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Tre anni

nov 13 • leggi i racconti dell'edizione 2017Nessun commento

– È partito ieri.

 

Dopo quanto tempo? Un giorno hai aperto gli occhi – io non c’ero. Forse era l’alba e ti stavo pensando, vicino all’oceano. All’improvviso eri cosciente del tuo respiro, ti alzavi, ti affacciavi alla finestra e indagavi la vita fuori come dopo un lungo letargo. Io da lontano continuavo a camminare e cercavo di evitare alcuni ricordi. Era inutile immaginarti sdraiato nel letto. Non eri tu. Lungo l’oceano ti ho rivisto correre sulla spiaggia, e poi tuffarti. Nuotavi veloce: ti ripescavo dalla mia memoria come eri prima – come eri grande. L’ospedale ti stava stretto. Nei miei pensieri mi camminavi vicino e improvvisavo la tua voce. Ti ho raccontato tutto quello che è successo, più volte, ma conversavo con l’acqua e con gli uccelli. Per quanto tempo? Tre anni, forse. Un tempo infinito. Tu non mi hai visto partire, ma quando all’improvviso sapevi di nuovo di esistere ti sei chiesto se sarei mai tornato. Poi hai capito che non potevi aspettare nessuno perché dovevi recuperare il tempo perso.

Pensavo di ritrovarti come ti avevo lasciato, o poco più deperito. Invece scopro che sei corso via e lei mi dice che ti ho mancato per un giorno. Vorrei polverizzare il macigno che mi pesa sullo stomaco e ridere per un istante. Ma lei è serissima e me lo preme più a fondo. La guardo, non riesco a parlarle. Cerco di avvicinarmi ma si irrigidisce. Mi sembra così distante, seduta all’altro capo della panchina come se la pietra fosse lunga tutti i chilometri che ci hanno separato in questi anni. Non una chiamata e non un messaggio. Ma io ero irraggiungibile, come avrebbe potuto? Sono partito all’alba senza avvisare. Solo lei quel giorno, non trovandomi a colazione, sapeva già. La sera prima aveva stretto le mie mani fra le sue, rossa in viso. Vai il più lontano possibile, se devi andare. Senza dire addio perché è superfluo. No, perché era troppo doloroso.

Ti ricordi, da bambini nostra madre ci portava al confessionale. L’ombra dietro la grata di legno ci interrogava a bassa voce e noi ci inventavamo colpe giocando a chi era più originale. Ogni tanto eravamo sinceri, ed emergevano piccole bugie quotidiane, o qualche scherzo ai compagni più grandi. Parlavamo con fluidità perché nascosti nella penombra sentivamo che il prete era in un luogo diverso rispetto a noi. Quando sono scappato tre anni fa sentivo che solo attraverso la distanza avrei potuto liberarmi della rabbia e della vergogna. Dovevo andare altrove. Se fossi rimasto… Tu eri presente e assente insieme, non potevi sentirmi, non potevo chiederti scusa. Sono partito; ma dopo due anni ho iniziato a guardare indietro. Nell’isolamento l’immaginazione si era approfondita a tal punto che dimenticavo la prognosi dei medici e l’idea di un tuo possibile risveglio mi tormentava. Chi mi avrebbe avvisato? Nessuno sapeva dove fossi, nemmeno lei. Questo pensiero alla fine mi ha trascinato a casa.

Alzo gli occhi verso l’oceano. Lei guarda la sabbia sotto i nostri piedi. Mentre ero lontano, prima di addormentarmi, ho pensato spesso alla notte che abbiamo passato insieme sulla spiaggia. La sabbia umida quando all’alba mi svegliavo mi sembrava la stessa di quella volta. Prima di aprire gli occhi sussultavo al pensiero di ritrovare il suo corpo addormentato lì vicino. Ma erano solo scogli. No, una volta ho visto le tartarughe. Un’angoscia interminabile seguire quella corsa dalle uova all’acqua. I pellicani volavano in cerca di prede. Cercavo di scacciarli ma la spiaggia era immensa. Mi ricordo quando eravamo andati a nuotare la prima volta, io te e papà. Lei allora non c’era, non ci sarebbe stata ancora per molto. Erano gli stessi anni del confessionale. Nostro padre non voleva farci stare in piscina come gli altri bambini. Voleva che imparassimo a nuotare nelle correnti. Quel giorno mentre si schiudevano le uova ogni tartaruga portava con sé un ricordo di te. Mi sembrava di vederti allontanare a nuoto come la volta in cui ti eri dimenticato di guardare indietro. Ti eri spinto tanto lontano che ad un certo punto il mare prolungava ogni tratto del tuo corpo a una distanza infinita da noi. Tempo dopo mi avevi raccontato di aver desiderato, in quell’istante, una corrente che ti trascinasse via e ti facesse sprofondare nelle onde fino a prendere sonno. Forse con l’incidente è andata così. Un attimo dopo l’impatto hai inspirato a fondo e – ti sei immerso per anni.

