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Serendipità

nov 13 • leggi i racconti dell'edizione 2017Nessun commento

La figura imponente, grigia e squadrata si staglia sullo sfondo del modesto villaggio. Una scritta, di un inquietante rosso carminio, campeggia sopra la fronte. Qualunque abitante della zona riconosce al volo il significato di quella sequenza, ma ormai anche gli stranieri, ché chi passa di qua ha ben chiara la storia di questo Paese. Ultimamente, la presenza di questi ultimi ad Hambantota aumenta di anno in anno.

-       Un successo insuperabile – dicono.

Sì, ma chi lo dice?

Hambantota è un villaggio di pescatori che sorge lungo la costa meridionale dello Sri Lanka: questa la migliore descrizione che si possa offrire. Ad Hambantota, nella cupezza del presente, fanno capolino solo gli abitanti, le loro prede marine, una spiaggia del colore delle arachidi e il vomito dell’Oceano Indiano. Poi c’è lui: ferreo, imperscrutabile, incorruttibile. Il nome, stampato là in alto, non ha un capello a occultarlo.

MATTALA RAJAPAKSA

Così recita l’enorme scritta rossa. Enorme per gli indigeni che, con ogni probabilità, mai hanno visitato Hollywood, ma, per la prima volta, vedono gli aerei sorvolare i loro tetti. Alcuni, incuriositi, aguzzano la vista, nella speranza di scorgere i volti dei passeggeri nei minuscoli finestrini. Tra le fila del popolo, si dice che il Rajapaksa sia un gigante dormiente, perché (pare) non grugnisce mai.

 

Ojayit, le spalle rigide come prefabbricati, passeggia nei cunicoli della struttura. L’andatura robotica e lo sguardo vispo gli sono valsi il titolo di “guardia diurna del Rajapaksa”. Da allora, per oltre dieci ore al giorno, indicativamente dalle otto alle diciotto, passeggia in quelle gallerie tappezzate di finto marmo cinerino. Il numero di esseri umani che conta, al di là dei suoi undici colleghi, non supera le due mani. Talvolta, nei corridoi più ampi, incontra dei nastri trasportatori stesi a terra, ma Ojayit preferisce aggirarli a piedi. Nessuno lo sa con certezza (perché nessuno qui lo conosce da vicino), ma si dice che non possa fare a meno di camminare, dopo il tragitto da Kotte ad Hambantota, che non ha esitato ad affrontare nel momento in cui ha intravisto la possibilità di un lavoro ufficiale. Nella caotica matassa che è la capitale, è difficile ritagliarsi uno spazio e questo Ojayit lo sa bene. – Ti porterò laggiù – aveva promesso alla moglie prima di partire. Ora, lo sguardo sicuro, i piedi saldi e la divisa ben allacciata, attende l’avvicinamento di una giovane donna, a lato di un nastro. Forse parla la sua lingua, ma lui non osa domandarlo. È così raro trovare dei singalesi al Rajapaksa che la guardia, con una professionale compostezza, prende naturalmente a gesticolare. Anche la donna esprime la richiesta in linguaggio dei segni. Due, tre, quattro tentativi… Non sembrano capirsi. Allora lui apre le labbra, ma nessun suono pare aver intenzione di uscirne. La signorina, imprevedibilmente educata, saluta e prosegue nella sua ricerca. Ojayit, immobile con le labbra ancora spalancate, sotto la luce di un lampione rimasto acceso per un guasto ai circuiti, rivive l’attimo in cui la moglie gli chiese:

-       Ce la farai?

