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IL FORNO

ott 12 • Leggi i racconti dell'edizione 2015Nessun commento

Ho comprato un forno, si lo so, la notizia di per sé non è nulla di eccezionale, ma fino all’altro ieri non sapevo di desiderare concretamente un forno, figuriamoci poi uno che fosse l’equivalente  dello stipendio di un mese intero di lavoro. E’ stato un attimo di disequilibrio,  ma non un colpo di testa d’euforia, piuttosto uno di quelli col senso di colpa annesso, ma d’altronde la forza di volontà non è una risorsa infinita,  se si esaspera è come il tessuto liso che lascia intravedere la trama,  e da lì dall’intreccio dei fili del senso del dovere è uscito un grido.  Non funziono più, qualcosa si è rotto. E così mi ritrovo seduta sulla soglia della casa dove sono cresciuta, da sola, con un gatto nero che scambia morsi con  carezze,  e un forno nuovo, dalle prestazioni di cottura eccezionali; e mi sento terribilmente in colpa per averlo acquistato, non capisco come sia potuto accadere realmente; sono entrata nel negozio, ho chiesto informazioni e senza accorgermi  eccolo qui, installato in una vecchia cucina, dove non si abbina con nulla.

Ho lavorato tutta l’estate quest’anno, torride giornate senza fiato e senza respiro, pessime per il mio umore, intollerabile caldo di città; agosto dai silenzi appiccicosi; adesso riposo in questa aria di settembre. Sono tornata nella casa della mia infanzia, anche se è vuota. Mio padre ormai vive in una leziosa località  di mare straniero, in un appartamento bomboniera, su misura,  per togliersi anche dall’imbarazzo di dover invitare qualcuno;  e viaggia con la compagna del momento, in cerca di pace e forse l’ha trovata. Questa è stata una casa di  risate e profumo di torte, e un orto e libri e viaggi e cuccioli di cane, e folletti per Natale che nascondevano panforte nei cassetti. C’era persino il topolino dei denti, che in cambio lasciava fazzoletti di stoffa nella cassetta della posta.  Poi è esploso tutto,  e come mine impazzite ognuno ha scritto la sua storia.

Ognuno per la sua strada. Negli ultimi anni il profumo di torta, e di quel salmone a fette sottilissime che cucinavamo in forno col pepe rosa, ha lasciato il posto all’odore leggero aereo  ma persistente delle medicine, e poi all’odore spesso denso nauseante dei fiori del funerale, e così è diventata una casa dove per condividere un piatto di minestra dovevi avvisare almeno il giorno prima. Quando senti dire da tuo  padre che non puoi passare a cena, all’ultimo minuto perché di pasta non ce n’è abbastanza allora capisci che è finito un mondo, il tuo.  Tuttavia,   se ho desiderato tornare qui a passare le mie vacanze, deve essere stata una infanzia felice;  poi mi hanno strappato le radici e spezzato le ali, e  da allora ho sempre zoppicato ma la tenacia della  volontà è capace di grandi imprese  e dunque nessuno se ne accorge mai, perché una tensione forte  e costante sottende il mio passo e non rivela l’incedere tipico dell’anima sopravvissuta.  Quasi a nessuno.  Pietro lo ha visto invece, e non è stato un bene. Lui ha visto dove erano i vuoti e le ombre, dove erano i punti strappati e lì sono arrivate le sue parole, le sue cure e le sue attenzioni,  mollemente, come il polpo che si insinua nelle cavità rocciose; è riuscito a farmi sentire completa, a illudermi che la ricerca fosse finita, adesso invece so che per essere veramente in armonia è necessario scendere a patti con le ombre, non lasciare che altri vi portino la luce al posto tuo, e prima di ogni cosa perdonare, sé stessi e gli altri, ma  non per altruismo, per essere liberi di realizzare la propria forma.

Seduta sulla  soglia di casa, guardo il giardino nell’aria di settembre, c’è un tepore leggero avvolgente del sole di fine stagione, che non soffoca ma accarezza, che lascia intendere nuovi inizi. Settembre quest’anno lo trascorrerò qui, decisione improvvisa anche questa, a volte certi gesti sono solo i primi di una serie infinita, un domino di azioni. A volte basta comprare un forno, per  vedere altre strade, per capire d’improvviso che si possono fare altre scelte,  cambiare destinazione, lasciare un uomo anche se l’amore non è finito, ma si è interrotta la strada; non funziona più, o peggio continua a funzionare in superficie senza attrito alcuno e non provi più niente.

