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KUKNIA

ott 12 • Leggi i racconti dell'edizione 20152 commenti

Quando sono andato a vivere con Andrea, mi aveva promesso che avrebbe cucinato per me. E’ uno chef e all’epoca aveva messo gli occhi su una specie di trattoria nella prima cerchia della periferia della città, un posto dove non sei troppo vicino al centro ma nemmeno così lontano. Era bella, con il pergolato, le persiane, il cortile, le ringhiere. Mi ci portava a guardarla da fuori, la sera, quando veniva a prendermi in macchina a Milano Greco Pirelli. Scendevo dal treno, facevo il sottopassaggio e lui mi aspettava sul piazzale, in macchina.

La missione di Andrea era riuscire a farmi mangiare le verdure. Mi aveva giurato che mi avrebbe proposto variazioni sul tema di broccoli, cavolfiori, fagioli, spinaci, si sarebbe inventato le cose più gustose, colorate, divertenti e ci avrebbe aggiunto anche un pizzico dei sapori che già apprezzavo, ma solo per indorarmi la pillola come si fa con un bambino intimorito dall’antibiotico. Quante sere avremmo passato a mangiare insieme nella nostra cucinetta Ikea, che avevamo progettato maniglia per maniglia e colore per colore nelle notti in macchina davanti al portone? Mi piaceva immaginare Andrea cucinare per me, muoversi disinvolto tra gli strumenti e le materie prime. Era una specie di magia perché io non lo sapevo fare, mi sembrava un modo complice per prendersi cura di qualcuno. Poi, però, lui la sera faceva tardi e io avevo fame, quindi finiva che mangiavo il gelato o le patatine sul divano di fronte alla tv, guardando le serie di Sky.

Andrea è riuscito presto a rilevare la trattoria ed io ho perfino tentato di aiutarlo, tra la cucina e i tavoli. Ma per l’amor del cielo, io non ho mai avuto coordinazione: mi tremavano i piatti, mi cadevano le posate, sembravo l’ultimo dei camerieri imbranati e invece ero il fidanzato del capo … comunque sia, è stato bello provare. A fare tutto, intendo. Mangiare le verdure, aiutarlo in trattoria, amarlo. Ma alcune cose vanno avanti ed altre no, il ristorante è cresciuto e noi ci siamo lasciati. Non ho mai capito se le due cose fossero correlate, forse sì, chi lo sa. Ma cosa importa oggi, visto che non viviamo più insieme ed io non vivo quasi più a Milano. Solo qualche volta, ogni tanto, senza dirlo a nessuno, mi capita di passare dalla stazione di Greco Pirelli e di sentire una fitta. Andrea non è più sul piazzale che mi aspetta. La nostalgia, per un attimo, è feroce e mi ricorda il sapore della barbabietola.

Mentre traslocavo e cercavo di riportare tutte le mie cose di nuovo a casa dei miei genitori, mi è capitato molto spesso di fermarmi a mangiare dal mio amico Paolo. Lo conosco da quasi dieci anni ed ogni nostra serata è strettamente legata ai palinsesti dei canali televisivi di intrattenimento. Ogni tanto mangiamo la quinoa, ma solo se lui ha tempo di metterla sul fuoco prima che inizino Xfactor o Pechino Express. Se siamo nella settimana di Sanremo non riusciamo a fare altro che ordinare la pizza da Mohammed Mani Grandi, perché dobbiamo guardare anche l’eventuale pre-festival e il collegamento di Vincenzo Mollica per il Tg1 dalla balconata dell’Ariston. Ma più di tutto, sono irresistibili e quotatissime le volte in cui decidiamo di fare cena “ayurveda”. Il che significa, banalmente, evitare di eccedere con la Coca cola e le caramelle gommose, concedersi giusto due Grisbì durante la pubblicità e sfondarsi di torta pasqualina ai carciofi dell’Esselunga. Contorno di lattuga, sedano e noci, of course. Ogni tanto sento il bisogno di una purificazione alimentare: credo sia dovuto ad una memoria storica di eccessi e stravizi al cospetto del dio Junk Food, nei pazzi anni dell’università. Quando condividevo casa con Roberta e Silvia, a Bologna, mangiare roba di Mc Donald’s era il nostro modo per dirci che dovevamo festeggiare qualcosa, che avevamo voglia di stare insieme, regalarci una serata tutta per noi. Davanti alle portate di un nostro tipico menu doppio, scorreva la vita. Quanti fidanzati, colloqui di lavoro, lacrime, crisi isteriche, risate, amore e pura gioia nel cuore della notte. Che ricordi dentro quel soggiornino con angolo cottura, impestato dall’odore della cipolla e della carne condita nel peggiore dei modi.

