevolezza che, nonostante gli ultimi capitoli fossero emozionanti a causa del mio intervento, il finale era sempre uguale.

 

Quattro ore dopo arrivammo a destinazione. Barnaba. Un paesino di montagna raggiungibile da una serie di tornanti che contava trecentoquaranta abitanti e dove tredici anni prima, in una notte afosa di metà luglio durante il festival della birra, era stato concepito il ragazzo. Questo, però, non glielo rivelai perché, non essendo imparentato con lui, mi avrebbe chiesto come facessi a saperlo, e alle sue orecchie la mia spiegazione sarebbe risuonata quanto mai improbabile, e io non volevo né mentirgli né dare adito a interrogativi che oltre ad allontanarci avrebbero fatto calare tutto d’un colpo quel velo illusorio che, se non altro, rende questo posto accettabile. I suoi genitori non si erano più visti né sentiti dopo quella notte, malgrado la mattina seguente lui le avesse promesso che non solo l’avrebbe chiamata ma – avendogli dato il suo indirizzo di casa – sarebbe pure venuto a trovarla. Lei abitava in un quartiere periferico e lui anche, e i due sobborghi erano limitrofi e allacciati da un’importante linea interurbana, eppure la loro conoscenza non era andata oltre un ballo, un paio di birre e un svelto e impacciato amplesso consumatosi sotto un tetto di stelle cadenti e foriero di presagi. Quando lei aveva dato alla luce il bambino, il padre era morto da tre mesi. Le aveva detto che faceva il fotografo corrispondente. Era stato inviato a Kandahar per documentare le tribù che vivevano nelle zone più remote e non aveva più fatto ritorno. La madre, seppure giovane e inesperta, era riuscita a crescere il figlio con adeguati mezzi di sussistenza grazie alla sua facoltosa famiglia matriarcale. La nonna del ragazzo non lesinava sulle spese, anzi concedeva alla figlia più di quanto le occorresse, a patto che crescesse il bambino da sola. Era una cattolica fervente e credeva nel matrimonio. Doveva ritenerla una sorta di castigo e sarebbe anche potuta passare per una donna con un cuore, benché austera e guidata da principi discutibili, se non fosse che quando la figlia era deceduta inaspettatamente a ventisei anni a causa di un melanoma fulminante, invece di prendere il bambino sotto la sua egida, aveva lasciato che se lo accollassero i servizi sociali. Era disposta a provvedere al suo sostentamento, purché fosse a distanza. Il ragazzo era diventato figlio dello Stato, anche se per un periodo breve. Era stato il cugino della madre a prenderlo sotto la sua custodia. Divorziato, senza figli, viveva in una vecchia casupola di pietra sulla costa ligure. Il ragazzo sarebbe potuto tornargli utile, ma più che altro era il denaro della vecchia che bramava. Del resto, era stata lei a contattarlo, e forse dopotutto un cuore ce l’aveva e sanguinava anche. Il nuovo tutore faceva il pescatore e la maggior parte del suo tempo libero lo passava a bere, anche se non sempre era stato così. Più che altro si ubriacava la sera, ma non era cattivo, e al ragazzo, a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza, di poche parole e autosufficiente, questo bastava. Non avendo mai avuto a che fare con la cattiveria, se non con quella implicita del suo destino, non avrebbe saputo come affrontare quella di un uomo dai lineamenti spigolosi che pesava il doppio di lui. E poi qualcosa da lui l’aveva imparato. Poteva anche essere un avvinazzato, ma con le lenze lo zio ci sapeva fare.

Ci conoscevamo soltanto da un mese e il ragazzo si era affezionato a me. Nonostante suo zio fosse gentile e paziente, non gli piaceva esprimersi, e io, a detta sua, ero il suo primo vero amico. Quel titolo mi andava bene, era di gran lunga migliore di “angelo custode” o “dono del cielo ” come, con disperata gioia, mi aveva chiamato qualcuno.

Ci fermammo in piazza. Le strade erano quasi tutte in terra battuta. Poiché era una vettura a trazione posteriore, compii un testacoda di gran classe e, appena scendemmo dall’auto, una coppia di anziani mi venne incontro sbracciandosi a salutarmi. Ero rinomato per quel genere di acrobazie e la gente lì non conosceva nessun altro che avesse tanta dimestichezza con le auto. Ci scambiammo un abbraccio e dissi al ragazzo che eravamo vecchi amici e che in passato avevo trascorso un po’ di tempo da quelle parti. Questo me lo ricordavo perché faceva parte della mia nuova vita. Due anni prima avevo accompagnato nel suo ultimo viaggio una vedova gravemente malata che si era innamorata di me.

Mancava poco all’ora di cena e, mentre il ragazzo giocava con il cane di un suo coetaneo, io sedevo sotto il portico di un’osteria, spaziando con lo sguardo verso la cattedrale. Chiacchierai con la proprietaria che si offrì di portarmi un bicchiere con acqua e sale. Non lo sapevo ancora, ma tra sedici anni sarei tornato lì per lei, e avremmo trascorso una lunga settimana insieme in riva al mare.