 

Sarayu ha affrontato un solo viaggio in aereo in ventun anni di vita. Da Hanoi a Colombo: più di sette ore in cielo. Era una sedicenne, allora. Non era mai entrata, prima d’ora, nel labirintico intestino del Rajapaksa. In realtà non è così grande, ma ad occhi inesperti anche un aereo acquisisce le sembianze di un temibile drago. Convinta di essersi persa, si decide a chiedere aiuto. Una guardia dall’aspetto imperioso sembra attenderla nei pressi di un nastro trasportatore. Sarayu deve raccogliere tutta la grinta. Inizia a gesticolare, disegnando nell’aria una porta. Dalla guardia, che pure sembrava ben disposta, solo un lungo silenzio. Decide allora di proseguire la propria ricerca da sola, contenendo la seccatura in un saluto da signorina di buona famiglia. Il gate si rivela poco distante dalla sua posizione, il che non fa altro che acuire la confusione nella ragazza. Almeno ora sa di essere nel posto giusto. Di fronte a lei, attraverso le vetrate, si staglia il nome di una celebre compagnia aerea cinese, la stessa che l’ha portata, cinque anni fa, nel ventre di un drago, nel suo nuovo vecchio Paese. È arrivato il momento di tornare indietro, seppur per poche settimane, e rivedere quei genitori che, nel momento della sua partenza, nemmeno si sono degnati di salutarla. Sarayu non sa quale sia la forza che la attrae verso quelle persone, ma sente, in cuor suo, di compiere un’azione giusta. Per se stessa? Per i genitori? Per il mondo intero? Non importa. Abbandonati gli ideogrammi sul fianco del drago, la ragazza scorge, a pochi metri dal suo braccio sinistro, un uomo. La capigliatura ordinata pare appoggiata sul viso giallastro e la montatura tonda nasconde gli occhi a mandorla. Un tipo taciturno, di primo acchito. Le ricorda vagamente quel collega di suo padre, altrettanto taciturno, che lo trascinò nella giungla perché (diceva) lì si faceva la Rivoluzione. L’uomo si volta. Un incidente di sguardi, senza smorfie. Un fulmine invisibile trafigge Sarayu in piena fronte. Ora il suo cervello propone solamente la visione dell’uomo per il quale è nata in un Paese che non era il suo.

 

Zhou avrebbe molto a cui pensare, ma non ne ha voglia. Seduto con la schiena gobba su una scomoda poltrona nera nelle viscere del Rajapaksa, attende solo di sapere quando potrà imbarcarsi sul volo che lo riporterà a Pechino. Tanta era la fretta di arrivare qui che non si è nemmeno messo dei vestiti più eleganti. Ripensandoci, si accorge di non essersi mai cambiato dal suo arrivo ad Hambantota. I ripetuti sopralluoghi nelle aree a lui assegnate necessitavano di un vestiario comodo e non troppo raffinato, che si potesse sporcare di fango insomma. Quando un delegato del governo gli ha chiesto ufficialmente volare qui al fine di perlustrare la zona, ha accettato di buon grado, convinto più che altro di non poter fare altrimenti. Così, nel giro di una settimana, un mediocre uomo d’affari dello Shadong si è trovato a visitare ogni anfratto del più grande casinò d’Asia, pur non scorgendo ancora una goccia di cemento. Cosa riferirà al suo ritorno è una questione che non riguarda il presente. All’improvviso, a qualche metro dalla sua spalla destra, entra nella stanza una giovane donna. La sorpresa non si fa attendere sul viso di Zhou, che nell’ultima settimana ha visto comunque più cinesi che singalesi. Solo alcuni secondi più tardi si accorge che la ragazza lo sta fissando dritto negli occhi. In un riflesso apparentemente involontario, l’uomo piega il collo di modo che la montatura nasconda le sue pupille. Fa sempre così, anche quando parla con il delegato del governo. Una sola volta ha infranto questa regola auto-imposta, lasciando ammirare ad una persona, peraltro estranea, i suoi occhi sottili. Era la prima volta che vedeva la sua futura moglie e madre dei suoi tre figli, su specialissima concessione del governo. Da un giorno all’altro, si era ritrovato in uno di quei programmi d’incontri voluti dal Partito per il bene del popolo. Seduti ai lati di un tavolo di legno quasi marcio, decisero di parlarsi solo con gli occhi. Ancora oggi, l’uno attende che l’altro gli rivolga la parola, anche se pare che entrambi abbiano perso interesse nel farlo. I vicini e gli amici dicono che non parlino nemmeno coi figli. Riattivando la mente alla ricerca di qualcosa, una sola frase, da sputare al suo rientro, Zhou distoglie definitivamente lo sguardo dalla ragazza e lo porta al display luminoso, in attesa di tornare a vivere in quiete.

