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Terra promessa

nov 13 • leggi i racconti dell'edizione 2017Nessun commento

Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche

se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiú. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo.
(Haruki Murakami)

 

Grazie a Mohamad che al centro rifugiati di Viale Fulvio Testi a Milano, mi ha donato il racconto del suo lungo viaggio.

 

Questa è la storia del viaggio di Mohamad, viaggio lungo, viaggio lento, fatto di macchine piccole, di camion, di piedi che camminano nella notte, di spari, di gommoni e polizia, di silenzio, di fame e di sete.

Parto, vado via dall’Afganistan, da questa guerra intestina, da questa guerra “umanitaria”, da questa famiglia contesa tra uno zio talebano e uno poliziotto, dagli occhi sbarrati di mio fratello, ucciso dai talebani con un’unica sventagliata di mitra, dalla paura che scuote il corpo di mia madre ogni volta che esco di casa, dai silenzi che riempiono la casa, che anche i muri hanno orecchie e le finestre occhi che ti leggono anche il labiale, da questi sogni che non mi fanno dormire.

Una valigia piccola, quattro cose, un panino… neanche lo spazzolino ho preso, ma i soldi, quelli sì li ho presi, quelli risparmiati in una vita di dolore e fatica e donati come una benedizione insieme ad una carezza e uno sguardo che, in silenzio, parla.

Eccolo: un camioncino fermo, aperto, l’uomo che lo giuda sta parlando, forse di affari, con un altro, senza che nessuno se ne accorga, in silenzio, raccolgo un sasso e mi nascondo sotto la scocca, vicino alla coppa dell’olio.

Bravo, penso, il sasso è fondamentale… quando vuoi scendere batti sulla carrozzeria… così capiscono che c’è qualcuno nascosto e accostano, come se dovessero pisciare, ti lascino scendere, senza dir nulla, senza chiedere spiegazioni, senza guardare, si scappa così da questo paese, come cani randagi.

Scendo, so dove andare per trovare i bastardi che devo pagare per superare il confine… che se non paghi quel che chiedono, zitto zitto, non vai da nessuna parte.

Cammino e cammino come se la strada non avesse fine, mi guardano tutti, che hanno da guardare, sono come loro, cammino come loro, sono vestito come loro, ho la barba lunga come loro eppure tutti mi guardano. Sanno che scappo… tutti sanno che scappo…, abbasso gli occhi per non incontrare quelli degli altri, sto zitto, come muto, non rispondo se mi chiedono qualcosa, non ascolto neanche quel che dicono, solo silenzio, sono un animale braccato, sono in trappola.

Frammenti in uno specchio… solo gli occhi si vedono, sono coperto dell’olio del motore!

Guardavano un mostro, mi vien da ridere e mi lavo, mi lavo, pulisco l’olio e lavo la paura, che quella è sporco difficile da portar via.

Eccoli sono loro, non c’è bisogno di parlare, meglio stare zitti, pagare e stare zitti, ascoltarli e stare zitti, consegnare i documenti e stare zitti, seguirli, alla dovuta distanza, e stare zitti, non fare domande, solo stare zitti, che da oggi sei solo merce in transito.

Poi una macchina piccola, troppo piccola per 11 corpi, ma che importa ti pigiano uno sull’altro: due strati di sedie, uno a terra con le gambe tagliate, l’altro sopra… così ci si sta tutti e se ti va bene stai sopra con la testa incollata alla carrozzeria, altrimenti stai sotto rannicchiato come un verme in un bozzolo…  si respira a fatica nella fatica di andare via. E non si parla, mai.

Il confine con il Pakistan.

Scendi in fretta, senza far rumore, nasconditi, stai zitto, stai fermo, le braccia e le gambe indolenzite… non puoi neanche pisciare… ore ad aspettare la notte.

E passi su passi su sentieri non tracciati, passi veloci, ma attenti a non far rotolare nemmeno un sasso che, nel silenzio della notte, tuona come un’esplosione, e respiri trattenuti per non far rumore e solo le stelle a far da guida su una linea di confine sconosciuta. Non so neanche dove sono, vado perchè mi dicono di andare, chino e zitto, in fretta più in fretta che l’alba ci incalza e se il sole sorge, non c’è più il buio della notte a nasconderti.

