Lo scorrere di storie

L’ultimo fu Ramon Diaz. Che non riuscì più a farne a meno.

Il perché è difficile da spiegare, ma in diversa maniera lo era stato anche per tutti quelli che si erano succeduti lì prima di lui.

Era stato così per Julio Sabia e Florentino Claro, per Manuel Vasquez e certo lo era stato per l’iniziatore della lista, quel Diego Guarin la cui foto in bianco e nero rimase per sempre attaccata alla parete dell’ufficio.

Si può dire con una certa sicurezza che quello non era mai stato un semplice ufficio postale.

Costruito su un piano alto, attaccato alla palizzata che difendeva il villaggio di Nuestra Madre de la Luz, vi si accedeva da una scalinata che portava diretta al camminatoio di ronda e, del resto, la grata della sua unica finestra sembrava più una feritoia, un punto di avvistamento sul mondo esterno, che uno sfogo per l’aria.

All’interno gli arredi, la panchina per le attese, la bacheca per lo più vuota e il semicerchio dello sportello per il pubblico erano identici a quelli di molti altri piccoli uffici postali argentini, ma ogni volta che uno usciva e guardava l’orizzonte uniforme e piatto animato solo in lontananza dai bruschi picchi andini, capiva subito che quello non era solo un ufficio postale.

Anche la data di costruzione era emblematica, il 1884: proprio all’indomani della fine della cosiddetta Campagna del Deserto, che aveva sancito una volta per sempre il controllo dello Stato argentino sulla Patagonia e conclusa con lo sterminio di gran parte delle popolazioni indigene che abitavano quello sconfinato altopiano.

Quello non era solo un ufficio postale, era l’ultimo baluardo prima del nulla, era l’ultimo avamposto della civiltà, era l’ultimo appiglio prima di perdersi in uno spazio-tempo indefinito.

Del resto la sola presenza del villaggio di Nuestra Madre de la Luz non aveva mai giustificato l’istituzione di quell’ufficio, dato che le sue anime, anche nel momento di massimo boom demografico, non avevano mai superato il centinaio. Il villaggio era nato dalla volontà del governo argentino di popolare quella lontana frontiera e affermare la propria presenza.

Non a caso, nella dotazione dell’unico impiegato postale che vi dimorava e lavorava, oltre a timbri, colle, sacchi di iuta e altri accessori postali, vi era anche un fucile e relative munizioni.

Ma l’arma non servì molto a Diego Guarin.

Lui vide quella nuvola formarsi all’orizzonte, ma solo quando la nuvola si ingrandì, avvicinandosi al villaggio, capì.

Telegrafò a Viedma che erano sotto attacco, che mandassero un contingente di rinforzo.

Era orgoglioso di quel suo ruolo, pensava a sé più come un pioniere, un difensore dell’estrema frontiera, una sentinella di confine che come un semplice ufficiale postale.

Sentiva quell’ufficio e quel luogo quasi come prolungamenti ideali di quel capolavoro di ingegneria militare che fu la Zaja de Alsina, una trincea lunga quasi quattrocento chilometri che il gen. Adolfo Alsina aveva fatto scavare a difesa delle regioni più a Nord, quando ancora il confine tra blancos e indios correva lungo la Pampa.

Ma non fece a tempo ad imbracciare il fucile.

Il gruppo di Indios, neutralizzata facilmente la sparuta guarnigione a difesa del paese, lo trovò che batteva ancora sui tastini del telegrafo e lo fulminò all’istante.

Il generale Roca li scovò qualche giorno dopo ancora nei dintorni e li impiccò nell’unica piazzetta di Nuestra Madre de la Luz.

A Guarin rimase il ritratto appeso in ufficio e la tomba più grande nel cimitero del villaggio. L’unica in marmo, pagata dal Governo.

 

A lui successe Julio Sabia.

Non era giovane, Sabia, ormai sulla sessantina, con un passato sofferto e ingombrante che voleva mettersi alle spalle, un passato che comprendeva una vita tranquilla e agiata, un lavoro dirigenziale nell’ufficio centrale a Buenos Aires, una grande casa, eredità dei suoi e una bella moglie creola, di molti anni più giovane, che aveva conosciuto miseria e povertà e a cui Julio si era proposto come un buon partito.

