Fuori tempo

Mi destò l’odore acre e nauseabondo del fumo, aprii gli occhi: la luce riflessa di un cielo plumbeo, unita ai reflui del fumo della legna, rendeva l’ambiente surreale.

Mi vestii in fretta rivolto verso la finestra: una coltre soffice di neve ricopriva il tetto della stalla appesantendone il contorno e grossi fiocchi continuavano a stratificarsi sul davanzale.

L’abbondante nevicata della notte non sembrava intimorita dalle prime luci dell’alba.

Scesi di corsa l’angusta scala di legno: la cucina era avvolta dal fumo e Dunja, china sulla stufa, il viso paonazzo e gli occhi lucidi, gonfiava e sgonfiava ritmicamente le guance soffiando in una lunga canna di ferro. Per un momento le braci sfrigolavano ed i tizzoni sembravano ardere, ma appena la donna si fermava a riprendere fiato un fumo denso e soffocante si riversava nella stanza.

«Va tutto bene Dunja, vieni a sederti adesso.»

Le presi il tubo, delicatamente, facendo attenzione a non toccarle le mani, e lo appoggiai al muro cercando di mantenerlo nella perfetta verticale perpendicolarmente al pavimento. Lei rimase per un lungo istante a contemplarsi le mani vuote, così, accovacciata davanti alla stufa, poi si alzò di scatto, fece due piccoli passi verso destra ed uno più grande verso sinistra, controllò con lo sguardo, inclinando il capo prima da una parte e poi dall’altra, che il tubo fosse nell’esatta posizione in cui doveva essere ed andò a sedersi sulla sedia in legno posizionata al centro preciso della stanza, dando inizio al suo rituale dondolio del busto: avanti e indietro, avanti e indietro.

«Nevica» dissi parlando all’aria satura di fumo mentre aprivo la piccola finestra che dava verso l’esterno nel tentativo di rendere più respirabile l’atmosfera. Una folata gelida si insinuò all’interno del locale costringendo il greve fumo della legna a contorcersi in dense, grigie spirali per raggiungere la via di fuga generata dall’apertura.

Buttatomi il giaccone sulle spalle uscii per recuperare le fascine con le quali ravvivare il fuoco: la neve aveva già disteso la sua coltre bianca su tutta la vallata, assecondandone i pendii.

Mi fermai a contemplare attonito lo scenario opalescente che sembrava farsi beffa della mia situazione di prigioniero edificando una barriera concreta a consolidamento delle sbarre virtuali erette dalla mia coscienza.

Sollevai la fascina con entrambe le mani al di sopra della testa, inspirai tutta l’aria fredda che i miei polmoni riuscivano a contenere, compressi il diaframma e gridai finché rimasi senza fiato.

Gridai al nulla bianco il mio senso di impotenza.

Mi rispose solo l’eco attutito della mia frustrazione.

Rientrai battendo il giaccone con la mano libera e depositando la fascina accanto alla stufa con l’altra, con le guance congestionate ed i capelli brizzolati dai fiocchi di neve ravvivai il fuoco coi ramoscelli secchi finché non sentii il confortante crepitio della fiamma viva: Dunja non sembrava essersi accorta di nulla, intenta a fissare il vuoto reso pulsante dall’oscillazione del suo corpo.

Le voltai le spalle, coprendole la visuale della piastra sulla quale era pronta la caffettiera, e svitai il raccoglitore dalla caldaia: la polvere di caffè aveva un aspetto soffice e sotto il filtro l’acqua sfiorava appena il livello della valvola.

Ogni mattina Dunja preparava la caffettiera ed ogni mattina io controllavo che non avesse dimenticato niente prima di accendere la piastra.

Avrei voluto alzarmi una mattina e trovare caffè rovesciato ovunque o la caldaia asciutta, e allora le avrei detto:

«Vedi! Non puoi più prenderti cura di me! È venuto il momento di andare!»

E invece niente: mai un granello di caffè sul banco, mai una goccia d’acqua per terra.