Il ragazzo di anni ne dimostrava più di quanti ne avesse e, quando la diciassettenne Eleonora gli schioccò un bacio sulle labbra dopo essersi accomodata sulle sue ginocchia, nessuno dei presenti rimase scandalizzato. Contemplai la scena con le labbra compresse in un lieve sorriso che a tanti appariva enigmatico, come se custodissi un segreto, e come potevo dagli torto? Un anziano seduto alla mia sinistra se ne uscì con un commento poco carino. Io non gli badai. Mi chinai in avanti, appoggiando i gomiti sopra il tavolino. Mi chiese da dove veniva e io gli dissi che l’avevo tirato fuori da una burrasca.

«Quello diventerà un rubacuori.» disse lui con un sorriso sghembo.

Lo fissai a lungo senza dire nulla e il mio sguardo doveva averlo intimidito perché guardò altrove, borbottò qualcosa a proposito del divario generazionale, poi si schiarì la voce e si allontanò con la scusa di andare a prendere un’altra birra.

Fu organizzata una festa con lunghi tavoli carichi di leccornie e tanta musica, e quella notte il ragazzo imparò a ballare. Ad un certo punto non lo vidi da nessuna parte e immaginai che fosse dove doveva essere, e fui contento per lui. Osservai l’allegria generale tradotta nella danza che imperversava in piazza e riflettei sugli oceani di tempo che mi separavano da quelle persone, e provai un vuoto incolmabile al pensiero che, sebbene fossi il benvenuto, ero sempre un estraneo. E la verità era che avevo più bisogno io di loro che loro di me.

 

Trascorremmo la settimana pescando, facendo corse spericolate su piste sdrucciolevoli. Il ragazzo condivise con me alcuni trucchi della pesca. Dava una mano ai residenti, facendo lavoretti vari e guadagnando qualche soldo. Passava lunghe ore in compagnia di Eleonora. Andavano d’accordo e, vedendoli insieme, pensai che si sarebbe sprigionata tanta sofferenza di lì a poco, ma è così che va il mondo. Non mi era dato sapere che Eleonora avrebbe vissuto fino a ottantadue anni, ma sapevo che al ragazzo non restavano neanche ottantadue giorni.

Lo stavo accompagnando nel suo ultimo viaggio e gli sarei rimasto vicino fino alla fine.

Sabato lo portai sulla montagna che sovrastava il paesino e una volta giunti in cima lui spalancò le braccia e gridò a perdifiato. Il suono viaggiò nell’aria, trasportato sulle ali del vento. Guardai in basso e poi verso l’orizzonte e pensai che avevo ancora quattro giorni a disposizione, dopodiché io e il ragazzo ci saremmo separati per sempre.

«Stavo pensando» disse «Che non sarebbe una cattiva idea se restassimo qui. »

«Ti piace?»

Sfoggiò un sorriso disarmante. – «Mi piace.»

Ci accomodammo sul margine di una scarpata, lasciando penzolare le gambe nel vuoto. «Se tu avessi tutto il tempo del mondo cosa faresti?» gli domandai.

Si strinse nelle spalle, dondolando i piedi. «Io non voglio tutto il tempo del mondo. Mi basterebbe anche la più lunga notte del secolo, a patto che l’alba non arrivi mai.» Rise. Restò per qualche secondo in silenzio e aggiunse: «Secondo me mio zio, da quel grande camaleonte che è, sopravvivrà a tutti noi. Ha buoni geni e sa cavarsela meglio di chiunque altro.»

Ritenevo che fosse fortunato a non essere incappato in molti incontri, benché il modo in cui si esprimeva facesse pensare l’opposto.

«La notte eterna sopra un mondo capovolto» disse.

«Questa dove l’hai sentita?»

«L’ho letta in un libro di poesie. Ma secondo me l’autore amava più pescare che scrivere.»

S’infilò un filo d’erba in bocca e contemplò assorto l’orizzonte. «Se adesso mi chiedessero cosa si prova a sapere che nessuno al mondo ti sta cercando avrei la risposta pronta.» Scrollò il capo. «È strano che mi senta così sereno?»

Lo guardai in silenzio.

«Eppure» disse e tacque per qualche secondo con aria meditabonda, come se cercasse le parole adatte. «Guarda, non l’avrei mai detto.» I soldi gli avrebbero fatto comodo. Forse gli serve solo un po’ di tempo.

«Altri due anni e non avrebbe avuto più nulla da spremere.»

«Anche questo è vero.»

Lo guardai a lungo, il ragazzo. Troppo in fretta diventato un uomo, pensai. I miracoli che compie il tempo. O forse il tempo non ha nulla a che vedere con tutto questo. Forse il tempo soggiace a qualcosa di molto più grande e spaventoso. Alla fine distolsi lo sguardo.

Ad un certo punto ci tenne a farmi sapere che per lui ero più di un amico. Che ero come un secondo padre. Se la ricordava ancora sua madre, che gli aveva fatto da mamma e papà, e ogni tanto me ne parlava con un sospiro.

Piegai la bocca in un sorriso indulgente e con un gesto rude gli arruffai i capelli. «Su, che qualcosa l’hai imparato» gli dissi e finsi di mollargli un pugno nello sterno. Lui si ritrasse, ridendo, non senza una nota di disincanto. Gli buttai un braccio sulle spalle e restammo in contemplazione del mondo che si stendeva ai nostri piedi, quell’immensità di quiete azzurra estranea alla vita, avulsa dal tempo.