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I MANGIATORI DI PATATE

ott 12 • Leggi i racconti dell'edizione 2015Nessun commento

Olanda, 1885

 

Zwaan si sentì sfiorare da un glaciale alito di vento e un brivido la pervase da capo a piedi. L’abito di fustagno tutto rappezzato che la avvolgeva riusciva a stento a proteggerla dal freddo di quello che si preannunciava essere un inverno particolarmente rigido e ingrato. Suo marito Joost, di ritorno dal campo, richiuse in fretta l’uscio dal quale inevitabilmente sgusciava sempre qualche spiffero.

Zwaan gettò un po’ di legna nel caminetto per ravvivarne la tenue fiamma sulla quale la vecchia Maaike stava scaldando il caffè comprato al mercato di Rijsbergen in settimana. Dietro di lei udiva la piccola Wilhelmina correre ad accogliere il padre mentre Hannie liberava il fratello dal peso degli attrezzi da lavoro con i quali era rincasato. Nonostante le ristrettezze economiche in cui versavano, Joost non aveva esitato a prendere la sorella in casa con loro dopo che Pieter le era stato portato via dalla polmonite otto inverni prima, lasciandola vedova a soli ventidue anni.

Ormai le patate erano pronte. Zwaan salutò Joost invitandolo ad accomodarsi attorno al piccolo tavolo quadrato al centro della stamberga, poi aiutò la madre a raggiungere la sedia: Maaike vi si lasciò stancamente cadere sopra sospirando un debole ringraziamento.

«Cosa si mangia oggi?» La voce di Joost era ironica ma non sprezzante. Ogni sera poneva questa domanda ma era da undici giorni che non mangiavano altro se non patate. E non sembrava che avrebbero potuto fare diversamente per le prossime settimane.

«Patate, patate e per concludere patate!» Zwaan abbozzò un lieve e imbarazzato sorriso, quasi a scusarsi del ripetitivo menu che offriva loro a tutte le cene. Joost le sorrise anch’egli, gentilmente, socchiudendo leggermente gli occhi, consapevole che la moglie non potesse fare altrimenti. Il piccolo gesto rincuorò Zwaan. Ciò che amava maggiormente di Joost era quel suo cordiale modo di sorriderle: sapeva confortarla in qualsiasi momento, in qualsiasi situazione.

«Tenete, una tazza per uno! È ancora bollente, vedrete che questo vi scalderà per bene.» Hannie finì di versare quel liquido nerastro che alcuni avevano il coraggio di chiamare caffè in cinque tazzine di ceramica e cominciò a porle ai commensali.

«Non berlo tutto adesso Wilma!»

«Ma io ho freddo mamma.»

«Lasciala fare Zwaan, nella cuccuma ce n’è dell’altro. La dose che sarebbe avanzata per domani era insufficiente per tutti e quindi l’ho preparato tutto oggi.» disse Hannie.

«È già finita la scorta?»

«Sì, Joost.»

«Beh, dopodomani devo recarmi a Rijsbergen. Lo prenderò io.» Zwaan sapeva che probabilmente Joost non sarebbe riuscito a prender niente a Rijsbergen visto che le ultime monete derivate dalla vendita mensile delle loro patate dovevano necessariamente essere investite per comperare la nuova vanga e la legna. Presumibilmente anche Joost sapeva che il caffè non sarebbe stato acquistato per un po’ ma Zwaan non si sentiva mai di condannarlo per queste piccole bugie illusorie, recitate con l’unico fine di non demoralizzare Maaike e la piccola Wilhelmina.

Zwaan prese il vassoio su cui aveva già disposto il pasto che avrebbe dovuto rinvigorire i loro corpi dopo un’altra giornata di lavoro provante. Il piatto su cui erano appoggiati i tuberi era fumante e nel portarlo a tavola fu invasa dalla piacevole sensazione del calore che la ceramica trasferiva alle sue mani. Zwaan lo posò al centro esatto della tavola. Nel frattempo Heinz si era svegliato e lanciò uno strillo dall’angolino dove era avvolto in fasce.