 

Marine ha le palpebre gonfie e pesanti, come se delle gocce di sudore vi si fossero adagiate. Appoggia la spalla destra alla parete fredda pur di non toccare le scure poltrone della hall. Meno di 24 ore fa sonnecchiava a Charles de Gaulle, Parigi. “L’atmosfera è la stessa”, pensa. Era piena notte, là in patria, e i pochi visitatori riposavano sulle poltroncine in attesa del prossimo volo, oppure attendevano con ansia l’apertura del bar. Qui, invece, è pieno giorno e la stagione dei monsoni è appena passata. L’atmosfera, però, è la stessa. Marciando per le arterie del Rajapaksa, ha incontrato un paio di persone, mentre ora, in posa trasandata per non dare nell’occhio, osserva attentamente il suo obiettivo. Ogni tanto abbassa lo sguardo mentre estrae dalla tasca della giacca il proprio tesserino identificativo. Lo porta con sé, senza pause, dal conseguimento della laurea: lo stesso giorno in cui un celebre quotidiano internazionale l’ha assunta a tempo indeterminato. Oggi le sue inchieste sono tra le più apprezzate dai lettori. Dopo aver ripassato il motivo della sua presenza qui, Marine riporta le pupille sul signore cinese seduto a pochi metri da lei: la compostezza dei suoi capelli le fa invidia. Tuttavia, non è l’invidia a farla da padrona. L’uomo non sa (o almeno non dovrebbe) che questa donna tenace e senza voce gli sta alle calcagna da un’intera settimana, per indagare sulla costruzione ad Hambantota della nuova Las Vegas sino-singalese. Non sa neanche (questo per certo) dei sentimenti della donna nei confronti suoi e del suo popolo. La stessa Marine talvolta se ne dimentica, ma prontamente interviene la foto di un’altra Marine, sul retro di copertina dell’agenda, a darle manforte. D’un tratto, durante il rientro dalla scampagnata nei suoi pensieri, qualcosa le urta la spalla lontana dal muro. Un secondo dopo, steso in posizione prona sulle piastrelle di fronte a lei, compare un esile corpo di donna. Si muove, per fortuna: la caduta le ha provocato solamente un’emorragia dalla narice destra. Marine si piega per aiutarla, ma si scansa immediatamente quando scorge i tratti asiatici del volto. La stessa donna, dall’aspetto giovane, la invita a gesti a non agire. Dopo essersi rialzata, si tasta la base del naso con una mano per poi iniziare, come se si fosse improvvisamente ricordata di un rituale di vitale importanza, a inchinarsi ripetutamente. Senza preavviso, la giovane corre via, reimmergendosi nei corridoi del labirinto. Marine resta lì, nella stessa posa di prima, in un misto di sbigottimento e repulsione. “Almeno non ha aperto bocca”, pensa. Tanto, anche volendo, non avrebbe potuto rispondere. Non lo fa da almeno due decenni, da quando, cioè, si ritrovò un organo sessuale asiatico nei più reconditi antri del corpo e, pur convogliando le energie, non riuscì ad espellerlo. Gli occhi a mandorla sono ora il simbolo della gabbia del mutismo e di chi ne ha gettato la chiave.

 