Tutte le mattine lei mi preparava il caffè con la stessa cura e precisione di quando lo preparava a suo fratello: quell’unico, perfetto, quotidiano gesto sensato che le restituiva la cognizione di sé nelle sue indolenti, insensate giornate.

La fragranza pungente dell’aroma del primo caffè anticipò il gorgogliare della caffettiera.

Posizionai le tazze sulla tavola, i sei biscotti, a gruppi di due, l’uno sopra l’altro in perfetta convergenza, versai il latte già zuccherato nella tazza di Dunja, asciugai accuratamente il suo cucchiaio e lo appoggiai sul tovagliolo dispiegato.

Mi chinai davanti al suo viso, mantenendomi alla distanza di sicurezza imposta dall’oscillazione del busto, in modo che i nostri occhi si incrociassero:

«È pronta la colazione Dunja, vieni.» le dissi allungando un mano nella sua direzione, pur nella consapevolezza che non avrebbe mai accettato il mio aiuto per alzarsi.

Si alzò da sola, con una facilità sorprendente per un donnone della sua stazza, e si girò verso la tavola apparecchiata.

Qualcosa non andava.

Me ne accorsi dall’inusuale movimento compulsivo del corpo ma, prima che riuscissi a mettere a fuoco l’anomalia che la infastidiva, incominciò a gridare e a battersi i pugni sulla testa.

La zuccheriera, ecco cos’era. La zuccheriera era rimasta sul tavolo.

«Va tutto bene Dunja» tentai di calmarla mentre riponevo la zuccheriera nell’armadietto, lontana dalla sua vista. «Guarda, è tutto a posto, siediti.»

Gli occhi sgranati riconquistarono pian piano le loro dimensioni naturali e le urla si mitigarono in sordi suoni gutturali che gradualmente si estinsero.

Ma non era vero, non andava tutto bene.

Mi sforzai di guardarla mentre consumava con estrema lentezza la sua colazione. Il misto di bava, latte e biscotti che le colava ai lati della bocca ogni volta che portava alle labbra il cucchiaio mi provocava una torsione dello stomaco che mi impediva di deglutire il mio caffè, ma preferivo guardarla mentre le parlavo, se non altro per cercare di percepire almeno un segno, anche solo un rapido battito di ciglia, che mi facesse capire che mi stava ascoltando.

«C’è tanta neve fuori, credo che oggi la Signora Dragica non verrà.»

Sollevò lo sguardo quando sentì il nome, ma l’inespressività dei suoi occhi bovini non mi diede nemmeno la lontana illusione che avesse capito cosa le stavo dicendo.

Una volta alla settimana Dragica veniva a farle il bagno: era l’unica persona dalla quale Dunja si facesse toccare.

Quando Dunja era piccola Dragica partiva tutti i giorni dal paese, a piedi, per salire fino al cascinale ad accudire la bambina mentre i genitori ed il fratello erano occupati al pascolo con le pecore o nella stalla, mentre adesso, che erano passati quarant’anni, si faceva accompagnare in macchina da suo figlio.

Ripulii il tavolo e sostituii le tazze con la scacchiera.

«Meglio che vada nella stalla adesso, tu stai tranquilla e non stare sempre a guardare l’orologio, Dragica non verrà. Ok Dunja? Non aspettare Dragica oggi. Capito?»

Alzò gli occhi sull’orologio a muro e poi li spostò verso di me: interpretai l’oscillazione del capo come una risposta affermativa.

«Vado dalle pecore..- rimarcai prendendo il giaccone.»

«Fiastoca a esciora era…a edi joro ma o jera…» alla parola “pecore” Dunja iniziò a biascicare la Filastrocca della Pecora Nera insegnatale dalla madre quando era bambina mentre, con estrema precisione, posizionava le consunte pedine in legno sulla logora scacchiera: mi congedai rincuorato del fatto che le mie parole non erano rimaste inascoltate.