«Vado io.» Joost si sollevò dalla sedia e raggiunse il pargolo. Un giorno sarebbe toccato a lui coltivare quelle patate di color giallo sbiadito che aspettavano suo padre sul tavolo. Lo cullò finché non si appisolò nuovamente e gli stese addosso un altro panno di stoffa, poi tornò a sedersi con i suoi cari. Gli altri non avevano ancora iniziato a servirsi. Era consuetudine che si aspettassero l’un l’altro prima di cominciare. Nessuno aveva mai stabilito questa regola, era solo un tacito accordo che tutta la famiglia De Groot rispettava con rigore. A Zwaan questo piaceva; le piaceva trovarsi tutti riuniti a fine giornata, mangiare insieme, condividere il frutto della loro fatica.

I cinque allungarono finalmente le posate verso il piatto alla flebile luce della sola lampada a olio appesa alle travi del soffitto che rischiarava appena la stanza. Le pareti di legno della stamberga erano avvolte dalla penombra dalla quale trasparivano vagamente solo un vecchio mobile tarlato sul quale spiccavano una teiera di latta, alcune stoviglie disposte su una mensola, le finestre oltre cui il buio pesto della notte invernale olandese inghiottiva il paesaggio e un piccolo pendolo che Zwaan non ricordava avesse mai funzionato. Alla destra dell’orologio una stampa raffigurante un crocifisso, segno della fede schietta della famiglia contadina.

Durante la cena nessuno parla più. Mangiano in silenzio. E d’altronde la scarsa quantità delle vivande apparecchiate rendeva quel momento di ristoro così breve che difficilmente si sarebbe fatto in tempo a intavolare un discorso. Avrebbero parlato dopo cena. Era sempre così. Allora sarebbero arrivati i complimenti della tavolata a Zwaan per l’ottimo simposio, le domande di Hannie a Joost su come fosse andato il lavoro quel giorno, le profetiche previsioni meteorologiche per l’indomani che Maaike deduceva dalla semplice osservazione della luce del tramonto e che, da contadina esperta, azzeccava sempre. Poi tutti si sarebbero disposti davanti al focolare ad ascoltare i racconti dell’anziana donna. Maaike si arrogava questo compito recitativo gelosamente: guai a toglierle il suo momento di gloria giornaliera! Ora che le sue forze non erano più quelle di un tempo e il contributo che poteva dare si limitava alla pulizia della casa, mansione per nulla gravosa vista la modica estensione dell’abitazione, era questo il modo con cui riusciva a sentirsi ancora importante. Così giunta l’ora della storia, Maaike avrebbe narrato un episodio tratto dalla Bibbia o dalle antiche leggende della tradizione nordica. Quella sera sarebbe stato di nuovo il turno di De Vliegende Hollander, l’Olandese Volante, il vascello fantasma condannato a solcare i mari in eterno; sebbene tutti avessero sentito Maaike narrarlo innumerevoli volte, ogni volta pendevano ugualmente dalla sua bocca e dalle parole che ne uscivano.

Ma durante la cena no! Il silenzio. In sottofondo si ode solo il suono prodotto dalle loro mandibole e dalla punta delle forchette che infilzando le patate vanno a contatto con il vassoio dal quale mangiano direttamente visto che i piatti non coprono il numero delle loro bocche. Mangiano senza fretta, quasi con grazia, pur crepando di fame e stenti. È in questo momento che si ribalta il convenzionale pensiero che vuole quei signorotti, che definiscono zotici i contadini, come unici detentori della gentilezza d’animo. Quei ricconi di città che ruttando e ingozzandosi come maiali hanno il coraggio di avanzare nelle loro stoviglie da servizio un ottimo pezzo di manzo perché il cuoco non l’ha cotto al sangue. No! I De Groot hanno meritato di mangiare quelle patate con le stesse mani che hanno zappato la terra dove sono cresciute. Loro comprendono veramente il valore di quelle patate.

