La prossima volta

Giovanni se ne stava in piedi davanti allo specchio del bagno con la camicia ancora sbottonata, scalzo, sollevando ad intervalli regolari quando un piede, quando l’altro per non avvertire il freddo della ceramica del pavimento. Avrebbe dovuto farsi la barba, una cosa che odiava profondamente perché finiva sempre per combinarne una delle sue. Capitava che si tagliasse e che la maledettissima gocciolina di sangue, con tutti i miliardi di posti che esistevano nel mondo, cadesse proprio lì, sul colletto della sua camicia immacolata. Altre volte, invece, succedeva che, nell’impeto di pulire il rasoio picchiandolo sul bordo del lavandino, un grumo di schiuma da barba misto a peli tagliati si staccasse da quest’ultimo per planare dritto dritto sullo specchio dove formava una bava viscida e filante. Nel primo caso tentava sempre il medesimo rimedio maldestro: bagnava leggermente la spugna che la povera Maria usava per pulire il bagno, la strizzava bene e poi iniziava a strofinare la macchiolina di sangue la quale, da piccola, di un rosso intenso e dai contorni netti e definiti, diventava un enorme alone rosato che impegnava buona parte del colletto. La fine della camicia era inevitabilmente nel cesto dei panni sporchi, dopo essere stata indossata per un tempo variabile dai due ai cinque minuti. Nel secondo caso, invece, con l’aiuto della medesima spugna, toglieva prima grossolanamente, e poi più minuziosamente, la schiuma bavosa ma, subito dopo, un alone opaco e striato compariva sullo specchio. A quel punto provava ad eliminarlo con l’asciugamano, ma il risultato era esattamente come il precedente. La macchia finiva per allargarsi rendendo metà specchio inagibile.

Ed era proprio mentre si domandava in quale delle due casistiche sarebbe rientrato quel giorno, che lo vide. Lì. Esattamente al centro del suo ciuffo. In prima fila, sicuro di sé. Fiero. Un capello bianco. Giovanni in un primo momento sentì entrare in vibrazione ogni singolo atomo del suo corpo. Per un attimo gli sembrò quasi che le sue gambe cedessero leggermente. Poi si ricompose, si avvicinò meglio allo specchio, accese un’altra luce che puntava dritto sul suo volto, sicuro che fosse stato solo un abbaglio. Ed invece no. Lui era ancora lì. Ma come era possibile? La sera prima non c’era! Ne era sicuro. Cercò di afferrarlo tra le dita e, quando lo ebbe preso, lo distese lungo la fronte. Era davvero lungo: ad occhio e croce come gli altri. Ma come poteva essere? Cioè, come funzionava? Un capello nasceva bianco, oppure uno che prima era del suo colore naturale, ad un certo punto, perdeva la propria pigmentazione e diventava bianco? Se fosse nato in un secondo momento avrebbe dovuto essere più corto, insomma, diverso. Invece lui era lì, perfettamente integrato con il resto del gruppo. Ignaro del caos che stava provocando. Perché sì, quello era il suo primo capello bianco e non era niente di assolutamente paragonabile alle altre prime volte della sua vita. Ricordava ancora quando, da adolescente, contava e teneva a mente l’esatta posizione di ogni singolo pelo che spuntava sul suo mento brufoloso. Si trattava inconfutabilmente di barba e quella faceva di lui un adulto, ossia un individuo capace di prendere decisioni come a che ora tornare la sera, oppure ordinare la birra al pub senza che la cameriera ti domandasse quanti anni avevi. E se la barba lo aveva reso un adulto, i capelli bianchi in cosa lo avevano trasformato? Un altro pensiero lo colse: e se ce ne fossero stati altri? No, non era possibile. Claudia li avrebbe visti. Figuriamoci, in lei tutti i sensi erano sviluppati oltre i limiti della normalità. Lei, quando beveva il caffè, riusciva a distinguere almeno una decina di gradazioni di dolcificazione a seconda del numero di granelli di zucchero che venivano impiegati per prepararlo. In sette anni che stavano insieme, lui non aveva ancora capito quanto doveva metterne: rimaneva sempre qualche secondo con il cucchiaino in mano dosandolo ad occhio ma, alla fine, era sempre o troppo dolce o troppo amaro. Una volta era riuscita ad avvertire un messaggio sul telefonino, nella borsa, in discoteca. Per non parlare di quando erano andati dal concessionario per ritirare l’auto nuova e al tipo stava per venire una crisi isterica, dopo che lei era riuscita ad individuare dodici difetti tra carrozzeria ed interni. Claudia, prima o poi avrebbe dovuto prendere una decisione: che senso aveva continuare a fare i fidanzatini? Lei aveva le sue cose da lui, (tutte in triplice copia), lui le sue cose da lei (in numero variabile da zero a infinito) ma sapeva benissimo che lei non aspettava altro che lui facesse il primo passo. Era un uomo. Doveva essere lui a sentirsi pronto. Lei era pronta. Lei era nata pronta. Giovanni era sicuro che Claudia sapesse già quanti figli avrebbe voluto, come si sarebbero chiamati e che, con qualcuno dei suoi super poteri, potesse deciderne il numero, il sesso e la sequenza di nascita. Lui, invece, viveva ancora in un bilocale perché non poteva permettersi un appartamento più grande. L’unica rata che riusciva a pagare era quella dell’auto: una due posti che beveva come una spugna, oggetto di mille discussioni e catalogata innumerevoli volte come “inutile”. Adesso basta, l’avrebbe venduta e al suo posto avrebbe acquistato una monovolume omologata per sei. Le vacanze non sarebbero più state un incubo e, con l’arrivo dei bambini, non avrebbero avuto problemi nemmeno a portare con sé la suocera, se Claudia lo avesse ritenuto necessario. E poi la casa. Già. Quella dei suoi era enorme e ci vivevano in due. Uno spreco. L’avrebbe frazionata e ristrutturata: con lo stile inconfondibile ed inconfutabile di Claudia sarebbe stato un gioco da ragazzi. E doveva affrontare anche il suo capo: era l’ora che gli desse quell’aumento che prometteva da anni. E mentre pensava a tutto questo, di nuovo gli sembrò che le sue gambe cedessero. Si appoggiò con entrambe le mani al mobile del bagno e con il viso si avvicinò allo specchio. Lui era ancora lì. Lo afferrò nuovamente tra le dita e, con un movimento rapido, deciso ed improvviso, lo strappò. Un attimo, e non c’era più. Lo lasciò cadere dentro il lavandino ed aprì il rubinetto dell’acqua calda. Il capello iniziò a disegnare dei cerchi intorno allo scarico. Continuava a galleggiare aggirando il foro, impavido, stoico fino a quando, inevitabilmente, ci cadde dentro. E con sé porto tutto il resto. Claudia, il matrimonio, i marmocchi, la monovolume, le vacanze, la casa dei suoi e, con suo grande sollievo, sua suocera. Tutti dentro al tubo, e poi nei canali, e poi nel fiume, fino al mare. Lontano. Mentre il vapore dell’acqua calda iniziava a salire, Giovanni tirò fuori dal cassetto la schiuma da barba “Non adesso- pensò– La prossima volta”.