 

La casa ormai è piuttosto inospitale, camminare sui gradini di pietra a piedi nudi a occhi chiusi, è benefico, è portatore di notti tranquille. Oggi pomeriggio sono stata nell’orto abbandonato, ho strappato erbacce per ore, stasera le mani sono dolenti  ma il cuore un po’ meno. Un tempo crescevano disordinati e aggrovigliati i lamponi,  sempre troppo pochi per la nostra golosità, ci si preparava il gelato; ma il migliore era quello alle nocciole, si iniziava con la fatica dello schiaccianoci ,  lasciavamo le nocciole con la loro pellicina scura, e una volta tritate, la sentivi nel gelato, sotto i denti,  il gelato rimaneva molto chiaro di colore, tutto punteggiato di marrone, il gelato alla nocciola così non esiste da nessuna parte; non lo ho più ritrovato come tante cose che nel sentiero della vita perdiamo o lasciamo andare. Non saprei esattamente se sono venuta qui in vacanza o se sono fuggita,  sono uscita dai binari però, ho dovuto perché  mi sono persa rotolando nelle tracce certe dell’abitudine. Ho sofferto troppo e troppo a lungo per un altro  figlio che potrà mai  più arrivare, non c’è consolazione per questa assenza non assenza,  di qualcuno che non c’è mai stato eppure ti manca disperatamente, perché non puoi consolarti dicendo  “ ci sono altre cose più importanti..”, non puoi dirlo, semplicemente  perché non è vero. E’ diventato un masso compatto di dolore che si è aggiunto agli altri lutti mai pianti. Per lunghi mesi non ho sentito niente altro che questa sofferenza cieca, che non ho saputo spiegare a nessuno, ma nemmeno volevo,  non ci credo che parlandone si faccian più lievi le perdite, quello è solo il lavoro inevitabile del tempo; è necessario lasciarglielo fare, come il pane che lievita lentamente e ogni volta in modi fievolmente diversi.

 

Nel  pomeriggio mentre ero intenta a liberare la terra da lunga incuria e da fastidiose piante infestanti, ho sentito una voce chiamarmi, è arrivata passando dal cancelletto del vecchio pollaio la figlia di Eugenia. E’ la prima persona che si è accorta che qualcuno ha riaperto casa. Eppure devono averlo notato, in passato questa era una famiglia molto osservata, con le sue bizzarrie e dicerie.  Magra, elastica e furtiva è arrivata e si è seduta sul muretto, in attesa. Mi mette sempre soggezione il dolore degli altri, l’alfabeto del dolore è estremamente personale e mi spaventa istintivamente; soprattutto quello di una ragazzina.

Eugenia si è impiccata, un anno fa; non sono venuta a conoscenza  delle ragioni, le avrei volute chiedere in paese  ma mi sono vergognata di questa curiosità, mi sembrava poco rispettosa, mi sentivo a disagio mentre avvertivo che ciondolava  le gambe alle mie spalle. “raccontami qualcosa” allora ho capito, sta cercando immagini, frammenti di Eugenia, ricordi sconosciuti da portare con sé, che facciano le veci di dialoghi che non avverranno mai ; non la frequentavo ormai da molti anni ma questa sarebbe stata una risposta frettolosa e inappropriata. Eugenia è stata l’amica che in assoluto mi somigliava di più, mi somigliava nei difetti però, per questo abbiamo smesso di essere amiche con un pretesto futile, simili e simmetriche, così ci siamo fatte male, ci guardavamo troppo nel profondo, poi  nessuna di noi ha trovato il momento per riavvicinarci e la vita non ce ne ha fornito più l’occasione.

A sua figlia, che sta combattendo oggi,  ho raccontato di quando studiavamo insieme a Milano, e per pranzo lei spesso preparava la frittata con le patate, le tagliava con pazienza  a cubetti piccoli e regolari, si percepiva l’amorevole pazienza di chi è cresciuto in una famiglia sinceramente unita, un clan come ripeteva  lei ridendo, poi spezzettava velocemente e casualmente  le sottilette e completava il tutto con  molto  pepe, mescolava, pietanza calda, morbida e saporita. Eugenia è la frittata con le patate,  preparata in quel suo cucinotto di un metro quadrato. Il sapore di una perduta sorella.  “ok, domani scrivimi la ricetta” e se ne è andata, mi sembrava abbastanza soddisfatta ed ho ripreso a strappare erbacce per un orto che non so nemmeno se coltiverò. Nel caso però, mi sono informata, posso piantare ravanelli, cavolo e verza in questa stagione.

 

Ho bisogno di pace, ho bisogno di stare qui, anche se dormire sola la notte mi spaventa oggi come tanti anni fa; le dimore datate hanno voci e scricchiolii sinistri al mio orecchio, non ho mai trascorso qui una notte da sola, cercavo sempre compagnia.