Si sa come vanno spesso queste cose, al sangue non è che si possa comandare più di tanto. Accadde, come fosse una cosa inevitabile.

Sembra si fossero conosciuti ad un concerto al quale Julio non era potuto andare: lui era giovane, attraente e anche più ricco di Sabia, lei ormai troppo sola e bisognosa di amare e sentirsi amata, bisognosa di provocare, ricevere conferme e catturare.

La natura segue spesso il principio del minimo sforzo scegliendo la strada più dritta.

Erano scappati insieme e a Julio era rimasta una casa troppo grande e vuota per una vita troppo breve e altrettanto vuota.

Perciò aveva chiesto di essere trasferito laggiù, in quella terra lontana.

Pur essendo molto cortese, non legò mai con nessuno al villaggio, ma non era lì in cerca di amicizia. Cercava silenzio, solitudine e attesa.

Per lui quel muro di cinta rappresentava il confine tra tempo e assenza di tempo, tra l’uomo da un lato, con il suo cieco e folle divenire e la natura dall’altro e la sua imponderabile necessità.

E fu ben ripagato dal luogo, gli bastava guardare quell’erba gialla fino quasi all’orizzonte, il suo dondolio al vento, il suo muoversi senza traslazione alcuna, per sentirsi in pace, per sentirsi una minima parte di un tutto e per scordare il passato.

Andava a sedersi sul camminamento di ronda tutti i giorni, dopo la chiusura dell’ufficio fino al tramonto, intento a scrivere qualcosa.

Anche quella sera si mise a scrivere, forse le parole gli giunsero sempre più lontane e sempre più confuse, allontanandosi in quel paesaggio così vasto e così immutabile.

Lo trovarono lì la mattina successiva con la testa appoggiata alla palizzata che pareva dormisse ancora.

Scoprirono poi una quantità enorme di poesie, scritte rigorosamente su carta intestata delle Poste Argentine, tutte poesie sulla natura e sulla vanità dell’esistenza umana che vennero pubblicate qualche anno dopo a Buenos Aires.

 

A Florentino Claro toccò la sorte di essere lì al cambio di secolo.

L’Argentina stava rapidamente trasformandosi, la disponibilità di terre e lavoro richiamava dall’Europa gente desiderosa di costruirsi un futuro migliore di quello che la propria patria poteva assicurare, nuove invenzioni e scoperte tecnologiche vennero introdotte e diedero forte impulso ad agricoltura e allevamento, ma anche questa volta il progresso si fermò tra la Pampa e la Patagonia.

Florentino si integrò facilmente, del resto anche lui era figlio della frontiera, essendo nato poco più a Nord, sul Rio Negro.

Si sposò con Donna Rachele Del Sol, la figlia del più ricco proprietario della zona, benché il termine ricco in una zona come quella, significasse semplicemente vivere dignitosamente ammazzandosi di fatica nel cercare di far rendere quella terra così poco generosa. Florentino non era poeta, non era patriota, era una persona semplice e rispettosa delle regole, che desiderava solo una vita tranquilla e piena di figli, una vita che ben si realizzava dietro la sicurezza di un muro.

E questo gli venne dato, perlomeno fino all’epidemia di spagnola su cui nulla potè la palizzata di cinta, epidemia che decimò la sua famiglia e se lo portò via nel giro di pochi giorni.

 

Chi fosse realmente Manuel Vasquez rimase invece un mistero per tutti.

Si sapeva poco del suo passato, dicevano venisse dalla provincia di Cordoba e avesse vissuto la sua giovinezza nella fazenda paterna, la cui realtà, però, gli era sempre sembrata troppo vuota e ristretta. Sicuramente ci sapeva fare con i cavalli.

Possedeva una sorta di doppia vita, durante la settimana assolveva diligentemente al poco lavoro dell’ufficio postale, mentre nel weekend sellava il destriero che aveva comprato al suo arrivo, lo caricava con un paio di zaini e partiva verso chissà dove. La sua vera vita cominciava proprio lì dove finivano le poche case del paese e la sua recinzione. Al suo ritorno portava rotoli con disegni dettagliati di strade e luoghi attraversati, che sembravano quadri naif, così pieni di particolari naturalistici e curiosità, così lontani da fedeli riproduzioni cartografiche.

