LIBERI DI… GIUDICARE.
IL CONCORSO LETTERARIO
COME LO VEDE LA GIURIA

Nella foto di apertura, da sinistra:
Mauro Raimondi,Cristina ObberElisabetta BucciarelliGiorgio BacchiegaAlberto Figliolia, e il Bibliotecario di Carugate Corrado Alberti

 

Siamo giunti agli ultimi giri di pista per il concorso nazionale di scrittura “Liberi di Scrivere”. I giochi sono fatti.
Dopo la prima scrematura che ha messo sul tavolo 21 racconti meritevoli su 142 arrivati, martedì scorso la giuria si è riunita per stilare la classifica dei “magnifici sette”, e far emergere su tutti un vincitore. Noi ci siamo auto-invitati alla serata clou, e poco prima che i giurati si mettessero al lavoro, abbiamo voluto conoscere meglio qualcuno di loro, cercando di capire come viene vissuto il concorso dall’altra parte del foglio.

IL CONCORSO E IL SUO FINE ULTIMO.
“Ma siamo sicuri che un evento come questo debba servire a scovare talenti ? E’ bello pensarlo anche solo come un veicolo comunicativo, un modo per organizzare il pensiero rispetto ad una tematica”.
A sollevare questa riflessione è Giorgio Bacchiega, esperto di cinema e comunicazione che lavora da tempo anche con l’Università Cattolica di Milano. Sulla scia di questo pensiero è anche il noto giornalista e scrittore Alberto Figliolia, che ha all’attivo diversi libri sullo sport e due passioni: la poesia e il basket, con un debole particolare per “Doctor” Julius Erving. Figliolia aggiunge: “Indipendentemente dalle qualità o ambizioni letterarie, partecipare ad una manifestazione come questa può essere anche solo un modo per mettere alla prova la propria creatività. Nel nostro caso siamo su un tema prettamente sociale, che forse esula dal creativo, ma comunque partecipare resta pur sempre un esercizio, e un concreto mettersi alla prova”.
Elisabetta Bucciarelli, che abbiamo imparato a conoscere nelle passate interviste, pur avvallando in parte l’opinione dei colleghi, sottolinea una cosa importante: “Un concorso letterario resta il canale migliore per far notare le proprie qualità letterarie, e in questo senso la giuria è determinante. Devo confessare che a me è stato chiesto di annotare, nel caso li trovassi, nomi di autori talentuosi, soprattutto se emergenti”.

IL TEMA DEL CONCORSO – L’ELEMENTO AUTOBIOGRAFICO –  LA VIOLENZA E L’URGENZA COMUNICATIVA:
Confesso che leggendo i racconti mi sono chiesto più volte se fossi davanti ad un’autobiografia. In effetti resto ancora dell’idea che molte storie arrivate lo siano, e credo che il tema proposto sia proprio l’elemento chiave che ha portato da un lato tutte queste adesioni, e dall’altro una forte componente biografica nelle scritture.
E’ utile ricordare, che aver proposto alcuni mesi fa un tema come quello della violenza sulle donne, è stato importante per dare alla gente la possibilità di parlarne in modo non retorico e con largo anticipo rispetto ai media
“.
E’ Mauro Raimondi a puntare il faro sull’elemento chiave del tema proposto per il concorso. Lo scrittore e professore, cultore della storia di Milano e dei mille modi in cui leggerla (attraverso il cinema, i libri, il Milan, i racconti di personaggi importanti che l’hanno abitata o visitata), spalanca le porte della discussione.
A sostenere le osservazioni di Raimondi, arrivano le parole di un’altra giurata, Cristina Obber, scrittrice e autrice del libro “Non lo faccio più”, che raccoglie le parole delle vittime e dei carnefici protagonisti della violenza.  “Da quando ho iniziato ad occuparmi di più di violenza sulle donne, di violenza perpetrata, subita, osservata passivamente anche, ho maturato una sensibilità più acuta su queste storie. Leggendo i racconti che ci sono arrivati, sono certa che tantissimi siano frutto di storie vere, autobiografiche e reali.
Da un punto di vista qualitativamente letterario questo significa abbassamento del livello, ma è normale, perché è più forte la necessità di comunicare, di parlare di questo argomento, di rielaborare un dolore, di superarlo anche attraverso la scrittura. Merito va all’ex assessora Franceschin, che ha saputo rintracciare questa forte esigenza nelle persone, al di là della retorica dei servizi televisivi e dei talk show
“. Bacchiega aggiunge una riflessione a riguardo: “Oltre all’autobiografia, è stato molto importante verificare in quanti modi sia stata declinata la violenza di genere, ben al di là del racconto stereotipato frutto di un collage di informazioni prese dalla cronaca nera“.
Elisabetta Bucciarelli chiude questo punto della discussione con un’affermazione che trova tutti in sintonia: “E’ chiaro sopra ogni cosa come questo argomento non sia per nulla un dolore che le persone riescono ad affrontare e rielaborare. E’ evidente come sia un dramma di cui c’è grande bisogno di parlare, di raccontare raccontandosi, perché la scrittura è ancora incredibilmente terapeutica, e questi racconti dimostrano quanto bisogno ci sia di scrivere per confrontarsi con il dolore“.