Uno spazio aperto, radi cespugli, qualche roccia per ripararti e raffiche di mitra al cielo: è il richiamo per noi, è il segnale d’inizio di un altro pezzo di cammino.

Lo guardo il cielo del Pakistan: non è diverso da quello di casa mia, è azzurro come quello in cui facevo volare l’aquilone, da piccolo, lo trapuntano rade nubi e lo fa fremere un vento leggero… chissà perché han diviso il mondo.

E di nuovo macchina e di nuovo strada da consumare, scossoni e chilometri e polvere che secca la gola e acqua a gocce che è poca e non si deve consumare, via che il tempo incalza… via, via in fretta anche da qui. Un Paese da attraversare senza fermarsi, senza guardare, senza parlare, senza voltarsi indietro.

Scendi, veloce, scendi e zitto. Ci sono altre macchine e altri uomini e ragazzi come te, a capo chino, stanchi, laceri, muti come pesci, che aspettano un altro passaggio per un altro paese ancora. E camion… dentro e ancora dentro… pigiati come bestie, stesi uno sull’altro, niente spazi, si deve riempire ogni centimetro che più siamo più loro guadagnano… teloni che coprono, che pesano, che appiccicano… caldo, un caldo bestiale, sudore che cola a bruciare gli occhi e un insopportabile odore di corpi sporchi…. solo l’acqua consola l’anima.

E’ vicino il confine con l’Iran, così vicino che di nuovo ti scaraventano a terra nell’attesa della notte, un pezzo di pane mangiato in silenzio… mastica piano Mohamad che sentono anche il rumore dei denti. Via, cammina più in fretta, via arrampicati, via le ore e via, manda via questa stanchezza atroce, non fermarti che ti lasciano indietro, nessuno aspetta e via anche questo Paese.

Iran, macchina piccola, cambio, macchina grande, cambio piedi e solo piedi, cambio macchina e su 5, poi macchina, altri 5 e poi macchina e altri 5 e poi macchina e poi macchina e macchina e finalmente su anche tu.

Un’altra linea traccia il confine tra Iran e Iraq, una linea immaginaria, ma così reale che se ti vedono attraversarla, ti sparano… e allora si cerca la strada non segnata tra le maglie di un filo che divide, in fretta, più in fretta, cammina Mohamed tra i suoi compagni… il tempo incalza e il silenzio pesa come un macigno.

E adesso Iraq, stesso cielo… non cambia mai da dovunque lo guardi, un altro nome, ma lo stesso cielo.

Chi c’è al di là delle rocce, chi sventola bandierine e spara in aria? Aspettano me? Sono loro o è la polizia? Domande e ancora domande: vado e se è la polizia? Aspetto e se perdo l’occasione di andare via anche da qui… un uomo a cavallo ci raggiunge, ci fa segno di seguirlo.

Macchine grandi stipate di uomini, ce ne sono anche sul tetto… che importa se qualcuno cade…

Che importa se ci sparano… qualcuno muore… forse tre, forse quattro: è il rischio del viaggio, lo so, lo sanno tutti… si accetta in silenzio a denti stretti. L’alternativa è non scappare.

Città senza nome e una stanza grande, acqua e pane, finalmente, e uomini, 40 e poi 80 e poi 120 e poi giorni, giorni senza fine, giorni senza parole, giorni che non finiscono mai, che sembra che non ci sia un domani, giorni scanditi da lente partenze: cinque oggi, otto domani e io, io quand’è che parto? Si aspetta senza sapere quando, si aspetta sperando che vengano a prendere te, si aspetta stando zitti, che non vogliono troppe chiacchere in questo posto, si aspetta nascosti, si aspetta come in prigione, si aspetta per un tempo che non si riesce più a contare, che se lo conti impazzisci.

Finalmente parto… un altro confine, un altro paese… sempre lo stesso cielo, che il cielo nel mondo è sempre lo stesso…. che mica lo sapevo quand’ero bambino, pensavo che il cielo dell’Afganistan era solo dell’Afganistan, era solo mio.