La stalla era pulita e silenziosa: Dunja non sapeva che non c’erano più pecore da accudire, né prati da falciare, e non doveva saperlo. Il mondo della Dunja bambina era stato meticolosamente conservato intatto, in tutto e per tutto, e nulla di ciò che ora era doveva esulare dalla sua abitudinarietà: il massimo inganno allo scorrere del tempo.

Accesi la lampada da tavolo sulla scrivania del mio reinventato studio ed avviai il computer.

L’abbondante nevicata aveva interrotto il collegamento internet: avrei potuto lavorare ma non inviare né ricevere.

Sentii lo stomaco contrarsi schiacciato dal peso dello sconforto e un rancore cieco crescere nei pugni serrati: io, affermato cronista di un noto quotidiano italiano, proprietario di un lussuoso attico nel centro di Trieste, prigioniero volontario in un piccolo paese dimenticato da Dio sulle montagne croate.

«Perché io???!!!» gridai ad un cielo di tegole impolverate come se da lassù Bojan potesse sentirmi «Perché io???!!!»

Ma Bojan non poteva più sentirmi, ormai.

Quando mi salvò la vita, durante la Guerra della Patria, traendomi incolume da un’imboscata tesa sul sentiero dietro la sua cascina in cui persero la vita altri nove civili, ero solo un giovane, inesperto inviato di guerra. E mentre lui salvava la mia vita, suo figlio perdeva la propria mettendo il piede su una mina.

Mi ospitò a casa sua per le due successive settimane, a discapito della sua sicurezza e di quella della sua famiglia. Non che gli fosse rimasto molto della sua famiglia, sua moglie Marija era morta di cancro l’anno prima, suo figlio Andrej, che poteva avere più o meno la mia stessa età, lo avevo aiutato io a seppellirlo, sul al picco, dove era solito portare a pascolare le pecore durante la bella stagione.

Così Bojan era rimasto solo, con le sue pecore e con quella sorella un po’ stramba che non era capace di badare a se stessa.

Quando venne il momento di rientrare a Trieste gli chiesi come avrei potuto sdebitarmi:

«Se non ci fossi stato tu io sarei morto! Chiedimi tutto quello che vuoi!»

«Non ora, non ora ragazzo. Ma verrà il giorno in cui potrai sdebitarti.» Mi disse tramutando la vigorosa pacca sulla schiena in un abbraccio paterno.

«Tutto quello che vorrai. Quando vorrai.» Fu la mia risposta suggellata dalle mie lacrime sulla sua spalla.

E quel giorno era arrivato. Da circa un anno. Non fu lui direttamente a contattarmi ma un avvocato di Fiume. Bojan era morto durante l’inverno. L’avvocato mi consegnò una lettera sigillata e mi lesse a voce alta, ferma, il suo testamento: ero ufficialmente il tutore legale di Dunja.

Feci adibire l’anonima stanza degli ospiti a camera adatta alle esigenze di Dunja su consiglio di una neuropsichiatra della Fondazione Trieste per l’Autismo e mi interessai della possibilità di farle frequentare un centro diurno specializzato.

Quando Dragica, che si stava momentaneamente prendendo cura lei, mi vide arrivare sembrò tirare un sospiro di sollievo che si tradusse in un espressione terrorizzata mentre le dissi che avrei portato Dunja a Trieste.

Dragica aveva ragione ad essere terrorizzata. Dunja viveva da sempre nel mondo che Bojan aveva preservato per lei, in un tempo sospeso tra un passato mai scorso ed un futuro che non sarebbe mai divenuto: un eterno, immutabile presente che si replicava perpetuamente uguale a se stesso.

«Non ha senso Bojan! Ti rendi conto anche tu che non ha senso tutto questo??!!!»

Gridai alle tegole mentre sfogavo la mia frustrazione picchiando i pugni contro il muro ruvido della stalla.

«Era lei che doveva morire per prima! E invece è sopravvissuta a tutti!! E sopravvivrà anche a me se continuo così! E allora??? Cosa faremo allora??!!»