LA QUALITÀ DEI RACCONTI – I CRITERI DI GIUDIZIO – L’EMPATIA:
Se Cristina Obber ha rintracciato un abbassamento della qualità, giustificato dall’esigenza di raccontare ed elaborare un dolore, Alberto Figliolia è di tutt’altro avviso: “Ho seguito questo concorso come giurato sin dalla prima edizione, e devo dire che quest’anno la qualità letteraria dei racconti è decisamente la migliore di sempre.
Prevale su tutte le forme il racconto in prima persona, ma devo dire, da appassionato di poesia, che ho trovato parecchia componente lirica soprattutto nei racconti femminili, e non mi è spiaciuto
“.
Entrando nel merito dei giudizi sui singoli racconti, si fanno sempre più evidenti i gusti personali dei diversi giurati.
E’ interessante confrontare le nostre preferenze. Abbiamo aspettative diverse quando leggiamo un racconto, e spesso una storia affascinante per uno, non viene nemmeno considerata da un altro -ha raccontato Bacchiega Ancora più curioso è scegliere tutti con entusiasmo lo stesso racconto, per poi scoprire che piace ad ognuno di noi per un motivo completamente diverso da quello degli altri“. Se queste scelte di gusto personale hanno inciso sulle prime scremature, è pur vero che in dirittura di arrivo i giurati hanno criteri importanti comuni cui fanno riferimento. La presidente Bucciarelli li riassume così, senza ordini di importanza: “La forma ha sicuramente il suo valore, il fatto che ci si trovi davanti ad una storia che davvero sia narrazione, è rilevante. Lo stile letterario è indubbiamente di peso, anche se una scelta eccessivamente aulica può essere pesante. Un ruolo di grande importanza infine, sta molto nell’originalità stilistica e nell’idea nuova e particolare con cui si racconta la storia“.
Ma questo concorso rispetto ad altri, ha richiesto ai componenti della giuria un impegno che è andato molto al di là del rintracciare la soddisfazione di alcuni criteri di giudizio. Con un tema così attuale e drammatico, e di fronte a racconti che sono sembrati in molti casi biografici, l’empatia è stata una componente importante, e come ci hanno raccontato Bucciarelli e colleghi, in molti casi è stata pesante e difficilmente sopportabile anche la lettura, proprio per la durezza delle vicende descritte.
“L’empatia è stata inevitabile -ha specificato Raimondie in alcuni casi le descrizioni delle violenze addirittura disturbanti”.
Cristina Obber conferma e aggiunge: “Dopo una giornata trascorsa ad ascoltare storie di abusi, alcuni di questi racconti non facevano altro che ribadire i concetti con la stessa pesantezza, anche se in alcuni casi, forse solo in uno, ho trovato un eccesso di violenza anche verbale al limite dell’accettabile, che ho trovato non solo disturbante, come ha detto Mauro, ma anche disturbato“. Alberto Figliolia chiude la sua riflessione così: “Se c’è una cosa che ho recepito empaticamente da questi racconti, è tanta… tanta sofferenza, incredibile dolore ancora tutto da raccontare”.

Sono dunque questi i racconti dei giurati, il loro vissuto dall’altre parte del foglio.
Nella prossima intervista potreste esserci voi, come vincitori del premio assegnato dalla giuria popolare.