Camion e macchine, cambia, scendi, corri, cammina, sali, ancora macchina e poi gambe e piedi e fatica e acqua che manca e di pane neanche l’ombra… e stanchezza da ignorare e male da non sentire e tempo, mesi ormai senza vedere la fine… l’Italia è ancora così lontana. Cammina Mohamad, sali su un’altra macchina, scendi Mohamad, attraversa un altro confine Mohamad e Turchia e Istambul e tempo, ancora tempo.

Altro stanzone, sporco, buio, pieno, così pieno che si dorme seduti e un’altra attesa, tanto tempo, troppo… giorni muti senza fine.

Gommone. Ci hanno portato sulla spiaggia una notte, ma quale notte? Non so, non so che giorno è, che mese è, che notte è, non so nemmeno se voglio ancora andare via, forse anche la speranza si è zittita.

Gonfia, gonfia di più, il gommone è pronto… “Ma è piccolo, troppo piccolo” urlo disperato, “Siamo in 6, non ci stiamo” “Zitto, stai zitto”, un calcio mi toglie il respiro e soffoca ogni parola. “Sali, non fare storie. Sali”, la pistola puntata convince meglio di qualsiasi parola.

Mare, solo mare non si vede nient’altro che mare scuro nero come la pece nella pece della notte. E freddo, un freddo umido che ti appiccica i capelli, ti incolla addosso i pochi stracci che hai, ti gela le parole, ti consuma le ossa. Solo buio e un immenso silenzio, neanche il mare parla.

Una barca grande, la salvezza… una luce enorme ci ferisce gli occhi… una corda tesa e gridano, ma non capisco, non so la tua lingua… ci issano a bordo.

Polizia, polizia greca, polizia che chiede soldi… non ho soldi, non abbiamo soldi e pugni e calci e botte coi calci delle pistole.

Urlano e picchiano, urlano e sferrano pugni, urlano e danno calci. Dalla mia bocca non esce più nemmeno un suono di dolore e ci ributtano a mare come barili vuoti, come rifiuti da scaricare, come se non fossimo uomini.

Coltelli tagliano il gommone, rimane solo un ammasso informe di plastica galleggiante, ci si può salire solo in due, solo chi ha più paura, solo i più piccoli, hanno solo 12 anni e un terrore muto stampato in viso e ancora acqua e freddo e notte e acqua.

Nuota Mohamad con gli altri tre, ormai è l’alba, nuota, nuota ancora, sopporta i crampi che bloccano le gambe e lacerano i polpacci, non sentire la sete che ti secca la gola e il sole che brucia  sul viso come una candela accesa e il mare che ormai ti è entrato fin dentro lo stomaco e ” Basta”, un solo urlo disperato, “Basta!!!” dormo, sì, mi lascio andare piano aggrappato a quell’unico pezzo di plastica e dormo, ho bisogno di dormire, devo dormire, solo dormire: le braccia non si sentono più, le gambe non hanno più voglia di muoversi e mare, solo mare e all’orizzonte una montagna così piccola che non ci arriveremo mai.

E mi lascio andare e vedo e sogno una nave grande, piena di luci che si avvicina…

E sogno, vedo e sogno, onde grandissime che ci investono e acqua… ci lanciano acqua e mele, acqua finalmente. Bevo, bevo e bevo ancora fino a farmi venire il mal di pancia. Un salvagente legato a una corda, sali, dai sali, non ce la faccio sto male… sali, dai sali. Sei su… cibo e coperte e solo tre ore, l’Italia, Bari, dottori e doccia e letto pulito e il suono di una lingua sconosciuta.

Dormo, sono tanto stanco, dormo… il sole mi ha bruciato, non posso dormire. Perché non posso dormire finalmente?

E mi sveglio altrove, in un luogo sospeso in una terra di nessuno. Tanta gente, troppa anche qui, piccoli prefabbricati sovraffollati e neanche l’ombra di un albero, solo sbarre, sbarre alte, insormontabili dividono questa terra di nessuno da un’altra terra di nessuno.

Era questa la terra promessa?

Dormi Mahamad, dormi e non parlare.

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