Nemmeno per le festività principali se ne tornava mai al Nord, ma anzi ne approfittava per esplorazioni più lunghe.

L’ultima volta che lo videro sembrava fosse diretto verso Ovest, verso la cordigliera e il confine con il Cile.

Alcuni al villaggio dicono che abbia attraversato le Ande, che abbia trovato una donna bellissima lungo la via e sia rimasto a vivere con lei, altri affermano che sia precipitato con il cavallo in qualche pericoloso sentiero tra i monti, ma i più sono convinti che abbia avuto la brutta ventura di incontrare una banda di briganti parecchio interessati alla sua cavalcatura e molto meno alle sue ricerche geografiche.

C’è anche chi racconta di aver incontrato la sua anima vagare ancora sull’altopiano e che questa non avrà pace finchè non riuscirà a completare l’opera di esplorazione.

Erano passati appena tre anni da quando era arrivato, poco tempo e poca presenza per lasciare un segno nella gente, ma sufficiente per alimentare la loro scarsa fantasia.

 

Quando arrivò Ramon Diaz, al villaggio pensarono che non sarebbe durato più di un anno.

Ramon era un ragazzo timido e impacciato, arrossiva di fronte alle donne e abbassava gli occhi di fronte agli uomini.

Sembrava capitato lì per caso e girò voce che si trattasse di una sorta di provvedimento disciplinare comminato per qualcosa che aveva combinato nell’ufficio di Mendoza.

I primi tempi dovettero essere proprio duri per lui, a volte lo sentivano urlare nel profondo silenzio del buio, preda di qualche incubo notturno.

Poi pian piano si adattò a quella vita e alle sue regole immutabili. Si sentì parte di quel villaggio, di quell’umanità marginale e dimenticata, si sentì il signor ufficiale postale di Nuestra Madre de la Luz e mutò atteggiamento, prese a sorridere, a parlare, a partecipare alle rare feste e ricevimenti del villaggio.

Lontano di lì la Storia correva con le sue vicende: l’introduzione del suffragio universale maschile portò al governo il partito radicale, le prime auto cominciarono a popolare le vie di Buenos Aires, nuove strade e ferrovie iniziarono a collegare i luoghi più lontani del paese, la luce elettrica entrò nelle case, finchè nel 1929 la Grande Depressione mise in crisi l’economia argentina e la risposta a tutto ciò fu il primo golpe militare nella sua storia.

Di tutto questo, però, al villaggio arrivò poco o niente.

Il poco che arrivò fu una lettera ufficiale della nuova Amministrazione Centrale che annunciava, per la necessità di taglio delle spese statali, la chiusura dell’ufficio postale.

La voce circolava già da un po’ e non colse Ramon Diaz di sorpresa.

Alla fine dell’orario pomeridiano prese il fucile e le munizioni nel vecchio armadio dell’ufficio dove erano rimasti per decenni, poi chiuse con cura la porta malandata, tanto non sarebbe più servita più a nessun altro.

Caricò con qualche difficoltà l’arma, adattando vecchi ricordi del servizio di leva, infine mise la bocca del fucile dentro la sua, in una sorta di bacio fatale.

Il boato esplose nella sua testa e nella quiete meridiana del villaggio.

Rimase di lui solo questa lettera indirizzata all’Ufficio Centrale delle Poste Argentine.

 

“Non posso lasciare questo luogo e tornare alla vita normale. Qui mi sono sentito come a casa. In questo posto il tempo non passa, né fa male. Ti affacci alla mattina e tutto è uguale al giorno precedente, la stessa distesa piatta, gli stessi profili dei monti all’orizzonte, nessuna nuova casa viene costruita, nessuna crolla. Il mio lavoro è semplice e definito, come qualcosa di necessario ed eterno. Qui ho trovato me stesso, la mia dignità e il mio posto nel mondo. Non posso tornare alla vita degli altri, al vortice impazzito degli eventi, a un giorno diverso dall’altro, non saprei più come adattarmi. Appartengo ormai a questo luogo e questo luogo mi appartiene. Chiedo che le mie spoglie riposino qui per sempre.

Con ossequi. Ufficiale Postale Ramon Diaz”