E attorno il silenzio. Ma la calma è solo fuori di loro. Nelle teste di ognuno vi è fermento: c’è la vecchia Maaike, che di patate ne ha mangiate tante in vita sua. E che non ne ha mangiate ancor più a causa delle varie carestie alle quali ha assistito durante le sue 55 primavere, compresa quella che a metà secolo aveva trasformato il tubero sudamericano da benedizione a maledizione dell’Irlanda, decimando la popolazione dell’isola la cui collocazione geografica Maaike neppure conosce. Maaike che pensa a quando era giovane e il suo corpo le permetteva di dare una mano nei campi e non solo all’interno del perimetro domestico, quando ancora il colore delle sue mani non somigliava così tanto a quello della buccia delle patate appena estratte dall’umida terra autunnale. Maaike che pensa che i suoi anni migliori se ne sono andati. Che a dispetto delle miserie, delle sofferenze e delle angosce che li hanno caratterizzati, questi sono passati ugualmente. Inesorabilmente come ogni cosa. E, nonostante tutto, pensa che non cambierebbe mai nulla del suo percorso, neppure quella pietanza che ha dinanzi e che l’ha accompagnata lungo ogni suo passo.

C’è Hannie, che pensa alle tante volte che oltre alle patate ha sbucciato pure le sue stesse dita con quelle specie di coltelli male affilati che le scarse finanze in cui versano impediscono loro di sostituire. Hannie che pensa a quelle lontane Americhe da cui qualche esploratore in un indefinito passato aveva importato la patata in Europa. Terre sterminate e floride come le raccontava il compianto marito Pieter che in gioventù era riuscito a frequentare qualche anno scolastico, quel tanto che gli bastò per renderlo il membro più istruito della famiglia. Annie sognava la fattoria che si sarebbero costruiti dall’altra parte dell’oceano, i bambini che vi avrebbero cresciuto, il cibo che avrebbero assaporato: pannocchie, fagioli, formaggi, del caffè vero, carne. Carne! Almeno una volta a settimana. Non come adesso, che un boccone di maiale è un lusso riservato alle occasioni speciali! Hannie ascoltava Pieter estasiata, fantasticando sulle idilliache descrizioni della terra dove lui era desideroso di condurla, sul loro nuovo futuro. Il destino non gli diede abbastanza tempo per concedergli di mantenere tali promesse, condannando entrambi a restare intrappolati per l’eternità, chi in una casa, chi in una bara, in quelle misere campagne olandesi al confine belga non ancora toccate dalla Rivoluzione industriale. Hannie che mangiando patate tiene vivo il ricordo di Pieter e del loro sogno.

C’è Heinz, che ha ripreso a dormire nel suo angolino vicino al caminetto e che ha ancora la fortuna di poter non pensare. Heinz che è la speranza di tutti i De Groot da quel marzo piovoso in cui il primogenito maschio di Joost era stato vinto anch’egli dalla polmonite. Heinz che ancora non sa quanto odierà e quanto amerà le patate nel corso della sua vita. Non sa ancora quante volte si stancherà di inghiottire quei tuberi dal retrogusto di amido né quante volte la rincalzatura estiva delle piante gli spaccherà le braccia. Non sa ancora quante volte ringrazierà il cielo di poterle raccogliere e di poter placare l’assordante brontolio del suo stomaco.

Poi c’è Joost, infaticabile lavoratore, che le patate ha imparato a coltivarle a 8 anni da suo padre, che ama la sua famiglia e primo fra tutti si alza all’alba rincasando solo al calar del sole, rompendosi la schiena nel campo per portare alla loro spoglia dimora quelle poche patate così farinose che ora sta infilzando con la forchetta e che gli permetteranno anche domani di alzarsi dal letto e riprendere tutto da capo. Joost che le patate le conosce come le sue tasche, che al giungere della primavera sa sempre quando è l’ora esatta per interrare i tuberi e che, con la pazienza che solo l’umiltà di un contadino potrebbe fornirgli, dedica tutto se stesso al raccolto, magro o abbondante che si prospetti. Joost che sa che la vita è difficile e che la loro lo è particolarmente. Ma che guardando i suoi figli crescere e gli occhi di Zwaan e Hannie riesce sempre a trovare un senso a tutte le sgobbate. Joost che pensa a quanto sarebbe bello se per il 5 dicembre del prossimo anno riuscisse finalmente a offrire a Zwaan e ai suoi cari quella grassa oca vista al mercato che per il Sinterklaas appena trascorso non si era potuto permettere. Joost che pensa che, anche se è povero, comunque la si metta, nessuna soddisfazione potrebbe eguagliare quella che prova ogni autunno a cogliere il frutto del loro lavoro.