In questi tre anni sono rimasto solo e ora non so più come si sta con un’altra persona. Lei non mi aiuta. Vorrei consolarla, ma non capisco cosa prova. Tu ti sei allontanato e forse lei teme che al tuo posto tornino i sensi di colpa. Dall’inizio del coma ti è rimasta sempre vicina. Ha chiesto scusa e ha pianto su un volto che dormiva. Io soffrivo perché mi sembrava di vegliare un corpo morto. Lei invece si angosciava se era lontana. Lei è rimasta e io sono fuggito, ma ugualmente abbiamo sofferto l’eco di un perdono rivolto al nulla. E tu adesso sai? Capiresti perché cerchiamo la tua comprensione? Ho confessato mille volte la stessa storia ad un fratello immaginario. Ora vorrei raccontarla per l’ultima volta, per davvero, ma tu non ci sei. O forse io non ho più voce. Mentre ero lontano sono tornato a lungo sugli stessi pensieri, e i ricordi si sono sciupati tanto che ora raggiungono afoni la mia bocca. Mi giro verso di lei. Sta corrugando la pelle fra le sopracciglia. Nulla è cambiato. Di colpo riesco a penetrare nella memoria di quella notte. Lei era esausta: passava ogni giorno in ospedale, avanti e indietro da casa. La sera aiutava i nostri genitori. Mi ricordo che spesso dormiva in camera tua. Io mi addormentavo tante notti fuori da quella porta. Anche allora non avevo il coraggio di parlarle. Una volta ha gridato il mio nome. Si è svegliata da sola mentre io piangevo. Mi ha trovato nel corridoio e si è chinata per consolarmi. Diceva che il giorno prima aveva intravisto un tremolio sotto le tue palpebre. Io non rispondevo perché volevo sentire la sua voce espandersi all’infinito, senza interruzioni. Lasciavo che si sforzasse di convincermi e che mi parlasse di te. Non è più stata così affettuosa. Se mai ha amato anche me è stato attraverso di te, non quella notte sulla spiaggia.

Non ho mai avuto la forza di scriverle per avere notizie. In tutti gli anni in cui siete stati insieme mi sono chiesto se sapessi che ero innamorato di lei. A volte dalla finestra vi guardavo camminare sul vialetto di casa e sparire dietro la curva. Noi due ci assomigliamo. Mentre vi allontanavate mi perdevo a immaginare che le tue gambe, la tua schiena, quel braccio che le cingeva la spalla fossero miei. Poi l’urgenza dell’incidente ha frantumato il sottile gioco dei nostri sentimenti. Quella sera del cinema era già passato un anno. Mi ha chiesto di portarla fuori e siamo andati alla proiezione di un film muto, l’unica sala che non fosse già piena. Ogni tanto mi voltavo con cautela per osservare le luci che dallo schermo si irradiavano sulla sua pelle. Qualche lacrima le scivolava sulle guance, ma sembrava che non se ne accorgesse. Forse eravamo entrambi storditi da stanchezza e dolore quando ho cercato il suo corpo. Alla fine del film l’ho portata sulla spiaggia. Ero persuaso che saremmo stati bene. La mattina dopo, quando mi sono svegliato e l’ho vista dormire poco distante, irrigidita dal freddo, ho capito di aver toccato il fondo – come quando mi portavi a nuotare.

Oggi mi ha detto che sei tornato cosciente dopo tanto tempo e che da qualche settimana hai deciso di partire. Hai chiesto se qualcuno avesse ricevuto mie notizie, poi sei andato. Vorrei abbracciarla, perché ora siamo di nuovo insieme ad aspettarti. Devo rompere la distanza e dare un senso a questo ritorno. Le sue ultime parole stanno per liquefarsi e non voglio vederla piangere ancora. Guardo altrove, l’oceano è immenso e tu sei all’orizzonte. Cerchi di parlarmi, ti agiti. Non riesco a sentirti, siamo troppo distanti. Alza la voce. Devo dire qualcosa, qualsiasi cosa? Occorre fare rumore? Hai ragione, nessuno si è parlato per troppo tempo. O forse voi sì, infine vi siete parlati; e all’improvviso mi è chiaro perché tu sei andato via, perché lei non mi guarda. In fondo non serve che la abbracci. Mi giro, lei finalmente alza la testa verso di me. Adesso posso fare del bene ad entrambi. In questi tre anni le ho negato la parola… l’ho negata a tutti. Il tuo coma aveva reciso ogni comunicazione e si era trascinato via i nostri rapporti come rami nella corrente. Devo interrompere quest’emorragia. Una sola parola per confortarci.

 

– Tornerà.

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