Kiyoko cammina spedita verso il cuore del Rajapaksa. Non ha tempo di prestare attenzione a ciò che la circonda e, in effetti, non c’è molto di interessante. Accelera, sfiorando la corsa, senza motivo. In un istante, tutto si ferma, tempo compreso, e la materia sembra fluttuare nel brodo primordiale. Senza fotogrammi che spieghino l’accaduto, si ritrova faccia a faccia con il pavimento. Le pare di ricordare che fosse grigio prima, non rosso di sangue venale. Le ci vogliono alcuni secondi per realizzare che quel liquido è evaso dal suo corpo. Compresa la dinamica, si alza, sporcando un palmo di quella tempera torbida. Di fronte a lei, una signora dalla pelle bianca la osserva con una smorfia di disgusto. Kiyoko si scusa vigorosamente e più volte, come è tipico fare nella sua Matsushiro. Tiene le labbra rigidamente serrate, forse per paura di offendere l’estranea. È decollata da Osaka un mese fa per portare il suo progetto nel villaggio. Fin da bambina, ha sviluppato uno spirito tanto combattivo da rivoltarsi all’ordine sociale ufficiosamente vigente nel suo Paese. Poi, una volta adulta, ha deciso di ampliare gli orizzonti della sua lotta (le donne singalesi le sono sicuramente grate per questa scelta). Adesso, dopo aver portato telai, pentole, moduli cartacei e divise femminili per gli ultimi 30 giorni, corre tra gli organi del Rajapaksa, alla disperata ricerca di un lavabo. “Possibile che non ci sia nessuno qui?!”, pensa nella propria lingua. Passati alcuni minuti, trova l’oggetto dei suoi desideri, quindi si leva la mano, ormai scarlatta, dal viso. Nello specchio appare un volto cosparso di sangue fino al naso, mentre in lei si leva un certo affanno. Non è per la corsa, ne è certa, e nemmeno per il volto sfregiato. I capezzoli si induriscono, il respiro si fa lento e profondo, i muscoli rifiutano ogni comando… vorrebbe guaire, ma, per qualche motivo, non ci riesce. La quiete del mostro di cemento l’ha assorbita a tal punto che nemmeno le funzioni vitali producono più alcun suono. Così, per colmare la mancanza, Kiyoko guida il pensiero a quella volta che, contro i suoi principi, decise di sottomettersi all’uomo, vide il sangue sgorgare da sé e iniziò, gioiosamente, a guaire.

 

Richard ha appena affidato gli scarti del suo organismo al Rajapaksa, senza badare che i reni di quest’ultimo svolgano la loro funzione. Sta abbandonando i bagni, quando, attraverso uno spiraglio nella porta di fronte, scorge una figura di donna allo specchio. Ha la parte inferiore del viso completamente tinta di rosso. Sistemandosi la giacca scura, l’uomo temporeggia, ma basta un minuto per lasciar perdere la solidarietà. D’altronde, non ne ha mai avuta, quindi perché dovrebbe mostrarla ad un’asiatica sconosciuta? Zitto zitto, s’incammina verso il gate, con la valigetta salda nella mano sinistra. I suoi passi rimbombano tra le pareti, il pavimento ed il soffitto, creando una sinfonia metafisica. Gli pare di aver aperto le porte dell’Inferno. Statuari, di fronte a sé, vede i suoi colleghi, dal primo all’ultimo con gli occhi a mandorla e la pelle ocra, che lo chiamano con il nomignolo che gli provoca tanto fastidio. “Dai Dick, non fare quella faccia”, gli urlano, scoppiando in fragorose risate. Richard sa bene che non c’è nessuno intorno a lui e che nessuno l’ha chiamato con quel nome che, oltre all’organo sessuale maschile, gli ricorda un certo banchiere che fece fallire una nota banca americana. Una vergogna per la patria. Fermo in mezzo al muto corridoio, si concentra per far sparire tutto dalla vista. Tornato al silenzio, ricomincia la sua marcia, ripercorrendo con la mente i fatti dell’ultima settimana, onde evitare la ricomparsa dei “musi gialli”. Le trattative, i fogli firmati, molti volti indiani, le piantagioni di tè e di riso. Infine, tutto quello che da anni si porta appresso, mentre si sente chiamare “l’imprenditore equo e solidale”, nascosto dietro la sua posizione sociale e all’interno di quella valigetta.

 

Nel ventre del Mattala Rajapaksa, tre donne e due uomini attendono di essere espulsi da quell’organismo contratto e tenebroso, consapevoli di essere l’esatta metà della folla che varcherà il gate nelle prossime 24 ore. Un altro uomo, poco distante, fissa una foto in lacrime, seduto su una di quelle poltrone nere che, quando ci si siede, non fan rumore.

A breve il drago accenderà i motori e l’impero del mutismo verrà irrimediabilmente rovesciato.

 

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