Andrea mi prendeva in giro, per le mie voglie di cibo spazzatura. Cominciava ad elencarmi i valori nutrizionali di ogni singola porzione di tutte le porcate che mi piacevano tanto, mi dava un pizzicotto dicendo di non lamentarmi se poi mi vedevo grasso e alla fine si rassegnava. Più di una volta ha provato ad introdurmi all’irresistibile (secondo lui) filosofia dei burger di soia, ma glieli ho puntualmente tirati dietro e allora ci ha rinunciato. Abbiamo trovato un buon compromesso con la pizza fatta in casa, però senza esagerare con i condimenti. Le prime volte che mi sono cimentato con lui nell’impasto, sul tavolo di casa nostra, l’effetto era discutibile tipo il vaso che tentavano di modellare Demi e Patrick in “Ghost”, ma alla fine ho imparato e replicato la ricetta più volte. Almeno fino a quando il ricordo di lui che guardava il forno acceso con me, con gli occhi entusiasti di chi ha appena costruito il castello di sabbia più bello di tutta la spiaggia, non è diventato troppo doloroso anche solo per mettere sul fuoco il bollitore del the (che non ho mai avuto perché secondo Andrea era inutile, bastava una pentolina). Da quando sono rimasto solo, ho messo da parte quelle due cose che avevo imparato a cucinare e sono tornato ai miei primi istintivi amori: le caffetterie, i take away e le piadine. Se proprio volevo mangiare sano, c’erano le cene ayurveda a casa di Paolo e i miei genitori.

Poi c’è stato un giorno in cui, tra il lavandino ed i fornelli, mi sono trovato di fronte ad una delle mie più grandi verità rivelate. Andrea non c’era più, casa nostra non c’era più. Avevamo disdetto l’affitto da mesi e ormai ci viveva già qualcun altro. Quel giorno mi ero imposto di smettere di mangiare solo sofficini, i miei erano in vacanza. Avevo diligentemente comprato gli ingredienti per assemblare una caponata perfetta  – non si dica che non amo mangiare saporito – e avevo tutto sul ripiano. Nel momento in cui ho iniziato ad affettare la prima melanzana ho pensato che sì, quello avrebbe potuto essere un buon modo per ricominciare a prendermi cura di me. Cucinare per me stesso. Prendermi del tempo per scegliere le ricette, studiare il modo di prepararle e prepararle bene. Era come se avessi trovato il modo tangibile di farmi un regalo. E allora quel giorno, in quella cucina che non era la mia, ecco che ho sentito il dolore assumere un senso. Se Andrea ed io ci eravamo lasciati non potevo farci veramente più niente. Se tutte le persone che erano venute dopo di lui erano già scomparse e si dimostravano sempre una delusione dietro l’altra, non c’era altra scelta che rassegnarsi ad accettare lo stato delle cose. Io ero impotente verso le reazioni degli altri, non avrei mai potuto modellare gli altrui comportamenti secondo ciò che per me era giusto o corretto o morale. Se gli altri erano stronzi, non potevo fare niente per cambiarli. Ma potevo fare qualcosa per me. Per non trascurarmi, per smentire e confortare quella parte di me stesso che si sentiva sola. Una piccola rivoluzione personale avrebbe potuto partire da quel soffritto che stavo coccolando svagatamente, come se la soluzione ultima di tutti i problemi e il posto di tutte le cose si trovassero lì, davanti a me. Pur nel dispiacere e nell’amarezza degli abbandoni che avevo contato fino a quel momento, mi sono sentito bene.

Tempo dopo ero a Roma. Stavo aspettando l’ora di un appuntamento di lavoro e passeggiavo per il mercato di Campo de’ Fiori. Tra i banchi pieni di merce e le voci di passaggio mi è sembrato, per un attimo, di vedere Andrea. Probabilmente mi sono sbagliato perché le ultime notizie che avevo lo davano ancora alla trattoria di Milano Greco Pirelli, ma quel ragazzo era così uguale a lui, lo stesso modo di camminare, di tenere in mano le buste, di sorridere quando parla. Stava scegliendo un po’ di verdure ed istintivamente ho pensato che le stesse comprando per me. Che pensiero sciocco. Candido, ingenuo. Ho pensato al tempo passato lontani. All’equilibrio che ho dovuto ricostruire da solo. Agli anni che abbiamo trascorso insieme e che mi hanno indebolito di fronte all’idea di potercela fare con le mie forze, rimettermi in sesto, riprendere la strada. Ai sapori che ho associato a lui, alla sua assenza, e che ho dovuto allontanare per cercarne degli altri che mi facessero immaginare nuove speranze e nuove possibilità. Entrare in una pasticceria, scegliere dal menu di un ristorante, l’odore di un supermercato. I dettagli insignificanti che hanno reso insostenibile la mia solitudine. Ho pensato alle domande che ho accumulato e non ho saputo fargli. Magari sarebbe stato bello dirgli che adesso mangio anche il seitan. Che ho ricominciato a guardare il forno acceso senza sentirmi morire. Che per quanto possa essere stato arrabbiato con lui per la grande pena che mi ha fatto vivere, impasto la pizza ancora con la nostra ricetta segreta, in suo onore.

Orgoglio, disillusione, rivalsa, indifferenza, non so. Ho guardato di nuovo il ragazzo al mercato che ero sicuro fosse Andrea. Ho pensato che avevo il frigo vuoto, sono andato avanti.

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2 Responses to KUKNIA

  1. Tony Tranq scrive:

    quotidiano, reale.

  2. Angel scrive:

    Bel racconto, la passione per il cibo, incastonata nel bisogno di essere nutriti anche negli affetti e nelle emozioni.

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