Mi accasciai al suolo portandomi le mani al viso e cominciai a piangere fino ad addormentarmi.

Mi svegliai disorientato dal silenzio: non sapevo per quanto tempo avessi dormito, il sangue che macchiava le nocche delle mani ferite si stava ormai coagulando ed il gonfiore era diventato pulsante.

Alzai gli occhi verso le finestre, larghi fiocchi bianchi roteavano nel cielo grigio.

Uscii per cercare nella neve sollievo alle mani martoriate quando mi accorsi che la porta di casa era aperta.

«Dunja!» chiamai mentre correvo verso l’angusto alloggio che dividevamo.

«Dunja! Dove sei!» la scacchiera mi guardava immobile dal tavolo con le poche pedine rimaste nella posizione finale di scacco al Re.

Il silenzio era ritmato solo dalla vecchia pendola a muro che tutte le sere Dunja ricaricava manualmente prima di andare a dormire.

Segnava le dieci.

«Dunja! Rispondi per favore!» la mia voce denotava ansia.

Il bagno! Alle nove sarebbe dovuta arrivare Dragica, magari Dunja stava provando a fare il bagno da sola. Accostai l’orecchio alla porta del bagno, poi pian piano sospinsi la porta.

«Dunja.. sei qui?» nessuna risposta.

Socchiusi la porta quel tanto che bastava per infilarci la testa.

Nessuno.

Mi girai verso le scale che conducevano alla mia stanza, Dunja non sarebbe mai salita, non lo aveva mai fatto prima.

Poi, in controluce, me ne accorsi.

Dallo spiraglio della porta rimasta aperta riuscii ad intravedere un sentiero di neve schiacciata che volgeva verso valle che la neve fresca stava tentando di cancellare. Il cuore mi si gelò.

Stupido!

Che stupido che ero stato!

Avrei dovuto fermarla quella maledetta pendola! Sicuramente, passata l’ora, Dunja era uscita per andare incontro a Dragica!

Corsi fuori calcando le orme celate dalla nuova coltre di neve, gli abbondanti fiocchi riducevano la visibilità, così che non era possibile vedere oltre i due metri:

«Dunja! Dunja rispondi!» continuai a chiamare con la voce smorzata dal fiatone.

Finché la vidi: una sagoma scura riversa nella coltre bianca.

«Dunja! Mio Dio! Dunja!» gridai mentre mi buttavo carponi verso il corpo esanime a bocconi nella neve.

«No Dunja, no!» la rigirai ripulendole il viso dalla neve, delicatamente, con il palmo della mano. La pelle liscia era fredda, immobile, pallida come il volto di marmo di una statua e nel candore immobile del momento mi illusi di percepire il sottile moto di un respiro. Le accarezzai i capelli scarmigliati e la strinsi al petto.

«Dunja, no, Dunja, ti prego.» la supplicai piano, tra le lacrime, mentre la cullavo nel movimento oscillatorio che le era così familiare: «Non adesso, non così.»

L’inverosimile consistenza del suo corpo resa reale dall’impensabile abbraccio tramutò Dunja da fantoccio wagneriano a persona reale, in carne ed ossa, e solo in quel momento mi resi conto di avere tra le braccia un essere umano.

La sollevai come si solleverebbe un bambino addormentato, accomodandole la testa sul cuscino effimero dell’incavo della mia spalla e mi avviai verso casa cullandone il sonno, dolcemente, con la voce:

«Filastrocca della pecora nera, la vedi di giorno ma non di sera.. la vedi sull’erba»

«a o un bone.. a tellina o poppone..»

L’alito caldo del suo fiato sul collo ruppe gli argini delle mie tensioni, non cercai di trattenere le lacrime, le lasciai sgorgare copiose a lavare le inutili angosce ed i pletorici affanni, così che anche la mia voce si volse in un mesto farfugliare nel coro stonato delle nostre vite:

«.. che gli è rimasta da un cielo stellato, mentre dormiva una sera sul prato.. »