Asino cotto

Mi hanno portato in questa casa da poco.

È un bel posto, c’è un grande giardino e la mia postazione mi lascia libero di muovermi.

Ho sentito dire che dovrò lavorare nella pet terapy per i malati di demenza senile.

Sarà un lavoro molto ben retribuito, a me arriverà il fieno fresco, l’acqua e tante cure.

Sono un terapeuta, così è scritto sulla staccionata, per i malati che non hanno più la coscienza dello spazio e del tempo.

A me va bene, sicuramente sarà meglio di come è andata ai miei avi che dovevano tirare su i pesi per i sentieri e se sbagliavano o si stancavano erano botte.

Tengono pulito e spazzolato il mio morbido pelo, lucidano le mie orecchie lunghe.

Io li osservo con i miei occhi dolci che catturano i pensieri.

Io ho il compito di calmarli, di rendere loro la pace.

Faccio di più, parlo con loro, dialogo.

Non con le parole, i malati accarezzano il mio pelo, lo strusciano e io leggo i pensieri come se fossero note scritte su un pentagramma.

Pallini neri con le gambette su peli di asino.

Io leggo e poi rispondo, sono istanti, è energia, questo è il mio senso del tempo.

È arrivato un nuovo paziente, un uomo alto, magro, molto distinto e curato nell’aspetto fisico e negli abiti.

 

Dall’equipe medica è considerato grave, ha perso quasi completamente i riferimenti logici-spazio-temporali e, vista la sua età decisamente avanzata, l’hanno giudicato incurabile così l’hanno affidato a me per tenerlo calmo.

Mi accarezza e vedo le note del suo primo amore, poi quelle della moglie morta da poco tempo.

Mi spazzola ed ecco i segni del cibo di ieri sera, la figlia che sgambetta.

Mi pettina e arrivano i bagni sulla spiaggia libera, le canzoni, la musica al fiume, c’è stata una festa in questi giorni.

È un professore.

Le migliaia di parole che ha detto, insegnato, scritto, pensato piovono sui miei peli.

Non hanno più significato per lui, per me non l’hanno mai avuto.

Migliaia di suoni scanditi e precisi, visioni, immagini che lui ha sempre strettamente associato ad un significato.

Date, luoghi ora stanno sulle mie setole.

Io addolcisco la sua frenetica ricerca di risistemare tutto su una linea retta.

A me non servono, sono pallini neri, teste di note che scorrono e finiscono nella paglia.

La memoria può essere un peso insopportabile per chi non riesce più a rimetterla a posto, assorbe tutta la sua forza.

Io gli restituisco la gioia di stare insieme.

Sono momenti, attimi, io altro non so fare.

Anche questo è tempo ed è pacato, fermo, tranquillo.

 

Lui con me sta bene, perché il suo tempo diventa tenerezza, dolcezza, non ci sono più aggettivi, verbi, preposizioni, nomi.

Lui non sa più distinguere i dati, le caratteristiche degli oggetti, i lineamenti dei visi delle persone.

Io non l’ho mai fatto e non lo saprei fare.

Per me andare avanti e indietro sul calendario e sul vocabolario non ha alcun senso.

Glielo trasmetto, parlo con lui, lo considero, lo accolgo.

Questo è il nostro tempo, quello che ci unisce; una carezza e piovono note, un attimo e un sorriso, un lampo di coscienza e arrivano immagini che si accavallano scompigliate, sono cascate di fotografie che svolazzano come coriandoli.

A me va bene e riesco a comunicarglielo.

Il tempo non deve stare per forza su un rigo può saltare, arrotolarsi, se si perde si puo’ immaginarselo, reinventarlo e farlo rinascere.

È il tipico rimbambimento dell’anziano che si allaccia i pantaloni per andare a letto, che mangia i fichi rossi, perché sono come le labbra di una donna in riva al mare.

La mia terapia è considerata dall’equipe medica molto utile.

I sanitari prendono con cura le date dei nostri inconti, le registano su fogli, su agendine che gli fanno tenere e che lui regolarmente perde.