C’è Wilhelmina, che è ancora piccola, ma a 9 anni è costretta a essere già grande. Costretta a stare inginocchiata sotto il cocente sole estivo a strappare ogni singola malerba che cerca di sottrarre alle loro patate i nutrienti provenienti dal letame sotterrato da Joost per concimare il campo. Wilhelmina che la mamma chiama amorevolmente Wilma e che le patate le adora schiacciate e mischiate con il latte che ogni tanto zia Hannie riesce a procurarsi in paese. Wilhelmina che si sente sempre ripetere da nonna Maaike che col suo portamento regale e il volto delicato come un petalo sembra destinata a divenire una bellissima principessa. Wilhelmina che pensa che sarebbe bello se le parole di Maaike potessero avverarsi. Wilhelmina che poi però pensa a come, anno dopo anno, quella sua postura si trasformerà, come per sua madre e sua nonna prima di lei, in una schiena incurvata a forza di continuare a strappare malerbe e quel suo gradevole visino diverrà incavato e spigoloso per gli stenti. Wilhelmina che pensa che quello che conta davvero è riunirsi ogni sera tutti assieme davanti a un piatto di patate fumanti.

E infine c’è Zwaan, che a 26 anni si ritrova i palmi delle mani consumati e le dita nodose a furia di cavar fuori dalla terra una radice che dovrà poi ripulire, pelare e cucinare per mandare avanti la famiglia. Zwaan che sa di non avere la minima certezza che anche domani le patate li sfameranno. Zwaan che pensa a quel bizzarro ma cortese signore con i capelli e la barba rossicci di Zundert nel quale si era imbattuta qualche volta al mercato di Raamberg. Pensa a quell’uomo davanti al quale si era fermata il venerdì precedente per ammirare una tela esposta raffigurante un vaso di girasoli sgargianti. Vincent le aveva detto di chiamarsi. Aveva provato a divenire un predicatore ma la scuola di teologia di Amsterdam l’aveva scartato. Ora tentava di campare vendendo i frutti della sua vera passione, i dipinti. Non con grandi risultati aveva immaginato Zwaan notando il giaccone sgualcito che indossava. Zwaan che pensa alle parole dell’uomo: “So esattamente quale scopo inseguo e sono fermamente convinto di essere, nonostante riesca a vender poco, sulla buona strada, quando dipingo ciò che sento e sento ciò che dipingo.” Zwaan che capisce la loro profonda saggezza e pensa di essere anche lei fermamente certa di fare ciò che fa: raccogliere le patate e cucinarle ogni sera per le persone che ama.

«Nonna! Cosa ci racconti oggi?» la voce di Wilhelmina sprizzava sempre di entusiasmo quando, finita la cena, si avvicinava il momento della storia.

Zwaan si ridestò all’improvviso dai suoi pensieri. Il vassoio era completamente ripulito. Le tazze vuotate.

«Beh, vediamo… conosci la storia di De Vliegende Hollander?»

«Ma nonna l’avrai raccontata almeno cento volte! Certo che la conosco!» Joost, Maaike, Hannie e Wilhelmina si misero a ridere. Serenamente, con i volti finalmente rilassati. Un piatto di patate calde aveva il potere di scacciare le fatiche di una giornata intera.

Anche Zwaan rise. Con il cuore pieno di gioia. Zwaan che pensa a quanto è fortunata e ringrazia il cielo perché ha la sua famiglia, la sua casa e le sue patate.

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