Nel viaggio della vita ho compiuto azioni di cui non mi credevo capace, in cui non mi sono mai riconosciuta, per arrivare dove mi ero prefissata, e quando tradisci i tuoi principi, anche se travolgi il prossimo, in realtà sei tu che perdi, e il prezzo si paga sempre; mi sono giustificata ogni volta e ho pensato di essere in credito col mondo e che a me spettasse solo l’infinito e non la banalità, ho scelto strade che non sapevo se desideravo percorrere oppure no, e per senso del dovere non ho smesso mai di camminare avanti e mi sono persa. Oggi ho bisogno di questa casa inselvatichita, poco curata e solitaria per sentire chi sono, perché io adesso non lo so.

 

Stamattina l’aria era frizzante, euforica, sono scesa a correre verso il bosco.  Non sono veloce, mi piace correre e guardare gli alberi ed il fiume di fianco, verde cupo e affascinante, solido e presente, senza la splendida bellezza  e trasparenza di altre acque.E’ venuta  Lina ad aiutarmi a rimettere in sesto la casa, era contenta che qualcuno la abitasse nuovamente.

“mi è dispiaciuto quando il signore e la signora sono partiti, meno male che è arrivata lei adesso”, segretamente credo spera che io rimanga, è affezionata alla nostra famiglia, o a quello che ne resta.  Io sospetto che sia stata innamorata clandestinamente di zio Vittorio, e per questo le resti un affetto immutato per tutti noi. Zio Vittorio adorava recitare la parte del benestante di città che  visita la tenuta in campagna, e sono certa che non ha mai considerato Lina una donna e lei lo sa.

Lina mi ha detto sottovoce che non devo pensare troppo, così ho accettato il suo invito per un caffè; anche se non  lo abbiamo bevuto,  infatti mi ha spiegato che dalle sue parti  quando si dice “vieni per  un caffè”, non significa esattamente che si berrà il caffè, è  figura retorica per indicare una pausa, una chiacchiera e dentro si condisca come si desidera;  sono rimasta a guardarla mentre preparava la “splendida torta maria”,  montando rigorosamente a mano il burro con lo zucchero, finchè non è diventato una  spuma quasi leggera, mi ha spiegato che la magia del ’impasto si crea man mano, la rallegra ogni volta, ed  è metafora della famiglia, degli incontri riusciti; all’inizio sono e siamo tutti elementi separati,  e di differente intrinseca natura eppure con maestria  e pazienza gli ingredienti si fondono e diventano un tutto nuovo, che non esisteva prima; e quando un dolce è appena sfornato e compiuto,  non sempre si immagina il cammino affinché ciò diventasse possibile. Come un incontro. Come un matrimonio.

 

Le giornate passano leggere, con i primi freddi piacevoli dell’autunno incipiente, a volte piove e io vado a correre ugualmente,  lavoro nell’orto, comincio a pensare che forse non tornerò alla mia vecchia vita, i percorsi consolidati sono gabbie con la porta aperta.  Io scopro di essere le piante, il fiume, il desiderio di accendere il camino con la legna, il pane cotto in forno quello integrale, con i semi dappertutto, i vecchi  scampoli di tessuto che ho ritrovato negli armadi, il rosmarino, la corsa leggera nel mattino.

 

Finalmente ieri sera è arrivata mia figlia, ha trovato poco confortevole la sistemazione, fredde le stanze al piano inferiore, troppo alti i soffitti, troppo buia la sera, spaesamento normale ho dedotto io. Stamattina invece è scesa nell’orto col marito di Lina, stanno piantando le verze, e le insalate invernali in silenzio, nell’aria che si fa più fredda e cristallina ogni nuovo mattino. Quando è tornata, aveva gli stivaloni completamente ricoperti di terra, non ho potuto fare meno di fissarli e subito le ho toccato la schiena dietro le scapole; le radici e le ali le ho viste, io lo prometto a mia figlia darò radici e ali perché non debba zoppicare mai; e so cosa le lascerò di me un quaderno di ricette, fogli scritti a meno, ritagli disordinati di giornale, fogli stampati, con le nostre note a margine, note dettate al telefono da una zia, una amica, una conoscente; raccolta miscellanea di cibi condivisi.

Oggi cucino gli gnocchi, burro e salvia e noce moscata, in questo momento forse sento un attimo di felicità,

impasto soffice e leggero, ma elastico,  echeggiano le voci lontane di nonne, di donne  “ non esagerare con la farina” , l’impasto leggermente profumato, ed il lento rituale delle righe con la forchetta, lo sciogliersi del burro che si arricchisce con  l’aroma della salvia. Io e mia figlia con la farina sulle ciglia, lasciamo impronte  concave di pollici. La completezza. Il pranzo perfetto.

 

Una domenica di queste, presto, invito  mio padre per pranzo. Per perdonare. E Pietro, che non ero più capace di leggere, né di ascoltare, che non so se vorrà lasciare la sua vita per venire a vivere qui . Per ricominciare.

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