Io li sento nelle setole e nelle sue mani delicate.

I suoi occhi sono stretti quando arriva da me, poi si distendono, si aprono e così le sue labbra.

Riesce ad accettare la sua condizione con minore ansia in questo momento, questa è la nuova diagnosi dell’equipe medica, sta superando la paura di perdere completamente i riferimenti logico-spazio- temporali.

 

Sta perdendo il tempo, il suo significato, «non sa più nulla è alto sulle ali» ha recitato una mattina appena arrivato.

Il bagaglio che si è costruito in 84 anni che si è messo sulle spalle non può appoggiarlo sulla mia groppa lo scalcerei, lo butterei a terra, arriverei a morderlo.

Non ci starebbe su tutto il mio corpo, gli mostrerei i denti.

Io parlo con lui nel vortice.

Ieri è arrivato con un quadernino che teneva saldamente in mano.

I pallini mi hanno detto che ha conosciuto una donna nelle danze di intrattenimento della cooperativa.

Una bella donna sinuosa, elegante, profumata.

La musica batteva il tempo, lui era acciuffato dal presente, giravano i valzer, brillavano i bicchieri.

Nessun nome, non può ricordarselo e i quadernini non servono.

Il viso della donna si accavalla nei suoi occhi, la madre, una bimba con l’altalena, una giovane amante, la dottoressa e una donna che sorride.

Ieri, domani, adesso, ora, le emozioni saltano da un rigo all’altro.

«È troppo per il mio tempo sbilenco.» Mi urla.

La sua voglia di cambiamento si è resa più evidente durante le sedute di pet terapy.

Non è necessario accompagnarlo, sa quando è l’ora, il giorno e riconosce il percorso, lo capisce da dati non identificabili è come se rispondesse a bisogni fisici.

Note a margine della cartella clinica.

 

Io lo faccio da sempre, seguo i segni del cielo , mi oriento, fa buio, viene l’alba, sento freddo, fa caldo, voglio bere.

Lui vuole danzare con quella donna, battere il tempo, farlo salire dalla pancia, far volare le gonne, far girare in cerchio i suoi occhi luminosi.

Io gli parlo con convinzione.

Gli ho detto che può essere arrivato il tempo per perdersi.

Mi ha detto che ha paura, ha il terrore del futuro, perché non riesce a vederlo.

Ancora parole molto pesanti per me.

Io non so risolvere i suoi dubbi, non posso dargli coraggio, ma non me ne faccio un cruccio.

Gliel’ho fatto capire, ho fatto salire in superficie tutte le note, l’ho strigliato.

Gli ho detto che preoccuparsi del futuro non aiuta, non serve, sarebbe come attaccarsi ad una riva scivolosa quando si può galleggiare nell’acqua limpida.

Piccoli gesti, momenti, piccole carezze.

In questi giorni è sempre agitatissimo, viene spesso, trova la strada anche se a fatica.

Anche per me è difficile, lo sento sudato, mi fa quasi male.

«Tempo, ci vorrà tempo, che io non ho più.» Mi dice.

Il tempo deve essere lasciato andare, ballarci sopra, non si può cercare di afferrarlo.

Pallini su pallini, note su note, pulviscolo, paure.

Sono andati ad una gita organizzata dalla cooperativa in montagna.

Mi hanno detto che c’era lei con lui ed era fra le sue mani.

Si è perso nei profumi del bosco, non riescono a trovarlo così c’è scritto sul rapporto.

Io non so leggere, ma lo vedo arrivare ogni giorno all’alba prestante, fiero e molto sorridente sembra abbia una luce dipinta sul volto.

Mi accarezza con grazia, mi parla di lei, delle sue mani.

Sparge ricordi sul mio pelo, li fa cadere come gocce di pioggia.

Illumina le parole come sassolini poi mi lava con molta cura.

Mi porta anche fuori dal recinto, camminiamo insieme lentamente, noi non lo afferriamo il tempo, non potremmo, non siamo capaci.